Cipresso invadente

senza didascalia

Davanti al cancelletto arrugginito della piccola cappella del cimitero di Siderno Superiore, dove ora è sepolto mio padre, è cresciuto un cipresso inclinato e contorto.
Attorno a questo cipresso sono state fatte molte questioni. “Va tagliato, bisogna parlare col comune, ostruisce la porta, le radici hanno sollevato il pavimento, non si apre più il cancello, sfonderà il tetto, è nato da una semenza, attira umidità”.
Ed altro ancora.

A me quel cipresso piace moltissimo. E’ inclinato, è vero, e l’anta sinistra del cancelletto si apre solo per metà. Credo sia stato piantato da qualcuno, dato che ce n’è un altro piantato esattamente di fronte. In più dubito che “attiri” umidità, semmai che la smaltisca, assorbendola, e penso che tagliandolo il pavimento della cappelletta crollerebbe, essendo tenuto appunto insieme dal pane di radici.
E poi, anche se fosse?
Infine non credo che sfonderà il tetto, essendo l’albero che per eccellenza leva i suoi rami verso l’alto, né mi risulta che i cipressi, o qualunque altro albero, abbiano istinti aggressivi verso gli edifici, semmai sono gli edifici che vengono “piantati” a sproposito troppo vicini agli alberi, che ne fanno regolarmente le spese.

Cipresso invadente

Quel cipresso ha una insolita forma a “s”, che sarebbe tanto piaciuta a un William Hogarth o a un Lord Shaftesbury. Il tronco, dopo questa pendenza che lo fa sembrare un ubriaco, si contorce seguendo con bella curva l’elaborato cornicione del vecchio tetto. Da lì la chioma si leva ampia e scapigliata in una sorta di grumo color verde ossido di cromo.

A me questo cipresso sembra appartenere carnalmente alla cappelletta, mi sembra che vi si sia sviluppato in maniera simbiotica. Le conferisce una originalità e una unicità che neanche la finitura più elegante e costosa potrebbero avere, una ricchezza che nessun marmo può eguagliare, una spiritualità pari a quella del più sacro dei simboli sacri.

Questo tanto per dire che quando natura e artificio si compenetrano in questo modo sublime, del tutto casuale, si raggiunge l’apice del risultato artistico ed estetico in un giardino o in architettura.

Prateria usoniana

Ho visto che nella prateria un piccolo rilievo sembra molto di più: ogni particolare sviluppato in altezza diventa fortemente significativo mentre l’ampiezza diventa del tutto insiglificante.

Frank Lloyd Wright, An Autobiography (1943)

Casa di Isadora e Lucille Zimmerman di Frank Lloyd Wright

Wright, usonianesimo


Transizione

Esterno


Interno

Existenz minimum

E diciamocelo: il sistema di Le Corbusier del “minimo vitale” non ha funzionato. Forse non eravamo ancora pronti. Forse non lo saremo mai.
Nel ’29, anno in cui molti eventi della storia e della cultura occidentale sembrano essersi dati appuntamento (il ’29 è anche detto “Streamline” o “Jazz Age”), Le Corbusier stabilisce i canoni dell’architettura collettiva, definiti appunto “Existenz minimum”, cioè i valori misurabili minimi di una abitazione, in cui i servizi di aggregazione dovessero essere centrali e comuni. Giardino comune, lavanderia, ambulatorio, attività ricreative. ecc. Se su questo riesco ad essere d’accordo, non riesco -con tutta la buona volontà- a capire come si potesse pensare che avrebbe funzionato un sistema in cui le persone erano costipate come aringhe in un barile.
C’è un principio, che i filosofi chiamano “fitness” (che non c’entra niente con le natiche scolpite), che significa “funzionalità”.
Benchè Le Corbusier sia un architetto moderno storicamente inquadrabile anche nei principi del Funzionalismo (di cui Gropius con la Bauhaus fu il padre), con il suo “minimum existenz” ha tradito i principi del “fitness”, cioè della funzionalità di un’architettura. E’ bislacca questa cosa, se uno ci pensa.
A nessuno piace vivere in ambienti piccoli, viene meno la funzione “ideale” di una casa, la sua “funzionalità” psicologica.

E qui non si può fare a meno di cacciar fuori questa scena del film di Pozzetto “Il ragazzo di campagna”

Valerio Merlo, nel suo imperdibile Voglia di campagna. Neoruralismo e città, dice che la visione di le Corbusier della nuova città ideale si rivelò tragicamente errata per aver diviso campagna e città.

Come fa a non venire in mente la collettività Borg?

Richard Neutra

Posso dire di avere una stima sconfinata per Richard Neutra?
Alcuni testi non lo trattano come meriterebbe e dicono che produsse case per lo più simili tra di loro, senza sperimentare nuove soluzioni, semplicemente adattando il suo stile di volta in volta.
Beh, vorrei sapere cos’è altro mai la genialità e la professionalità.

Neutra è tutt’altro che neutrale, anzi, aveva uno stile preciso e fluido, forse non aveva la genialità di un Wright o di un Le Corbusier, ma le sue molteplici esperienze -anche come scrittore e urbanista- gli permisero di proporre un modello che noi tutti conosciamo benissimo perchè l’abbiamo visto miliardi di volte nei telefilm americani girati in California, come Colombo.
Dico Colombo non a caso, perchè l’Ispettore più inflazionato del piccolo schermo punisce sempre ricchi e potenti che vivono in splendide ville con piscina.
Neutra aveva studiato con il grande maestro Wagner (Secessione viennese), con un architetto paesaggista di nome Gustav Ammam, e poi con Mendelsohn (Quello della ‘Torre Einstein’), infine conobbe Whright in America, dove andò a lavorare più o meno a metà degli anni Venti.
Con uno stile impareggiabile e una metodica lineare in cui confluiscono brillantemente tutte le interpretazioni dell’architettura di matrice razionalista, Neutra in pratica stabilisce il canone della casa californiana di lusso.
casa kauffman, Richard Neutra
Questa è la sua villa più conosciuta, casa Kaufmann, che mi pare sia stata venduta l’anno scorso ad ignoti.

L’influenza di Gustav Ammam è visibile nella progettazione del giardino: questo è il retro di Casa Kaufmann
Casa Kaufmann, Richard neutra
Qui c’è una sintesi a mio vedere perfetta tra l’Organicismo, (rappresentato dal giardino pianeggiante e dai volumi dell’edificio irregolarmente disposti, caratteristica che neutra aveva certamente assorbito da Wright e che forse trasmise a Rudolph Schindler) e il Razionalismo, nelle forme e nei volumi squadrati ma composti in maniera diversificata, senza assi di simmetria, ma sempre sugli assi ortogonali, con prospettive dagli angoli particolarmente raffinate, e con ampie vetrate che venivano dallo stile di Wright e dai suoi studi della casa unifamiliare giapponese.
Richard neutra
Pulita, raffinatissima e poetica, quasi assorta l’unione tra elementi formali e informali.

Neutra ha creato il gusto della villa unifamiliare e del giardino californiano
Richard neutra

Richard Neutra 1
Un mondo elegante, tutto l’opposto dei pulciosi mobili country, vissuto da ricchi belloni che vanno a fare il giro della costa di notte con lo yacht al chiaro di luna.

Finestre a nastro e fasce marcapiano

Credo che le finestre a nastro e le fasce marcapiano siano tra le stimmate della moderna edilizia pubblica e condominiale.
Prendiamo il Palazzo delle Pensioni (che oggi si chiama Palazzo del Sindacato) a Praga, una costruzione relativamente vecchia, del ’28, appena un anno primi del crollo di Wall Street.
Palazzo delle Pensioni, Praga

Un edificio come questo è il frutto di quel fermento architettonico che si sviluppò in tutto il mondo a partire dal nuovo secolo, con il coincidere del declino dell’Eclettismo Ottocentesco.
Qui è evidente l’esperienza cubista, c’è una forte influenza del Purismo tedesco e c’è anche quella ampiezza dell’edificio caratteristica della scuola americana.
Il progetto è di due illustri ignoti: Josef Havlicek e Karel Honzik.
Questo è tra gli edifici più brutti che riesco a concepire, a parte l’Ospedale di Locri e il Club dei Tranvieri di Mosca.
“La forma segue la funzione”, era questo il motto che animava tale forma di espressione architettonica, che forse, se fosse rimasta collocata nel suo periodo storico sarebbe stata di certo meno indigesta.
Gli epigoni di questa scuola, incapaci dell’inventiva dei loro “maestri”, hanno prodotto un’architettura miserabile e deprimente, oltre che brutta oltre ogni possibile descrizione. Per fortuna pare che il cemento armato abbia una durata di appena un centinaio d’anni.

Le fasce marcapiano e le finestre a nastro a me sembrano i marker tumorali dell’architettura internazionale contemporanea.