Gli elementi propri del giardino

Con grave ritardo, dovuto ad impegni successivamente presi, leggo sul n° 20 di Rosanova (Aprile 2010) l’articolo di Guido Giubbini Giardino degli architetti e giardino dei giardinieri: un punto di vista.
L’articolo, come sempre ben scritto e molto informativo, illustra, attraverso la storia più recente del giardino, la discrasia tra giardino concepito come area in cui accogliere le piante e coltivarle personalmente, e il giardino che accoglie altri elementi oltre le piante, nella fattispecie diverse forme di architettura.
Per la seconda volta su Rosanova leggo, sempre da parte di Giubbini, la frase: “utilizzando gli elementi propri del giardino, cioè le piante”.

Sebbene esista una differente visione del giardino da parte di architetti e giardinieri, dovuta non tanto a motivi ideali ma pratici, assumere che gli elementi propri del giardino sono le piante proprio non mi va giù.
La tradizione storica dice il contrario, specialmente quella orientale; ma anche il giardino rinascimentale toscano, il cosiddetto giardino all’italiana, pieno di statue, mura, scalinate, acqua e fontane a tutta forza.

L’opinione che gli elementi propri del giardino siano le piante è anzi abbastanza tarda, maturata dal naturalismo di Robinson e compagnia cantante.
Pensare che gli elementi propri del giardino siano le piante equivale a ridurre la storia del giardino alla storia del giardinaggio, che sono due cose assai diverse.
Insomma, mi sembra una trappoletta messa lì per farci cadere la gente (per carità, c’è caduto anche Mukarovsky).
E’ un po’ come dire che gli elementi propri della pittura sono le tele e i pigmenti ad olio (e Keith Haring, tanto per dirne uno?).

Ma il problema è ben più sostanziale: potrei sbagliarmi ma mi pare che l’articolo sia pervaso di un senso di ricerca dell’assoluto, come se tentasse di ricomporre un bipolarismo che è solo apparente.
Ecco, questo credo sia un errore perchè induce in tentazione. Quale tentazione? ma di credere che esista un giardino ideale, un giardino platonicamente inteso, un assoluta manifestazione esteriore di giardino.

Il giardino ha come elementi propri esattamente quelli che chi lo costruisce, mette in opera e mantiene, ritiene opportuni.
Questo non fa di tutti i giardini dei bei giardini, come non tutti i quadri ad olio sono belli.
Nè a mio parere il giardino -inteso come forma d’arte- è un processo che deve essere tenuto sotto controllo da un unico individuo. Questa è un’altra trappoletta messa lì a bella posta.
Il giardino è un processo, è vero, più che un prodotto; ma a questo processo possono prendere parte diverse persone, famiglie, torme di giardinieri ognuno con una sua idea personale, generazioni di storici dell’arte del giardino. Ognuno di loro contribuisce in maniera significativa alla prosecuzione di questo processo, e dopo di loro verranno altri che faranno la stessa cosa.

Se il filo del mio ragionamento è corretto, questo dimostra sostanzialmente due cose: che l’estetica moderna risente in maniera ancora evidente del pensiero di Kant e che l’arte del giardino è un terreno impervio e paludoso che mette a dura prova l’accademismo tradizionale.

10 pensieri su “Gli elementi propri del giardino

  1. Anch’io sono rimasta sorpresa dell’articolo “Architetti e giardinieri” di Rosanova n.20, non tanto per la definizione delle piante come “elementi propri del giardino”, quanto perché mi è sembrato che Giubbini accettasse acriticamente la divisione fra il ruolo dell’architetto e quello del giardiniere come un dato di fatto immutabile.
    Ma secondo me né l’uno né l’altro aspetto, al di là di singole frasi o dell’intonazione di un singolo articolo, fanno parte del Giubbini- pensiero.
    Giubbini ha dedicato articoli di sostanziale apprezzamento a giardini come Villa Lante di Bagnaia, o Chantilly, oppure ancora Champ de Battaille in cui le piante non hanno certo un ruolo preminente,
    ma in primo piano sono le architetture, le sculture, l’acqua, la luce, lo studio dei rapporti spaziali fra elemento vegetale, minerale, acquatico e il loro significato simbolico, lo stile.
    Ecco, a mio parere, secondo Giubbini il giardino deve mirare ad essere un opera d’arte dotata di stile (insieme di caratteristiche formali storicamente determinate).
    E naturalmente apprezza chi nell’arte come nei giardini ha tenuto alta la bandiera del criticismo e della ricerca indipendente, portando avanti il discorso dell’arte e dello stile, oltre che di un pensiero autonomo.
    E non ha importanza se l’artista dà usa la tela e ai colori ad olio (Pollock, Kline) o a materiali del tutto diversi (Burri).
    E non ha importanza se il plantsman, quello che sintetizza in sé le competenze di architetto e giardiniere, dia la preminenza alle piante, all’elemento vegetale, o a quello acquatico, o ancora a quello minerale.

    Quelle di Giubbini sono posizioni forse utopistiche o un ideale a cui cercare di avvicinarsi.

    Tu, nella tua riflessione sui giardini, dai la preminenza all’aspetto sociale del giardino.
    E allora coerentemente sostieni che “Il giardino è un processo, è vero, più che un prodotto; ma a questo processo possono prendere parte diverse persone, famiglie, torme di giardinieri ognuno con una sua idea personale, generazioni di storici dell’arte del giardino. Ognuno di loro contribuisce in maniera significativa alla prosecuzione di questo processo, e dopo di loro verranno altri che faranno la stessa cosa.”
    Ma se il giardino è opera d’arte, ha una sua fisionomia, delle caratteristiche di stile che gli hanno impresso, in un determinato momento storico, un individuo o una collettività (siano essi i creatori o i restauratori che ne hanno rielaborato lo stile conferendogli una diversa e nuova impronta).

    • Intanto grazie del tuo primo commento, pensavo non avresti mai scritto!
      Sono riflessioni molto stimolanti quelle che poni, e diciamo che in buonissima parte mi vedi d’accordo col tuo punto di vista, specialmente quando sostieni che il giardino debba essere dotato di stile e che questo si possa raggiungere in vari modi, e che la ricerca deve essere continua.
      Tuttavia il giardino, per la sua natura temporale, impone che a impegnarsi nella sua costruzione e manutenzione siano spesso molte persone. E’ una sfida, se vogliamo, alla critica artistica classica, alla quale dobbiamo iniziare a pensare seriamente per riuscire ad articolare una domanda e infine, se possibile, darci una risposta.
      Se c’è un’opera d’arte che mette a dura prova le regole classiche della critica d’arte, quella è proprio il giardino.

  2. D’accordo, affermare che gli elementi propri del giardino sono le piante è limitante e antistorico epperò io, molto banalmente, quando penso ad un giardino penso ad un luogo verde in cui la struttura architettonica si faccia dimenticare, si faccia fagocitare da piante e foglie, un po’ come le rovine di una civiltà perduta ingoiate dall’esuberanza della vegetazione.
    Per questo motivo, i giardini che preferisco sono quelli in cui gli elementi architettonici appaiono come capitati lì ‘per caso’, dimenticati e un po’ nascosti, come ricordi di un tempo passato o come giocattoli abbandonati sul prato.
    Il giardino è il risultato di un processo in cui l’individuo gioca con vari elementi: elementi vegetali e ambientali, storie personali e collettive, immaginario e desideri inespressi.
    Ecco, mi sono dilungata troppo sui miei gusti personali, ma in realtà forse non ho compreso appieno il senso del discorso (pur di parlare di giardini sono disposta anche a fare queste figuracce ; ).

  3. Ci ho pensato un bel po’ prima di capire cosa volevo dire e risponderti. A parte il fatto che non leggo più Rosanova da un po’ proprio per un certo senso di fastidio -che nulla toglie all’ammirazione che ho per Giubbini e la sua rivista- per un certo sentimento rarefatto di “assoluto artistico” che toglie molto all’anima dei giardini.
    Venendo al dunque: ma siamo ancora qui a parlare di “elementi propri”? A cercare la “cosaggine” nella cosa? Credevo che almeno un po’ di strutturalismo, se non proprio di teorie della complessità, fosse entrato a far parte del nostro modo di ragionare e interpretare. Nessun elemento proprio rende conto del surplus di significato che dà la relazione fra elementi. E’ nella relazione che vanno cercate le (e non la) proprietà di un significato. Tanto più nel giardino, che beneficia di un elemento in qualche modo stocastico che è la presenza di esseri viventi.

  4. Sono in perfetto accordo con te, ma proprio su tutto tutto. Vaglielo a far capire, però.

    Però la parola “stocastico” a me suona un po’ logora. E poi sembra che uno dice:”Anvedi che Lamborghini che s’è fatto il Beppe!” e un altro risponde ” ‘sto castico!”

  5. scusate il ritardo, ma ho inciampato in questo dibattito solo ora. E’ stato un piacere seguire il filo del vostro ragionamento, anche se alla fine l’avete buttata in goliardia. Peccato, avrebbe meritato (il dibattito) ben altra platea! Sono sulla vostra stessa posizione, è vero che gli “elementi propri del giardino” fanno pensare a male, però non mi sentirei di escludere questa opzione in nome di una obbligatoria supremazia del relativismo. Sappiamo bene che se “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, è conseguentemente vero che anche questa è solo un’interpretazione. L’unica cosa importante è che persone di straordinaria cultura e sensibilità come Giubbini espongano la propria convinzione, in questo caso con assoluta proprietà di mezzi culturali e capacità argomentative, affinché il gioco della comunicazione continui. Se così non fosse, non sarebbe stato possibile nemmeno il dibattito tra Sir Reginald Bloomfield e William Robinson alla fine dell”800 sulla vera essenza del giardino. Se così non fosse, allora si che il giardino sarebbe davvero morto.

  6. questa platea è un misto di “Gran Cafè Poincaré” e “Bar de lo zi’ Ciccio”, e non hai visto Brave New Garden!
    COMUNQUE! grazie del commento e benvenuto. Ho visto che hai un bel sito, magari ci piacerebbe sapere qualcosa di più su di te e la tua attività. Hai un nome insolito, tra l’altro “Virginio” è elegante, per di più combinato con “Melaranci”, suona come un personaggio di Calvino.
    Giubbini è un santone per noi, proprio per questo ogni tanto gli facciamo le pulci.
    Ma quello che mi preme dire è che -perlomeno da parte mia (ma credo neanche da nessun altro)- si pretendesse una superiorità del Relativismo, che perlomeno qui è considerato per quel che è : una forma di gnoseologia ontologica aporetica.
    In realtà ci stavamo rifacendo di più al vecchio Strutturalismo cecoslovacco (Mukarovsky ad esempio), in cui il relativismo, in quanto aporetico è rigettato e vengono stabiliti dei canoni metafisici del bello per l’uomo, pur nella comprensione che sono più le volte che il bello esce da strutture che non rispettano questi canoni che da quelle che li rispettano.
    Il problema degli elementi propri di un’arte credo sia davvero superato e sia stato più volte dimostrato come una stessa arte possa avvalersi di elementi di volta in volta diversi.
    Quindi: no relativismo, no Accademismo.

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