Il mithos fondativo di Lavinia Taverna

Un blog è un blog: una recensione di un libro può essere di “pancia” e personalissima. Mi sento quindi autorizzata nel recensire a mio modo la riedizione del libro di Lavinia Taverna Un giardino mediterraneo.

Il vecchio testo del 1982

Il libro di Taverna è stato per tantissimo tempo fuori catalogo. Introvabile già quando ero alle prime armi, anche su siti “potentissimi” come AbeBooks. In precedenza era stato pubblicato da Rizzoli nella celebre collana “L’Ornitorinco” diretta da Pizzetti, che ne fece a suo tempo l’introduzione.
Quest’anno la Pendragon, casa editrice che ormai ha al suo attivo una solida esperienza con i giardini, ha deciso di ripubblicarlo, cosa per cui si merita la mia personale gratitudine, come credo di tutti coloro che non sono mai riusciti a trovarlo o leggerlo.
Per dovere di cronaca ne dico i difetti subito subito, così ce li togliamo dai piedi: 1)copertina amorfa, generica e non particolarmente gradevole o attrattiva, leggermente sfuocata, mal ritoccata. Grossa pecca nella confezione del libro. Tuttavia vedo dalla rete che la copertina dev’essere stata cambiata in una successiva ristampa: ottimo. 2) Mancanza di un’introduzione che riepilogasse la storia del volume, del suo successo editoriale e della sua scomparsa dalle librerie, che raccontasse la figura della Marchesa, della sua amicizia con Pizzetti e Page, della sua influenza sullo stile italiano di molti giardini contemporanei. 3) La mancanza di una postfazione dedicata ai Giardini della Landriana, dai suoi fasti al suo innegabile decadimento, fino ad arrivare alla Fiera omonima e ai suoi molteplici aspetti.

Quante me ne hai combinate!

Per il resto ho solo una cosa da dire: ho capito quanto sia stato importante questo libro per me, pur non avendolo mai letto, solo adesso, appunto, leggendolo. Su questo libro si appoggia il mithos fondativo che alimenta la mia storia di giardiniere e buona parte di quella di essere umano. Questo tanto per dire di che potere sia animato questo libro, che ha influenzato le giovani leve del giardinaggio italiano che magari non ne conoscono neanche l’esistenza.

Il giardino della Landriana e l’ormai mitizzata figura della Marchesa Taverna sono stati una sorta di iniziazione viatica per me, e mi hanno accompagnato per molti anni, e mi accompagnano ancor oggi. Molte delle persone che ho conosciuto e conosco hanno gravitato nella sfera della Marchesa: Sandra, direttrice dei giardini, che ho conosciuto sotto lo pseudonimo di Alahambra, che oggi è la proprietaria del forum di CdG. Quando seppi che era lei la responsabile dei giardini ne fui immensamente colpita, perchè allora ero giovane e implume, non mi riusciva di capire che il mondo del giardinaggio è in fondo molto piccolo, e non pensavo di poter arrivare a conoscere un personaggio così in vista. Lucilla, amica della Marchesa, che ne vede ogni tanto lo spirito, o forse immagina di vederlo, soprattutto nelle serate con la luna.
Gabri, che del giardino della Landriana ha preso a modello molti aspetti, rimaneggiandoli poi secondo il suo gusto personale. Gabri che cucina, fa la marmellata di cipolle di Tropea e accudisce i nipoti teneramente.
Maurizio, cioè Noor, l’ispiratore di tutto il mio mondo giardinicolo, e mia musa. Amico, nemico, ostacolo o spalla su cui piangere, confidente, affinità elettiva, amico tra gli amici, con il quale ci siamo accapigliati, scontrati, schiaffeggiati, dato la morte civile, per poi riprenderci, ritrovarci, ridarci sberle, parlare per ore al telefono, tenerci il muso, mandarsi sms. Per me Noor è -e sarà sempre- l’incarnazione stessa del giardino, e del mio amore per esso. Racchiude in sé, come giardiniere e come persona, tutti i misteri, le contraddizioni del giardinaggio e del fare i giardini, le domande senza risposta di cui sono da anni sulle tracce. Per lui ho dei sentimenti che vanno al di là della semplice amicizia e della collaborazione professionale, sentimenti più accomunabili alla fratellanza, alla geminità. Noor ama molto la Landriana, e l’ha sempre evocata come spirito di perfezione e ispirazione. Quando da giovanissimo approdò sul forum di Giardinaggio.it, capii subito che era fatto di una pasta diversa, di quell’amalgama speciale che il padreterno tira fori solo ogni tanto dal suo fuoco creativo. Diamante, gomma arabica e ardesia, poco zucchero.
Noor possedeva quel libro nell’edizione Rizzoli, lo lesse e Lavinia lo imprintizzò. Noor ha poi imprintizzato me e molti altri nel forum, sia in G.it che in CdG. Fu così tramite della lezione di Lavinia Taverna presso i due più importanti forum italiani. Certo non è stato solo per questo che la lezione di Lavinia è arrivata ovunque, in Italia, dove ci fossero le condizioni climatiche ed economiche perchè si sviluppasse un giardino di tenore stilistico elevato. Altri libri, guide, articoli, gli stessi giardini conformati sul modello Landriana, hanno ispirato altri giardinieri.
Oggi molte cose -come direbbe Lucilla- sono andate di moda: la bordura grigia, più appartenente all’Ottocento che al Novecento, a Gertrude Jekyll e a Vita Sackville-West che non a Christopher Lloyd o Piet Oudolf. Le piante grigie sono ancora oggi uno degli “articoli” più amati del giardinaggio, ma si badi bene, di un giardinaggio ormai fatto di grandi numeri, seriale.
Altri problemi che lei sollevava, come il difficile lavoro sul rosso, sono stati poi abilmente risolti da Christopher Lloyd con il suo “espressionismo pop” (cit. Giudo Giubbini).
Alberi a parte ho avuto nell’arco di un decennio metà delle piante di cui parla, di cui conosco la metà delle cose che sapeva lei. Ma la verità è che ogni pianta che lei descrive mi parla, mi parla dei vecchi amici del forum che non ho più riincontrato, Kathleen Harrop, Zia Lilli, Alex da Ferrara, Chiarina la spammer, Pietro Puccio, e altri che ancora sono rimasti nella CdG ma un po’ discosti, Chicca, Lucia, Paola. Ricordo l’emozione nello scoprirle, per conto mio o su suggerimento dei forumisti, la fatica per mettere da parte le cifre per acquisti all’estero, la gioia di averle nel mio giardino, i confronti con gli altri, i consigli dati e ricevuti, la disperazione quando non ho più avuto acqua e tutto, pian piano, si è perso.
Senza saperlo mi sono trovata per le mani un libro che è un viaggio a ritroso nella mia vita, che mi riporta al passato, alla freschezza di quando un narciso appena sbocciato stillava gocce di pace nella mia anima.
Ora che il giardino è diventato un mestiere o un mezzo mestiere, parecchia della sua carica emotiva si spegne in quella razionalista, e questo è un bene solo a volte. La riedizione della Pendragon mi ha portato all’acquisizione di un tassello mancante nella mia vita e a capire che questo libro racchiude tra le sue pagine buona parte del mio cuore. In sostanza un atto gnoseologico. Una agnizione.

Ma il mio riflettere non termina qui, in una mera rievocazione didascalica dei miei ricordi, che non sono neanche tanto importanti.
Il titolo, che dà forma al contenuto, cioè “un giardino mediterraneo”, è secondo me errato. O lo era allora e lo è oggi, o lo è oggi alla luce di una maggiore e più diffusa informazione, di una rinnovata attenzione al territorio e al “localismo” .
Il giardino della Landiana, nel tempo, ha iniziato a incarnare tutti gli stilemi compositivi che dalla grandezza della Taverna e di Page sono percolati nella cultura di massa, contro i quali ho dichiarato aperta battaglia aprendo questo blog. Il giardino di Lavinia Taverna è sostanzialmente inglese e per nulla mediterraneo, se non nel clima, mite ma non troppo, di Tor San Lorenzo, che sarà una USDA 9/b, massimo massimo 10a. Con inverni più freddi dei nostri e piogge più regolari, che permettono la crescita di molte piante che qui in estete soffrirebbero l’arsura.
E’ naturale che il gusto della Marchesa si sia formato sulle letture d’oltremanica, e che abbia cercato di adattare quei principi compositivi al clima più caldo della costa laziale.
Ma ciò non ne fa un giardino mediterraneo. Dubito che un giardino mediterraneo possa esistere al di fuori della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Basilicata, forse della Campania.
Un giardino mediterraneo è improntato nello spirito alla sicilianità. Nè credo si possa ricostruire a piacere, ma solo conservare quei pochi esemplari che ne sono rimasti, ignorati, non catalogati, negletti. Un giardino mediterraneo è una comunicazione di spazi, prima di ogni cosa, spazi vissuti e posseduti da diverse famiglie. Non può dunque prescindere dagli edifici che ne costituiscono le abitazioni, da passaggi, camminamenti, viottoli, sentieri, da muri, cancelli, separazioni e recinti come in una mappa catastale. Viottoli stretti quel tanto per passare che sbucano su stradine sterrate ai cui lati ci sono siepi fiorite. Campi e pascoli in declivio ombreggiati da limoni e altri alberi di agrumi, da cui si domina la casa nobiliare o la serie di edifici collegati. Muri a secco, alti, che proteggono coltivazioni, canalette per l’irrigazione, dotate ognuna della sua “ghigliottina”, per “tagliare il solco” e deviarlo verso altri campi. Un’economia comunitaria, una vita non principesca e raramente ornamentale, basata su un’economia prima di sussistenza e poi destinata alla vendita.
Un giardino mediterraneo è prima di tutto un orto, racchiuso tra mura, separato dal contesto scenografico e ricco nel quale si ricevevano gli ospiti nelle calde sere estive.

Certo, il nucleo dell’operare della Marchesa Taverna fu proprio la scelta delle piante adatte al clima della costa Laziale, a differenza di quelle che crescono con facilità nell’umido clima britannico. Il che a volte è un handicap, ma altre volte un vantaggio. Ci permette, avendo a disposizione un po’ d’acqua e buona terra, di coltivare piante esoticheggianti in giardino, accosatte ad altre più tradizionali. Ecco il motivo della “mediterraneità” del suo libro e del suo agire. Storicamente purtroppo non confermabile.

20 pensieri su “Il mithos fondativo di Lavinia Taverna

  1. Grazie. Questo tuo post è stupendo, emozionante,stimolante.
    Comprerò il libro, spero già domani, magari ci troverò qualche pezzetto di quello che ci hai trovato tu e sarà già abbastanza.

  2. Sul frontespizio del libro di Lavinia Taverna che ho ripreso dalla libreria dopo avere letto il tuo post, c’è impressa la data del settembre1985. Un flash a ritroso mi riporta ai primi anni dopo la laurea in agraria quando acquistavo tutte le riviste ed i libri allora in commercio alla ricerca forsennata di un modello di giardino “alto”, cui potessi confrontarmi e ritrovare nella realtà giardiniera siciliana che avevo intorno. I testi delle mitiche signore inglesi mi lasciavano contrariata; manco una delle specie descritte ritrovavo nel verde siciliano; si parlava sempre e solo di rose, di mughetti, di ellebori quando nella mia realtà climatica crescevano clerodendron, plumerie, allamande. Chi, dunque, come la Taverna mi enunciava, già nel titolo di descrivere specie per un tipico “giardino mediterraneo” era per me la manna venuta dal cielo. Ma ancora una volta restai delusa: conifere, rose e gelo sono alcuni capitoli del libro della Marchesa; io mi guardavo intorno e vedevo araucarie, agrumi, noline, ficus e palme a profusione. Ero molto scoraggiata. Ma arrivò Betto, l’avvocato Guglielmo Betto, collezionista, viaggiatore, profondo conoscitore di specie rampicanti, di esotiche e tropicali; fondatore della Società Botanica di Acclimatazione, della rivista Hortus. Lui, di origine siciliana, descriveva nei suoi testi specie a me sconosciute che ritrovavo però nel giardino di fronte casa e, finalmente un mondo magnifico di esuberanti colori, di profumi tropicali, di trasgressioni botaniche fece ingresso trionfale nel mio modo di vedere il giardino mediterraneo. “Le piante insolite” edito da Mondadori per le Guide di Gardenia, è il libro che meglio suggerisce, a mio parere, un modo moderno di interpretare il giardino mediterraneo.
    O..scusami mi sono lasciata prendere dai ricordi
    Marcella

    • Scusa Lidia se rispondo io a Marcella, che ormai mi vanto del titolo di storica del giardino in Italia Honoris Causa per via dell’anzianità, più che per merito. In quel periodo, anni 70 e 80, c’erano diversi conoscitori di piante pazzeschi, per esempio Stenlio Coggiati era un grandissimo esperto di rose, quelle moderne, ma soprattutto di camelie, poi c’era il mitico Lodi per le piante grasse, Mariella Pizzetti (non parente) per le grasse e le esotiche e poi, forse più giovane dei tre, Guglielmo Betto, che viaggiando spesso per lavoro (era un avvocato internazionalista (?)) divenne uno dei più grandi esperti di piante tropicali. Ce n’erano anche degli altri che in questo momento non ricordo, comunque tutti scrivevano sul mitico “Il giardino fiorito”, rivista fondata da Eva Mameli, la mamma di Italo Calvino. Questi signori furono fondamentali per l’avvio in Italia del collezionismo di piante, ma di giardino non ne parlavano tanto, forse non importava loro più che tanto, forse non avevano la magia per dirlo. Erano anche molto litigiosi, famose le baruffe tra Coggiati e Betto. Divertenti, affascinanti e ferratissimi. Cazzuti, si direbbe oggi.
      In quel periodo là emerse anche Ippolito, ma lui non uscì dalla porta di una serra o di un orto botanico, bensì dalle pagine di un giornale. La storia di Pizzetti la conoscete tutti, laureato con Sapegno, germanista, raffinatissimo traduttore (le traduzioni di Max Frish che girano sono ancora le sue), insomma lui è uno che è approdato tra le piante per puro caso (solo in apparenza) e, avendo un retroterra culturale legato alla filosofia e alla letteratura, è ovvio che più che la scoperta di nuove piante è affascinato dal mondo del giardino. Questa è la novità che porta Pizzetti! Prima di giardino non se ne parlava mai. Sì, c’erano Porcinai, De Vico e altri, ma non erano divulgatori, i libri loro sono stampati solo ora, prima erano pubblicazioni per gli addetti ai lavori.
      Pizzetti parla moltissimo di piante, ma di piante diverse, è lui che porta la vegetazione mediterranea nel giardino (anche quella siciliana), mi ricordo ancora di quella volta che scrisse che esistevano circa 2000 varietà di salvie nel mondo e che si poteva fare un giardino di sole salvie. Pensate! Alla fine degli anni 70. Parlò di cisti, di ginestre, di aromatiche da usare non solo in cucina, di rose antiche, etc.
      La Divina Marchesa (la chiamavo io così e De Sade non c’entra nulla)
      si inserisce subito in questo discorso. Per questo è importante e lei per prima parla di flora australiana e sudafricana, ma non da collezionare, ma da inserire in un giardino. Parla di giardino e di piante insieme, legati l’uno alle altre.
      Certo che è una stroria molto diversa da quella che c’era in Sicilia, dove gli Orti Botanici erano a go-gò (Palermo nel 1700 ne aveva due) e che da sempre è stata una terra di acclimatizzazione, dove i bellissimi cisti, le peonie dell’Etna, le ginestre e via dicendo non erano neanche guardate, perchè non erano scese da una nave. Dio sa quanto io ami la Sicilia, quanto mi piacciano i suoi giardini, così pieni di piante esotiche e di mistero. E di storia. Piacevano anche a Ippolito e piacevano moltissimo anche a Lavinia, la cui madre era la Principessa di Moncada ed era cugina di Ettore Paternò. Lei però parla delle piante della sua infanzia sul Lago di Como (Taverna sono lombardi) e il suo giardino è nell’entroterra romano.
      Quello che a me ha dato sempre fastidio in quel libro è il suo scimmiottare la prosa della Vita, un pò melensa, anzi, in certi momenti mi faceva venire il latte alle ginocchia. Ecco il perchè della sinovite.
      Per il resto mi pare un ottimo libro, con notizie di piante allora sconosciute (molte anche ora) da usare in un giardino mediterraneo. Appunto.

      • Beh, che dire; conosco di fama alcune delle persone da te menzionate (non ne conoscevo i rapporti stretti di parentela ed amicizia); conoscevo di persona il cav. Ettore Paternò ed il suo favoloso giardino di palme. Persona squisita che assommava in sé la figura dell’esperto conoscitore e del progettista di splendidi giardini mediterranei. Alla luce di questa discussione, rileggerò il libro per vedere se a distanza di vent’anni dalla prima lettura, riuscirò a trovarvi risposte che da giovane non vi avevo trovato.

  3. Bon, ma siete tutti impazziti? Gentile Lidia, da te non mi aspettavo una così totale caduta di stile, condita da ricordi puerili e melensi.
    Nulla da dire sull’operato della signora Taverna, che coi soldi che aveva poteva ben permettersi le amicizie con Page, Pizzetti e varia compagnia.
    Ma non vi rendete conto che questa signora ha letteralmente “appestato l’aria” di decenni di giardino all’italiana, virandolo su stereotipi inglesi di cui neanche lei era ben padrona?
    E non mi meraviglio che tale imborghesimento del giardino sia filtrato (abbiamo letto attraverso chi) nei forum italiani, imborghesendoli ancora più di quanto non fossero.
    Questo libro è un vessillo bianco, la resa, la disfatta nei confronti del giardino inglese rispetto a quello che sarebbe potuto essere un più autentico giardino italiano contemporaneo, libero dalle stimmate di villa d’Este e dell’allegra compagnia dei giardini toscani- che visto uno , visti tutti.
    Mediterraneo ‘sti cazzi. Non è mediterraneo una beneamatissima cippa. E qui mi interrogo sulla sanità mentatle della signora Marchesa: s’era autoconvinta, evidentemente.
    In questo libro sono raccolte e descritte tutte le belle piantuzze che circolano nei vostri forum eletti, che poi sono l’avanguardia del nulla, frequentati da borghesi benestanti e pure un po’ ignoranti.
    La signora Marchesa ha spianato la strada alle sabbie del commercio e dell’appiattimento estetico, ai borghesucci di dozzina col praticello circolare e la siepina di piante grigie, alle rose antiche che ormai non si reggono più. Ma non vi rendete conto che da qui alle siepi di fotinia è solo un passetto? ma gli occhi ce li avete ancora?
    Meglio sarebbe stato se questo libro fosse rimasto nelle poche biblioteche dove stava e fosse girato solo per fotocopie e pdf. La riedizione è insignificante, Mette in luce quale sia stato il percorso de-costruttivo del giardino italiano a favore di modelli alloctoni. Le dalie col ricino, tutta quella menata sulle piante rosse, sulle striscianti…altro che sinovite!
    E qui mi rivolgo agli editori, ma nessuno ha più coraggio di pubblicare qualcosa di originale, sempre a leccare i culi di vecchi miti (o mini-miti, a seconda del caso), a riesumare successi editoriali per andare sul sicuro.
    Sinovite, chi ha parlato di sinovite ha detto giusto!

  4. Caro Ciccio, sono d’accordo sul fatto che gli editori dovrebbero pubblicare qualche cosa di nuovo, ma cosa? Intanto non mi ricordo di come fosse il giardino italiano (non all’italiana) in Italia negli anni 50, 60, 70. De Vico e Porcinai sono stati dei grandissimi giardinieri a livello mondiale e anche molto prolifici, ma certamente non hanno inflenzato il giardino italiano del dopoguerra. Sbaglio: l’inglobare il paesaggio nel giardino è stata una invenzione sublime di Porcinai. Oggi però la sarebbe dura, con il paesaggio a cubetti di cemento che ci ritroviamo, per non parlar della pala a ventola e del fotovoltaico fiorito sui nostri fertili campi.
    La storia del giardino è tutta una serie di scambi. Noi abbiamo influenzato il giardino inglese e quello francese con le nostre siepine sempreverdi, gli arabi hanno influenzato gli spagnoli e i siculi, poi sono arrivati i francesi che hanno messo i loro ricamini floreali e allargato l’orrizzonte con il loro grandeur, poi è arrivato quello all’inglese, che in Olanda si è imbastardito con quello all’italiana ed è diventato il giardino rococò ed è andato in Russia. Quello all’ inglese nel 1800 è approdato in Italia e anche qua si imbastardito e nel sud ha amoreggiato con quello di derivazione araba ed è diventato quello che Lidia chiama Mediterraneo vero, non so se a ragione o a torto. Poi sono arrivati ancora gli Inglesi e all’inizio del 1900 hanno riportato i giardini all’inglese, creati sui vecchi parterre all’italiana, a un’idea loro di giardino italico, come quasi tutti quelli toscani, vedi La Gamberaia, La Pietra etc. Forse un’idea di quello che, forse, potrebbe essere stato in giardino italiano all’inizio 900 la si potrebbe cogliere leggendo i romanzi di D’Annunzio, alcuni romanzi, perchè per esempio nel “Il Fuoco” descrive il giardino degli Eden alla Giudecca.
    Potrei continuare ancora, ma mi sono rotta e soprattutto vi rompereste voi, poi Lidia è molto più brava di me. Dimmelo tu come sarebbe stato il giardino italiano se non fosse arrivata la Divina Marchesa a traviarci tutti. Non ho mai pensato prima che lei avesse tali capacità.
    Semplicemente ha fatto il suo giardino perchè ne aveva voglia, ha trovato il modo per mantenerselo, l’ha amato ed è vissuta quasi completamente per lui (c’è chi fa delle scelte peggiori), si è scritta il libretto per tramandare la sua esperienza e Ippolito Pizzetti glielo ha pubblicato. Beata lei che ci è riuscita.

  5. Sai, Lidia, dove sta forse tutto l’equivoco? Nel “Giardino mediterraneo”.
    Probabilmente è solo “Un giardino nel Mediterraneo”.

  6. Be’, il titolo esatto è “per un giardino mediterraneo” è quindi prescrittivo, in questo senso non riesco proprio a considerare la Landriana un giardino mediterraneo. Del tutto e in qualsiasi altra maniera. Io non so se la Marchesa abbia viaggiato nel meridione d’Italia, ma non posso pensare che non sia stata in Sicilia. Questo slittamento della mediterraneità è secondo me dovuto all’idea che avevano molti inglesi che si sono stabiliti in italia, come i Walton, gli Hanbury, ed altri che non saprei citare. In realtà non hanno fatto altro che adattare la scelta delle piante ad un clima più caldo, riproponendo gli schemi del giardino “all’inglese”. E’ un argomento che ho già trattato in precedenza sul blog. Qui: https://giardinaggioirregolare.com/2009/03/03/il-giardino-mediterraneo/

    per il resto non saprei che dire. Ogni tanto ci si lascia andare in stati di autocompiacimento, o ci si sente invecchiare e si è più propensi al ricordo. Mi spiace essere stata mielosa e noiosa, ma quello che ho scritto non è disgiungibile dalla lettura di questo libro.

    Sono anche d’accordo sulla “borghesizzazione” di molti aspetti del giardino raccontato da Lavinia Taverna, ma questo vale per lei come per altri, Pizzetti, la Sackville-West, G. Jekyll, William Robinson, ecc.
    In realtà non credo che qualsiasi libro possa sottrarsi a questo “abbassamento” culturale, soprattutto laddove si tratta delle piante in maniera specifica, e non di idee (come in Pollice verde, che rimane ancora giovane e controcorrente). Certo, ci si forma un’idea della Taverna come di una signora facoltosa che frequentava circoli riservati e che a sua volta abbia voluto col suo giardino dimostrare di non essere da meno dei suoi pari di oltremanica. Ma non la trovo una colpa rilevante. E comunque ho espresso i miei dubbi circa ciò che OGGI rappresenta quel tipo di giardino.

    Tuttavia non posso che biasimare il tono querulo e malmostoso della tua risposta, per quanto ben argomentata.

    • No, ha ragione Lucilla, è “Un giardino mediterraneo” emendamento sull’atteggiamento prescrittivo. però per me tutto il resto rimane. Ieri ho visto un documentario sul miele degli Iblei. Quello è mediterraneo, non altro. Neanche Spagna. Forse solo alcuni punti del nordafrica, che io non conosco e sicuramente mai avrò la possibilità di visitare.

      • In questa discussione mi state confondendo le idee: io vivo nel bel mezzo del Mediterraneo: Sicilia, Etna, Catania. Vorrei capire allora se , per caso, nel sentire comune di chi fa giardinaggio o discetta del medesimo argomento a livello “nazionale”, si voglia intendere per “Giardino mediterraneo” , un giardino realizzato con specie spontanee della flora mediterranea quali ad esempio: Cistus, Teucrium, euforbie, terebinto, corbezzolo, leccio e chi più ne ha più ne metta (flora spontanea dei monti Iblei ad esempio)? O viceversa, se per “giardino mediterraneo” sia da intendere l’utilizzo a scopo ornamentale o anche di utilità di specie adatte a vivere in un giardino a clima mediterraneo, indipendentemente dalle aree di provenienza delle specie? La moda del verde mediterraneo (spontaneo) utilizzato ad oltranza ha trovato larga diffusione, in Sicilia, nel verde pubblico di recente impianto, avendo, con tutta evidenza, necessità di ridurre le spese di manutenzione attraverso l’utilizzo di specie a basse esigenze idriche. Ma, inserire a tappeto lecci o bagolari dove starebbero a meraviglia le jacarande mi sembra una forzatura botanica. Pensate a cosa sarebbero i giardini pubblici e privati siciliani se, alla fine dell’ottocento, non si fossero introdotte per gusto dell’esotico o anche per utilità (mandarino, nespolo del Giappone) specie provenienti da climi che con il mediterraneo non hanno niente a che fare? Immaginate città come Palermo o Catania senza palme, ficus, jacarande, grevillee, noline, ibischi e via di passo?. Rimango del parere che non è possibile generalizzare; esistono tante tipologie di giardini che è possibile realizzare nel nostro contesto climatico perchè allora dobbiamo per forza schematizzare?

        • Non credo sia così. Ho anche io il libro di Betto, letto con interesse ma con distacco perchè acquistato dopo avere già assorbito la sua lezione attraverso il forum di compagnia del giardinaggio e l’insegnamento di Maurizio. Il tema non è il solito -ormai oltrepassato- degli autoctonismi e degli alloctonismi. Si tratta di una rivendicazione prima di tutto di identità culturale, la mediterraneità, appunto, che oggi non posseduta da altre regioni mediterranee all’infuori della Sicilia (anche se io non ho fatto le crociere insomma, il mondo non è più uno sconosciuto: giardini mediterranei non ne ho mai visti al di fuori della Sicilia).
          In secondo luogo una netta presa di distanza nei confronti della “brodura mista” e dello stile “all’inglese” che è l’imprinting della Taverna e della Landriana- chiarisco che questo lo penso io, e non è obbligatorio condividerlo.
          In terzo luogo una evidenziazione delle omissioni della critica storica italiana che ha riconosciuto come il giardino “all’italiana” sia più inglese che italiano, non è mai arrivata ad affermare che l’invenzione del “giardino mediterraneo” (con piante autoctone e alloctone) è inglese e non italiana, e men che meno mediterranea.

  7. Spesso i libri sul giardinaggio mi annoiano o non riesco ad arrivare alla fine, tolto un certo libro che ho autografato dall’autrice…

    Spesso sono un’accozzaglia di luoghi comuni ma nonostante tutto mi ostino a provare a leggerli. Dopo questa tua recensione penso proprio di andare a cercare anche questo e provarlo.

    Sto ancora cercando l’ispirazione per dare un tocco poetico al mio giardino e fin’ora la cosa più poetica che sono riuscito a trovare è l’immagine di donzelle in crinoline che volteggiano tra zucchine e melanzane, immagine dove riesco a riconoscere abbastanza lo spirito del mio orto.

  8. Mi dispiace che tutte le volte che si vuole demolire chi non ci piace lo si definisce borghesuccio, benpensante, ignorante. Che pensieri prevedibili.
    Ma allora io vorrei sapere, da ignorante, come dovrebbe essere un giardino non borghese, non benpensante, non ignorante.

    • Secondo me Ciccio si è solo espresso male. In buona sostanza l’evoluzione del mercato e delle comunicazioni hanno abbassato il livello estetico e culturale. E’ il discorso che fa MacDonald in “Midcult e masscult” e insomma anche tutti i discorsi sul postmoderno di Lyotard e Hosbawm, Galbraith e compagnia cantante. Il postmoderno sarebbe uno stadio connaturato all’arte nel momento in cui diventa a larga portata e la cultura si inflaziona.
      per quanto riguarda la borghesia, ne dicutemmo tempo addietro: io penso che la borghesia si sia estesa a dismisura, divenendo artisticamente e culturalmente immobile, mentre invece c’è chi pensa si sia estinta coi privilegi di casta o di blasone e quindi l’arte sia diventata oggetto di produzione solo della “middle class” storicamente considerata grande consumatrice ma mai produttrice d’arte. In questo senso “borghesuccio benpensante” è un bell’epiteto da rivolgere a qualcuno quando lo si vuol proprio condannare.
      Per il resto io non lo so come “dovrebbe” essere un giardino non borghese, in sento tecnico. Ho a sostegno solo i miei “giardini poveri”.
      Magari poi Ciccio ce lo dice e ci fa un favore.

  9. grazie Lidia
    sarò forse una romanticona ma ho apprezzato molto la descrizione del libro che ho avuto la fortuna di ritrovare parecchi anni fa in un mercatino dell’usato e gelosamente annovero tra i preferiti della mia personale libreria verde!
    E’ stato oltremodo interessante leggere anche i commenti della signora Zanazzi che piacevolmente ci informa ed istruisce sulla storia del giardinaggio di casa nostra.

    simonetta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...