La tamarrìa di Siderno

Qualche domenica fa sono andata a fare un pezzo per il “mio” giornale: un pezzo diciamo di quelli “chiamati” .
Tra parentesi c’era un maestro fiorista olandese gay simpatico da far resuscitare i morti. Si chiama Peter Landmann.
Ad un certo punto però mi sentivo abbastanza resuscitata e volevo tornarmene a casa a prendere un tè e fare quattro passi coi cani.
Al parcheggio però la brutta sorpresa di trovare la macchina bloccata da un’auto. Com’è come non è, esce fuori che l’auto era della “padrona di casa”, una ragazza giovane, bionda e molto carina, vestita con abiti costosi ma brutti, la quale mi dice che ero io in torto perchè il suolo, seppur adibito a parcheggio, era privato e che io ero abusiva.
Beh, dopo essermi rovinata l’unico giorno libero della settimana per farle un favore, era quello che mi ci voleva. A quel punto mi sono sentita resuscitare del tutto.
Mi va quindi di inquadrare storicamente questo tipo di comportamento sociale, che viene definito “tamarrìa”.

Etimologia: “Tamarro” significa propriamente “campagnolo”, ma nell’accezione comune è un modo di comportarsi nella società civile, cioè rozzo, da contadino, da ineducato.

Il problema: esisteva o no la “tamarrìa” in Calabria, a Siderno, in tempi antichi, o è un fatto recente?

La storia
Primo periodo: dagli anni ’30 alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1943 in Calabria)
Esistono due società completamente distinte: quella cittadina (consumo) e quella campagnola (produzione). La borghesia terriera sfrutta e sbeffeggia i contadini, che sono poverissimi, miseri, servili, sudici, senza scarpe, con abiti logori e fuori moda di almeno venti anni. Solo nei borghi antichi, in cui produzione e consumo coincidono, c’è una sola società. I rapporti tra le due società sono ancora di tipo feudale, nonostante i contratti fossero “moderni”. Se pensate a libri come Cristo si è fermato ad Eboli, avrete una perfetta immagine di come i professionisti cittadini trattassero i contadini.

Secondo periodo: dal 1943 al 1964 circa, che consideriamo il picco delle grandi emigrazioni.
Comincia il mercato nero che per i contadini è una vera rivoluzione economica e sociale. I cittadini (consumo) vivevano con la tessera, ma i contadini (produzione) erano autosufficienti dal punto di vista alimentare. I contadini iniziano a vedersi circolare in mano del danaro, a costruire case più belle ed efficienti, ad aumentare il patrimonio disponibile per la dote delle figlie. Fanno sacrifici inenarrabili e più abili si trasformano in piccoli commercianti.
Inizia il periodo della grande emigrazione verso l’America, l’Australia, la Germania, poi verso il Nord. Arrivano beni di consumo industriale, come l’automobile e il pb gas, che solleva le famiglie contadine dall’obbligo millenario della raccolta della legna. Lambretta e Vespa sostituiscono l’asino.
Pauroso indebolimento della borghesia terriera, che non pensa più a conservare la terra per i figli, ma a trovargli un posto nel pubblico impiego. Abbandono delle terre, Cassa per il Mezzogiorno, strade, case, acquedotti, cresce il lavoro e lo stato paga appaltatori e salariati.
La mafia, che prima era al servizio della borghesia terriera, con le elezioni si trasforma in procacciatrice di voti presso i contadini, che non hanno idee politiche, o se ce l’hanno sono disposti a tradirle per un vantaggio particolare. I politici fanno delle promesse: piccole cose, tipo licenze per vendere frutta, o il permesso di partire per l’America.
A mano a mano trattare i voti con i contadini diventa una professione, la mafia si diffonde sulla scia della politica per ottenere prima licenze, poi piccoli appalti, il commercio di sigarette e di stupefacenti, infine il sequestro di persona, da cui si ricavavano milioni (di quei tempi), che servivano a ricavare un capitale per l’acquisto di droga sul mercato internazionale.
La politica, anche a livello altissimo -pensiamo ad Andreotti- deve avere contatti con la mafia. Bassolino ha ceduto alla camorra perché ci fosse una Campania governabile.

Terzo periodo: dal 1964 ad oggi
Non c’è più il padronato fondiario del tipo “baronato”, c’è invece una classe impiegatizia vastissima alle dipendenze dei politici. I medici, che sono tra coloro che hanno maggiore influenza in politica, non sono più la classe culturalmente dominante. Non c’è neanche una classe industriale che possa indicare un modello culturale. La stessa politica porta su personaggi di scarsa qualità, legati alla mafia. La “tamarrìa” nasce in questo disagio sociale in cui non funzionano più i partiti, non funziona la politica perché seleziona persone di secondo livello, non c’è una classe economica dirigente “costumata”. C’è invece un opportunismo mafioso o mafioseggiante che ha interesse a tenere diseducate le masse, per renderle più pronte alle sue sollecitazioni politiche.
La “tamarrìa” si configuara quindi come un fatto di costume per cui si permette a tutti di essere maleducati con il prossimo, di difendere i propri interessi con la prepotenza, soprattutto nelle piccole cose del quotidiano, perchè per i reati più gravi si ha ancora paura della sanzione penale.
A questo stato di degrado sociale contribuisce la diffusione di una certa cultura nazionale attraverso la televisione che non modella più come il grande cinema degli anni ’50, ma genera un prodotto amorfo fatto di show e ballerine. Tutto concorre all’inselvatichimento dei rapporti sociali. Paradossalmente è in campagna che rimane il concetto dell’ospitalità proprio dei borghi antichi.
Nei paesi più al centro dei flussi commerciali si vive in una vera jungla d’asfalto.
L’epi-cultura (cioè la manifestazione esterna di una falsa cultura) è fondata esclusivamente sull’amor proprio, sul sussiego, non sull’agonismo nobile.
Questo per poter controllare il voto delle masse.

Questa è la tamarrìa di Siderno. A questo genere di persone appartiene la bella ragazza bionda che pensa che tutto sia a sua disposizione e che ha parcheggiato bloccandomi la macchina.

2 pensieri su “La tamarrìa di Siderno

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