Prossimi eventi al Museo della Rosa Antica

Ricevo e pubblico:

Giuseppina Bonaparte e Le Rose
Le rose sopravvissute alla memoria di un imperatrice

Souvenir de la Malmaison, foto de "il giardino delle Collezioni"

Fu chiamata ‘Souvenir de la Malmaison’. Si narra che questa rosa, dai fiori soffusi di rosa, delicatamente profumati fu coltivata da Jean Beluze e da lui inviata anonimamente alla Malmaison nel 1843, dopo la morte di Giuseppina, quando i giardini erano ormai trascurati. Un granduca russo in visita ne fu colpito e la riportò in patria come ricordo ai Giardini Imperiali di San Pietroburgo.

Questa è una delle numerose storie sull’origine della rosa ‘Souvenir de la Malmaison’, rosa rampicante rifiorente scelta in onore delle 650 specie di rose e del castello Malmaison che le ospitava e grandemente voluta dall’imperatrice di Francia: Giuseppina Bonaparte, moglie di Napoleone, dette vita alla Malmaison, dove creò la collezione di rose più importante del mondo.

Proprio il desiderio dell’imperatrice di arricchire la collezione di questi fiori, perché insoddisfatta delle rose piccole e fiorenti pochi giorni all’anno, consentì di raggruppare, in pochi anni oltre duecento varietà di rose. Gli eserciti di Napoleone ricevettero l’ordine di raccogliere rose e inviarle alla Malmaison da qualsiasi luogo si trovassero. Anche durante le ostilità, le rose potevano passare incolumi.
John Kennedy del Vivaio Vineyard di Hammersmith, nei pressi di Londra, fu convocato dall’imperatrice quale consigliere per il suo giardino. Egli viaggiò spesso, nonostante le guerre in corso, munito di uno speciale lasciapassare come incaricato d’affari per l’acquisto di rose. Giuseppina intuì anche l’importanza della raffigurazione delle rose e incaricò il pittore belga Pierre-Josep’h Redouté, di riprodurre le specie e le varietà di rose disseminate nel giardino e nel parco. Fu stampata una pubblicazione periodica denominata “Jardin de la Malmaison” che uscì con venti fascicoli e centoventi illustrazioni a cura del botanico Etienne-Pierre Ventenat e di Pierre-Joseph Redouté.

Erano i primi del 1800: dalle rose coltivate alla Mailmason, venne isolata prima la Rosa tea e, successivamente, la Ibrida perenne, dai fiori doppi e rifiorenti da cui discendono molte delle rose che attualmente sono in commercio.

Le rose motivarono Giuseppina a realizzare qualcosa che sopravvivesse nel tempo insieme al suo nome, al suo essere donna oltre il titolo di imperatrice: le rose rappresentarono la passione più grande di Giuseppina.

Le Rose di Giuseppina, i colori, i profumi e le storie ad esse legate “fioriscono” simbolicamente al Museo Giardino della Rosa Antica nella giornata del 31 Maggio 2012 con l’evento “Giuseppina Bonaparte e le Rose”.
Alla visita guidata alle rose di Giuseppina nel Parco Giardino di 43 ettari, seguirà la presentazione del libro Eva e la Rosa della scrittrice Claudia Gualdana e l’intervento del Dr. R. Witt, uno dei massimi esperti a livello europeo di rose naturali.

L’incontro sarà dedicato alla memoria di Bruna Thauscheck Petrucci ed alla campagna del progetto di solidarietà SLA SLANCIO per la costruzione di un Centro di Ricovero per i malati terminali non oncologici. Vorremmo che il Centro di Ricovero e le rose diventassero segno, oltre i confini del tempo di questo impegno.

MUSEO GIARDINO DELLA ROSA ANTICA
“Giuseppina Bonaparte e Le Rose”

Per iscrizioni ed informazioni

via Giardini nord 10260
41028 Montagnana di Serramazzoni (Mo)
tel. e fax (+39) 0536 939010
http://www.museoroseantiche.it
eventi@museoroseantiche.it

Allegati con programmi e dettagli:
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Violette di Parma, storia e gloria

Da noi le violette sono gli umili fiori che si coltivano nei giardinetti di periferia, i cui fiori si mettono in vasetti sfaccettati dinanzi alle foto di chi non c’è più.

mazzolino di viole di parma


Altrove le violette hanno storie diverse. Ad esempio in Francia sono famose per essere state il simbolo della casata dei Bonaparte. Prima di essere esiliato all’Elba, Napoleone promise di ritornare “quando le violette fossero state nuovamente in fiore”, e dopo la sua morte, nel suo medaglione furono trovate delle violette raccolte dalla tomba di Giuseppina, la sola donna che forse avesse davvero amato. Nel suo medaglione furono anche trovate delle viole di Parma, che Giuseppina coltivava alla Malmaison, raccolte dalla tomba dell’ex moglie.

L'Imperatrice Giuseppina


Sebbene questo possa sciogliere in lacrime anche il cuore meno sensibile, non si può non sottolineare il curioso fatto che due tra le violette di Parma più famose, la ‘Marie Louise’ e la ‘Duchesse de Parme’, portano il nome della seconda moglie di Napoleone, Maria Luisa d’Asburgo.

La giovane Maria Luisa d'Asburgo

ventaglio in avorio, seta e madreperla, appartenuto a Maria Luisa d'Asburgo, decorato con violette

Con la Restaurazione le violette furono messe al bando, portate all’occhiello solo dai fedelissimi dei Bonaparte, ma ritornarono velocemente di moda con Luigi Napoleone e la moglie Eugenia Montijo, che ne fece furbescamente uno dei suoi simboli.

Eugenia Montijo tra le sue dame di corte, alcune delle quali indossano sul decolleté grandi mazzi di violette

Gli Inglesi le considerano in maniera molto più pragmatica, e hanno fatto con loro quello che fanno solitamente quando si ritrovano davanti ad un genere così ricco di specie e varietà: le hanno divise in categorie. “Fancy Pansy”, “Viola” e “Violetta”, sono le tre classi derivate dalla Viola tricolor, quelle che hanno “le bizzarre facce da gatto di velluto ciancicato”, come diceva Vita.

Ma a noi interessa di più la classe delle “Violet” che deriva dalla Viola odorata.
Alle “Violet” appartiene anche la sottoclasse delle famose violette di Parma. L’origine di tale denominazione è ormai sepolta sotto una gran confusione di nomi e di date, e si possono solo fare supposizioni, fermo restando che Parma non si è mai distinta nella storia dell’ibridizzazione della violetta, ma sembra piuttosto che in tale storia si sia introdotta in maniera elegantemente abusiva, collegando il suo nome all’estrazione del profumo.

saponette fatte a mano(non da me)


E’ stato suggerito da alcuni che le violette di Parma siano nate tutte in Italia, oppure ottenute da una mutazione di uno stock portato dall’Italia in Inghilterra. Alcuni le danno per mediorientali, e sostengono che siano arrivate in Italia con le navi genovesi e veneziane. Altrove si dice che approdassero in Spagna, portatevi dagli Arabi, dal Nord Africa e dall’Asia Minore, e dalla Spagna a Napoli, su richiesta della potente famiglia dei Borbone.
Questa violetta era chiamata in Inghilterra “di Napoli”, ed era la Viola odorata pallida plena (sin. V. suavis pallida plena italica). A Napoli era chiamata “Violetta Portoghese” ed in Francia “Violetta di Parma”, forse per onorare l’Imperatrice Maria Luisa, Duchessa di Parma. Nell’arco di un cinquantennio il termine “Violetta di Napoli” era ormai scomparso, sostituito dalla denominazione “Violetta di Parma”.

Filo color viola di Parma

Parma acquisisce così un merito che non ha mai realmente avuto, merito che spetterebbe più legittimamente alla città di Udine, dove il Conte Filippo Savorgnàn di Brazzà Sorreschian, giardiniere per diletto, compiva intorno al 1850 degli esperimenti di ibridazione sulle violette di Parma. Tra le mani di Filippo di Brazzà vide la luce la prima e unica viola di Parma doppia di color bianco puro.

Conte di Brazzà

Brazzà ne vendette in Inghilterra e in Usa, ma fu solo dopo l’invenzione della luce elettrica che le violette bianche ebbero successo. Le violette scure, in voga fino all’inizio del Novecento, rispondevano cromaticamente molto bene alla luce a gas, ma apparivano quasi nere a quella elettrica, e furono messe da parte in favore di quelle chiare
Nonostante la parte avuta dall’Italia nella storia della violetta, tutto ciò rimane abbastanza oscuro nel nostro paese, e le violette di Parma proseguono rapidamente la loro strada verso l’oblio.

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