Qualche giorno fa mi stavo anestetizzando il cervello davanti a 2012, quello in cui i neutrini, che non si sa se sono quelli normali o quelli velocizzati dal gossip scientifico, per motivi del tutto loro personali, si mettono a riscaldare il mantello terrestre causando terremoti, eruzioni, maremoti, placche tettoniche che si staccano, laghi che spariscono, geyser in ebollizione, intere isole che affondano nel magma, pareti che sudano sangue, evasori fiscali che si ravvedono, cani e gatti che vivono insieme…e altre strane cose.
Come in ogni film catastrofista che si rispetti c’è sempre un monumento di valore mondiale o un landmark, che viene distrutto.
Dopo Colosseo, Altare della Patria, Torre Eiffel, Ruota di Londra, ponte Golden Gate, e non mi ricordo cos’altro in non mi ricordo quali film, stavolta è toccato alla statua del Cristo Redentore a Rio. Zac, crac, cric, e la statua va in pezzi.
Confessate: è piaciuta anche a voi quella scena. Il Colosseo che esplode, un meteorite che piomba sul vaticano (ce ne vorrebbe più d’uno, a dire il vero), la Torre Eiffel spezzata come un fuscello, la Statua della Libertà sommersa dalle acque con quella sola manina a tenere la fiaccola della speranza che emerge dalla neve (L’alba del giorno dopo) o dalla sabbia (Il pianeta delle scimmie).
Oltre al cliché cinematografico c’è altro. Dicono che ci piacciono le patatine perchè fanno “croc” come le ossa che mangiavamo quando eravamo carnivori.
Io dico che l’Uomo è attratto dalla distruzione. Elvis ha sparato al televisore. I bambini piccoli amano rompere le cose per sentire il rumore del vetro o della porcellana che va in frantumi. E’ qualcosa di atavico, di primordiale, ci piace distruggere.
E non c’entra niente il cosiddetto “comportamento distruttivo” di quel mezzo imbucato della filosofia che è Walter Benjamin. Quello, nonostante Benjamin ce la metta tutta per non farsi capire, è un atteggiamento positivo, volto al futuro e alla modernità, che richiede che il passato sia “distrutto” metafisicamente, cioè, superato.
Allora perchè saremmo attratti dai film di guerra, e alcuni, dalla guerra stessa? Ai soldati in Full Metal Jackets non dispiaceva poi tanto ammazzare i vietcong e se ne tornavano al campo canterellando come i sette nani. Gli avieri della Raf andavano in continente a buttare un paio di bombe e poi se ne tornavano la sera al pub a farsi una birretta.
Dal punto di vista strettamente artistico, la distruzione si spiega abbastanza facilmente con la filosofia del sublime teorizzata alla fine del 1700. Come quando vediamo una violenta mareggiata da un posto vicino ma sicuro. Ne siamo affascinati, abbiamo paura, ci piace provare paura (a proposito: perchè ci piace provare paura?), quasi vorremmo essere trascinati via e cavalcare quelle onde, ma poi essere deposti con dolcezza nel nostro lettino.
Confesso di non capire e non avere una spiegazione per tutto ciò che riguarda il resto: perchè ci piace rompere le cose? Perchè gli oggetti rotti, martoriati, spezzati, hanno su di noi un fascino particolare? Una bambola col collo spezzato e un occhio con la molla di fuori ci dà l’idea della transitorietà della vita, della fragilità del nostro stesso corpo. Quella bambola è un simulacro…vedete quanto è primordiale questo sentimento?
Siamo ancora nell’infanzia della nostra evoluzione.
Una tela tagliata ci affascina, un sacco bruciato e cucito ci spezza il cuore, i bambini impiccati ci lasciano senza fiato, lo squalo in formalina ci nausea.
Deve esserci una risposta facile dietro l’angolo, e vorrei proprio sapere qual è.
I primi due colori individuati dall’Uomo durante la sua evoluzione, bianco (luce), nero (tenebre).
Il terzo colore è sempre, in ogni cultura, il rosso.
Ritorna in questa copertina la triade cromatica originale, come in fiabe come Biancaneve, la volpe e il formaggio, cappuccetto Rosso. Bianco, nero, rosso. I primi tre colori
1807 Viveva una volta a Gloucester un vecchio sarto.
Era molto povero ed a stento riusciva a guadagnare quel tanto che gli bastava per comprare da mangiare per sé e il suo gatto. Lavorava tutto il giorno e dormiva e cucinava nel retro del negozio.
Un giorno il Sindaco della città gli chiese di fargli un bel panciotto coi bottoni foderati per le celebrazioni del Natale. Il sarto comprò allora una bella stoffa di damasco e del filo color ciliegia per fare le asole, ma non aveva più danaro per comprare né legno né osso per i bottoni.
Si ricordò allora che quella primavera aveva visto fiorire un glicine sulla cancellata di una casa poco distante dal suo negozietto, e pensò che se i semi fossero stati maturi avrebbe potuto prenderne qualcuno per i bottoni foderati. E così fece: tagliò qualche baccello che pendeva dalla parte della strada e raccolse una manciata di semi scuri, levigati, duri ed uniformi. Una volta foderati e cuciti al panciotto con il filo color ciliegia nessuno avrebbe potuto sospettare che non fossero di legno di faggio o di osso.
Il sarto finì in tempo il suo panciotto, anche se ebbe dei problemi con il filo color ciliegia (ma questa è un’altra storia) e l’idea dei bottoni di glicine gli piacque così tanto che ne usò alcuni per la sua giacca.
Ma l’inverno successivo il vecchio sarto morì. Il freddo entrava nella sua povera casa, e lui non aveva danaro per comprare legna o carbone per accendere un fuoco.
Gli fu messo indosso il suo miglior abito e la sua migliore giacca, quella appunto con i bottoni di glicine, il suo corpo fu trasportato in un piccolo cimitero fuori dalla città e seppellito in una zona lontana dalle cappelle dei ricchi e dei nobili, nell’angolo di un prato riservato alla povera gente.
L’inverno passò e si portò dietro la primavera, e a quella primavera ne seguì un’altra, e un’altra ancora. Avvenne che i semi di glicine, contenuti nell’involucro della stoffa dei bottoni, dopo tanto tempo, germinassero.
La piccola piantina si affacciò timidamente proprio sotto la pietra tombale del povero sarto, tanto che i becchini quando la videro pensarono che qualcuno l’avesse piantata per decorazione, anche se non capivano chi, dato che la tomba del sarto era sempre stata spoglia e nessuno vi aveva deposto mai dei fiori.
La pianta cresceva velocemente, e dopo poco tempo i due becchini dovettero iniziare a tagliarla periodicamente per evitare che si allungasse troppo verso le altre tombe, ma presto si stancarono di quell’operazione, e dato che la tomba del vecchio sarto era proprio vicino al muro di confine, lasciarono che la pianta crescesse e andasse dove preferiva.
In pochi anni il glicine era divenuto una pianta vigorosa, si era attorcigliato alla lapide del vecchio sarto fino a sgretolarla, e poi aveva preso di mira le pietre vicine, fino ad arrivare ad un giovane olmo che dava sulla strada per il cimitero. Quando era primavera tutti quelli che passavano a piedi o in carrozza, guardavano il grande glicine che pendeva a festoni dall’ olmo, e avevano esclamazioni di stupore e meraviglia, mai pensando che simile spettacolo fosse casuale.
Dopo molti anni il glicine era così grande da essere diventato un’attrazione della contea, l’olmo era invecchiato, e molte persone per vederlo prendevano il treno, che era appena stato inventato. Il prato del camposanto in cui prima venivano sepolti i poverelli divenne la parte più bella del cimitero, i notabili, i lord e gli squire volevano avere ognuno una cappella il più vicino possibile al maestoso glicine.
Il cimitero si ingrandì e divenne più bello, con cappelle decorate e viali di cipresso. Il Sindaco, che era il bis-bis-nipote di quello a cui il vecchio sarto aveva cucito il panciotto, appose anche una targa sul contorto tronco del glicine, un po’ più in alto del punto dove anni prima si trovava la pietra tombale del vecchio sarto, di cui nessuno aveva più memoria.
Passarono molti anni, e i venti della moda cambiarono. Il cimitero fu reso più funzionale e molte cappelle furono smantellate, il vecchio olmo venne abbattuto e il glicine tagliato per far spazio a nuovi sepolcri. Il terreno venne lastricato e nuove cappelle moderne furono edificate.
Ma le radici del glicine avevano ormai oltre cent’anni, ed erano vigorose e potenti sotto il terreno, e gettavano in continuazione dei virgulti dove le fessure del selciato lo permettevano.
I custodi del cimitero però le tagliavano appena le vedevano comparire, e per anni il glicine nato dal bottone del sarto non fu mai lasciato crescere.
Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, e durante la Battaglia d’Inghilterra una bomba cadde proprio al centro del cimitero, non troppo distante dal glicine.
Sulle prime le autorità non seppero cosa fare, ma poi decisero di spostare il cimitero più lontano dall’abitato, che con l’estendersi della città si era fatto sempre più centrale.
Il camposanto era sparito e con il tempo il glicine finì per trovarsi in piena città. Su di lui vennero costruite prima delle case, poi un asilo, poi un ospedale e infine un supermercato. Ogni volta il glicine cercava di venire su, ma veniva sempre tagliato. Tuttavia le sue radici erano profonde e potenti, e infine logorò e spaccò il cemento che lo ricopriva, ritrovandosi più o meno al centro del piazzale del supermercato, nella zona dove si potevano lasciare i carrelli della spesa.
I gestori del supermercato non se ne accorsero subito, così il glicine ebbe il tempo di crescere un po’. La gente che faceva la spesa non prestava troppa attenzione a quella pianta, finché una commessa non capì che era un glicine, perché sua nonna ne aveva uno uguale in campagna.
“Costruiamo una pergola”, propose “per far ombra alla gente che va a prendere il carrello”.
Foto di Thevivons, archivio Compagnia del Giardinaggio (link in basso)
E così fu. Il glicine fu lasciato crescere nuovamente su un pergolato tutto per lui. Veniva potato due volte l’anno e in primavera per chi faceva la spesa era una gioia mettere la monetina nel carrello sotto quel bagliore filtrato di azzurro. Alcuni andavano a fotografarlo e poi mettevano le fotografie in internet, per far vedere anche agli altri quanto fosse bello quel glicine, mai sospettando che avesse ormai ben più di centocinquant’anni.
La città crebbe ancora e il supermercato si ingrandì e dovettero trasferirlo in periferia, dove divenne un grande centro commerciale.
Il terreno del vecchio camposanto fu così lottizzato e venduto per costruirvi delle villette. Per fortuna l’architetto che fece il progetto era un ragazzo molto sensibile e calcolò tutto in modo che il glicine non fosse toccato dalle ruspe e che capitasse proprio sul confine tra due casette, di cui una la volle tenere per sé, e l’altra la chiese per la sua vecchia mamma, facendosi detrarre il costo dalla sua paga, pur di mantenere in vita quel bellissimo glicine.
“Sai mamma” disse una sera di primavera, inebriandosi del suo profumo e contemplandone la fioritura azzurra, “Credo proprio che vicino al glicine pianterò un olmo. Non trovo compagnia migliore per questa vecchia pianta che un olmo sul quale possa abbarbicarsi”.
2007
Fu così che glicine ed olmo si ritrovarono di nuovo insieme per chissà quanti altri anni ancora.
Io penso che le persone che si siano collegate al sito http://www.gammagioiosa.net per ascoltare il mio programma siano davvero poche. Però visto che il programma non andrà più in onda volevo avvertire casomai qualche ascoltatore solitario.
Ho tolto il widget relativo, che era sulla barra laterale sinistra, ma forse verrà trasmessa qualche replica, non saprei, comunque vi do gli estremi:
94,5 MHz per tutta la Locride e 97 MHz per Siderno. Per tutta l’Italia e l’ Estero ci si può collegare al sito Radio Gamma Gioiosa dal quale poter ascoltare in diretta tramite PC. Si può mandare una mail al seguente indirizzo: info@gammagioiosa.net
Voglio aggiungere che non è che sia una decisione motivata da litigi o incomprensioni con Radio Gamma, anzi, la simpatia e la cordialità che ho sempre trovato sono esempi di rara signorilità.
Loredana Longo, artista esplosivaCi tengo a far presente o a ricordare, questa interessante iniziativa Opening Secret Gardens
Tra l’altro segnalo la performance di Loredana Longo.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)