Giardinaggio Irregolare intervista Marco Martella

Non so se ai lettori italiani il nome di Marco Martella farà scattare l’associazione con Jorn de Précy, l’autore del volume E il giardino creò l’uomo, edito da Ponte alle Grazie nel 2012. Martella, che è il vero autore del libro, si è camuffato da curatore, e -si sa- non tutti fanno attenzione al nome dei curatori e dei traduttori.
In verità, per come la vedo io, de Précy rimane l’autore, Martella una sorta di radiofaro temporale. E il giardino creò l’uomo, è secondo me, la più alta opera mai pubblicata in Italia dai tempi di Ippolito Pizzetti, assieme al mai sufficientemente lodato Taccuino del naturalista, di Richard Mabey, tradotto ancora da Ponte alle Grazie.
Martella vive e lavora in Francia, e nel 2010 ha fondato la rivista «Jardins», pubblicata da Éditions du Sandre.

Con un po’ di fatica e molto ritardo sull’uscita del volume, “Giardinaggio Irregolare” riesce ad offrirvi un’ intervista che spero possa interessarvi. Dirò che io mi sono emozionata leggendo le risposte.

marco martella

Il tuo libro ha riscosso un successo editoriale notevole nell’ambiente dei giardinieri. È tra i più consigliati, recensiti e commentati. Ti ha sorpreso questa qualità di apprezzamento tra i giardinieri, noti per favorire la tecnica a scapito della filosofia? Soprattutto in un contesto come quello italiano, in cui si dà molto peso editoriale all’orto-chic o pseudo-biologico?

Mi pare che ci sia un interesse crescente a un approccio più filosofico, più profondo, del giardino. Negli ultimi decenni, in Italia come in Francia, c’è stato un ritorno al giardino e questo è un passo positivo. Ora si tratta di andare oltre le questioni puramente tecniche, formali, di vedere il giardinaggio come più che un semplice hobby. Credo che ci si rivolga al giardino perché si avverte, magari confusamente, che ha delle risposte da dare alla crisi profonda che stiamo vivendo, risposte capaci di fare rinascere la speranza là dove l’avvenire pare del tutto chiuso, semplici e immediate. Che i “valori” del giardino sono opposti a quelli della nostra società materialista e delle nostre vite hors sol*.
Le mode superficiali ci saranno sempre io non gli darei troppo peso.
Penso che una nuova cultura del giardino, fondata su valori e idee forti, come avvenne nel Rinascimento Italiano o nell’Inghilterra dell’ Ottocento, stia cominciando a prendere forma. Oggi si parla di giardini in termini assai superficiali, è vero, ma i cambiamenti importanti avvengono sempre nell’ombra, come sai, lontano dai riflettori.

*Hors sol, letteralmente “fuori suolo”, coltivazione idroponica, intensiva e a uso commerciale.

jardins + il giardino creò l'uomo_marco martellaIl titolo del tuo libro era molto diverso da quello con cui è uscito in Italia. Ponte alle Grazie è conosciuta per le modifiche sostanziali che apporta ai titoli originali (È capitato spesso con Richard Mabey – QUI e QUI degli articoli). La cosa ti ha disturbato o no? È stata concordata?

Hanno chiesto il mio parere. Mi piaceva di più il titolo originale, Le jardin perdu, ma pare che “Il giardino perduto” non suoni bene. Il titolo di Ponte alle Grazie è un po’ complicato ma niente affatto sciocco. Sovverte un’immagine tradizionale. Non è l’uomo a creare il giardino: è il giardino che lo crea, permettendolgi di accedere di nuovo alla sua umanità, di rinascere a se stesso.

Come diavolo ti è venuto in mente di inventarti il fantomatico Jorn de Précy?

Avevo cominciato a scrivere un saggio sul giardino e il genius loci e mi sono accorto che mi stavo seriamente annoiando. Mi è sembrato che sarebbe stato più piacevole –anche per il mio ipotetico lettore – far dire le stesse cose a un altro autore. E che un aristocratico giardiniere anglo-islandese dell’ Ottocento, solitario, eccentrico e un po’ misantropo, lo avrebbe fatto meglio di me. Alla fine il mio portavoce è diventato un vero personaggio, con una biografia, un carattere (non facile) e gusti tutti suoi.

L’escamotage narrativo è stato molto criticato, in positivo e in negativo, qui in Italia. Alcuni hanno pensato ad una trovata per tirare le vendite, altri ad un imbroglio filosofico, altri ancora sono rimasti stupiti dalla tua audacia. Un buon numero di persone che l’ha letto alla luce della verità editoriale l’ha trovato “scontato”, per altri è proprio la dislocazione cronologica l’unico elemento piacevole del libro. Sei riuscito a sollevare molte opinioni contrastanti, cosa ne pensi?

Mi stupisce che se ne parli tanto. Ovviamente questo piccolo trucco non è molto utile commercialmente, anzi è il contrario. È un modo come un altro per raccontare una storia o per dire ciò che si ha da dire. Non sono certo il primo ad avere tentato questa strada. In fondo si tratta di un gioco con il lettore, ma non è sempre di questo che si tratta in letteratura? Un libro non dovrebbe sempre spiazzare un po’ chi legge? Quanto alla novità delle idee sul giardino e sulla modernità, non ho mai avuto la pretesa di inventare nulla, soltanto di parlare di queste cose a modo mio – cioè nel modo di Jorn de Précy.

Perché hai deciso di collocare la figura di Jorn de Précy in un periodo così delicato della storia del giardinaggio? Avevi un intento particolare?

Sono sempre stato attratto da certe figure un po’ marginali che nell’Inghilterra vittoriana, frigida e borghese, pensavano in modo del tutto indipendente. Un po’ bohémien, un po’ stravaganti, mescolavano con una certa grazia poesia, pittura, giardinaggio, impegno politico e talvolta amori illeciti. Alcune idee oggi diffuse, come il giardino naturale, vengono da quel periodo. De Précy era amico e contemporaneo di William Robinson (a cui rimprovera però di non andare abbastanza lontano…), l’autore di The Wild Garden (1870).

Il tuo libro si può definire un “ messaggio in bottiglia”? Pensi che varrà ancora per i giardinieri del 2050? O magari oltre?

Ben detto, “un messaggio in bottiglia”. Di certo, un messaggio che ci viene dal passato ci mette di fronte alle nostre responsabilità. È di questo senso della responsabilità, verso la terra, verso i giardini, ma ancora più verso noi stessi, che parla il libro.

Parco dei Mostri (Park of the monsters) (XVI sec.), Bomarzo. photo by Herbert List (1952)

Parco dei Mostri (Park of the monsters) (XVI sec.), Bomarzo. photo by Herbert List (1952)

C’è chi ha letto il diario di Jorn de Précy come un monito a non lasciare sfilacciare la corda che unisce tutti i momenti della storia del giardino in un groviglio di mode, chi vi ha trovato un avvertimento di non perdere il senso della sacralità della natura, altri un inno al wu wei, altri ancora l’hanno letto come un riportare il giardino tra gli argomenti culturali. Tra queste opzioni c’è la chiave di lettura al tuo libro? O perlomeno la chiave che tu volevi porgere?

Tutto quello che dici è giusto. De Précy detestava cordialmente l’idea moderna del giardino come luogo di svago e aborriva gli “spazi verdi”. Probabimente si annoierebbe da morire in mezzo ai giardini ecologici oggi alla moda, con le loro graminacee scapigliate e il loro finto aspetto campestre, e li troverebbe tutti disperatamente uguali. Per lui occorre tornare a un’idea forte del giardino, come luogo esistenziale, come opera poetica. E come spazio in cui si può recuperare quel senso del sacro iscritto nella natura, e in noi, a cui l’uomo occidentale ha voluto rinunciare. In giardino si ridiventa, in un certo senso, animisti. Il giardiniere sa di lavorare sempre con le energie della natura, presenze vive che avverte continuamente attorno a sé. Opera in un tempo altro, più lento e abitabile, quello della crescita delle piante e dell’avvicendarsi delle stagioni. Il mistero dell’esistenza è la sua materia. Nel mondo disincantato della modernità, per usare la formula di Max Weber, egli ritrova l’incanto di muoversi all’interno di un luogo abitato, non è più separato dalla natura e quindi non più separato da se stesso. È soprattutto questo a fare del giardino uno spazio di resistenza, sovversivo. E quello che valeva già nell’Inghilterra vittoriana, già trasfigurata dalla Rivoluzione Industriale, vale ancora di più oggi.
Quanto al “wu wei”, il principio del “lasciar fare” del Taoismo, credo dipenda molto dal fatto che de Précy era notoriamente un giardiniere pigro…

 

Giardino giapponese del periodo Kamakura

Giardino giapponese del periodo Kamakura

La figura di Jorn ha appassionato molti lettori, alcuni dei quali non hanno seguito le vicende editoriali e nel recensire il tuo libro lo attribuiscono al gentiluomo mai esistito. La costruzione narrativa del suo personaggio è estremamente vivace, carica di sentimento e di vitalità, tanto che molti lettori hanno apprezzato più il lato narrativo che quello filosofico o culturale. Hai pensato che Jorn potrebbe essere un ottimo protagonista di un romanzo?

Pare che nel 1915, quando era già vecchissimo e mentre l’Europa sprofondava nella Prima Guerra Mondiale, de Précy abbia fatto un viaggio a Kyoto, per vedere, prima di morire, i giardini giapponesi di cui aveva sempre sognato. Alcuni dicono che sia tornato in Italia, a ritrovare i luoghi in cui era nato il suo amore per i giardini, ancora avvolti da quel mistero che oggi hanno in parte perso, come Bomarzo o Villa d’Este. E di certo ne ha voluto scrivere un resoconto. O almeno spero di ritrovare le lettere che ha sicuramente scritto al suo caro giardiniere, Samuel, che lo aspettava a casa. Perciò chissà…

Jardins edition du sandre marco martella

Dopo questo libro ci lasci orfani? La tua rivista «Jardins» arriva solo in alcune grandi librerie italiane e il francese è oggi meno studiato dello spagnolo…

In ottobre uscirà, sempre in Francia, e poi, speriamo, in Italia, un altro libro che ho appena finito di scrivere. Ahimé, si tratterà ancora una volta di un autore che non è mai esistito. Un erede di Jorn, anche se meno battagliero, e con una storia del tutto diversa dalla sua. La mia famigliola si allarga…

5 pensieri su “Giardinaggio Irregolare intervista Marco Martella

  1. Grazie per questa intervista Lidia. Che, per inciso, casca a fagiuolo visto che sto leggendo il libro di Martella proprio in questi giorni. Dovrò approfondire la faccenda del “giardino naturale”, che da quello che ho capito è un’altra declinazione del ricercare e assecondare il genius loci (a meno che non sia la teorizzazione di quanto fanno alcuni, che piantano le piante in giardino e poi non se ne curano più, “perché le piante devono trovare il loro equilibrio”, e 9 volte su 10 quell’equilibrio è la morte).

  2. Questa bella intervista mi fa venire voglia di leggere il libro: comprendimi, tutte le polemiche succedute alla sua uscita mi avevano un po’ sconcertata e raffreddata…

    • te lo consiglio caldamente. A parte che è ormai passato un sacco di tempo, tutto il chiacchierare che s’è fatto attorno s’è spento, com’era giusto che fosse, lasciando l’opera al giudizio della critica e dei lettori.
      Il libro contiene tantissime chiavi di lettura, e seppure l’artificio narrativo ruba la scena, ti assicuro che lo stile nostalgico e attualissimo lo rende un vero capolavoro.
      Per me, eh!

  3. In fondo basta anche meno di un giardino per recuperare il senso di sacralità della natura. E’ sufficiente fare un orto, passeggiare coi cani in campagna, arrampicarsi sugli alberi, costruirci sotto una capanna. Così capita che un giorno apri gli occhi e ti rendi conto che, tutto sommato, la chiave ce l’avevi davanti già quando a scuola hai messo il fagiolo nel cotone, o quando da bambino ti sei chinato a terra per osservare e studiare il micro mondo degli insetti. E’ così che a volte si diventa naturalisti.
    Il giardino ti da la possibilità di immaginare improbabili legami, mette a prova il proprio intelletto, suscita iniziativa. E’ arte applicata direttamente sulla natura.

  4. Lidia, è bellissima questa intervista. Più ho modo di approfondire e leggere quello che scrivi e più mi piace! Ho appena letto ad alta voce l’intervista a mia moglie e ad un amico che sta qui da noi oggi. Il pensiero di sentirsi una cosa sola con l’ambiente naturale, lavorando in giardino, per esempio, è da me pienamente condiviso. A volte quando sono costretto a vivere distante dall’ambiente naturale e devo immergermi in quello artificiale delle nostre città sento quasi una separazione e mi sento doppio anch’io…spero non si tratti di princìpi di bipolarità. 🙂

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