Alcune ragioni per spendere di più

Ricevo e pubblico:

il 5 Settembre scorso, presso la sede dell’Associazione Florovivaisti Bresciani, ha avuto luogo un incontro promosso dal Consiglio Direttivo tra le aziende associate sul tema dell’illegalità nel settore florovivaistico.

Le aziende florovivaistiche lamentano un notevole disagio per quanto riguarda l’abusivismo e il lavoro nero.
Oltre alla crisi economica che sta letteralmente stroncando un settore che, soprattutto in Lombardia, ha vissuto anni di forte crescita, si aggiunge anche l’aumento di manodopera improvvisata (spesso anche ben organizzata) e soprattutto abusiva a tariffe di gran lunga inferiori alla norma. I cittadini e le aziende devono sapere che nel rivolgersi ad un lavoratore abusivo, condannano le imprese che lavorano legalmente rispettando norme e regole, e di conseguenza le famiglie dei collaboratori alle proprie dipendenze,creando ulteriore altra disoccupazione.

E’ stato ribadito che il committente deve sapere che il lavoro delle aziende che operano nella legalità è certificato da corsi di formazione sulla sicurezza, da qualifiche che dimostrano le competenze professionali, ma soprattutto in regola con la contribuzione agli enti preposti. Sia l’imprenditore agricolo che l’artigiano del verde sono figure riconosciute nel mercato del lavoro con precise responsabilità, adempimenti nei riguardi degli obblighi di legge e competenze in termini di materiali, mezzi d’opera e, non da ultimo, professionalità ed esperienza.

Affidarsi pertanto a novelli “prestigiatori” del settore (ad esempio pensionati effervescenti o jardiniers riciclati da altri comparti economici), non solo può riservare sorprese negative sulla qualità del lavoro eseguito ma può addirittura causare veri e propri danni biologici al verde, privato o pubblico, che possono essere sanzionati mediante un’apposita perizia agronomica e riconosciuti in tribunale.

Indipendentemente dalla tipologia di intervento che si vuole realizzare in giardino, sia esso di costruzione oppure di manutenzione, il committente – privato o pubblico – deve sempre ricordare che di questo risulta responsabile davanti alla legge.
Il codice civile e penale indicano chiaramente che il committente, nel caso di accadimenti negativi nella sua proprietà, è corresponsabile per l’azione e le conseguenze di coloro che ha chiamato ad operare. Un semplice esempio: vi mettereste al volante di una autovettura priva di assicurazione?

Il singolo cittadino deve sapere che affidare un lavoro a persone “non in regola”, non solo mette in gioco la sopravvivenza delle imprese, ma lo pone nella condizione di danneggiare se stesso. In caso di infortunio, di danno a terzi a persone e/o cose il diretto responsabile è colui che ha commissionato il lavoro.

Le amministrazioni pubbliche devono essere consapevoli che offerte al massimo ribasso, non possono che celare qualche incongruenza nella risposta all’appalto, da qui lavori non fatti a regola d’arte, o forniture non rispondenti alle richieste, quando non adempienti alle norme prescritte

In occasione dell’incontro si è più volte ribadito che un prezzo basso non è sinonimo di un guadagno basso, bensì di qualche carenza lungo la “filiera” di lavorazione e/o produzione.
Emerge la necessità di far acquistare prodotti locali, sostenendo la produzione regionale piuttosto che quella proveniente dai paesi del nord Europa, cosa che avvantaggerebbe le aziende incentivandole a produrre.

La richiesta dell’assemblea è stata quella di interessare l’opinione pubblica riguardo la problematica, e quella di invitare le istituzioni, ad agire dal punto di vista legislativo, rendendosi disponibili al dialogo con gli imprenditori e produttori del verde, alleggerendo il peso fiscale, sburocratizzando le aziende in maniera concreta, per poter permettere alle nostre aziende di rendere accessibili a tutti, le nostre prestazioni, i nostri lavori e i nostri prodotti, e quindi ridurre l’evasione fiscale.

E’ bene ricordare che il florovivaismo della nostra regione e soprattutto della nostra provincia, vanta oltre 1200 addetti che fanno di questo settore una vera eccellenza italiana, con importanti aziende cresciute negli anni che oggi esportano prodotti in tutta Europa.

L’obiettivo dell’Associazione Florovivaisti Bresciani è quindi quello di lavorare per creare un’inversione di tendenza, sensibilizzando il più possibile cittadini e amministrazioni pubbliche, per far capire quanto è alto il grado di responsabilità di ognuno nel sostegno della legalità.

Andrea Mazza
Ufficio stampa
Ass. Florovivaisti Bresciani
http://www.florovivaistibs.it
Mob +39 339 1351913
Mail stampa@florovivaistibs.it

Associazione Florovivaisti Bresciani
http://www.florovivaistibs.it
http://www.facebook.com/eventiverdibresciani
Tel +39 030 3534008

E’ domito



Italy Day 13 Siderno Grand Hotel President 010

Inserito originariamente da andrea gordon

Domito, addomesticato, allezionato, addestrato

E’ domita

Da noi per dire di una pianta che è la varietà coltivata di una spontanea, si dice :”E’ domita”, è “domata”.
Sugnu asparagi servaggi o ennu domiti? Esti rangia servaggia o esti domita?
L’arancio innestato diventa “domito”, la cicoria coltivata è anche quella “domita”.

Ho idea che l’amministrazione di Siderno, attualmente retta dal Commissario Rosalba Scialla, per una forma di negligenza e incopentenza non scusabili e criminose, abbia intenzione di rendere “domiti” tutti gli alberi del paese.
In realtà le cose partono da qualche anno fa, quando ci fu una forte spinta alla speculazione edilizia dovuta ad una connection di amministratori in odor di mafia, che però a sua volta era stata favorita da un piano regolatore scellerato, questa volta approvato da un’amministrazione di sinistra.

Il risultato fu che nel momento di piena espansione del clan Commisso, Siderno ha vissuto una fase di boom economico che ha alimentato un naturale sbocco della speculazione edilizia e del conseguente forte incremento della cementificazione selvaggia.

Da qualche anno però le cose (anzi, le case) sembravano ferme, anzi, in città si ritrovavano degli scorci ancora gradevoli di bei palazzi antichi con i vecchi balconi in stile Liberty arruffati da piante in vasi accatastati in piccole torri di Babele. Sembrava che le scalve fossero ormai riservate al viale di tigli di corso garibaldi, e che i vecchi platani, i ficus e gli oleandri ne fossero esentati.

Adesso sembra che manchi qualcosa sulla testa, sembra che ogni giorno manchi un albero, qui o lì, o forse qui e anche lì. Si ha quella sindrome del bipede preistorico che non voleva stare nelle praterie e negli spazi aperti. Che poi aperti non sono, anzi, sono chiusi da palazzi di raccapricciante bruttezza, alcuni eretti a mo’ di tempio greco, con vistosi colonnati sul davanti, e tinti solitamente in rosa albicocca e giallo burro. Ovviamente non c’è spazio per giardini e giardinetti, al massimo per una fascia che per legge deve distanziare gli edifici, e in cui si piantano in genere alberi di taglia notoriamente minuscola, come magnolie e araucarie.

E’ una vertigine, arrivare a quel punto della strada e sentire che manca qualcosa. Lì ieri c’era un albero, ora c’è….c’è….non c’è niente. Ecco. Nulla.

Hanno potato tutte le alberature comunali, in questo periodo (qualche giorno fa avevamo 35°), ovviamente lo fanno adesso perchè la vegetazione ributta e copre lo scempio, e l’albero non sta nudo a lungo. Nulla in contrario a tenere i ficus delle villette in “regime” squadrato, purchè sia fatto bene. Tra l’altro la potatura a squadro, anche se infantile e priva di originalità, dà un gradevole senso di pulizia e di ordine alle nostre cittadine.
Questo invece è uno scempio:

I ficus di via Tasso a Siderno

Via Tasso è una delle strade più interessanti di Siderno: essendo molto antica e costruita quando il paese era costituito da poche case, gli alberi erano già adulti quando furono costruiti i marciapiedi e steso l’asfalto. Per cui gli alberi ora sono “in mezzo alla strada”. Via Tasso è l’accesso “di punta” all’accorsatissimo lungomare, e uno dei luoghi di ritrovo preferiti dell’avifauna cittadina, al tramonto il canto degli uccelli è così forte da essere assordante. Naturalmente i nidi sono stati distrutti e intere nidiate di piccoli uccelli sono finite in mezzo alle ramaglie e portate in discarica.

Stessa fine hanno fatto i ficus di piazza Portosalvo, che ora più che mai potrebbe essere scenario di qualche film di Albanese.

E se qualche lettore attento si chiederà che fine hanno fatto gli oleandri piantati sulla pista ciclabile per direttiva del Commissario Scialla, la risposta è quella che immaginate: sono tutti morti o agonizzanti, tanto che sono stati estirpati e ripiantati. Come per dire: tu muori se io ti butto dal tredicesimo piano di un grattacielo? E io ti ci butto due volte, così magari la seconda ti salvi.

Che fiore di intelligenza ha dimostrato in questo caso il Commissario Scialla, soprattutto dopo che una povera scema come me si era fatta in quattro per spiegarle che quel tipo di albero non va bene lì.

Questo è lo stato degli oleandri piantati in bellissimi vasi di plastica finto-coccio e disposti a distanza regolare sul lungomare, ancora più vicino ai venti salsi del mare:

Come volevasi dimostrare


Vento in faccia e salsedine: ottimo per i brufoli, un po' meno gradito dagli oleandri


I morticini in fila. Poi li butteranno e li ripianteranno. Tu muori?E io ti riammazzo!

Verrebbe da domandarsi se i sidernesi non vogliano che la loro città sia completamente “domita”, o se non siano essi stessi “domiti”.
Invece purtroppo si tratta solo di una cosa, di quella cosa più forte dell’arte, della storia, della bellezza, quella cosa capace di spianare montagne e prosciugare fiumi: l’ignoranza.
Abissale, profonda, inammissibile, imperdonabile, criminale ignoranza.

Glicine, cipresso, palma

Glicine, cipresso, palma, cipresso, glicine


Il glicine. Il glicine ha forse il monopolio di queste settimane. Profumo, colore, vigoria, tutto contribuisce a farne il re della metà di aprile.
Il più delle volte è un rampicante contenuto lungo la ringhiera di una villetta (immaginamoci le potature annuali per limitarne la crescita, i fastidi dei vicini, i borbottii dei passanti). E’ sinonimo di eleganza, raffinatezza, capacità colturali, di lustro sociale. E’ insomma utilizzata dalla società borghese per definire il suo status.
A volte è utilizzato come una graziosa mantovana per ornare balconi e tettoie.

mantovana


Oppure per fare da ghirlanda fiorita al parapetto dei balconi-bene.

Ghirlanda

Mi viene in mente Hermann Hesse e la descrizione dell’Araucaria, che considerava pianta borghese per eccellenza. Il cedro, l’Araucaria, il glicine, la Washingtonia, la Phoenix, la Cycas e il loro seguito di palmizi assortiti, sono tutte piante che nel contesto delle periferie urbane delle province italiane, hanno finito per adornare le case di quel tipo di borghese che descriveva Dostoevskij in L’Idiota, quando parlava del generale Ivolguin, o George Eliot in Middlemarch.

Glicine del benzinaio


Questo è un glicine non potato e lasciato libero di correre sugli alberi, che è quello che il glicine dovrebbe fare. Qui sono cipressi, i cipressi del benzinaio, che con il loro fogliame scuro rendono in qualche modo lugubre il colore del glicine.

Foto di gruppo con palma

La palma c’è, ma in questo caso smorza la tetraggine del fogliame del cipresso. Sembra stare lì per pura combinazione, senza nessun atto di premeditata orticoltura.

Libero finalmente

Il glicine corre finalmente libero di esprimere tutta la sua vocazione. Dato che abbiamo tanti cipressi nei cimiteri, perchè non piantarci al piede qualche glicine? O semplicemente, perchè non lo piantiamo lì dove può essere piantato, senza costringerlo con potature in spazi angusti, come se fosse un rampicante da niente, piccolo come una clematis, docile come un pisello odoroso?
Ci ostiniamo a volerlo avere a tutti i costi, perché è bello, perchè è terribilmente romantico, perchè anche gli altri ce l’hanno, per non essere da meno.
Dovremmo pensarci due volte prima di piantare un glicine in giardino, capire dove andrà a finire e se saremo costretti a tagliarlo alla base il giorno che l’ENEL ci dirà che dà fastidio durante le operazioni di manutenzione ai cavi della corrente. Vogliamo avere una trina color malva sul cancello d’entrata? Bene, dovremo stare attenti che non se lo divori.

E vissero per sempre felici e contenti


Una cortina di alberi o un’alta siepe, non necessariamente privata, ma perchè no, anche comunale, sono un supporto ideale per un glicine, che potrà cessare di essere quel barboncino tosato e con la coda a pouf, e tornare ad essere l’animale selvaggio che è.
Cazzo, lasciate battere il cuore del glicine.

Alberature stradali: il caso di Bologna

Credits

L’articolo è stato scritto da Carlo Carcangiu grazie alla cui gentile concessione viene pubblicato

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Introduzione

Alberature stradali. Da Vulgare.net

L’importanza degli alberi in città è oramai confermata non solo dall’esperienza e dalla sensibilità dei cittadini, ma anche da numerosi studi che dimostrano quanto numerosi siano i benefici apportati dalle essenze arboree in un ambito poco salutare come quello cittadino, cosa vera sotto molti aspetti.

Le alberature stradali rivestono un ruolo di grande rilevanza nel regolare il microclima urbano. Attraverso un processo chiamato “evapotraspirazione” le foglie fogliari rilasciano vapore acqueo nell’ambiente, abbassando la temperatura dell’aria anche di un grado (ad 1,5 metri dal suolo). Tale fenomeno si riscontra maggiormente per le latifoglie caducifoglie, aventi lamine fogliari più ampie e quindi più capaci di operare questo scambio di energia. Una strada alberata quindi risulterà più fresca e capace di mitigare la calura rispetto a un viale che ne è privo.
Il ruolo dell’albero non si limita solo a mitigare la temperatura, ma svolge anche funzioni di filtro. La lamina fogliare è anche in grado di trattenere gli agenti inquinanti, come le micidiali microparticelle solide prodotte dagli scarichi delle autovetture chiamate con sigle spesso incomprensibili (PM6 o PM10).

Gli alberi giocano un ruolo molto importante anche nell’attenuazione dell’inquinamento acustico, creando una sorta di membrana isolante naturale.
Oltre a questi vantaggi l’alberatura stradale, se progettata adeguatamente usando gli stessi principi di associazione di colori e tessitura del fogliame con cui si creano i giardini, può diventare uno strumento per migliorare concretamente l’estetica della città.

Bologna, Fontana del Nettuno

In Italia, il caso di Bologna è interessante. La città ha un clima semi-continentale con inverni freddi e umidi ed estati calde e torride. La media delle precipitazioni si aggira sui 700 mm annui, caratteristica comune a tutte le zone del distretto a bassa piovosità che include Cuneo, Alessandria, Piacenza e tutte le città dell’Emilia-Romagna che giacciono sulla via Emilia. In questa macro-area le piogge estive sono sporadiche e comprese fra il 10 e il 25 % del totale annuo, fattore che mette a dura prova il verde cittadino.
Diversa è la situazione delle città situate a nord del Po che beneficiano di precipitazioni estive temporalesche più abbondanti. Il clima bolognese degli ultimi anni è stato alquanto particolare poiché le precipitazioni totali sono complessivamente diminuite (500 mm/anno), quelle primaverili sono state scarse e gli inverni molto miti. Ciò ha recato stress fisiologici agli alberi, costretti ad affrontare un ambiente più ostile di quello originario. Si verificano infatti disseccamenti, bruciature fogliari e dei tronchi, carenze idriche e colpi di calore, tanto da considerare ormai una necessità cambiare i metodi di scelta delle specie da impiantare ex-novo.

Alcune essenze al contrario si sono rivelate particolarmente resistenti, come se le condizioni climatiche più dure le avessero selezionate.
In questo breve resoconto si vuole raccontare la condizione di una grande città del nord Italia, valutando la situazione attuale del verde e proponendo interventi di miglioramento.

Situazione attuale

Le alberature esistenti sono ben distribuite e tutto sommato la città presenta una buona copertura verde.
Per una semplificazione del testo, data la vastità dell’argomento, si è operata una divisione fra latifoglie e conifere. Ogni genere meriterebbe un’ illustrazione molto più approfondita, che per motivi di opportunità non è possibile qui fare, si rimanda pertanto il lettore interessato a testi scientifici e universitari.

LATIFOGLIE

Curiosa alberatura, da Vulgare.net

Le latifoglie rappresentano la maggior parte delle alberature urbane con una ampia varietà.
Il genere Tilia è presente con diverse specie o ibridi: Tilia x europea (Tiglio europeo), Tilia platyphyllos (Tiglio nostrano), Tilia cordata (Tiglio selvatico).
Tutte queste essenze sono esigenti, richiedono clima fresco e possibilmente precipitazioni estive, requisiti che non si ritrovano in città e che causano problemi fisiologici legati a siccità ed eccessivo calore.
Esiste una specie, chiamata Tilia tomentosa, originaria dell’Europa orientale (dove si trova in boschi di roverella, cerro e farnetto) che è resistente all’aridità estiva; essa viene utilizzata come specie ornamentale nell’Europa centrale, in virtù anche della bella colorazione autunnale delle foglie.
Volendo installare nuovi impianti di tigli si dovrebbe perciò fare riferimento a questa specie (e aggiungerei anche Tilia x euchlora).
Oltretutto le due specie citate non sono affette dai problemi derivanti dagli afidi (es. “melata”) che aggrediscono invece altri tigli.

Carpinus betulus

Dei generi Carpinus ed Ostrya sono presenti le specie C. betulus (Carpino bianco) ed O. carpinifolia (Carpino nero).
Mentre il primo è esigente di fertilità del suolo, il secondo è sicuramente indifferente alla natura litologica del terreno e sopporta meglio la siccità. Laddove vi siano strade o cortili in ombra quest’ultima risulterà adattissima nel creare una quinta verde rinfrescante.
In città manca Carpinus orientalis e questa potrebbe essere una specie interessante, in quanto indifferente all’aridità e al calore estivo, oltre che essere di dimensioni contenute.
Fra i frassini ritroviamo il Fraxinus excelsior (Frassino maggiore o comune), il Fraxinus angustifolia (Frassino meridionale o ossifillo), e qualche Fraxinus ornus (Orniello).
Per le nuove alberature si fa spesso riferimento alla prima specie, F. excelsior. Erroneamente.
Il frassino maggiore, nel suo habitat italiano, lo ritroviamo a quote montane o sub-montane in posizioni settentrionali e di forra, i cosiddetti aceri-frassineti (alleanza fitosociologica del Tilio-Acerion). Si capisce dunque perché essi subiscano danni nei viali alberati, soprattutto sotto forma di bruciature fogliari o stress idrici.
Il frassino meridionale è invece un campione di resistenza ed è ormai ben diffuso in parchi e alberature. La cultivar ‘Raywood’ presenta una gradevole colorazione autunnale bronzata.
L’orniello invece non ha meritato ancora la diffusione che dovrebbe avere e ciò a torto. La sua fioritura è profumata e vistosa; la colorazione autunnale del fogliame è degna di attenzione; ha dimensioni proporzionate a viali e strade ed è una specie termofila e xerofila di rapido accrescimento giovanile, quindi idonea all’ambiente urbano. Se ne auspica una sua più corposa diffusione.

Acer shirasawanum Aureum

Gli Aceri presentano una situazione intermedia. Mentre Acer pseudoplatanus (Acero di monte), Acer platanoides (Acero riccio) e Acer saccharinum soffrono l’eccessivo calore; l’ Acer campestre è invece ben diffuso e orna strade, giardini e parchi, dimostrandosi una delle scelte più indovinate per questa situazione.
Se i tecnici guardassero maggiormente alle piante di casa nostra potrebbero trovare degno di attenzione anche l’Acer monspessulanum o acero minore, estremamente resistente alle scarse precipitazioni, al caldo, lento nella crescita e con una strabiliante colorazione autunnale rossa.
Anche l’Acer tataricum subsp. ginnala resiste perfettamente e sarebbe pertanto buona scelta.
L’esotico ma ampiamente naturalizzato Acer negundo si trova ultimamente a fare i conti con la mancanza di temporali estivi e ciò gli provoca la perdita o disseccamento della maggior parte del fogliame, rendendolo particolarmente povero in questa stagione. Che sia l’occasione giusta per frenare la sua invadenza in pianura padana?
L’olmo campestre (Ulmus minor) si ritrova frequentemente nei viali alberati, spesso con esemplari ormai annosi. La specie è resistente a qualsiasi stress, le annate siccitose non gli provocano danni e nemmeno le potature più selvagge lo mettono a disagio. La grafiosi dell’olmo fortunatamente non è presente in città.

Celtis australis

Il Bagolaro o Celtis australis è forse l’albero che più stupisce per la sua tenacia. Ad oggi non presenta alcun tipo di problema e nemmeno un minatore fogliare che è stato segnalato per la prima volta in Emilia Romagna gli crea difficoltà. Se dovessimo fare una classifica di resistenza e prestazione il bagolaro sarebbe sicuramente al primo posto. Come esemplare isolato e annoso stupisce per bellezza ed equilibrio della chioma. Il tronco e la corteccia sono molto apprezzabili, i frutti sono eduli e offrono cibo alla fauna avicola cittadina. Spesso ci si lamenta delle sue radici, tanto che nella tradizione popolare è chiamato “spaccasassi”, ma se non avesse tale apparato radicale come potrebbe sopravvivere alla carenza d’acqua in estate? E’ un albero a cui dovremmo fare un monumento!

Platani

I Platani (Platanus x acerifolia) sono gli alberi da alberatura urbana più bistrattati, e non se ne comprende il potenziale. Non sono idonei per viali alberati perché essenze troppo grandi e sproporzionate per gli spazi urbani. Spesso sono attaccati dal tingide del platano che fa ingiallire e cadere le foglie o ancor peggio dal cancro colorato. Tutto ciò a causa dell’inquinamento, delle capitozzature e della mancanza di disinfezione degli strumenti usati per operare il taglio.
I platani, fra cui anche Platanus orientale, sono alberi da usare nei grandi parchi, in posizioni isolate o vicino all’acqua. Un effetto sorprendente si potrebbe ottenere in pianura padana vicino ai fossati creando filari con questo genere, distanziando gli individui singoli fino a quaranta metri, senza operare potature.

Farnia (Quercus robur)

Il genere Quercus è molto vasto e generalmente ben rappresentato nelle alberature stradali.
Tuttavia alcune specie si dimostrano particolarmente affidabili; la farnia (Quercus robur) è un albero maestoso, principale componente della vegetazione potenziale della pianura padana (Querco-carpineti planiziari). Non è adatto alle alberature stradali a causa della sua chioma molto ampia, a meno che non si usi la cultivar ‘Fastigiata’, ben più ridotta nelle dimensioni. Per apprezzare ai massimi livelli questo albero è bene piantarlo isolato nei parchi o grandi spazi. Ultimamente soffre dell’abbassamento del livello della falda freatica, tanto che spesso le sue foglie ingialliscono leggermente in estate. Sovente è anche infestata da limacce e galle.
Più adatti per la città sono gli autoctoni Quercus cerris (cerro), Quercus petraea (rovere vera), Quercus pubescens (roverella), Quercus frainetto (farnetto), oltre che l’ormai affidabile leccio (Quercus ilex).
In particolare il cerro e la rovere, con la loro chioma dritta e slanciata, si adatterebbero in maniera ottimale alle strade più ampie.
La rovere inoltre, contrariamente a quanto si può pensare, si adatta bene all’argilla padana, nonostante il suo optimum edafico sia su suoli silicatici ben drenati a reazione sub-acida. Resiste inoltre molto bene alle estati secche.
Degna di menzione è Quercus x tourneri, ibrido fra farnia e leccio, che grazie al suo portamento conico-piramidale è una opzione ottimale.

Seedpod di Aesculus

L’ippocastano (Aesculus hippocastanum) è l’essenza che soffre maggiormente i cambiamenti climatici. Abituato com’è al suo clima fresco d’origine, le montagne di Albania e Bulgaria, non dobbiamo stupirci se questo albero maestoso patisca. Inoltre il parassita Cameraria ohridella e l’agente fungino dell’antracnosi fogliare peggiorano la sua situazione fitosanitaria. Questo non vuol dire che non possa essere usato nei grandi parchi, dove lo smog è in concentrazione minore e le escursioni termiche dovute all’asfalto non gli nuocciono. Oltretutto per diminuire l’azione dei suoi parassiti, senza ricorrere ai costosi interventi di endoterapia, basterebbe raccogliere in autunno le foglie, che sono il veicolo principale della loro diffusione.
Altra categoria da menzionare è quella dei pioppi. Essi vanno a costituire la tipica vegetazione azonale che si ritrova dove vi sia la componente acqua. Sono quindi piante idro-esigenti e se ne consiglia l’utilizzo vicino ai corsi idrici o in stazioni particolarmente umide.

Populs nigra italica

E’ interessante notare come il pioppo tremolo (Populus tremula) non sia mai stato utilizzato o contemplato per le alberature nonostante sarebbe una specie molto adatta in quanto rustica, frugale, slanciata e soprattutto emotivamente coinvolgente per il tremolio caratteristico delle sue foglie pubescenti. Per di più d’autunno assume una colorazione dorata attraente.
Alcune specie hanno dimostrato un perfetto adattamento e vengono adoperate sempre più spesso per i nuovi impianti: Sophora japonica, sorprendente per la sua indifferenza alla siccità, dalla quale sembra quasi che tragga vantaggio; Koelreuteria panicolata, un albero completo per tutto quello che sa offrire; Albizia julibrissin, piacevole per le sue contenute dimensioni; Eleagnus angustifolia, per il suo bel fogliame argentato; Cercis siliquastrum, per la sua fioritura sorprendente; Prunus pissardii ‘Nigra’ per la sua tenacia; Gleditschia triacanthos, con le sue cultivar ‘Inermis’ e ‘Sunburst’; Brussonetia papyrifera, per gli insoliti amenti grigio polvere.
Merita un appunto anche la comune mimosa, Acacia dealbata, che negli ultimi tempi supera agevolmente gli inverni bolognesi e fiorisce profusamente.
Infine la Robinia (Robinia pseudoacacia) e l’Ailanto (Ailanthus altissima), alberi che spesso vengono associati al degrado o, come direbbe Gilles Clemént, al “terzo paesaggio”. Ebbene queste due essenze devono essere viste con ottica differente e cioè come alberi da sfruttare per la loro capacità di resistere ad ambienti particolarmente inquinati. Mentre per la robinia si è già lavorato per ottenerne cultivar importanti, per l’ailanto c’è ancora molta strada da fare. Ad esempio sarebbe interessante una cultivar che produca frutti sterili o particolarmente colorati.

CONIFERE

Cedrus deodara

Dei cedri si è fatto abuso nel passato, piantandoli soprattutto nei giardini privati e condominiali. Fortunatamente non è stato così per il verde urbano, dove essi vengono usati con moderazione, con esemplari isolati e a piccoli gruppi. Recentemente non vengono più presi in considerazione, perché ci si affida maggiormente alle latifoglie a foglia caduca. Senza passare da un estremo all’altro ci si può servire di questo genere con intelligenza, dove siano presenti ampi spazi e servendosi della loro adattabilità.

Pinus pinea (pino da pinoli, pino comune, pino ad ombrello)

Il Pinus pinea continua invece a sembrare un pesce fuor d’acqua; cresce col tronco incurvato, con la chioma disarmonica e solleva il manto stradale. Sembra non volersi adattare al clima padano. Subisce ingenti danni da nevicate poiché i suoi rami facilmente si spezzano.

Punus pinaster (pino marittimo)

Il Pinus pinaster invece non è presente, nonostante sarebbe forse più adatto, tollerando maggiormente il freddo e l’umidità.
Un vero fallimento è rappresentato dall’utilizzo del pino laricio (Pinus nigra subsp. laricio), che vegeta perennemente in stato comatoso, con la chioma disintegrata dalla processionaria. I tecnici continuano a tenerli in piedi soltanto perché fanno numero nell’inventario degli alberi.

La conifera che ha avuto più successo è il tasso (Taxus baccata). Di dimensioni contenute è un albero delizioso in tutte le sue parti. Può fungere da sfondo per arbusti fioriti o con fogliame colorato, può essere potato in forme topiarie, è lento nella crescita e quindi adatto a piccoli spazi.

Una specie curiosa per la sua presenza in qualche esemplare è il pino silvestre (Pinus sylvestris). In viali alberati sulle colline, spesso battute dai venti secchi provenienti dall’Appennino, sarebbe perfetto. Bello nella forma, per la corteccia color cannella, rustico e frugale, non patisce assolutamente nei terreni poveri e regge tranquillamente la siccità estiva bolognese.

Distanze fra gli alberi

Parco degli Auditors, Barcellona

Alcuni impianti hanno ormai raggiunto una densità tale che occorrerebbero interventi di diradamento.
Esiste però un regolamento del verde ridicolo che impedisce l’abbattimento degli alberi se non per motivi particolari: se recano danno a proprietà o alla viabilità e se risultano vicini alla morte. Non è contemplato l’abbattimento a scopo di diradamento per lasciare una distanza adeguata tra un individuo e l’altro, cosicché spesso incontriamo essenze di statura notevole a una distanza di 5 o 6 metri.
I nuovi impianti non tengono conto di questa lunghezza e si continuano a piantare tigli o platani a 6 o massimo 10 metri l’uno dall’altro.
Tenendo conto che in città non è concepibile ottenere la distanza massima che le specie avrebbero a sviluppo completo sarebbe comunque auspicabile un compromesso fra queste due misure, oppure l’impianto di specie aventi dimensioni minori.
Questa considerazione ovviamente non è valida per le fasce boscate ai margini di certi parchi, dove invece una fittezza maggiore è richiesta come filtro contro l’inquinamento atmosferico e acustico.

Le potature

Albero 'potato' a Piazzale Clodio, Roma

In questo ambito, è utile riportare il pensiero di Sylvia Crowe dal suo Il progetto del giardino, in moda da acquisire un concetto importante sulle alberature urbane e sul loro aspetto: «Ancora peggio dell’inutile abbattimento di alberi è la loro mutilazione con una potatura incompetente. Un ramo tagliato in un troncone o un albero decapitato dapprima avrà l’aspetto di uno scheletro e poi, se il troncone non muore e fa marcire l’albero, getterà fuori un viluppo di nuovi germogli sul punto del taglio, formando una testa sfilacciata, senza alcuna bellezza e ostacolando al massimo la vista e la luce. Ma un albero opportunamente diradato, con i rami superflui asportati con taglio netto fino al ramo principale o al tronco, può guadagnare in aspetto, salute e sicurezza».
Ecco le tre parole chiave che bisogna tenere a mente per la manutenzione degli alberi:
Aspetto, cercando di conservare il più possibile una chioma armonica e ben equilibrata, piacevole alla vista.
Salute, cercando di mantenere più alti possibili gli standard di sterilità degli strumenti utilizzati dai manutentori. Un albero sano, perdonate il luogo comune, è anche più bello.
Sicurezza, cercando di non sbilanciare la chioma verso una parte o l’altra, cosicché l’albero sarà più resistente agli agenti meteorici (vento, temporali e neve).

A Sylvia Crowe prenderebbe un colpo se vedesse come vengono trattati i nostri alberi e si chiederebbe come fanno a stare ancora in piedi. Forse la selezione naturale e lo stress hanno isolato individui forti e tenaci.
E allora dovremmo cercare di convincere i nostri tecnici che, se le specie sono opportunamente distanziate, le potature drastiche non servono e che sono necessari solo interventi saltuari di ripulitura lieve della chioma. Ciò rappresenterebbe anche un bel risparmio di denaro da dedicare ad altre opere cittadine.

Nuovi impianti

Monumento a Garibaldi, Bologna

Se fino a qualche anno fa l’impianto di microirrigazione a goccia per le nuove alberature non era previsto e ci si affidava alle conche scavate faticosamente dagli operai giardinieri, oggi la situazione è fortunatamente ben diversa.
Ogni albero ha il proprio tubo di irrigazione che viene attivato a seconda dell’andamento climatico (certe volte si inizia già a maggio), cercando di irrigare per i primi due o tre anni e poi lasciando che l’albero se la cavi da solo. Diradando i cicli di irrigazione già a partire dal secondo anno si può infatti abituare l’albero ad approfondire il proprio apparato radicale, facendo in modo che dal terzo anno sia autosufficiente. In annate particolarmente siccitose si potranno effettuare interventi di soccorso facendo affidamento ai tubi già presenti.

Ultimamente per prevenire l’insorgenza di infestanti e mantenere il terreno fresco attorno al pane di terra si stanno adottando diversi espedienti.
La ghiaia risulta inefficace perché spesso lo strato applicato è talmente esiguo che le erbe spontanee si insediano comunque.
La corteccia di pino, è efficiente in particolar modo quando è di pezzatura fine, ma ha un costo eccessivo per le tasche del comune.

Ecco che allora recentemente si stanno diffondendo delle valide stuoie di iuta, o materiale simile, di forma e dimensioni adattate alla buca quadrata per gli alberi. Di aspetto simile ad uno zerbino, si stanno dimostrando efficaci: alzando la stuoia si può notare che il terreno rimane fresco, le infestanti non crescono e l’effetto è abbastanza gradevole. In più sono economiche e la durata è garantita almeno per i primi due anni.

Altro punto importante dopo l’irrigazione è quello delle distanze d’impianto. Visto che le spazi fra le buche di nuova fattura non cambiano (dai 6 ai 10 metri), la scelta dell’essenza è di fondamentale importanza. Oltre a quelle già citate nei paragrafi precedenti se ne possono nominare altre che stanno prendendo sempre più piede.
Ad esempio il Prunus serrulata ‘Kanzan’ si sta diffondendo molto ed è apprezzabile durante tutto l’arco dell’anno, oltre ad essersi dimostrato tollerante allo smog. Se proprio vogliamo attribuirgli un difetto questo è riferito al punto di innesto che risulta particolarmente visibile quando l’albero comincia ad avere diversi anni.

Si sta facendo un largo uso anche di Prunus ‘Amanogawa’ e di Pyrus calleryana ‘Chanticleer’: infatti ben si adattano alle strade più piccole per le loro misure contenute, inoltre sono molto spettacolari quando sono fioriti.

Taxus baccata 'Fastigiata'

Le forme fastigiate (colonnari) possono venire in aiuto, dove la mancanza di spazio è la limitazione maggiore. Non è detto comunque che esse siano ottimali in ogni contesto, in quanto in certe zone risultano troppo rigide e allora la soluzione migliore è l’essenza con la dimensione e il portamento adeguato.
A volte dalle inconsapevolezze si può trarre spunto; a Bologna, per esempio, alcune strade sono state ornate con alberature di Melia azedarach, una specie non proprio indicata per i climi freddi del nord Italia. Probabilmente, complice l’isola di calore urbana, nella città hanno trovato la loro nicchia climatica ideale. Esse prosperano egregiamente, tollerando i normali interventi manutentivi del comune.
A volte ci si può anche sbilanciare e correre un rischio: nell’orto botanico sono presenti alcuni esemplari imponenti della semi-rustica Firmiana simplex, appartenente alla famiglia delle Sterculiaceae. Vista la bellezza di questi alberi perché non utilizzarli anche fuori dalle mura dell’orto per alberature e parchi?
Ci si può affidare anche a cultivar sterili per superare il problema dei frutti che imbrattano le auto: per esempio con Morus alba ‘Fruitless’ o ‘Stribbling’ rinunciamo ai frutti del gelso bianco, senza perdere le qualità di resistenza che ci interessano per un suo uso urbano.

Oppure possiamo fare ricorso al sesso di una pianta dioica (ossia che ha frutti maschili e femminili su individui separati) per bypassare certi inconvenienti: utilizzando Populus nigra var. italica di sesso maschile, orneremo una strada con una alberatura insolita e in più il problema dei piumini allergeni dei pioppi sarà ridotto.

Laddove lo spazio è davvero angusto da non poter inserire specie arboree si può far ricorso a piantagioni “non convenzionali”, inserendo nelle apposite buche alti arbusti scelti per la forma e dimensioni adeguate. La stessa Photinia x fraseri ‘Red Robin’ potrebbe essere usata a tale scopo invece di costringerla sempre negli spazi stretti di una siepe. Oltre a questa anche molti viburni (es. Viburnum lantana), le lonicere arbustive (Lonicera tartarica, Lonicera fragrantissima), i lillà (Syringa spp.), i Philadelphus, i cotoneaster (es. Cotoneaster roseus), gli evonimi decidui, i Berberis e innumerevoli altre possibilità.

Conclusioni e prospettive

Capitozzature

L’interesse verso il verde urbano sta aumentando e ciò in linea con una visione più ecologica e sostenibile delle nostre città.
Riguardo a Bologna si può dire che, per quanto concerne le alberature, la situazione è buona solo in parte.
Se da un lato la maggiore variabilità nella scelta delle essenze è palese, dall’altro vi sono ancora gravi problemi dovuti a una gestione non proprio ottimale del complesso verde e alle distanze delle nuove piantagioni.
Se i tecnici dell’ufficio competente riuscissero a comprendere che ciascun individuo vegetale va trattato come tale (e non come un oggetto da correggere e modificare costantemente con interventi superflui), la qualità del verde urbano aumenterebbe in maniera significativa. Basterebbe recarsi in campagna, o nei boschi, per capire cosa vuol dire evoluzione della forma di un individuo vegetale e di conseguenza il potenziale valore compositivo dell’albero nell’architettura urbana.
Il percorso da fare è ancora lungo. Si dovrebbe puntare alla migliore preparazione e formazione da parte delle università (scuole o corsi) per la risoluzione di tale problema.
Anche il cittadino comune, senza essere eccessivamente pedante o scrupoloso, deve intendere il significato di questo passaggio e pretendere una buona qualità del verde che lo circonda.

Albero d'alto fusto mai potato