Hibiscus mutabilis

Hibiscus mutabilis
Degli Hibiscus, i libri di storia dei giardini che piacciono a me, non ne parlano molto. Lo cita Virgilio, ma come sempre i botanici moderni scombinano le carte dei vecchi poeti latini, e quella di Virgilio era l’Althaea.
Alla fine del ‘600 Gerard e Parkinson conoscevano e coltivavano la specie trionum, diffusa in Europa nelle zone umide.
Pizzetti dice “Mi vengono in mente due piante, una bella e una brutta”. La bella è il rosa-sinensis, la brutta il syriacus. Pizzetti pensava in effetti agli ibischi autostradali che infestano con loro tripudio di colori in “allegro miscuglio”, lo spazio tra le due carreggiate da Salerno a Reggio Calabria.
Vedesse ora…

Diciamocelo, non sono una fanatica degli Hibiscus, nonostante la loro appartenenza alla famiglia delle malvacee, una delle mie preferite. A differenza di Piz, a me vengono in mente piante quasi tutte brutte, con variabili eccezioni per gli ibischi palustri, che -manco a dirlo- non mi posso concedere.

I rosa-sinensis sono belli, sì, come una teglia di pasta al forno ripiena di melanzane fritte.
Mangiala ogni giorno e poi vedi. E aspetta, poi, perchè si portano dietro tutto un corredino di insettini come afidi e cocciniglia che ti infestano il giardino in due ore (2).

Qualche annetto fa l’ibisco non era così di moda. È perchè ora va l’esotico, il balinese. E questi ibischi sono stati trasformati in fiori grandi come vassoi da pizza, con colori che passano dal bruno fegato al prugna acida, dal rosa Big-Buble al giallo cheesecake. Con assortito contorno di variegature, sfumature, lumeggiature, screziature, macchioline, puntini e disomogeneità ricercate.

Insomma danno l’idea della tipica pianta plutoniana, quella che dal cazzetto centrale spara un ultracorpo, o minimo minimo un gas che ti trasforma in un servo del potere della Confraternita dei Monaci Senza Testa. O qualcosa del genere.
Li trovo francamente minacciosi, oltre che brutti.

Dopo la mania dei rosa-sinensis, ci fu quella delle specie acquatiche e botaniche, con fiori eleganti e dalle misure accettabili.
L’Hibiscus mutabilis ebbe allora (parliamo di una decina d’anni fa) il suo momento glorioso, seguito da una lenta obsolescenza.

Tornerà, perchè tutto nel giardinaggio, più che nella Storia, torna. Tornerà per il semplice fatto che alcuni ce l’hanno bello grande in giardino da tanti anni e se lo sono scordato. Quando a ricordarsi di averlo da decenni sarà un divo, una star o un maître de beauté giardincolo, vedrete tutti ripiombare sull’Hibiscus mutabilis come se fosse la perla più rara. E allora partiranno le invettive contro l’ibridazione senza freni, e tutte le varietà a fiori giganti e stracolorati: già li vedo gli articoli e i commenti, gli stati su Fb.
Tornerà perchè è una pianta semplice e gradevole, con un fiore affascinante, poco scontato, che non stanca l’occhio e la mente. Tornerà per il suo bel fogliame simile ai pampini della vite, e per il fatto di saper resistere a tutto quel corredino di insetti e nemici delle piante a cui i fioroni plutoniani cedono senza dar battaglia.
Tornerà perchè è moderatamente resistente e può dare soddisfazioni anche a chi vive in un clima fresco.
Tornerà perchè fiorisce quando meno te l’aspetti, col freddo, quasi a Natale. Tornerà perchè diventa un alberello ordinato, con la corteccia vellutata e chiara, perchè offre riparo e riservatezza. Si fa potare facilmente, attecchisce rapidamente da talea e resiste anche a quel po’ di secco estivo dei climi asciutti, e se fai qualche errore, te lo perdona.

Una pianta affidabile, di buon carattere, parca. Io l’ho detto.

Giardinaggio Irregolare intervista Marco Martella

Non so se ai lettori italiani il nome di Marco Martella farà scattare l’associazione con Jorn de Précy, l’autore del volume E il giardino creò l’uomo, edito da Ponte alle Grazie nel 2012. Martella, che è il vero autore del libro, si è camuffato da curatore, e -si sa- non tutti fanno attenzione al nome dei curatori e dei traduttori.
In verità, per come la vedo io, de Précy rimane l’autore, Martella una sorta di radiofaro temporale. E il giardino creò l’uomo, è secondo me, la più alta opera mai pubblicata in Italia dai tempi di Ippolito Pizzetti, assieme al mai sufficientemente lodato Taccuino del naturalista, di Richard Mabey, tradotto ancora da Ponte alle Grazie.
Martella vive e lavora in Francia, e nel 2010 ha fondato la rivista «Jardins», pubblicata da Éditions du Sandre.

Con un po’ di fatica e molto ritardo sull’uscita del volume, “Giardinaggio Irregolare” riesce ad offrirvi un’ intervista che spero possa interessarvi. Dirò che io mi sono emozionata leggendo le risposte. Continua a leggere “Giardinaggio Irregolare intervista Marco Martella”

La perduta poesia di una foglia rossa

vermont_pinterestD’autunno e d’inverno rammento spesso quel che rappresentava per me, ormai tanti anni fa, una foglia rossa.
Una rarità, un tesoro. Si raccoglieva e si custodiva tra le pagine di un libro: un libro grande, adeguato, come il dizionario o un volume dell’enciclopedia. Se era piccola si poteva racchiudere tra due fogli di carta assorbente e infilare in un romanzo già finito, amato, dimenticarsene e poi ritrovarla dopo anni o lustri. Continua a leggere “La perduta poesia di una foglia rossa”

La verità sull’hipster, ieri e oggi

Sono francamente sorpresa da quanto e da come il termine hipster venga usato con facilità e a sproposito anche da persone di una certa cultura. La sorpresa (e il diasappunto) è duplice. Per prima cosa citare termini che definiscono le mode, e pertanto, di moda, non fa altro che alimentare quella moda, accentuando i gusti, e soprattutto i disgusti.
Gli hipster fanno tendenza? Anche parlarne male fa tendenza, e dunque che se ne parli, bene o male, purché se ne parli.
Così chi sostiente che gli hipster hanno rotto le scatole dovrebbe essere il primo a togliere hipster dal suo vocabolario.
E questo vale per qualsiasi cosa.
In seconda battuta parlare di hipster in Italia sarebbe come dire che la Pianura Padana è una prateria, e che i bovari della Maremma fanno i duelli alla pistola, col poncho, ogni mezzogiorno. Continua a leggere “La verità sull’hipster, ieri e oggi”

La “esse” della bellezza

Di norma i lettori cosiddetti “forti” (come dire un bevitore forte, un fumatore forte, insomma, uno che ha proprio il vizio compulsivo) leggono più libri contemporaneamente. Il che non so se è un bene o no.
In uno dei libri che in questo momento ho per le mani, Nero. Storia di un colore, di Michel Pastoureau (con cui ho avuto occasione di confrontarmi sull’uso sociale del colore in giardino), ti vengo a scoprire una cosetta interessante.
Per spiegare come , a partire dal XIII secolo, il nero perde la sua connotazione di lutto e paganesimo, ma inizia a diventare un colore elegante, cristiano e anche alla moda, Pastoureau porta ad esempio il Santo Maurizio, il Prete Gianni, il Magio Baldassarre, e la Regina di Saba.
Eccola qui, la Regina etiope in una miniatura del manoscritto del Bellifortis di Konrad Kyeser, inizio XV secolo.
Se vi stupisce il volto nero, non è perché l’ho scansionata male, è proprio nera come il carbone.

La regina di saba. Gottinga, Niedersachsische Staats- und Universitatsbibliothek. Cod. Ms. Philos. 63 fol. 122

A colpirmi, oltre al nero pesante del viso, i toni del giallo del verde e dell’azzurro mescolati per dare un cromatismo ad un abito verde, è stato il movimento sinuoso del corpo.
Probabilmente un ricordo stilistico delle miniature, in cui tutte le madonne, le sante, le regine e le eve varie, erano curve come un ramoscello di salice e sembravano incinte o con un grave attacco di flatulenza e borborigmi.

La Filosofia presenta le sette arti liberali a Boezio (dettaglio), miniatura di un manoscritto francese della Consolazione della Filosofia attribuito al Maestro Coëtivy , circa 1460–70

Ma per fare un gran balzo in avanti nei secoli, di questa “esse” della bellezza in effetti non ci siamo mai liberati, e ciò non riguarda solo la moda, analizzata qui in maniera preferenziale, ma tutte le arti, giardino compreso.

Nel 1752 William Hogarth pubblicò un testo intitolato L’analisi della bellezza, in cui proponeva una soluzione semplice quanto apparentemente banale, ad un problema che da millenni faceva discutere artisti e filosofi.
Secondo Hogarth, la bellezza è nella giusta curva. Una curva che non sia nè troppo arzigogolata, nè troppo rigida.
Proponeva ai suoi lettori di scegliere il corsetto più bello:

Hogarth confida che la maggior parte dei lettori sceglierà uno dei tre corsetti al centro della serie.
Secondo Hogarth, la bellezza è qualcosa che sta a “metà tra la noia e la fatica”.

La rappresentazione che Hogarth ne fece è questa:

In effetti la serpentina veniva dal lontano oriente, dalla Cina, per essere precisi, proprio nel periodo in cui Hogarth scrisse il suo trattato, in coincidenza con i viaggi in Cina di Sir William Chambers.
La serpentina, la curva, lo schema a quadri, tipici dei giardini cinesi, si sposano benissimo con l’ordine nuovo dell’Inghilterra, che tagliò la testa di un paio di re molto prima dei francesi, e fece la sua rivoluzione borghese cento anni prima. Dal 1660, re, regine, lord e squire, avevano gli stessi giardini, gli stessi hobby, gli stessi vestiti, e molte volte, lo stesso potete in parlamento.

Che affare! Sembra che non esista un carattere realmente europeo di giardino: viene tutto dall’Oriente, vicino o lontano che sia.

Una delle prime manifestazioni della diffusione che ebbe la serpentina furono i giardini francesi e i labirinti a curva.

Altri giardini furono “convertiti alla curva”. Ne nasce uno stile incerto, non particolarmente apprezzato nè per i risultati estetici, nè per le capacità seduttive; fu chiamato in molti modi, ma spesso “francese pre-rivoluzionario”.

Labirinto curvo di Choisy-Le-Roy

la “esse” è sempre stata un simbolo di bellezza femminile, di grazia, e le crinoline e i sellini usati ne accentuavano le curve.

Joshua Reynolds, Miss Ingram
Mrs Hugh Bonfoy


Thomas Gainsborough, Lady Ligonier
Thomas Gainborough, Mr e Mrs William Hallett

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni di questi quadri rappresentano forse l’apice della bellezza dell’abito nella moda femminile anglosassone, una bellezza che poi venne corrotta dalla moda francese delle enormi crinoline e in seguito dei sellini. Ma dopo questa mega-sfilata di ladies in tiro, beccatevi questo! ( e scusate se la disposizione delle immagini nella pagina è così strana, ma io non so farla ordinata come molti miei colleghi bravi con l’html…

Un quadro che ha molti significati politici nascosti, guardate voi, proprio nei colori. Michel ne sarebbe entusiasta!

Che forza! Siamo a due anni dall’unità d’italia, in Inghilterra era in pieno fermento il Preraffaelitismo, e lui ti spara un quadro che sembra dipinto un secolo prima e che descrive un ambiente medievale! Fantastica la esse di lei, altro che Rossella e Retth Butler!

E ancora la “esse” non perde il suo fascino da sirena nelle incisioni dei Secessionisti viennesi e dell’Art Nouveau (in Germania con lo Jugendstjil si preferivano forme più lineari).
Un esempio per tutti è Mucha, Profeta del Kitsch.

pare che si vergognava di fare pubblicità?

La “esse” non scomparve neanche con il diminuire dell’ampiezza delle crinoline, anzi, possiamo dire che fu proprio il sellino, un attrezzo scomodissimo da portare, ad accentuarla.

Se volete dare un’occhiata ai quadri degli impressionisti, ne troverete migliaia di queste “esse”.

Ma il momento magico, autocosciente della “esse” nell’abbigliamento fu a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.



ma chi incarnò la bellezza del vitino da vespa, dei seni e dei fianchi prosperosi, e della capigliatura raccolta in alto a boule, come un fiore Liberty, fu Camille Clifford


Nel Novecento i seni andavano di moda meno pieni e i capelli più sottili e aderenti alla testa. ma non si rinunciava alla “esse”. E se questa non doveva essere data dai fianchi, che per motivi socio-culturali le donne non gradivano mettere in mostra, allora c’era sempre la gamba.

Ancora oggi, modernizzata, decontestualizzata, privata della sua storia, la vediamo comparire su cataloghi per tutte le taglie (idealmente rappresentate da una platonica 42) e tutte(?) le tasche, sulle passerelle, negli stock di foto delle più importanti agenzie fotografiche italiane. Cambia l’abbigliamento, invece dello chignon chi sono i rasta, e al posto di una gonna di velluto ci sono i jeans…ma poco cambia.
Signor Hogarth, lei che ne pensa?

I bei tempi andati…

Fotolia, finto elegante da copertina

Supergambe, modernissimo e allegro

Questo slideshow richiede JavaScript.

Triste come un tronchetto della felicità

Si può immaginare una vita più triste di quella delle dracene? Utilizzate come arredo, annaffiate occasionalmente, se in cattivo stato gettate nei cassonetti, vendute per pochi euro come spam giardinicolo?

Spostala, no, sta meglio là. Lì dà fastidio a chi entra, mettila nell’angolo.

Servette tra le piante da interno solo perchè sopportano ogni sevizie.

tappezzeria

Indossava una vestaglia del suo colore preferito: blu acido prussico

Blu di prussia steso ad olio. A destra è più denso, appena uscito dal tubetto, a sinistra meno saturo (più liquido)

Non so quanti di voi ricorderanno il libro da cui proviene questa frase, ma l’acido prussico non ha colore, nonostante per la nomenclatura Iupac si chiami cianuro di idrogeno, il che farebbe pensare ad una colorazione azzurra.
Il blu di Prussia non ebbe sulle prime l’enorme fortuna di cui godette in seguito, proprio perchè in molti temevano che decadendo si trasformasse in acido prussico, diventando mortale.
La storia dell’invenzione del Blu di Prussia è, come spesso accade nella storia dei colori e degli alimenti, piuttosto casuale.
Il colore azzurro era sempre stato difficile per i pittori e i tintori. Per alcune popolazioni era considerato poco importante, mentre oggi è il colore più amato nei paesi occidentali e in assoluto il meno sgradito.

La cravatta di pessimo gusto. I soldi del blu li anticipò il Papa

Fino al 1700 si tingeva e si dipingeva con il lapislazzuli (un minerale di origine estrusiva, raro e costosissimo- con cui è dipinto il fondo del Giudizio Universale della Cappella Sistina), o in alternativa con l’azzurrite, una sorta di lapislazzuli di seconda scelta, o con coloranti vegetali tipo l’indaco e il guado (Isatis tinctoria).
I dipinti e soprattutto le stoffe tinte di questi colori non avevano splendore, profondità, non tenevano ai lavaggi, e sbiadivano, soprattutto considerando che l’importazione dell’indaco (prima dall’Asia e poi dalle colonie americane), che aveva una resa migliore, era vietata.
Solo nel 1737 il divieto cadde.
Intanto a Berlino, all’inizio del secolo, era stato già “scoperto” il Blu di Prussia.
La storia è molto divertente. C’era un droghiere e venditore di colori che aveva un rosso molto bello nel suo catalogo. Lo otteneva aggiungendo del potassio a un decotto di cocciniglia (sì, stramaledette, crepate! Noi siamo animalisti!), a cui prima aveva aggiunto del solfato di ferro. Un giorno che gli era finito il potassio mandò il suo gatto a comprare del filo color ciliegia….no, questa è un’altra storia. COMUNQUE! Un giorno esaurì le sue scorte di potassio e l’andò a comprare da un chimico di sinistra fama, tale Johann Konrad Dippel, che gli vendette del carbonato di potassio già utilizzato per i suoi esperimenti, quindi adulterato.
Fu così che invece del rosso, il droghiere vide formarsi un precipitato di un magnifico e intenso colore blu. Purtroppo il droghiere non comprese il valore di questa accidentale scoperta, ma Dippel sì. Dopo un po’ di prove iniziò a commercializzare il nuovo colore col nome di Berliner Blau.

Polvere di Blu di Pussia

Nel 1724 (mancavano più di dieci anni all’abolizione del divieto di importazione dell’indaco), un chimico inglese riuscì a ripetere l’esperimento e rese pubblica la formula chimica del colore e il metodo per ottenerlo. Nel frattempo il Berliner Blau era diventato Blu di Prussia, ed ebbe via libera in tutta Europa.
Il losco e disonesto Dippel, che non aveva mai voluto rivelare la sua formula, fu rovinato e si rifugiò in Scandinavia, dove divenne cerusico del re. Lì potè dare libero sfogo alla sua inventiva e mise a punto una serie di farmaci pericolosissimi che gli valsero l’espulsione dalla Scandinavia e la deportazione in Danimarca. Salute.

Arrivando più vicino a noi, nel 1800, i tintori se ne servirono per lanciare il “Blu marino”, cioè quello che noi chiamiamo “Oltremare Francese” che sarebbe diventato un vero e proprio fenomeno sociale della moda.

Blu oltremare per l'abbigliamento sportivo moderno

A consacrarlo come colore della legge fu la Prima Guerra Mondiale, quando le divise, fino ad allora nere, divennero blu scuro. Un nero brillante, profondo, che tenesse il colore, era difficile da ottenere e molto costoso, perciò si pensò a Blu Oltremare come colore meno austero e più a buon prezzo, oltre che più gradevole. Da qui viene la moda del colore blu delle tute e delle uniformi da lavoro, postino, meccanico, falegname, grembiuli, sopravesti da lavoro, ecc. “Colletti bianchi e tute blu” è un detto che vale ancor oggi per indicare la separazione tra classe dirigente e quella lavoratrice.

Jeans tinti in Blu di Prussia

Un capitolo a parte lo meritano i jeans, che assunsero quel colore per cause accidentali (una partita di tela da velatura non conforme alle richieste, finita per diventare stoffa per le tute dei lavoratori americani). In italia divennero simbolo della contestazione studentesca (certo, non in questo colore austero, ma in colori più chiari e slavati). Ma la verità che oggi possiamo dire è che il ’68 fu un movimento borghese, ove non alto-borghese.

Insomma, dire che ci piace il blu è un po’ un non dir nulla, essere nella media. Il blu è apprezzato da tutti, nelle sue varie sfumature.Incredibilmente rustico.

Country blue, cosy, gentle and lovely

Come anche del tutto sciccoso.

Bulgari, Blu di Prussia, a volte detto Blu Ottanio

Il blu è un colore riposante, pacificatore, e questo sin dall’epoca medievale. E’ un colore onirico, dell’irraggiungibile, del sogno, del fantastico (Der Blaue Reuter, il Principe Azzurro)ma anche della tristezza malinconica rassegnata, della nostalgia romantica (to feel in blue), è il colore della notte, (Blue Velvet), nell’America Settentrionale, l’ora blu è l’orario di uscita dagli uffici. In tedesco ubriaco di dice blau. Colore del freddo, colore della tecnologia (Blue-ray), della nobiltà (sangue blu).

E qui mi fermo, perchè volevo parlare solo della curiosa scoperta del galantuomo di Dippel e del Blu di Prussia.

Ora vi metto un Blues che vi sdirenerà il cuore

It was down in Old Joe’s barroom,
On the corner by the square,
Drinks were being served as usual,
And a goodly crowd was there.

When up steped old joe McGuinny
His eyes were bloodshot red;
As he poured himself more wiskey,
This is what he said:

I went down to the St. James Infirmary
I saw my baby there,
Streched out on a cold white table,
So sweet, so cold, so fair.

So Let her go, let her go, God bless her;
Wherever she may be **see note**
She may search this wide world over
but she’ll never find a sweet man like me.

When I die, want you to dress me in straght laced shoes
A box back coat and a Stetson hat;
Put a twenty-dollar gold piece on my watch chain
So the boys know I died standin’ pat.

**verses not in original recording**

There are sixteen cold black horses,
Hitched to her rubber tired hack;
There are seven women goin’ to that graveyard,
and only six of ‘em are coming back.

Now that you’v heard my story,
pour me one more shot of booz;
And if anyone comes askin’ about me,
Tell ‘em I got, Saint James Infermery blues.

Some people exchange “She never did love me” for the line “Where ever she may be” that was in the original.

Anche Hugh Laurie ne canta una bella versione, strumentisticamente più articolata ma non così toccante

Il giardino è come una pizza

Il giardino è diventato ormai come una pizza: ce n’é per tutti i gusti, basta sceglierla su un menu che per noi è stato predisposto allo scopo. A questo proposito cito (sempre volentieri ma con una punta di delusione) Giudo Giubbini, direttore scientifico del periodico «Rosanova», che nel parlare di ciò apre un suo articolo proprio in questo modo:

Il giardiniere, come i giardini, possono essere catalogati secondo le più diverse tipologie e tendenze: fautori dell’intervento umano o di quello della natura, formali e informali, monomaniaci e polimorfi, storicisti o innovatori, cultori delle essenze locali o di quelle esotiche, botanici, estetizzanti, minimalisti o barocchi, policromi o monocromi, collezionisti e no, simbolisti, espressionisti, razionalisti, esoterici, nativi, pittorici, architettonici, ambientalisti […]

E’ evidente che l’autore sottende una cultura e una meditazione profonde soggiacenti a questi tipi di giardini, le cui grazie fanno sognare solo nella semplice descrizione.
Ma i giardini di questo genere, partiti come avventure di semplici appassionati (certo, denarosi), senza troppe conoscenze e senza troppe aspettative, un po’ come ha fatto la stessa Lavinia Taverna, hanno da tempo trovato lucore nelle riviste di genere e nelle associazioni ad essi dedicate, e si sono chiusi in una competizione interna che taglia tutto il resto del mondo fuori. Rare, molto rare, sono le eccezioni.

Ma il mondo della massa dei giardinieri, anche di quelli che vanno ogni domenica a comprare la piantina al garden, non sa neanche cosa sia un’aiuola monocolore o un giardino esoterico. Tutto quello che chiedono è “un bel giardino”, senza sapere che tipo di giardino è. Come l’analfabeta che punta il dito sul menu e dice “Voglio questo”.
Le riviste passano sempre meno discretamente dei “menu” ai loro lettori e anche degli indirizzi dove possono comprarsi la pizza già fatta. Jardin à la carte.

Attualmente possiamo individuare degli orientamenti certi nel mondo dei giardinieri globalizzati, orientamenti decisamente diversi, anche se in parte sovrapponibili a quelli descritti da Giubbini.

Lo mangia subito o lo porta via?

1) L’amante delle rose. Per lui o lei le rose sono tutto. Sono il punto di partenza e il punto d’arrivo, lo Yin e lo Yang, gli opposti che si incontrano, l’epifania della bellezza. Ma ecco che appena dico una cosa mi sconfesso subito: in realtà questo non è sempre vero, a volte il rosaista è un rosaista osculatorio, tangente, per così dire, perché non conosce altre piante. Se ha uno spazio sotto un pino, dove fa più buio della tana del lupo, lui vuole metterci una rosa. Se ha un angolo scuro nel sottoscala, lui vuole ravvivarlo con una rosa. Ha una siepe asfittica di fotinie? Le vuole sostituire con belle rose “fiorite tutto l’anno, profumate e molto colorate, che si intonino con l’intonaco di casa mia”. Se per Natale gli hanno regalato una minirosa alla Lidl, lui si preoccupa subito di non farle prendere corrente, mettendola al chiuso, non troppo vicino al termosifone, in posizione molto luminosa e annaffiandola ogni mattina che Iddio manda sulla terra. Dopo si strappa i capelli e chiede aiuto, evocando su di sé maledizioni fino alla settima generazione (passata), non riuscendo a capacitarsi di come la sua rosellina stia per esalare l’ultimo respiro.
Potremmo dire che l’amante delle rose è il modello-basic dell’acquirente di piante, potrebbero proporlo come cordless senza segreteria, come lap-top senza blue tooth o magari per un format televisivo.

2) L’ortaiolo bio-chic. Per l’ortaiolo bio-chic, le piante da fiore sono una sottocategoria del regno vegetale e sono apprezzabili solo quando sono commestibili. L’ortaiolo bio-chic non si preoccupa tanto di avere una resa che gli garantisca una autonomia alimentare, ma piuttosto che il suo orto sia alla moda e assolutamente “bio”. Poco male se poi le verdure saranno rovinate dai parassiti o se i pomodori non fruttificheranno affatto: si può sempre fare un salto dal fruttivendolo. Per quanto nelle sue possibilità l’ortaiolo bio-chic cercherà di utilizzare contenitori di riciclo dalla forma sorprendente e inusuale, sulla scia dei “Guerriglieri Verdi”. Declamerà ai suoi amici i prodigi delle sue tecniche orticole che gli consentono di prendere un’abbronzatura uniforme e mantenere sode le natiche. Tra gli ortaggi colorati saranno falsamente ingenuamente distribuiti dei fiorellini, che sono i soggetti preferiti delle fotografie scattate con il macro e collezionate nei vari siti di photo –sharing.
L’ortaiolo bio-chic non si accontenta del cordless senza segreteria e “chi è”. Vuole il collegamento wireless e la scheda video dedicata.

3) I Brambilla. I Brambilla sono la famiglia-tipo italiana, quelli che fanno la gita fuori porta a Ferragosto, Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. I Brambilla si ritrovano sul davanti della casa un piccolo appezzamento di terreno e non gli viene migliore idea che farci un prato all’inglese, forse perché nella loro mente plagiata dai vecchi film americani, il green è il sine qua non dell’eleganza.
I sentieri dei Brambilla sono larghi e piastrellati, puliti come appena usciti dalla fabbrica. I Brambilla non usano molte piante, e non certo le rose, che loro sanno benissimo essere destinate al giardiniere-modello-base. Semmai ci sono azalee, e se la signora Brambilla fa l’avvocato o ha velleità politiche, ci sarà una mimosa. Naturalmente non mancano cycas, palmizi assortiti e il solito defilé di piante annuali in grosse ciotole: petunie striate, fresie, eliotropi, dimorfoteca. Qui e lì faranno la loro comparsa piante appariscenti ed esotiche, come strelitzie, dature e grevillee.
Tutto è pulito e in ordine, come se ogni foglia fosse stata spazzolata e lavata con sapone. Eppure non li vedi mai fuori in giardino.
I Brambilla tagliano il prato ogni tre giorni ma non annaffiano mai: si limitano a azionare il pulsante del sistema automatico di irrigazione e con tre ore di quello annaffiano non solo il prato ma tutto il loro giardino, il marciapiede e i gatti di passaggio. Magari proprio all’ora in cui uno si fa la doccia.

4) Il tropicalista. Il tropicalista per sua natura disprezza le piante dai fiori “normali”, cioè quelli a forma di rosetta, di fiorellino dei campi, di stellina, di coroncina. Si tengono a debita distanza dalle persone che praticano giardinaggio basando le loro scelte solo sui fiori: non gli interessano le rose e le erbacee perenni, gli accostamenti di colore, le successioni delle fioriture. Al più si interessano marginalmente agli abbinamenti fra colori dei fogliami, purché siano di piante esotiche, naturalmente. Non è che i tropicalisti non amino i fiori,ma li considerano del tutto incidentali e li preferiscono alieni e stravaganti, se non inquietanti (tanto che molte di queste specie vengono usate nelle scenografie di Star Trek). Quando viaggiano si fanno fotografare sorridenti vicino alla pianta più rivoltante del mondo col pollice alzato in segno di vittoria. Poi caricano la foto su Facebook e si scatena la lotta all’identificazione e il bottone “mi piace” schizza verso l’alto.
La delicatezza della pianta è la loro sfida più grande, come un Annapurna orticolo. Anche la rarità e l’ibridazione fanno parte del gioco, perché il tropicalista non è assente da pensieri strettamente botanici, che invece non sfiorano neanche le menti dei Brambilla o degli ortaioli-bio-chic.

5) I lussuosi. Ai lussuosi appartiene quel genere di giardiniere che con le piante vuole avere a che fare il meno possibile, eppure, vivendo in ampie ville monofamiliari, si rende conto che di fronte alla società e ali propri ospiti, avere un giardino che esprima il decoro del proprietario sia un fattore indispensabile per aumentare il suo prestigio. Il lussuoso tratta piante , vasi, illuminazione, arredi, sotto un’unica voce: “spese”. Si mette d’accordo con uno dei tanti “professionisti del settore” che nel suo slogan promette “giardini di qualità” da un anno a piacere prima del 1800, e acquista un pacchetto, come una sorta di kit-giardino. Qui la lampada zen, lì il pergolato per le rose (rosse, rifiorenti e da taglio) e lì il giardino roccioso con cactus e sassi del tipo “spugna aliena”, senza il quale il giardino non poterebbe dirsi completo.
Naturalmente il posto d’onore toccherà all’olivo millenario capitozzato e posto sopra un rialzo circolare di mattoni in finto tufo, come una sorta di monumento alla schiavitù. Il lussuoso non usa il prato…tzé. Il prato sottrarrebbe spazio per parcheggiare e fare manovra all’auto sportiva del figlio, alla monovolume della figlia, al Suv della moglie e alla sua berlina di classe. L’unico prato sarà quello ai piedi dell’olivo capitozzato.

Quindi nel mondo del giardino italiano contemporaneo si è sviluppata questa dicotomia, che sarebbe sciocco negare e che stando in una posizione super partes di chi il giardino non l’ha, si vede tutta. Da un lato sofisticate signore intrattengono una esclusiva rete di rapporti sociali tra altri giardinieri e giornalisti, dall’altro la gran massa della gente comune che non compra riviste di giardinaggio e per le quali questo mondo, sofisticato, esclusivo e chic, non esiste affatto.

Riviste e le aziende di progetti del verde hanno un menu fisso pronto praticamente per ogni occasione e ogni tendenza. Ti spiegano il progetto, ti elencano le piante, e nel caso di vivai, te le piantano pure, senza che tu faccia null’altro sforzo che quello di staccare un assegno. Ovviamente i giardini che ne nascono non hanno un briciolo dell’eclettismo descritto da Giubbini, ma sono piatti, standardizzati, secondo modelli logori fino alla paranoia.

Ma il trucco qual è? Riviste e grossi vivaisti si danno la mano e mentre sulle riviste compaiono articoli che “tirano” piante e arredamenti, i vivaisti e i garden centre li propongono tal quali, magari à la carte.

Lo scopo è uno solo: far spendere soldi agli acquirenti, e fare in modo che il giardino che ne risulti li dimostri tutti questi soldi, perché se non hai soldi in questo mondo non sei nessuno.
Chi ne rimane escluso? Chi fa ricerca da solo, al di fuori delle logiche del mercato, per il suo semplice diletto. In genere si tratta di piccole aziende che pur non impoverendosi non arricchiscono, non hanno la velleità di fare landscape design, ma un lavoro più semplice e più alla loro portata, e che spesso contribuiscono più sinceramente e fattivamente alla conoscenza delle piante e dei giardini che non le riviste –anche quelle più blasonate.

In effetti quella pianta rappresenta milioni di euro e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di avere fatto una scelta fuori dalle proposte della moda, quindi tu hai in giardino una pianta che è stata selezionata per te dalle persone lì presenti, in mezzo a un mare d’erbacce

Il Diavolo veste Prada