“Essenza Mediterranea” Rubbettino editore. Guida al Radicepura Garden Festival

È da poco uscito per i tipi Rubbettino il volume Essenza Mediterranea, una sorta di compendio sull’enorme evento floristico svoltosi a Catania per diversi mesi, il Radicepura Garden Festival.
Potrebbe essere considerato un catalogo della mostra, ma non è esattamente così, si tratta di un volume che ha l’intento di illustrare la complessità del Radicepura, un festival di giardinaggio dalle proporzioni impressionanti, di certo un evento unico nelle regioni Meridionali e decisamente concorrenziale con le fiere e i festival nazionali più noti e avviati.
D’altra parte la centralità economica di Catania si è molto rafforzata in questi anni, al punto da avere assorbito una grande quantità di traffico commerciale.
Questo non può che essere un vantaggio per il Meridione, specie per la zona ionica, che è molto vicina e portebbe beneficiare di riverberi finanziari.
Il volume è destinato a un pubblico molto ampio, scritto in italiano e in inglese, di pregevole fattura. Più di 200 pagine illustrano i progetti dei grandi designer internazionali che hanno realizzato le installazioni, riportando i nomi delle piante e raccontandone lo spirito progettuale.
Come in ogni festival di giardinaggio, alcune sono più riuscite, altre meno, alcune risultano più gradevoli per quella o quell’altra ragione, altre ci appariranno meno interessanti, o troppo sofisticate. Alcune sono di grande impatto e di notevole interesse giardinicolo e ecologico. Se volete averne un’idea più compiuta, vi consiglio di leggere l’articolo scritto da Marcella Scrimali su Verde Insieme Web che ne parla in dettaglio.
Ci sono certamente incoerenze e contraddizioni, imperfezioni, ingenuità, ma questo è perfettamente usuale. Accade al Chelsea, perché non dovrebbe accadere a Catania?

Ciò che a me, in questo momento, preme evidenziare sono più delle domande che delle asserzioni:
-il giardino sta riconquistando il suo status di lusso? Ho sempre affermato che il giardino è un lusso, specie dove l’acqua scarseggia. Han poco da chiacchierare i giardinieri di peonie e delfinie, che iddio provvede a irrigare con la pioggia. Qui ci deve industriare per l’acqua, oppure avere i soldi che escono dalle orecchie. Che il giardino sia sempre stato considerato uno status symbol (un po’ meno durante gli Anni Ottanta, in Italia) non dovrei spuntar io a rivelarlo: basterebbe la buonanima di Fouquet, che in meno di venti giorni dalla inaugurazione della sua villa a Vaux-le-Vicomte fu imprigionato da un Re Sole rabbuiato dallo sfarzo dimostrato dal suo ministro delle Finanze, il cui giardino doveva essere superato in grandiosità e bellezza. Nacque così Versailles.

-il giardino può essere veramente sostenibile?
È ossimorica la definizione di un giardino a zero manutenzione o autosufficiente: se lo è non è un giardino. Ciò non toglie che possa essere bello e gradevole, funzionale, arricchire la biodiversità. Anche se non è un giardino ma “qualunque cosa sia” ( e qui ci sarebbe necessità di una profonda riflessione, a partire dal Terzo Paesaggio e andando ancora più a fondo, anche con la terminologia del giardino, che va rielaborata, ripensata, arricchita).

-si dirà un giorno “piante catanesi”?
Come oggi il venditore di piante si lustra tutto dicendo “sono piante olandesi!”, mostrando piccole Fittonia o Phalaenopsis color rosa Poochie, come se la provenienza olandese fosse una garanzia di qualcosa (in effetti lo è: è garanzia di predazione dell’ecosistema terrestre e sfruttamento umano), ma vogliamo dire, di qualcosa che abbia a che fare con la qualità della pianta (potrebbe essere una garanzia del fatto che non ha neanche un afide, di quanto è imbottita di agenti chimici), della sua bellezza, e -oddio- voglio ridere, della sua “rarità”, la domanda che mi pongo è: si arriverà in un futuro non troppo fantascientificamente lontano a vantare la provenienza catanese, siciliana, di una pianta con lo stesso orgoglio con cui si vanta quella olandese?
Maggiore controllo nella produzione, necessario ormai per la protezione delle piante e per la riduzione delle spese di gestione, renderebbero un acquirente qualunque, tipo me, molto più contento di portarsi a casa una piantina catanese che non una olandese.

E da ultimo una speranza, e un invito: la speranza è che la la sfera di traffico di Catania si estenda e si rafforzi, e che arrivi anche a noi. Perché come diceva il Dr. Hannibal Lecter “vedendo si desidera”, e vedere il successo e la floridezza dei vivai Faro non può che indurre i saggi e gli intraprendenti a percorrere vie analoghe o sovrappobili, ed è qui l’invito. E che poi questo meccanismo economico diventi un viale alberato, un giardino botanico o piccole fiere sparse per il Sud, sarebbe una conseguenza finanziaria logica, ove non ci fossero ostacoli imposti dallo Stato centrale, come in effetti ci sono, allo sviluppo dal Mezzogiorno.

Intanto si prepara una seconda edizione nel 2019, dalla quale ci si aspetta ancora di più in termini di qualità strettamente estetica delle installazioni.

Essenza Mediterranea su Rubbettino Store

U loggiatu

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Agonia di una civiltà

Ho scoperto il ricco filone di Eugenio Turri attraverso un altro libro: Il grigio oltre le siepi.

Non mi è piaciuto granchè, Turri è lontanissimo da una scrittura brillante e icastica, come ad esempio quella di Vito Teti, o per citare esempi più famosi ma non per questo più profondi, Piovene, Rigoni Stern, Guareschi.

Mi sembra che il mondo sia strano: perchè io che studio il paesaggio devo studiare quello veneto e i veneti non studiano quello calabrese?
Mah.

E’ un libro per chi vuole riscoprire le proprie radici, va’, per usare una terminologia alla tg di costume, ma non è esente da speculazioni.

Io ad esempio ho imparato che negli anni ’40, nella collina veneta si stava quasi come sulle montagne calabresi, e che negli stessi anni, il mio paese, Siderno, era molto più ricco e florido delle ville venete descritte. Era un paese più bello, più grande, più commerciale, più aperto, più acculturato, più pulito, più accogliente e meno classista.

Poi dicono che noi siamo quelli “arretrati”.

…risalenti all’epoca borbonica

Questa sera il “telegiornale” (virgolettato obbligatorio) di ItaliaUno, ci informa che c’è stato maltempo a Napoli, tale che si sono allagate anche le linee della metropolitana “risalenti– come il servizio recitava, con non troppo velato disprezzo – all’epoca borbonica“.

Ci sarebbero due o tre cosette da chiarire. L’epoca borbonica è un’invenzione dei libri “italiani” (cioè scritti dai vincitori della guerra di conquista sul Regno delle Due Sicilie).
Dire “l’epoca borbonica” ad una classe di trenta e più bambini, che non sono nè Gramsci nè Giustino Fortunato, fa apparire il periodo di regno borbonico come qualcosa di antichissimo, preistorico, collocato in tempi anteriori al medioevo. In epoca borbonica …e pare che chissà che ti immagini, un faraone che esce dalle metropolitane di Napoli, un assiro-babilonese che fa lo sciuscià, un pizzaiolo ittita.
Si sente al palato: è una frase fasulla, costruita per dare l’idea di arretratezza.

I Borbone hanno regnato fino a centocinquant’anni fa, che sono un batter d’occhio in termini storici. Il Regno delle Due Sicilie era la terza potenza europea dopo la Gran Bretagna e l’Olanda, aveva una flotta navale potentissima, dei commerci fittissimi, era un regno ricco e florido. Gli abitanti del resto della penisola vi immigravano per trovare lavoro. La sola università di Napoli produceva tanti laureati quanto tutti gli altri atenei della penisola messi assieme. Il settore ingegneristico del Regno era tra i più avanzati d’Europa, la produzione manifatturiera era fiorente, così come la produzione agricola. I regnanti adottavano anche dei mezzi protezionistici per evitare che i contadini andassero in fallimento nelle annate di scarso raccolto. Si può dire che fu nel Regno delle Due Sicilie che venne partorita l’idea di fornire abitazioni e orti ai lavoratori, ben prima che gli allori del socialismo di stampo Oweniano venissero posti sul capo della Lanerossi (che ha poi bellamente inquinato la Campania).
E soprattutto, nel Regno delle Due Sicilie si pagava in oro.

Questa Napoli è proprio una città fatiscente -sottende il servizio- se ha ancora infrastrutture risalenti a così tanto tempo fa, praticamente preistoriche. Che schifo questa Napoli, non bastava la spazzatura?

Ebbene, queste infrastrutture così antiche hanno retto bene se sono durate per centocinquant’anni e le Ferrovie dello Stato prima, e Trenitalia (privatizzazione D’Alema) poi, ci hanno fatto sia la metropolitana che la ferrovia. E l’unica stazione importante d’Italia dove non è necessario cambiare il locomotore è proprio Napoli Piazza Garibaldi perchè ci sono queste strutture di epoca borbonica.

Non credo che sia risaputo che i militari russi che per primi soccorsero le popolazioni del terremoto di Reggio e Messina del 1908 ebbero a dire che l’organizzazione borbonica era assai più efficiente di quella del nuovo “stato”.

Ma a questo punto mi pongo una domanda: a chi sarebbe spettato il compito di rinnovare queste strutture risalenti all’epoca borbonica?
La domanda sorge spontanea, perchè i Borbone non ci sono più: c’è lo “stato italiano”. E se lo “stato italiano” riscontrava che le strutture di epoca borbonica erano inadeguate, non avrebbe dovuto farci qualche lavoretto, chessò, un puntello, un po’ di stucco qua e là, una botta di vernice? Non dico dei lavori tanto belli e precisi come quelli della Salerno-Reggio Calabria, che tutto il mondo, pure il Giappone, ci invidia, ma anche qualcosina in meno.

Allora di che si lamenta il commentatore di ItaliaUno? Che i Borbone centocinquant’anni fa hanno costruito dei sotterranei tanto perfetti da resistere alle inondazioni di oggi (col traffico, la metropolitana, i treni e il cemento), o che non sono stati abbastanza bravi da costruirli tanto bene da sopportare il diluvio universale? Eh, perchè veramente non s’è capito dal servizio andato in onda, vorremmo qualche chiarimento.

Io dico solo una cosa: un martedì hanno eliminato l’intercity delle tredici da Rosarno a Roma, il mercoledì dopo è stata inaugurata l’alta velocità Torino-Milano.

E chi mi viene a dire che l’italia non è divisa in due, prenda un treno da Siderno per andare a Imola, e poi ne riparliamo. Nel frattempo sarebbe gradito il silenzio. E l’ingiuria non sarà più tollerata.