Affermazione del sè tramite la negazione dell’altro

Una guerra con le parole, consumata a distanza, vendetta fredda o calda, tanto violenta quanto immateriale.
E’ l’affermazione del sè attraverso la negazione dell’altro.
Sempre esistita, ma non dappertutto. In Africa alcune popolazioni segregano i litiganti perchè non infastidiscano la tribù.

Ma è la grossolana strategia mediatica ad essere la novità: la perpetrazione dell’atto, immorale, violento, antietico, disumano, avviene attraverso dei giganteschi monumenti all’ego creati sui social-network, su forum, sui blog. Monumenti sgraziati, fragili e imperiosi, senza potere e onnipotenti, bidimensionali e pericolosi.
Non è un’allusione a Grillo, qui parliamo di roba molto più piccola, e neanche agli scacchi. Non tiriamo fuori gli scacchi per favore. E’ un disonore ad una spettacolare tenzone di intelligenza e furbizia. Sì, gli scacchi sono il gioco più violento che esista, ma pochi lo sanno giocare.

Ho un amico, che amo molto, con cui spesso facciamo lunghe chiacchierate telefoniche. Amo quest’amico perchè mi ha aiutata in molti modi. Mi ha curata, si è preso la responsabilità, per quello che poteva, del mio benessere, e della mia felicità. Dove lo trovi un amico così?
Entrambi condividiamo l’idea che il valore del sè non è una negazione dell’altro. Anzi, negare l’altro è la peggiore cosa che si possa fare a se stessi, poichè equivale a togliere valore a se stessi.

Valgo anche perchè ho buoni amici. Il tuo valore diventa il mio.

La guerra noi la combattiamo ogni giorno, e questo non ci fa onore, deprezzando non già le idee degli altri, non già la loro libertà d’espressione o di giudizio (questo è il meno), ma il loro status di esistenza. Negando l’esistenza, fisica o virtuale.
E la rete virtuale che ci collega tutti e che secondo alcuni ha liberato il mondo, nel liberarlo lo ha posto in catene. Queste inimmaginabili possibilità che ci hanno messo a disposizione le multinazionali del digitale, che ci consentono di espanderci come mongolfiere, di sentirci dei tra gli uomini, non son altro che le nuove asce, le picche, le zagaglie con cui combattiamo una guerra borghese.

9 pensieri su “Affermazione del sè tramite la negazione dell’altro

    • Non è un j’accuse contro il web. La negazione dell’altro è qualcosa che ci accompagna dolorosamente ab origine, credo. Il web ha -come dire – plastificato la negazione dell’altro seppellendolo sotto il tempio del nostro ego.
      Il realtà è un qualcosa di brutale e grossolano, meno sanguinolento di un colpo di balestra, ma è la mancanza di “glamour” -se vogliamo metterla su un piano estetico che diventa immediatamente etico, che mi atterrisce ogni volta.
      Sting racconta che quando scrisse “Englishman in New York” si rifece ad un dialogo avuto con un suo amico che si era trasferito lì da poco. “Non vedo l’ora di avere la cittadinanza” gli diceva l’amico. “E perchè” chideva Sting. “Oh, per non subire l’estradizione. “. “Estradizione, e perchè”. “Voglio compiere un crimine”. “Un crimine, ma sei pazzo, che genere di crimine” . “Oh, qualcosa di glamorous, qui ne sono privi”.

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