Office gardens

The Truman Show (1998)Marciapiedi di mattonelle di un colore indefinito tra il rosso ruggine e il rosa optalidon, asfalto perfettamente grigio, ruvido abbastanza da permettere un’ eccellente aderenza agli pneumatici, ma non troppo grezzo e sconnesso come nelle strade di periferia. Prati che non si possono chiamare prati, ma tappeti erbosi, perché tali sono: dei tappeti fatti d’erba, piatti, lisci, uniformi, di un verde di vernice fresca. Non una buca, non un mattone fuori posto, i bordi dell’erba tagliati a filo e le aiuole sempre impeccabilmente ordinate: immutabili. È Seahaven, il paradiso marino di The Truman Show. Continua a leggere

Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa

Mi capita sempre più spesso, sia girellando per il mio paese che guardando immagini in internet, ma anche sentendo o leggendo i discorsi degli altri, di intravedere una precisa tendenza dell’ architettura contemporanea che include edifici e giardini, e in particola modo quell’architettura volta a creare parchi pubblici o zone verdi attorno ad edifici, uffici, quartieri popolari o eleganti.
Questa tendenza mi sembra nascere con l’inizio della globalizzazione, della “tonnellata umana”, della costruzione di architetture in paesi in via di sviluppo, come alcuni del Sudamerica, che più facilmente di altri hanno accolto e raccolto le possibilità dei nuovi materiali, del pensiero architettonico contemporaneo, dell’audacia delle forme.

Le foto che vi propongo, tratte da Vulgare.net , vengono da Copenaghen, una città che da anni si pone come modello di efficienza, libertà, ampiezza di vedute, unite ad una magistrale capacità di conservare il passato.

The City Dune, SEB Bank

Vulgare.net non è mai prolisso nelle descrizioni (quando ci sono), per cui qui è da dedurre che la zona attrezzata esterna agli edifici (non oso chiamarlo “spazio verde”) è una sorta di punto di accoglienza per chi transita o per chi deve rimanere nei pressi degli edifici che ospitano la banca.

Calcestruzzo in pendenza, conchette per gli alberi


Per sedersi c'è il muretto. Panchine no.

Buono per fare un po' di skate

A prima vista il progetto mi è sembrato buono e ben fatto, ben integrato nella città, con spazi polimorfi e invitanti…ma un sottile senso di freddezza mi ha pervasa.
Sono state le conchette degli alberi a darmi da pensare. Voi alberi -vogliono dire quelle conchette- dovete stare qui. E’ stabilito che stiate qui e non potete essere spostati neanche se ce ne fosse la necessità. Se uno di voi dovesse ammalarsi, verrebbe sostituito con un altro identico. Siete come dei pezzi di plastica dei Lego, o come gli alberelli dei modellisti, morto un pioppo se ne fa un altro.
E lo stesso vale per chi vi sosta, chi fa lo skateboard. Se non sei tu con lo skate, sarà un bambino uguale a te.
Come fossimo oggetti da prendere e collocare nel presepio di lusso della banca che vuole fare l’ecologista.
Ho due sospetti: il primo è che questi mini-parchi attorno ad uffici pubblici o privati siano solo uno specchietto per le allodole, ma che in realtà siano progettati esattamente con scopi dissuasori nei confronti di alcuni tipi di persone o classi sociali (nel nostro caso la City Dune è impraticabile per anziani e portatori di handicap).
Il secondo è che i moderni paesaggisti urbani non sappiano in realtà cosa fanno. In questo caso mille volte benvenuta la spocchia e l’autocelebrazione di Gilles Clément, che almeno utilizza delle piante che sembrano vere, non degli alberi che hanno la parvenza di plastica. Una progettazione come quella della City Dune è ben fatta, leccata, fantasiosa eppur e semplice, ma non è un punto di aggregazione, nè un luogo in cui si possa dire che si sente l’odore inconfondibile della bellezza.
I moderndi disegnatori urbani progettano a tutta forza impianti, parchi, piste pedonali e ciclabili che in fin dei conti allontanano la gente dalla città. Tutti sono alla ricerca della purezza bauhausiana e lecorbusieriana, sulla carta il loro progetto è molto bello, accattivante, moderno. Ma in fin dei conti spesso sono stilismi vuoti e fini a se stessi, virtuosismi professionali che tanto piacciono alle pubbliche amministrazioni, ma incapaci di arricchire veramente una città.
La società ha bisogno di rimescolarsi, di abbattere le differenze, i parchi urbani devono essere il cuore di questo processo.

Infine il proverbiale “un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto” diventa “un posto per ogni persona, ogni persona al suo posto” (che è esattamente quello che vuole l’amministrazione) e ritorna ad essere “un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto”, perchè entrando in parchi del genere noi cessiamo di essere individui autocoscienti e diveniamo “massa”, cose, cose che accidentalmente si muovono, hanno due braccia e due gambe e magari si portano uno skate da casa. Non abbiamo più individualità.
Ecco, questa è la definizione di non-luogo data da un altro spocchioso come Marc Augè.
Per me questo parco funzionerebbe meglio come cimitero delle anime.

…stancamente mi domando

…ma non è che voi Signori dell’Architettura, Potenti Demiurghi, Rampolli di Dio, ci state creando solo bellissimi, studiatissimi, sofisticatissimi, famosissimi, accorsatissimi, centralissimi, issimi nonluoghi?
Ora capisco meglio qualcosa che qualcuno mi disse -non troppo gentilmente per la verità- un po’ di tempo fa.