La “esse” della bellezza

Di norma i lettori cosiddetti “forti” (come dire un bevitore forte, un fumatore forte, insomma, uno che ha proprio il vizio compulsivo) leggono più libri contemporaneamente. Il che non so se è un bene o no.
In uno dei libri che in questo momento ho per le mani, Nero. Storia di un colore, di Michel Pastoureau (con cui ho avuto occasione di confrontarmi sull’uso sociale del colore in giardino), ti vengo a scoprire una cosetta interessante.
Per spiegare come , a partire dal XIII secolo, il nero perde la sua connotazione di lutto e paganesimo, ma inizia a diventare un colore elegante, cristiano e anche alla moda, Pastoureau porta ad esempio il Santo Maurizio, il Prete Gianni, il Magio Baldassarre, e la Regina di Saba.
Eccola qui, la Regina etiope in una miniatura del manoscritto del Bellifortis di Konrad Kyeser, inizio XV secolo.
Se vi stupisce il volto nero, non è perché l’ho scansionata male, è proprio nera come il carbone.

La regina di saba. Gottinga, Niedersachsische Staats- und Universitatsbibliothek. Cod. Ms. Philos. 63 fol. 122

A colpirmi, oltre al nero pesante del viso, i toni del giallo del verde e dell’azzurro mescolati per dare un cromatismo ad un abito verde, è stato il movimento sinuoso del corpo.
Probabilmente un ricordo stilistico delle miniature, in cui tutte le madonne, le sante, le regine e le eve varie, erano curve come un ramoscello di salice e sembravano incinte o con un grave attacco di flatulenza e borborigmi.

La Filosofia presenta le sette arti liberali a Boezio (dettaglio), miniatura di un manoscritto francese della Consolazione della Filosofia attribuito al Maestro Coëtivy , circa 1460–70

Ma per fare un gran balzo in avanti nei secoli, di questa “esse” della bellezza in effetti non ci siamo mai liberati, e ciò non riguarda solo la moda, analizzata qui in maniera preferenziale, ma tutte le arti, giardino compreso.

Nel 1752 William Hogarth pubblicò un testo intitolato L’analisi della bellezza, in cui proponeva una soluzione semplice quanto apparentemente banale, ad un problema che da millenni faceva discutere artisti e filosofi.
Secondo Hogarth, la bellezza è nella giusta curva. Una curva che non sia nè troppo arzigogolata, nè troppo rigida.
Proponeva ai suoi lettori di scegliere il corsetto più bello:

Hogarth confida che la maggior parte dei lettori sceglierà uno dei tre corsetti al centro della serie.
Secondo Hogarth, la bellezza è qualcosa che sta a “metà tra la noia e la fatica”.

La rappresentazione che Hogarth ne fece è questa:

In effetti la serpentina veniva dal lontano oriente, dalla Cina, per essere precisi, proprio nel periodo in cui Hogarth scrisse il suo trattato, in coincidenza con i viaggi in Cina di Sir William Chambers.
La serpentina, la curva, lo schema a quadri, tipici dei giardini cinesi, si sposano benissimo con l’ordine nuovo dell’Inghilterra, che tagliò la testa di un paio di re molto prima dei francesi, e fece la sua rivoluzione borghese cento anni prima. Dal 1660, re, regine, lord e squire, avevano gli stessi giardini, gli stessi hobby, gli stessi vestiti, e molte volte, lo stesso potete in parlamento.

Che affare! Sembra che non esista un carattere realmente europeo di giardino: viene tutto dall’Oriente, vicino o lontano che sia.

Una delle prime manifestazioni della diffusione che ebbe la serpentina furono i giardini francesi e i labirinti a curva.

Altri giardini furono “convertiti alla curva”. Ne nasce uno stile incerto, non particolarmente apprezzato nè per i risultati estetici, nè per le capacità seduttive; fu chiamato in molti modi, ma spesso “francese pre-rivoluzionario”.

Labirinto curvo di Choisy-Le-Roy

la “esse” è sempre stata un simbolo di bellezza femminile, di grazia, e le crinoline e i sellini usati ne accentuavano le curve.

Joshua Reynolds, Miss Ingram

Mrs Hugh Bonfoy


Thomas Gainsborough, Lady Ligonier

Thomas Gainborough, Mr e Mrs William Hallett

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni di questi quadri rappresentano forse l’apice della bellezza dell’abito nella moda femminile anglosassone, una bellezza che poi venne corrotta dalla moda francese delle enormi crinoline e in seguito dei sellini. Ma dopo questa mega-sfilata di ladies in tiro, beccatevi questo! ( e scusate se la disposizione delle immagini nella pagina è così strana, ma io non so farla ordinata come molti miei colleghi bravi con l’html…

Un quadro che ha molti significati politici nascosti, guardate voi, proprio nei colori. Michel ne sarebbe entusiasta!

Che forza! Siamo a due anni dall’unità d’italia, in Inghilterra era in pieno fermento il Preraffaelitismo, e lui ti spara un quadro che sembra dipinto un secolo prima e che descrive un ambiente medievale! Fantastica la esse di lei, altro che Rossella e Retth Butler!

E ancora la “esse” non perde il suo fascino da sirena nelle incisioni dei Secessionisti viennesi e dell’Art Nouveau (in Germania con lo Jugendstjil si preferivano forme più lineari).
Un esempio per tutti è Mucha, Profeta del Kitsch.

pare che si vergognava di fare pubblicità?

La “esse” non scomparve neanche con il diminuire dell’ampiezza delle crinoline, anzi, possiamo dire che fu proprio il sellino, un attrezzo scomodissimo da portare, ad accentuarla.

Se volete dare un’occhiata ai quadri degli impressionisti, ne troverete migliaia di queste “esse”.

Ma il momento magico, autocosciente della “esse” nell’abbigliamento fu a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.



ma chi incarnò la bellezza del vitino da vespa, dei seni e dei fianchi prosperosi, e della capigliatura raccolta in alto a boule, come un fiore Liberty, fu Camille Clifford


Nel Novecento i seni andavano di moda meno pieni e i capelli più sottili e aderenti alla testa. ma non si rinunciava alla “esse”. E se questa non doveva essere data dai fianchi, che per motivi socio-culturali le donne non gradivano mettere in mostra, allora c’era sempre la gamba.

Ancora oggi, modernizzata, decontestualizzata, privata della sua storia, la vediamo comparire su cataloghi per tutte le taglie (idealmente rappresentate da una platonica 42) e tutte(?) le tasche, sulle passerelle, negli stock di foto delle più importanti agenzie fotografiche italiane. Cambia l’abbigliamento, invece dello chignon chi sono i rasta, e al posto di una gonna di velluto ci sono i jeans…ma poco cambia.
Signor Hogarth, lei che ne pensa?

I bei tempi andati…


Fotolia, finto elegante da copertina


Supergambe, modernissimo e allegro

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L’uomo che sussurra alle vigne

Dramatis uvae

Barolo: Mozart gli dà alla testa
Verdicchio: abituato con Mozart sin dalla più tenera età, ne è un profondo estimatore
Pinot: balbuziente dopo una esperienza con Philip Glass
Mantonico: rude amante di Frank Zappa
Chianti: silenzioso, parlerà solo alla fine. Ascolta solo il canto degli uccelli, il fruscio del vento e i rumori lontani della città.

Barolo: “Sciapete che coscia dicono adescio gli sienziati? Che scientendo la muscica di uno che sci chiamava Mozart noialtri sci dovrebbe fare un vino migliore e pure più abbondante. A me dà fasctidio, mi scento già ubriaco”
Verdicchio: “Ah, ma cosa dice! Lei, signor Barolo, mi sembra che non capisca nulla e che abbia superato ogni ragionevole tasso di fermentazione alcolica, probabilmente dovrebbe spostarsi in una botte più piccola! Mozart non è solo musica, ma è LA musica, la musica in assoluto, capisce? A me la fanno sentire tutto il giorno, non sento altro che quello (a dire il vero Verdicchio non ha mai sentito altro, ma non lo confessa, n.d.c.)”
Barolo: “Ma non è affatto vero che ho sciuperato la fermentassione, è quella muscica che mi dà alla testa! Non la sciopporto più…ma poi, dico io, perchè sci sciono intestarditi con questo Mozart?”
Verdicchio fa per rispondere, ma si intromette Mantonico
Mantonico: “Ma perchè non conoscono nient’altro, razza di idioti che non siete altro!”
Pinot: “Al-ltro che M-Mozart! Il mio p-p-padrone è un-un-un in-n-novatore. A m-me fa sentire u-u-uno che si chiam-m-ma Phil-lip Glass. S-solo che d-da quan-n-do l-lo sento m-mi è v-v-v-venuta la b-b-b bal- bal..”
Mantonico: “Balbuzie, idiota! Tu e il tuo padrone del menga! Certo che ti viene la balbuzie! hai mai provato a sentire Frank Zappa? Che razza di vino ci vuoi fare con quello lì? Con Frank Zappa fai dei chicchi grossi come cocomeri!”
Verdicchio: “Sì, certo, come cocomeri! ma acquosi e privi di sapore! Dovrebbe saperlo, lei, signor Mantonico che la quantità non è sinonimo di qualità!”
Mantonico: “Eeeeh, ma quante arie che ti dai, bello mio! te le ha insegnate il signor Mozart?”
Pinot: “S-scusi s-signor Mantonico, m-ma chi è questo Frank Z-zappa? ”
Barolo: “Ma scie lo scianno tutti che è il prescidente della Confagricoltori! E poi mi dicono che ho sciuperato il tasso alcolico, certe persone col Mozart sciotto il naso!”
Mantonico: “Ma sta’ zitto, tu, altro che tasso alcolico, a te quello sfrigolio di arpe e violini ti ha dato alla testa!”
Verdicchio: “Cafone! Con certa gente meglio non avere a che fare!”
Pinot: “N-non si il-lluda, signor V-verdicchio, l-le p-potrebbe capit-tare di finire nella s-s-stessa bottiglia c-con uno qual-lsiasi di noi…s-s-sa, oggi i v-vini si taglia-no tutti… (poi, dopo una pausa) …aaaaaah, mi fis-schia un orecch-cchio…sento gli accordi di Einstein on the Beach…”
Mantonico: “Certo, bellezza, pure a me fischierebbero le orecchie con quella robaccia là”
Chianti (quasi tra sè e sè): “Mah, che parlano a fare? Tanto finiremo tutti nella stessa cassetta di plastica, raccolti da un indiano che sente musica di Bollywood con l’i-pod…”

Legame covalente polare

“Ponti ad idrogeno, al nemico che fugge”!

A dispetto delle differenze tra giardino e giardino, tra dimensioni, stili, necessità, praxis, technè, scopi, finalità, oggetti e soggetti, tutti i giardini sembrano avere almeno un punto in comune: la mediazione della tensione tra gli opposti, come scrive peraltro Luigi. M. Lombardi Satriani.
Non necessariamente opposti ontologici, assoluti, ma opposti dati da una determinata cultura, ad esempio per la nostra: vita e morte, animato, inanimato, privato, pubblico, domesticato, selvatico, naturale, artificiale, dentro e fuori, personale e impersonale, comune e individuale, ordinato e caotico, statico e dinamico.
Questa mediazione assume diverse forme per una risoluzione, o anche solo una chiarificazione, o più spesso una preferenza, anche attraverso l’estremizzazione o la tensione artistica.
Il giardinaggio, come altre forme d’arte, può incorniciare un dibattito altrimenti conducibile in termini teorici o verbali.
Ecco perchè è una forma d’arte, a mio giudizio. Di arte “maggiore”, per intenderci.
Tutti i giardini, consapevolmente o no, sono un tentativo di dare una soluzione a questo contrasto di opposti, a fornire una mediazione tra le tensioni che dilaniano le nostre esistenze.
A me sembra, anche se penso che questo non possa essere accettato da tutti, che il giardino, per quanto limitato possa essere, non è solo una dichiarazione di potere su ciò che ci circonda, ma una forma di ‘rifiuto’ dei termini in cui la vita ci costringe ad accettarla e la fissità dei termini secondo cui si dovrebbe svolgere la nostra esistenza.
E questo è un atto di speranza.
Una forma di vita di chi realmente non vive, come ho detto molte volte.

A che serve un giardino?

09/10/08
A che serve un giardino?
Filed under: Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 8:24 pm

A che serve un giardino? Da cosa nasce l’idea di giardino?
Oltre che dalla non tanto ovvia necessità di collocare l’edificio in uno spazio delimitato, separato dal “resto”, nasce anche dal nostro innato desiderio di avere un continuo rapporto con la natura.
Tuttavia il giardino si configura, come l’arte e il gusto, come una scelta di stile di vita. E badate che lo “stile di vita” non si limita alla scelta delle tendine del bagno o dei parati del salotto: in questa espressione è incluso ogni guizzo di individuale personalità che abbiamo, e che crediamo unico ed assoluto.
Ognuno crea un romanzo, un mito ed una mitologia attorno a sé, il giardino serve ad esternarla. Ogni giardino serve allo scopo per il quale il giardiniere lo crea.
Il giardino è una dichiarazione sociale, di ideali, di stile di vita, di etica, di gusto.