Etologia del pubblico dei convegni sidernesi

Ho scritto “etologia”, e per assonanza, non posso fare a meno di pensare alla parola “scatologia” (non “escatologia”, che forse non ci starebbe neppure male).
E buon per chi non deve prendere il dizionario.

Il pubblico dei convegni sidernesi mi fa pensare a qualcosa di simile al Silenzio degli innocenti, con i vermi, il putridume, le falene-teschio.

Immaginate qualcosa di terribilmente saprofilo.

Gli inviti si diramano in tutte le direzioni, portati dai venti dei social, la lista degli indirizzi viene stesa con il preciso intento di suscitare l’effetto domino, la partecipazione diventa un obbligo.
Interventi programmati a tavolino o fin troppo palesemente sollecitati. Gente che prende il microfono e dice sempre le stesse cose. Le stesse cose. Le stesse cose. Da una vita, le stesse cose.

I soliti volti, seri e corrucciati, in paziente attesa che i relatori finiscano di parlare.
Immobili, putrefatti, come le salme a cui il prete recita l’omelia.

Requiescat in pace.

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