I garden center

Da ‘la Riviera’ 2 aprile 2006

Cos’è un garden center? Si sentono nominare spesso, nei giornali, nelle pubblicità. Ma cosa sono esattamente? E poi, perché usare questo termine inglese che non aiuta di certo a farci capire di cosa si sta parlando?
“Garden center”, tradotto vuol dire semplicemente “centro di giardinaggio”, mica roba dell’iperspazio. In pratica si tratta di negozi che vendono non solo piante, ma anche ( e soprattutto) accessori per il giardinaggio. Ci si trova ogni cosa oltre alle piante: fiori recisi, fiori secchi, fiori finti, semi, vasi, sottovasi, grigliati, treillage, pergole, gazebo, fioriere, mobili da giardino, piscinette, lampade, concimi, terricci, attrezzi a mano ed a motore….ed un sacco di altre cose, dall’indispensabile al completamente inutile, dall’irrinunciabilmente affascinante al tremendamente brutto.
Ovviamente da noi non ce ne sono, anche se molti vivai abusivamente si autodefiniscono così. In realtà non mi dispiace affatto che non ci siano. I garden center sono sostanzialmente un Mac Donald per giardinieri, a cui vendono cose di cui non hanno bisogno a prezzi che non potrebbero permettersi. Sono una delle tante brutture del consumismo che si impossessa di qualsiasi attività ricreativa.
Entrandoci sfido qualsiasi appassionato a rimanere inerte e a non farsi spolpare vivo dai negozianti: veniamo allettati da magiche visioni di straordinarie composizioni floreali in aiuola o sul balcone, di pomeriggi passati a rilassarci all’ombra di un pergolato o di romantiche seratine abbracciati sull’amaca. Se –come me- sopravvivete a questo mondo grazie alla pensione dei vostri genitori, per comprarvi un tavolo e quattro sedie dovete come minimo vendervi un rene.
Alla fine uno dei vantaggi di essere una regione economicamente sottosviluppata è quello di non avere troppo d’attorno queste mostruosità.
Peccato per i vivai che a scapito delle piante riempiono i loro spazi con brutti mobili e vasi di “cotto toscano”, come se quello calabrese fosse sterco. Peccato per i commercianti che pensano che questa sia un’evoluzione positiva. C’è grande ignoranza sia in chi vende sia in chi acquista piante, e questa nuova moda peggiorerà le cose.

Le ultime rose

da ‘la Riviera’ del 20 marzo 2005

Rossella Sleiter, truccatissima sciura del jet set del giardinaggio italiano
Mi trovo ancora una volta nella scomodissima posizione di chi va a disturbare i “professori” giardinicoli d’Italia. Non ho per nulla simpatia nei confronti di Rossella Sleiter, che tiene la sua rubrica settimanale sul “Venerdì” di Repubblica. La rovo una persona quantomeno ambigua. Quando vuole riesce a scrivere un bell’articolo interessante, ma la maggior parte delle volte si limita a consigli per giardinieri pigri e pasticcioni. Non fraintendetemi: il giardinaggio è un’attività che non è riservata solo ai meticolosi e puntuali; io stessa sono molto pigra e molto pasticciona, ma nel mio caso ne sono consapevole e me ne rammarico. L’errore di fondo della rubrica della Sleiter è di incoraggiare la pigrizia ed il lassismo, che sono due cose pericolosissime per un giardino. Consigli del tipo “potete avere questo e questo con poco sforzo” vanno senza dubbio bene, ma non ci si deve limitare solo a quelli. Quando poi vuole far qualcosa di sciccoso tira fuori un nome da dizionario botanico e sembra che abbia sistemato tutti con la sua infallibile dottrina. In tanti anni che leggo la sua rubrica non ha mai descritto un’esperienza personale con piante e fiori, sembra che scriva tutto solo per “sentito dire”. Probabilmente è il tipo di signora che veste elegante e profuma di cannella, e che va in giro per fiere di acquerelli botanici e mostre di peonie e camelie, ma che i giardini li conosce solo dalle fotografie che le spediscono i suoi editori.
Come fare a dare retta ad una pazza scellerata che vi dice che marzo è il MOMENTO BUONO per piantare le rose a radice nuda? Io sono senza parole. Il padanismo si è diffuso anche nel mondo del giardinaggio? Che razza di consiglio è mai questo per una persona che vive in zone che siano più a sud -non dico di Roma- ma anche di Milano? Ormai è tardissimo per piantare le rose (e mi dispiace dare questa notizia ad un amico che so che ne aspettava alcune dalla Meilland per martedì scorso). Tutte le esperienze che ho avuto con rose piantate oltre la metà di febbraio si sono rivelate tragicamente fallimentari, figuriamoci a metà marzo…
Tuttavia non è mai il caso di scoraggiarsi. Prima di tutto quando fate un ordine di rose a radice nuda siate SEMPRE tempestivi. Guardatevi il giardino in primavera, come fosse un compito da svolgere. Poi pensateci su tutta l’estate e non più tardi della metà di ottobre piazzate il vostro ordine. Richiedete esplicitamente che volete ricevere le rose prima della fine dell’anno, possibilmente a metà dicembre (quello è il MOMENTO GIUSTO per piantare le rose da noi). Se poi volete fare le cose proprio per benino, preparate le buche già a fine estate, con sabbia, ghiaietto e un bel po’ di letame maturo o in pellets. Qualche vivaio (specie dell’estremo Nord, come l’eccellente “La Campanella” di Anna Maria Sgarabottolo) potrebbe avere difficoltà a mandarvele per dicembre, perché da loro la terra gela in profondità, ed anche se le rose in tagliola (cioè a riposo) non soffrono, ci vorrebbe un martello pneumatico per tirarle fuori dal terreno. Prima ordinate, prima riceverete, e comunque nessuno ve le manderà mai prima di fine novembre, specie se il tempo si mantiene tiepido.
Le rose che vengono piantate tardi germogliano con più difficoltà (non tanto le rose moderne quanto quelle antiche, che soffrono davvero enormemente), fioriscono dopo e più stentatamente, inoltre sono molto sensibili alle malattie. Tendono anche ad avere un forte bisogno di acqua, e quindi necessitano contemporaneamente di un drenaggio maggiore. Stategli sempre dietro con un occhio particolare, e passate verderame o poltiglia bordolese per evitare infezioni fungine.
In tutta la mia vita giardinicola, che Iddio mi salvi dalle rose marzoline!

La High Line di New York

Paesaggio urbano
Invece di abbatterla hanno deciso di farne un viale per passeggiare. Era una vecchia ferrovia, costruita negli anni Trenta per sostituire la soprelevata che correva sopra la Decima Avenue, un viadotto pericolosissimo che fu ribattezzato “Death Avenue”.
Ha funzionato dagli anni Trenta fino agli Ottanta, portando merci, soprattutto carne di tacchino, dalla zona delle grandi pianure. In seguito allo spostamento del mercato delle carni, cadde in disuso e fu lasciata abbandonata a se stessa e in parte demolita.
Come sempre accade in casi in cui edifici e strutture vengono lasciate abbandonate, la natura rimette piede da dove era stata scacciata, e la High Line è stata invasa dalle erbacce.
Anche la storia della High Line è simile a quella dei Guerrilla gardens: un cittadino appassionato di ferrovie, Peter Obletz, muove i primi passi per una campagna in difesa della sopraelevata, finché non si costituisce un comitato spontaneo in difesa del viadotto ormai divenuto una striscia verde, il “Friends of the High Line”, diretto da Joshua David e Robert Hammond, che ha avanzato una proposta di restauro accolta dal sindaco di New York con un concorso internazionale di idee per il ripristino dell’opera dismessa (a cui ha peraltro partecipato, senza vincere, Zaha Hadid).

La presenza di erbacce è stato il catalizzatore progettuale della realizzazione della sopraelevata, di cui si è cercato di mantenere anche i binari. Il restauro è partito dal 2003 e nel 2006 c’è stata l’inaugurazione del primo tratto.
Invece di demolire una parte della storia di una città, è stato deciso di trasformarla in un parco, con una dozzina di accessi, panchine per prendere il sole canali d’acqua, erba verde, fiori,e naturalmente binari.

Panchine sulla High Line

Erba e binari

Passeggiando sulla High Line si possono vedere da sopra le auto che passano, le persone che camminano, piccole e rapide come formiche.
High Line, vista verso il basso

La High line è diventato un landmark della periferia, e uno strumento di riqualificazione urbana e sociale, con un inevitabile incremento dei prezzi degli immobili adiacenti, che dovranno necessariamente adeguare il loro status.
Si parlava di uso (non di valore d’uso, mi si permetta, che è tutt’altra cosa), di fruibilità. Ecco, questo ready made urbano, trasformato in un sinuoso percorso di cinema all’aperto, di spiagge, piscine sospese, specchi d’acqua, gallerie di cristallo, ne è una perfetta rappresentazione.
Gli americani hanno dato anche un nome a questa cosa “agritecture”.

Per una volta dalla parte della bordura inglese

La bordura mista, totem giardinicolo vecchio di oltre cent’anni, lo sapete, già da molti anni ha smesso di piacermi e di rappresentare per me l’acme delle potenzialità del giardinaggio.
Eppure ha un grandissimo merito artistico. Cioè quello di rappresentare la pienezza del rapporto di un’arte con il suo materiale precipuo.
Se ci pensate, non è davvero poco!

Omaggio.

Mr. Marshall e la sua passione per i trenini

Giardino-ferrovia, pienamente operativo

Ciuf ciufff!!!

Riflessioni sulla Natura

Da “la Riviera” del 31 dicembre 2004, nonostante alcuni possano pensare che io abbia cambiato parrocchia.

Vita Sackville West

Per caso in questi giorni mi sono ritrovata a rileggere qualche brano di una raccolta di articoli di Vita Sackville-West, che in Italia è stata pubblicata da Muzzio Editore, con il titolo di Un giardino per tutte le stagioni, 16 euro. Vi consiglio caldissimamente l’acquisto di questo volume, per una gran quantità di motivi. Il primo è che se siete dei dilettanti pigri che non si prendono la briga di cercare le piante sui dizionari botanici o su internet (della qual cosa dovreste vergognarvi immensamente poiché non si può fare giardinaggio serio senza conoscerne la materia prima), questo libro vi costringerà a farlo, perché i nomi e le specie di piante che cita sono innumerevoli, e fa sorgere spontaneo il desiderio di informarsi maggiormente sulle piante menzionate. Il secondo è che lo stile con cui è scritto è quanto di meglio la letteratura specializzata possa offrire. Vita Sackville-West era scrittrice, romanziera e poetessa, e non era certo una persona che potesse avere dubbi o confusioni linguistiche, o che si impaperasse con le parole. Il suo stile è asciutto e appassionante al tempo stesso, e non si fa fatica a leggerlo. Il terzo è che i consigli che offre sono più preziosi dei diamanti. Questo è difficile da spiegare solo con le parole, ma se leggete il libro ve ne accorgerete voi stessi man mano che proseguirete la pratica del giardinaggio, innalzando sempre più i vostri obiettivi e le vostre ambizioni. Vita aveva una personalità dirompente, aveva numerose amanti e cornificava allegramente suo marito non solo con le donne, ma spesso anche con uomini. Settanta anni fa era senza dubbio molto più libera di quanto non lo siano oggi molte donne.
Questa sua personalità energica l’ha tutta riversata nel suo giardino, rinnovando le acquisizioni pregresse ed introducendo numerosi concetti originali. Alla fine dell’800 il giardinaggio inglese viveva uno dei suoi periodi di maggior prestigio per l’influenza che esercitava su quello europeo con i suoi modelli romantici e liberamente bucolici, consolidati nel passare degli anni soprattutto da Gertrude Jekyll.
Vita Sackville-West fu una vera innovatrice, ed apportò al giardinaggio nuove conoscenze teoriche e pratiche, l’uso di specie selvatiche erroneamente considerate di scarso valore ornamentale, lo studio di progetti prospettici più formali e di forte impatto visivo, di cromatismi del tutto originali e audaci; inoltre sperimentò associazioni tra piante che fino a quel momento non erano neanche state prese in considerazione. Viene ricordata soprattutto per la sua aiuola bianca e grigia, ma forse quella fu una delle cose meno rilevanti che fece. Aprire a caso questo suo libro è sempre una sorpresa, sia per l’emozione di leggere uno stile così pulito e semplice, sia per il modo umile e pratico di dare consigli, sia per la qualità delle indicazioni pratiche fornite, e non da ultimo, per le profonde riflessioni sulla Natura che ci indice a compiere. Vita conosceva la natura, ma non la idealizzava scioccamente e stolidamente come spesso si è portati a fare, specie se non si è adeguatamente dotati di senso critico e di cultura. Aveva le sue idee e correva dei rischi nello scriverle; diceva: “…chi scrive articoli di giardinaggio deve avere il coraggio di dichiarare le sue opinioni”, cosa della quale sono fermamente convinta anche io e che ho sempre cercato di fare in questo piccolo spazio settimanale.
Nel giardinaggio e nella vita non bisogna mai farsi prendere da falsi modi democratici e buonisti, dal qualunquismo e dall’indolenza. Bisogna giudicare. So che la Bibbia impone il contrario, ma a rischio di una scomunica io credo che il giudizio sia un evento quotidiano e comune della vita umana. Ogni pensiero in fondo è un giudizio personale su qualcosa o qualcuno, e le nostre azioni una reazione a quel giudizio. Ciò che bisogna fare prima di giudicare è acquisire il maggior numero di informazioni possibile (perciò non mi stancherò mai di ripetere di comprare un buon dizionario delle piante ornamentali).
La natura è senza vie di mezzo la più grande alleata e la peggior nemica del giardiniere. Il compito del giardiniere è di migliorarla e talvolta superarla (follia? Non direi).
Le esperienze che gli scritti di Vita Sackville-West ci mettono a disposizione sono di valore inestimabile, è una lezione che non è possibile ignorare.
Ci si può trovare in disaccordo con le opinioni, ma non con il senso critico che le anima e che le ha rese così importanti per tre generazioni di giardinieri.

“Tenendo innanzi frutta” di Isabella Dalla Ragione

Tenendo innanzi frutta
“Non crescono sull’albero” era un detto che stava già scomparendo quando io ero piccola. “I soldi non crescono sull’albero” aveva un sapore postmodernista che sottolineava il pensiero corrente di allora che le vicende della vita umana e della natura fossero ormai definitivamente separate.
Avere un albero da frutta in giardino era per lo più un caso, raccoglierne i frutti era retaggio di un’indole contadina mai domita in molte zone periferiche dell’Italia, e veniva considerato quasi stigma di povertà. “Perché, non ha i soldi per comprarsi le mele al supermarket?” .
Le famiglie-bene di provincia lasciavano al più un albero di limoni o di qualche altro agrume, tradizionalmente considerati frutti “nobili”, ma gli altri frutti erano scacciati perché “proletari”.

Parallelamente la grossa industria di produzione agricola selezionava la frutta non per la sua qualità ma per altre proprietà, strettamente connesse alla produzione e alla vendita: la resistenza ai parassiti, l’abbondanza della produzione, la conservazione in magazzini di stoccaggio.
Nel corso di cento anni sono uscite di produzione centinaia di varietà frutticole, alcune delle quali sono però rimaste in antichi orti o frutteti, e molte altre sono state perdute per sempre.

Per preservare questo ricco patrimonio di biodiversità, negli anni ’60, Livio dalla Ragione ha fondato il frutteto botanico “Archeologia Arborea” in Umbria, ora portato avanti da sua figlia Isabella. Ed è proprio Isabella, che beneficiando dell’esperienza del padre e dei suoi studi di agronomia, ha pubblicato il volume “Tenendo innanzi frutta”. Si parte da una considerazione apparentemente semplice: durante il Rinascimento era la Natura (natura naturans) ad essere la fonte principale di ispirazione per il pittore, e dalla prescrizione di Giorgio Vasari: “tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo”, Isabella dalla Ragione ricava il principio per cui gli affreschi dell’epoca ritraessero varietà di frutti realmente in coltivazione. Affidandosi alle pitture murarie delle ville delle famiglie Vitelli e Bufalini, nella zona dell’Alto Tevere, e al cospicuo archivio della famiglia Bufalini, Dalla Ragione è arrivata a identificare e catalogare decine e decine di varietà orticole e a ricostruire gli usi a cui erano destinate.

Susina 'regina Claudia' con fiori di Althaea; susine

Queste varietà di frutta sono state estromesse dal mercato internazionale perché erano poco produttive su scala globale. Ma in tempi in cui gli orti, sia dei Papi che dei ricchi signori erano orti produttivi e non decorativi, la grande varietà di cultivar offriva -oltre ad una continua diversità di sapori- una produzione durante buona parte dell’anno e la conservazione durante l’inverno, garantendo così la sopravvivenza di molte famiglie contadine.

Uva

Come ben scritto nella postfazione di Antonio Cianciullo, non si tratta di una mera celebrazione del mondo contadino, ma dello studio filologico di un mondo in cui si sfruttava la natura ma senza impoverirla, una capacità che da tempo abbiamo perso e che sembra poter permanere solo al margine della cultura di largo consenso.

Foxglove: guanti per volpe

Foxy Lady!J.R.R. Tolkien ebbe una fitta corrispondenza con il suo secondo figlio, Christopher, che attualmente è curatore dell’ intero corpus del padre.
Fu attraverso la corrispondenza con il figlio durante il suo servizio come aviatore che Tolkien trovò l’ispirazione per andare avanti con Il Signore degli Anelli, dopo l’interruzione al punto in cui Gandalf e Pipino corrono verso Minas Tirith.
In una di queste lettere, Tolkien, professore di lingua inglese e di filologia, autore del Dizionario Oxford e di vari saggi di linguistica e mitologia, trovò anche l’agio per dire due parole ai giardinieri.
In una lettera a Christopher Tolkien (24 dicembre 1994 -FS70) Tolkien nota che il figlio ha scritto Harebell e poi corretto in Hairbell. Secondo Tolkien (è chiaro, dice) il nome antico è harebell (un nome di animale, come spesso sono i nomi di fiori in Inghilterra), e con questo nome -continua Tolkien- ci si riferiva al giacinto e non alla campanula (Endymion non-scripta). Bluebell non è così antico come harebell e venne coniato per la campanula (difatti le bluebell scozzesi sono le campanelle e non i giacinti). In Inghilterra (ma non in Scozia e nelle zone in cui i dialetti sono rimasti per lo più integri) il nome harebell cambiò in bluebell ad opera di “[…]botanici ignoranti (di etimologia) e pasticcioni di epoche recenti, sul tipo di quelli che trasformarono folk’s glove in foxglove!, e che ci hanno allontanato dalla retta strada. Quanto a quest’ultima parola l’unica parte dubbia è glove, non fox. Foxes glofa esiste anche in anglosassone, ma anche nella forma clofa: nei vecchi erbari sembra applicata abbastanza sconsideratamente a piante con foglie grandi e larghe , per esempio a burdock (bardana), chiamata anche foxes clife, clifwirt*=foxglove.
*Dato che clifan=fenditura, stecco, è chiaro che foxes clife e clifewyrt originariamente=burdock,bardana. Clofa è probabilmente un errore per glofa “.

Un po’ complesso, forse, ma in buona sostanza significa che la digitale ha delle foglie brutte, larghe e ispide. E non si potrebbe dire altrimenti.

California dreaming

Eschscholzia, o papavero della California

Se c’è una pianta per cui ho una sconfinata ammirazione per la sua potenza estetica, questa è l’Eschscholzia. Nei libri di fotografie di paesaggi la si vede, in macchie variabili di colore, dipingere di arancio e oro i pendii assolati della California, che altrimenti sarebbero color marrone bruciato. Lì è fiore sacro a San Pasquale, e si dice che il manto giallo del santo copra le colline di quella terra che gli spagnoli chiamarono “il dorato west”, per via delle masse di escolzie che la ricoprono.
Uno dei miei sogni è avere un giardino abbastanza grande da farci una collinetta colonizzata di Eschscholzia, con un sentierino ai piedi, ricavato in mezzo ai fiori, dove poter passeggiare con le mani dietro la schiena, godendomi la montagnola di fiori gialli, non pensando a nulla, e per una volta, senza neanche i cani.

Nella “Garzantina”, Ippolito Pizzetti sostiene che l’Eschscholzia potrebbe tranquillamente conquistarsi il premio del fiore con il nome più brutto. Di certo impronunciabile. L’Eschscholzia prende il suo nome da Johann Friedrich Elsholz che aveva partecipato alla spedizione del capitano estone Otto von Kotzebue insiema ai naturalisti Adelbert von Chamisso e Ludwig Choris. La spedizione “Rurik” era sotto gli auspici russi, finanziata dal duca Romanzov. Furono proprio i russi a a storpiare il nome di Elsholz in Eschscholtz. Shirley Hibberd disse a tal proposito: “Pace alle sue ceneri, e possa d’ora in poi il suo nome essere pronunciato correttamente”.
La spedizione della “Rurik” aveva avuto anche il merito di riscoprire, per la seconda volta l’Eschoscholzia, che era già arrivata in Europa nel 1792 con Archibald Menzies e che si sa essere stata coltivata da seme ai Kew Gardens, ma che dopo si perse inspiegabilmente. Chamisso per fortuna la scoprì di nuovo e da quel momento in poi l’Eschscholzia non ha più lasciato l’Europa.

La pronuncia ad ogni modo dovrebbe essere “esciolzia”, con la “i” fatta poco o nulla sentire.

Gardenia di ottobre: palla al centro

Nel mese scorso “Gardenia” ( sulla quale sono sempre molto scettica), mi ha stupita con un bel reportage di Costanza Lunardi su un giardino catanese e con la pagina finale dell’allegato “Rose e Tulipani”, scritta da Stefania Bertola.
Il giardino è chiamato “le stanze in fiore di Canalicchio”; le foto di Dario Fusaro, come al solito molto suggestive e pulite, forse consapevoli di qualche omissione, ritraggono una sorta di oasi paradisiaca con vegetazione mediterranea e tropicale disposta alla maniera inglese, cioè quella tipica sistemazione che viene chiamata “giardino mediterraneo”, che di mediterraneo ha più o meno solo il nome, essendo in realtà un’invenzione di quelli che Guido Giubbini chiama “inglesi refiosi” che nella seconda metà dell’Ottocento venivano a trascorrere le vacanze o il resto della vita in Italia, e che così si immaginavano che dovessero essere i giardini mediterranei: una versione subtropicale del loro giardino settecentesco.
Albion caput horti
Il giardino è bello, ben concepito, di quelli che hanno la venustà della vecchiezza, che è una delle doti più pregevoli in un giardino. Piante locali, come il fico d’india, frammiste a piante più inusuali e difficili, come le felci arboree, l’erba nuova in mezzo a vecchi scalini, abbeveratoi in pietra come fontane, dovunque il senso dell’ “eredità”. Niente bordure per i fiori, anche perchè avrebbero stonato, al loro posto invece delle vasche rettangolari per i fiori da taglio, un po’ come quelle che desiderava Russel Page per un suo giardino privato.
Le rose non vengono neanche nominate.
Non manca neanche qui, però, una forte concessione al contemporaneo gusto del consumo dei luoghi. Luci a scomparsa attorno al laghetto per una suggestiva visita notturna, la piscina per nuotare (non si capisce bene se privata o no, ad ogni modo la piscina -secondo me- dovrebbe essere un elemento a parte di ogni giardino), e gli stuzzichini siciliani con un nome inglese. Tutto molto molto “very cool”, da sciure che l’aperitivo non gli basta, che per sentirsi soddisfatte devono aver consumato un po’ di antichità, perchè la modernità è alla portata di tutti, sciure che non hanno problemi se menu e prezzi sono da concordare.
Insomma, c’è anche lì la longa manus del consumismo moderno e del consiglio per gli acquisti ma il giardino, perlomeno visto in fotografia, vale una visita anche se poi bisognerà tenere il portamonete lontano dagli stuzzichini.
Direi: palla al centro.

“Gardenia”, che è sempre un po’ eguale a se stessa, sembra comunque essersi sollevata dalla sciatteria di qualche anno fa, per volgersi ad un pubblico dal portafogli ben gonfio e dai gusti raffinati (o falsi raffinati?). Invece l’allegato “Rose e tulipani” non era male, e la pagina finale scritta da Stefania Bertola, direi insuperabile. Una delle migliori cose che ho mai letto su “Gardenia” e una delle migliori cose che ho mai letto in assoluto su una rivista.

Lo riporto integralmente:

LE ROSE SONO COME I GATTI, se ne fregano. Non conoscono amore e fedeltà, sono bastardelle rese presuntuose da secoli di venerazione, e sono sempre pronte a mollarti per una ciotola più profumata o un cuscino più morbido. Prendete le mie. Hanno adocchiato il ristorante, già da tempo. Io le ho amorevolmente piantate in una aiuola che corre lungo una cancellata, oltre la cancellata c’è un ruscelletto, e oltre il ruscelletto un ristorante. E l’unico scopo nella vita di quelle disgraziate è allungare rami, spine e fiori fino a superare il gap e approdare trionfalmente nel cortile del vicino. Cosa sperate, cretine? Che i simpatici camerieri giapponesi vengano a imboccarvi di tortino al cioccolato fondente e sformatini di carpa? Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste, dovreste saperlo: non sono per voi, i golosi avanzi dei provinciali. E allora perché vi stremate in questi assurdi tentativi di fuga, che vi portano a sbocciolare nel nulla? Osservate, vi prego, il mio giardino in maggio. Lato casa: foglie foglie foglie spine spine. Lato ruscello: rose, roselline, boccioli, gruppetti, un profluvio incantevole di sfumature rosa, bianche, confetto, alba, tramonto. Fiori che allietano la vista di chi va ad aspettare l’autobus, o delle auto di passaggio, mentre noi ne intravediamo a malapena qualcuna, forse più timida delle altre, o più pigra chissà. Io le acchiappo con un bastone dell’Ikea, quelli con il gancio in fondo per appendere i vestiti negli armadi alti, e le rivolto insultandole, e lo vedo benissimo, nell’espressione dei fiori, che appena girerò le spalle ricominceranno a crescere verso il ristorante. Sono galline in fuga, anche loro.
Quelle che non possono scappare di casa, manifestano la loro indipendenza creando insetti. Creando, non ospitando. Li fabbricano in proprio, confermando le teorie di Aristotele. Un bel cespuglio di rose bianche, adagiato attorno allo steccato dell’orto (chiamiamolo così), produce abbondanti boccioli graziosi e compatti che però, quando si aprono, contengono già al loro interno un insettaccio nero che mi ride in faccia e divora tutti i petali. Gli spruzzo cose, e loro ingrassano. Che insetti siete? Appartenete al nostro mondo, o siete fatti della stoffa degli incubi, come i Manga giapponesi? E la rosa rossa sul muretto? Perché non fa NIENTE? E dico niente. Non fiorisce, non muore, non fa foglie, non si secca, non dà segni di vita e neanche di morte. Sta. Un rametto verde nel terreno, vivo ma inerte. Esisterà la depressione fra i vegetali? Devo darle il lithio, invece che quel buon letame di cavallo? Questo spirito di menefreghismo nei confronti del committente sta contagiando anche le ortensie, quel fiore buono e ottocentesco, un po’ la nonna dei fiori, diciamo, la simpatica zia rotondetta che suona vecchi valzer su un pianoforte scordato. Nessuno si immagina di vedere le ortensie in prima fila a una manifestazione contro il G8. Eppure, anche loro quest’anno hanno cominciato a fare le furbe: fioriscono solo ed esclusivamente raso terra. Grandi piante piene di salute, che mettono i fiori sui rami bassi, come una specie di bordura che si impolvera e langue. Io le vedo, le ortensie in giro, che sembrano disegnate da una bambina pignola, con quei fiori ben distanziati e regolari, fitti fitti, tanto belli che ti chiedi perché la gente in Piemonte si ostini a piantare oleandri. Le mie mi ridono dietro, e di notte bisbigliano con le rose: «Rendiamole la vita difficile. Hai parlato con i bulbi? Gli hai detto di passare direttamente dal boccio al marcio? Si? Ottimo».
E come i gatti, le perfide rose sanno farsi perdonare. Basta un fiore perfetto una mattina di giugno, e le doneresti anche il sangue.