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dal sito dell’Accademia della Crusca

Uso di piuttosto che con valore disgiuntivo

Quesito:
Vari utenti, fra i quali Anita Raffaelli, Laura Cadel e Nicola Cucurachi, ci hanno chiesto delucidazioni sull’impiego sempre più frequente di piuttosto che con valore di disgiuntiva “o”. Allo stesso quesito, già posto in precedenza da Miriam Ianieri, ha dato risposta Ornella Castellani Pollidori nell’ultimo numero de La Crusca per Voi (n° 24, aprile 2002). Per facilitare i nostri lettori riproponiamo qui di seguito il testo completo.

Uso di piuttosto che con valore disgiuntivo

«La signora Miriam Ianieri, di Roma, nel sottolineare l’impiego sempre più diffuso (soprattutto nel linguaggio televisivo) di “piuttosto che” nel senso della disgiuntiva “o”, manifesta il dubbio che il fenomeno sia “finora sfuggito […] tanto ai lessicografi quanto ai grammatici agli storici della lingua”…

Il fenomeno segnalato dalla signora Miriam Ianieri, cioè l’impiego ormai dilagante di piuttosto che nel senso di o, non è affatto sfuggito, naturalmente, all’attenzione degli storici della lingua (per parte mia, tanto per fare un esempio, ne avevo già discusso in un seminario del circolo linguistico della Facoltà di Lettere di Padova un paio di anni fa; e l’argomento è stato da me riproposto, in seguito, nell’àmbito dei lavori del Centro linguistico per l’italiano contemporaneo [CLIC]).

Si tratta, come ha correttamente individuato la nostra lettrice, di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo (in tal senso è azzeccata l’allusione nel quesito a un uso invalso «tra le classi agiate del Settentrione»). Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l’infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio – stante l’estrema pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del “medium” per antonomasia – governano l’evolversi dell’italiano di consumo.

Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «… piuttosto che … piuttosto che … piuttosto che …», oppure «… piuttosto che … o … o … », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?).

Gli esempi raccolti nel parlato e nello scritto sono ormai innumerevoli e le schede dei sempre più scoraggiati raccoglitori (è il caso della sottoscritta) si ammucchiano inesorabilmente. Eppure non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.

Mi limiterò qui a un paio d’esempi fra i tanti che potrei citare: dal settimanale L’Espresso, del 25.5.2001, incipit dell’articolo a p. 35 intit. Il cretino locale (sulla fuga dei cervelli dal nostro Paese): «È stupefacente riscontrare quanti italiani trentenni e quarantenni popolino le grandi università americane, piuttosto che gli istituti di ricerca e le industrie ad avanzata tecnologia nella Silicon Valley»; naturalmente questo piuttosto che pretende di surrogare la semplice disgiuntiva, ma il lettore non edotto è portato a chiedersi come mai i giovani studiosi italiani sbarcati negli Stati Uniti snobbino per l’appunto i prestigiosi centri di ricerca della Silicon Valley. E ancora: «… di questo passo, saranno gli omosessuali piuttosto che i poveri piuttosto che i neri piuttosto che gli zingari ad essere perseguitati»: frase pronunciata dal noto (e benemerito) dott. Gino Strada nel corso del Tg3 del 22.1.2002; in questo caso, la prospettiva d’una persecuzione concentrata protervamente sulla prima categoria avrà reso perplesso più di un ascoltatore…

Immaginiamoci poi che cosa potrà accadere con l’insediarsi dell’anomalo piuttosto che anche nei vari linguaggi scientifici e settoriali in genere, per i quali congruenza e univocità di lessico sono indispensabili.

Per quanto mi riguarda, non sono in grado di localizzare con sicurezza nello spazio e nel tempo l’insorgere della voga in questione. Mi risulta soltanto, sulla base di una testimonianza sicura, che tra i giovani del ceto medio-alto torinese il piuttosto che nel senso di o si registrava già nei primi anni Ottanta. È un fatto che questa formula è generalmente ritenuta di provenienza settentrionale (il che già contribuisce, presso molti, a darle un’aura di prestigio): «Un vezzo di origine lombarda, ma ormai molto diffuso, è quello di usare la parola “piuttosto” […] nel senso di “oppure”», osservava criticamente un paio d’anni fa, sulla rivista L’esperanto, anno 31, n° 3, 5 aprile 2000, il direttore Umberto Broccatelli (scrivendo però “piuttosto” in luogo di “piuttosto che”). Il lancio vero e proprio del nuovo malvezzo lessicale, avvenuto senza dubbio attraverso radiofonia e televisione (e inizialmente – è da presumere – ad opera di conduttori settentrionali), sembra potersi datare dalla metà degli anni Novanta. Resta da capire la meccanica del processo che ha portato un modulo dal senso perfettamente chiaro, e rimasto saldo per tanti secoli, come piuttosto che a virare – all’interno di un certo uso dapprima circoscritto e verosimilmente snobistico – fino al significato della comune disgiuntiva.

Per azzardare una ricostruzione di quel processo proviamo a partire da una frase del genere: «Andremo a Vienna in treno o in aereo». In questo caso le due alternative semplicemente si bilanciano. Se variamo la frase rafforzando il semplice o con l’aggiunta dell’avverbio piuttosto: «Andremo a Vienna in treno o piuttosto in aereo», chi ci ascolta può cogliere una tendenziale inclinazione per la seconda delle due soluzioni, quella dell’aereo.
Sostituiamo a questo punto o piuttosto con piuttosto che: «Andremo a Vienna in treno piuttosto che in aereo»; qui risalta abbastanza nettamente – sempre attraverso la comparazione tra due opzioni – una preferenza per la prima rispetto alla seconda. Dall’analisi delle varianti contestualizzate nelle tre frasi, mi sembra si delinei una possibile spiegazione del piuttosto che semanticamente ‘deviato’ di cui ci stiamo occupando (e preoccupando): in sostanza, può essere il prodotto di una locale, progressiva banalizzazione portata fino alle estreme conseguenze, cioè fino al totale azzeramento della marca di preferenza che storicamente gli compete (e che nell’italiano corretto continuerà a competergli).
Basterà avere un po’ di pazienza: anche la voga di quest’imbarazzante piuttosto che finirà prima o poi col tramontare, come accade fatalmente con la suppellettile di riuso.

Segnalo intanto la significativa “variatio” che mi è capitato di cogliere al volo qualche giorno fa (precisamente, il 17 aprile 2002), nel corso di una trasmissione televisiva che si occupa di alimenti e di buona cucina: un’esperta di gastronomia, chiamata a giudicare tra piatti a base di pesce allestiti in gara da due cuochi, nel sottolineare quanto sia importante anche l’effetto estetico nella presentazione d’una vivanda ha fatto osservare come nei molluschi dalle valve variopinte utilizzati in una delle portate ci fosse «più colore rispetto a una triglia anziché a una sarda» (triglia e sarde essendo i pesci usati nella preparazione di altre due portate). In effetti, una volta appiattito semanticamente piuttosto che fino all’accezione del latino vel, non c’è ragione che non accada la stessa cosa ad anziché (e anche, di questo passo, a invece che, invece di) […]».

Ornella Castellani Pollidori

ottobre 2002

Sorprendente mancanza di conoscenza e distrazioni inenarrabili

Qualche giorno fa ho fatto ripetizioni con la mia cuginetta che fa la quarta o la quinta elementare, e che da grande vuole diventare famosa come Hannah Montana.
Tra un karaoke e un siparietto sono riuscita a inculcarle la forma interrogativa in inglese, e -forse- a farle avere una vaga idea di come ruota la Terra.

Per esperienza e per come mi ricordo che studiavo io alla loro età, è più facile mandare a memoria che capire. La Forza Forte della Memoria è potente a quell’età, non altrettanto la forza debole dell’analisi. Sanno tutta la pappa con le parole del libro, ma “ripeti a parole tue” è la cosa più terribile che possano sentirsi chiedere.

Bene. Ripetevamo il sistema solare e mia cugina sapeva tutti e nove i pianeti in fila, senza sbagliarne uno…ma un momento…cos’ho scritto? Nove? Nove pianeti?

Chiedo scusa ma Plutone non è stato declassato già nel lontano 2006? I pianeti non sono otto? Nessuno ricorda più la “due giorni delle stelle” che fecero i giornalisti, quando l’Unione Astronomica Internazionale era andata fuori di melone perchè non sapeva cosa fare di Plutone, Caronte e Cerere (più un altro paio di cosette che circolano nel nostro Sistema)?
Accidenti, devo essere la sola a ricordare che i pianeti sono otto. Ma certo, una cosa così inutile… a chi vuoi che interessi? E poi certamente gli insegnanti non sono tenuti a saperlo, e neanche i corsi di aggiornamento possono proprio aggiornarli su tutto tutto, no?

E di questo, che vogliamo dire?

Doodle di Google in occasione dell'allunaggio della Missione Apollo 11, non 13...


Ma benedettoiddio, ci hanno fatto pure il film e lo sanno anche i banchi di scuola che l’Apollo 13 fu così sfigato da non riuscire ad allunare. Il film è tratto da Lost Moon, che vuol dire “Luna perduta”, ergo, se l’hanno perduta, non ci sono arrivati.
Che clamorosa distrazione. Sarebbe successo con Manzoni? Non credo. L’italia dà ancora troppo valore alle materie umanistiche su quelle scientifiche.
Errori, dimenticanze, misconoscenze come queste ci danno la misura della vastità dell’ignoranza degli italiani in materia di scienze. Sappiamo declamare poesie sulla Luna, ci scriviamo canzoni, e preghiere, ma a stento sappiamo cos’è.

L’unico frutto del’amor…è la banana, è la banaaaana…

A proprosito: quanti di voi sanno quante facce ha una banana?

Qualche giorno fa al solito quiz serale leggo la domanda: “Cos’è il banano?”. Risposte possibili: “un’erba, un cactus, un albero”.

La domanda era già stata proposta in tempi più remoti da un altro programma, ma sembra che ai quizzaroli la cosa non sia servita a molto.
La risposta più semplice “un albero”, in virtù della sua semplicità, è stata scartata. Il concorrente ha risposto “un cactus”.

Questo per condividere l’amarezza della riflessione che faccio ogni qual volta si presenta una domanda di “scienze”. La botanica e in generale il regno delle Plantae ha seminato nel corso dei decenni di quiz, più morti dell’astronomia e della religione, le altre due materie più ostili agli italiani. Domande di matematica non vengono neanche prese in considerazione in quanto inaccessibili al 99,99 periodico per cento della popolazione quizzarola italiana.

Vogliamo precisare un paio di cosette agli “autori” dei quiz? Le erbe sono una cosa, le erbacee un’altra.
E già la domanda in partenza era sbagliata.
Se già le domande in partenza sono errate questo implica che anche la popolazione “colta”, cioè gli autori dei quiz, è meno colta di quanto sia legittimo sperare.
Questo significa in breve una sola cosa: l’italia si sta unificando dopo 150 anni, per davvero, stavolta. E non grazie a Garibaldi ma grazie all’omologazione verso il basso, grazie all’ignoranza.

Prosit.

Il pozzo e il pendolo

Da quando ho smesso di parlare di tecniche orticole all’interno della mia rubrica settimanale sulla Riviera, sono diventata meno popolare. Mi toccherà fare un passo indietro.
La gente apprezza solo i miei pezzi orticolturali e non quelli culturali.
Mi fermano solo per discutere di pratiche più o meno personali e fantasiose sulla coltura delle piante più anonime e comuni.
Dopo un mio articolo sul gelso nero, un tale mi ha sequestrata per più di un quarto d’ora per raccontarmi la sua strategia per farlo crescere (ancora di più di quanto fa normalmente? oibò) e narrarmi le sue peripezie terrazzautiche: tutti i suoi meravigliosi, regali geranei di color rosso semaforo sono stati sostituiti da non ricordo quale albero. Pino, forse.
Per dare l’illusione del bosco in terrazza, mi spiego?
Mi ha anche raccontato di come lui sia stato in grado di misurare la profondità precisa alla quale doveva essere scavato il suo pozzo per l’irrigazione. Probabilmente un calcolo differenziale complicatissimo, roba da Swaami Brachamutanda, il grande matematico indiano. Il suo vicino -racconta- voleva batterlo e andare ancora più giù, per rubargli la vena, ma invece, cos’ha trovato? L’acqua salata del mare, e le piante irrigate sono tutte morte.
La considerazione che ne deriva è che tristemente il giardinaggio, come anche la cultura e mille altre cose, è per molti una forma di prevaricazione sociale nei confronti del prossimo.
Il giardino, il giardinaggio e le attività ad essi connesse sono mezzo per dimostrare il proprio status.
Così mentre il mio interlocutore si sentiva molto furbo, io mi sentivo svenire.