In una mattinata luminosa abbiamo deciso di tornare alla Limina per seguire le fioriture spontanee:
La luce cruda della marina si faceva filtrata e tenera sotto i faggi, e si poteva stare anche senza giacca e cappuccio. Si stava proprio bene.
Ci aspettavamo un po’ di più, i ciclamini ad esempio sono ancora molto indietro, ma abbiamo trovato alcuni piccoli tesori.
Le prime ad essere avvistate sono state le pervinche, quelle piccole, le minor, quelle di cui Piz diceva che l’ideale per loro è il giardino all’inglese, sotto i grandi alberi (dio mio, spero non cedri del Libano…).
I fiori sono grandi meno di una moneta da 50 centesimi, ed era grande la tentazione di prenderne un cespo per piantarlo nei recessi più ombrosi del mio giardinaccio, oppure da mettere in un piccolo vaso, fare infoltire, e poi confezionare in primavera, per la Pasqua, in un vassoio fai-da-te-a-costo-zero, che fa tanto lifestyle, homemade whith love, country e tutta quella roba da orticaria. Ma il pensiero del suono stridente delle radici strappate alla terra mi ha distolto.
Pochissimo oltre, e quasi dello stesso colore, abbiamo incontrato, e poi rincontrato, lungo tutta la strada, delle violette color indaco chiaro. Credo siano le calcarata.
Anche le comuni viole odorata ci hanno fatto da compagnia durante tutto il percorso, in dense macchie, in gruppetti o in esemplari isolati. Sempre molto bassi, meno di 10 cm.
C’erano altri tipi di viole, una a fiore giallo che per fotografarla per poco non m’ammazzavo e la foto m’è pure venuta sfocata, ma poteva essere la bertolonii, e un’altra specie, meno diffusa, credo la corsica.
La lettiera di foglie di faggio era molto profonda, e i piedi di affondavano mentre salivamo i leggeri dislivelli in cerca di altri tesori. Foglie di erodium, ciclamini, trifogli, macchiavano il tessuto altrimenti color sabbia dalla superficie.
Come alla prima botanizzazione liminesca abbiamo trovato forse la prima gemma di un bucaneve, oggi ne abbiamo trovato le ultime tracce.
Tra una sosta e l’altra ci sono capitate di frequente la Daphne laureola e l’euforbia delle faggete (E. amygdaloides).
I fiori azzurri sembravano abbondare, questo anemone (blanda, appennina?)…
…ma quello che ci ha fatto più sorprendere è stata la presenza di questa piccola bulbosa, che è stata ribattezzata mille volte. Ora si dovrebbe chiamare Scilla non-scripta, diversa dalle bluebells inglesi, che sono Hyacintoides hispanica o qualcosa del genere. Comunque su questa faccenda ho una gran confusione in testa. Però il fiore è qualcosa che t’allarga il cuore, con questa taglia minuscola e il colore zeffirino.
Abbiamo deviato per San Bartolomeo, dove c’è un’acqua apprezzatissima, e tra lo squallore di una zona ristoro che sembrava un “gallinaro”, abbiamo preso aria e riempito una bottiglia che avevamo in auto. Ci ho riempito un po’ il radiatore (radiatore fortunato!) e anche il serbatoio dell’acqua per i tergicristalli. Mi sono sentita un po’ come se lavassi i diamanti con lo champagne.
A San Bartolomeo (detto “San Bartolo”) c’è anche un monastero. Devo dire che non ha mai esercitato un gran fascino su di me.
Altri incontri sporadici, pratoline dappertutto, molti Helleborus bocconei, e qualche Pulmonaria saccharata ad inizio fioritura.
Dove il terreno era più umido c’erano tanti Ranunculus ficaria .
Al ritorno il tempo s’era già fatto un po’ più grigio, preludio delle piogge preannunciate per la fine settimana dalle onnipresenti previsioni meteo che ci infestano la vita.
Al ritorno ci siamo imbattuti in arbusti di salice (S. viminalis) attorno a cui ronzavano molti insetti. Potevo prendere un paio di rami per farci verghe con cui frustare i miei detrattori…
Un ultimo sguardo dietro di noi, i faggi dritti dritti come fusi che svettano verso l’alto, grigi e giovani faggi. Alberi elfici. Alberi Sindarin.
Ringrazio Giulia per la sua citazione nei suoi Liebster blog (io però ho neanche 210 utenti fissi, di cui una buona percentuale se ne sbatte le palle di quel che scrivo, che penso, che faccio e di me come persona. Quindi possiamo scendere tranquillamente ai 100).
E’ uscita fuori un’altra catena di sant’Antonio con questa benedetta blogosfera giardinicola, mamma mia, non ce la faccio più.
Sul Blog di Giulia Capotorto trovate tutte le informazioni.
Io lo dico in anteprima: ma neanche se mi ammazzate metto un’icona con un cuoricino.
Ora -duramente e crudamente- elencherò i 5 blog che in questo periodo leggo ogni giorno o quasi, con meno di 200 lettori fissi.
Mi sembra di aver capito che si tratta di elencare blog “verdi” o di lifestyle (una parola per la quale scaverei una buca profonda due metri per seppellircela dentro), al massimo di libri. Mi perdonerete se elencherò qualcos’altro.
Sono particolarmente affezionata a Giardinaggio Sentimentale, che seguo prima per email e poi mi leggo d’un fiato una volta a settimana.
Ogni giorno controllo Sunset Boulevard, con apprensione.
Per puro caso ho scoperto Un paio d’uova fritte che mi fa morire dal ridere.
Sempre via mail, ma poi appena possibile on-line per vedere le bellissime foto, Verde Insieme web di Marcella, che ammiro per le sue conoscenze in materia di piante, e da cui imparo sempre un sacco di cose.
E per ultimo Keplero, un blog scientifico di Amedeo Balbi, uno scienziato divulgatore che si è fatto anche un certo nome nell’establishment radio-televisivo della falsa high-culture dello spettacolo italiano. Anche se non ha voluto rispondere alla mia domanda:”Ma allora, chi se li è mangiati i soldi dei super-neutrini?”, continuo a seguirlo. La risposta me la troverò da sola.
Ne seguo molti altri, non solo blog ma anche siti. Alcuni per il piacere di informarmi, altri per capire a che livello di miseria culturale si è giunti in italia.
Anzi, rilancio: perchè non un bannerino di “what a schifo blog” da donare ai blog che troviamo più ripugnanti? O tutta la blogosfera è bella, candida, intelligente, ricca di idee, propositiva, eccezionale, strepitosa, originale, libera e sincera?
Permettetemi di contribuire sanamente a questa catena di sant’Antonietto, senza dover mettere loghi, link, post cicì e cocò.
Mi prendo un sacco di cose da voi e da tanta altra gente, imparo moltissimo in rete e la mente mi si tiene sveglia. Mi basta questo. Le attestazioni di stima le faccio per mio conto, senza sant’Antonio.
Da qualche giorno sono tornata all’account free di Flikr. Avevo superato la soglia del tempo massimo per il rinnovo dell’account pro (in realtà credevo di aver acquistato un mini-pro di 3 mesi, ma non era così) e sono “ributtata indietro” agli ultimi 200 upload. Ho fatto di corsa una ricarica, ma continuavo a pensarci. Ieri ero lì lì, avevo schiacciato il pulsante”paga adesso”, avevo inserito i dati.
Poi ho abbandonato.
No, mi sono detta. Semmai dovrebbe essere Flickr a pagare me. In che razza di mondo viviamo in cui il lavoro o il diletto del singolo diventano veicolo per il guadagno di terzi?
E non ultima considerazione: io scaricavo una quantità immane di file su Flickr, perchè per me era comodo poter avere le mie foto su un server e non sul pc di mia sorella, che sembra più protetto del Pentagono.
Ma era come se scaricassi spazzatura. Come se facessi foto a valanga solo per scaricarle dove le potevo dimenticare, per poi ritrovarle all’occorrenza. Una volta scaricate su Flickr perdevano immediatamente valore, morivano. Le potevo resuscitare postandole qui, commentandole, spiegandole, creandoci sopra una storia.
Ora che sono state eliminate sono rinate. Vivono nell’hard disk del pc di mia sorella, ma vivono.
Pubblicarle era nè più nè meno che distruggerne il valore.
Perciò no. Dalle oltre mille foto che avevo, oggi ne ho solo una cinquantina. Se vorrò condividere le mie foto, lo farò tramite questo blog.
Stasera sono stanca ed è da giorni che imploro l’onnipotente per una buona notizia. La buona notizia arriva sempre quando meno te l’aspetti: una amica di Milano telefona per dire che il mio libro è stato citato sulle pagine culturali del “Corriere della Sera”. Non è vero, penso, sulle prime.
Poi controllo in rete ed è la verità. Grazie alla signora Lamarque, che porta il nome di un famoso evoluzionista, per questa recensione “di sbieco”, perchè più che di me parla delle violette di Goethe.
Questa cosa di Goethe e le violette ha fatto andar di matto l’establishment, anche Erena.
Il sito avvisa che la riproduzione è riservata, e se dovesse essere necessario rimuoverò il testo dell’articolo, ma vogliamo negare ad una non-più-ragazza che vive in Calabria, lontana da tutti i centri luminosi della galassia, il piacere di dimostrare che con le sue manone da contadina ha prodotto qualcosa che piace ancora a distanza di anni, e che viene apprezzato da una testata nazionale?
I blogger vanno in delirio per queste cose, ma qui non si tratta solo di “pubblicità” o di avere il rank più alto questo mese.
Si tratta di potersi finalmente pacificare, di sciogliere i propri dubbi sulla qualità di quello che si è scritto, e di lasciarsi commuovere dal fatto che qualcuno ha capito la fatica e lo sforzo che ti sono costati quel libro da nulla: sì, quel piccolo libretto con i vasi di gigli in copertina.
Grazie per questo mattone di autostima che mi avete regalato.
Goethe era un molto miope, non credo spargesse violette in maniera precisa. Gettava i semi a spaglio dove riusciva ad avere un po' di visuale
Gentilmente
Le violette milanesi e Goethe seminatore
Spontanee
Che belle le violette spontanee, quelle piccole, appartate, che nessuno nota. Che tra i prati di Milano sia per caso passato, un po’ di tempo fa, a piedi o in volo come uno Chagall, Johann Wolfgang Goethe? Perché se non è una leggenda, e pare non lo sia, lui passeggiava (due secoli prima dei guerrilla gardeners) spargendo qua e là semi di violetta che si teneva sempre in tasca per abbellire un po’ il mondo; l’ ho sospettato in questi giorni di così tante improvvise violette nei prati milanesi.
Intendo le violette spontanee, quelle piccole, appartate, che nessuno nota benché ci diano tutti i giorni un po’ di profumo, non le coloratissime viole del pensiero che riempiono sgargiantemente le aiuole (che bella parola, con tutte e cinque le vocali e solo una consonante, la «u» però latita un po’ ) delle rotonde e dei giardini.
Mi si affacciano mille domande: i semi di quali viole spargeva Goethe? E la gente lo vedeva o seminava di nascosto? Seminava soltanto o anche innaffiava? E aveva tanti semi a disposizione perché una delle sue fidanzate (poi moglie) era fioraia? (No, Christiane Vulpius la chiamavano la Fioraia ma lavorava in una fabbrica di fiori artificiali, peccato). E i semi li teneva in tasca sparsi o in bustine? Aveva un taschino apposito o se ne andavano qua e là indisciplinati tra pezzetti di carta e monetine? Spargeva solo semi di viole o anche di altri fiori? Mi sa che qualche seme se l’ era procurato qui da noi in Italia, durante il suo lungo viaggio, magari nella sua adorata Napoli («Neapel ist ein Paradies»).
Questa abitudine di Goethe la conferma anche Lidia Zitara in un suo bel libro di un paio d’ anni fa, «Giardiniere per diletto», ( bello consigliare anche i libri non ultimissimi usciti, quelli che, sempre incalzati dai nuovi, temi rischino l’ eliminazione) che insegna a coltivare un po’ spettinatamente, infatti la natura di suo è spettinata, non mette le viole in fila per due, una gialla una blu una gialla una blu. Del resto anche l’ uomo non è da meno: intorno alle violette, in ordine sparso, non in fila, semina lattine, cartacce, mozziconi, vassoietti di polistirolo, bucce d’ arancia, pacchetti di sigarette, che bestie che siamo, anzi no, si è mai vista una bestia maleducata? A proposito di bestie, il Parlamento europeo – ci aggiorna la benemerita Lav – sta percorrendo tutto l’ iter per ottenere che gli strazianti viaggi per il macello non superino le otto ore. Anche, anzi soprattutto i non-vegetariani dovrebbero firmare per fare ponti d’ oro a quei poveretti di cui leccandosi i baffi ogni giorno si nutrono. Un po’ di gratitudine per tanta squisitezza.
Cercando immagini in rete per questo post mi sono accorta quanto poco utilizziamo il cromatismo dei bianchi.
Il cromatismo è la declinazione di una tinta nel maggior numero possibile di sfumature. Era noto sin dal tempo degli Egizi e dei Babilonesi (che conoscevano anche la policromia). Bianco su biancoNoi occidentali non utilizziamo -matrimoni a parte- una vera e propria palette del bianco. Il bianco è un colore molto diffuso, sia nell’abbigliamento che nell’arredamento, dove trova le sue massime espressioni nel minimal e nello shabby chic, ma in due o tre tonalità al massimo, di solito abbastanza distanti tra loro in modo che non si confondano. Difficile, e sempre prerogativa del matrimonio, che una stessa sfumatura di bianco venga usata su superfici diverse che ne cambiano l’aspetto.
Inoltre il bianco non viaggia mai da solo, è sempre accompagnato da altri colori.
Il piumaggio di Paperino tende all'azzurroQuante volte disegnando Paperino avete sottolineato in azzurro le penne, quando sarebbe stato più realistico un color bruno?
Quante volte per disegnare un fiore bianco avete usato l’azzurro, o il malva per rendere le zone in ombra?
Addirittura in questo scellerato tutorial viene usato l’Oltremare Francese. La risulatante, come potete vedere è un lenzuolo aggrovigliato di color blu slavato, senza più niente della carnosità del fiore, ma tutto delle tecnologie informatiche e dei processori grafici che abbinano al bianco il blu.
Il blu diventa un sopra-bianco, un rafforzativo del bianco, un ultra-bianco.Il blu è più bianco del bianco.
Per carità, c’è ancora una gran quantità di pazzi che utilizza il grigio in pittura, per segnare le ombre dei bianchi.
Tuttavia l’asse nero-grigio-bianco, ha rappresentato per molti anni, soprattutto dopo la Riforma, una importante scala dei valori nell’abbigliamento e nell’arredamento. Maria Tudor. Da garethrusselcidevant.blogspot.com Il nero è il colore predominante per gli adulti, per i ragazzi è ammesso un sotto-nero, cioè il bruno, per le bambine è sempre valso il rosso, colore tipico della femminilità dal medioevo in poi.
Tant’è che oggi ci troviamo vasti residui della moda protestante, come il tight, il cilindro, le auto scure, gli oggetti tecnologici scuri. Ma il “residuo” più significativo sono senza dubbio i jeans, ma questa è un’altra storia.
Le ombre sui bianchi dipendono dall’atmosfera che c’è intorno, possono essere di colori diversi:
Più o meno malva-grigiastre (si ottengono accostando, e a volte mescolando colori caldi e freddi)
…verdine…
…giallognole…
..o addirittura brune.
Disegno di Linda
Linda (non chiedetemi chi: l’ho beccata in rete), ha deciso di utilizzare delle tinte d’azzurro solo per motivi estetici e non ottici, per dare risalto ai fiori in contrasto col vaso e lo sfondo. In questo caso l’uso dell’azzurro è giustificato.
Guardate questo cielo disegnato da Ted Nasmith e ditemi se non è sereno. E i cieli sereni non dovrebbero essere azzurri?
E’ sempre azzurro il nostro cielo, o lo è nelle foto ritoccate con Photoshop?
La verità è che disegnare il bianco non è affatto facile.
Lo è quando il supporto che utilizziamo ha il fondo bianco, come i libri (il papiro era bruno, la pergamena giallastra, la cartapecora ancora più scura). Solo dopo l’invenzione della stampa e via via fino ai film in bianco e nero, noi viviamo il bianco come contrasto del nero, e viceversa. In realtà nell’antichità il colore che era il vero contrasto del bianco era il rosso. La triade originaria: bianco (qui sfumato di giallo), il nero e il rosso. Su cui si basano molte fiabe, come Cappuccetto Rosso, Biancaneve, la Volpe e il formaggio... Non nero e bianco, ma bianco e rosso
Tutto questo per arrivare dove? A una bustina di tè.
E’ arrivato in Italia il tè bianco, portato dalla Twinings. Uno dei tè più rari e pregiati, che nella versione Twinings assomiglia a piscio di gatto. Comunque.
La Twinings festeggia anche un anniversario e ha sostituito la tradizionale etichetta con una banda dorata. Quindi si trattava di: 1) mantenere la banda dorata celebrativa, 2)mantenere il colore nero delle scritte, 3) dare l’idea del cromatismo bianco, cioè inserire un sovrabianco e un sottobianco.
Come scelta opzione la Twinings ha deciso anche di inserire un ridicolo disegno di una foglia di tè.
Ecco la bustina:
Dato che la banda dorata doveva esserci per forza, per ottenere il cromatismo bianco è stato usato il giallo, cioè la scelta più naturale, più antica, otticamente più realistica, essendo il giallo il colore più luminoso dopo il bianco.
A parte la banda dorata, sono tutti toni smorzati, e il liquido è stato disegnato di color giallo chiaro, che sembra ancora più chiaro grazie all’inserimento di una foglia verde color pastello.
Per ottenere un effetto “purezza” si è utilizzato un involucro dalla superficie lucida e riflettente, ma anche di grammatura leggera, in modo da essere trasparente in controluce.
Carattere usato tipo “Papyrus” Letraset che ha rotto l’anima negli anni Novanta.
Il packaging è una cosa simpatica da studiare per capire come funzionano le nostre idee di colori. Qui l’esercizio è stato reso più divertente dalla primordialità del colore, cioè il bianco.
Il sito dedicato al Chelsea Flower Show fa il conto alla rovescia dei giorni mancanti all’apertura: oggi 70. Forse parto in anticipo ma ormai le idee mi ruotano in testa come mulinelli di coriandoli e non riesco a scacciarle se non le scrivo.
Il Chelsea non mi è mai piaciuto. Intendo i giardini in mostra, non la fiera di piante.
Non amo le mostre di cani, di gatti e i barboncini tosati e tinti di rosa. Non mi piacciono neanche i giardini in mostra, se non si tratta di autentici giardini, perchè va da sé, che quelli del Chelsea non sono veri giardini.
Non ho abbastanza elementi per un’analisi storica della mostra, ma se non capisco male i giardini vengono man mano rimossi per lasciare spazio ad altre installazioni. Quindi hanno una durata limitata nel tempo e una funzionalità molto precisa (Mukarovsky direbbe “intenzionalità”), il che li avvicina pericolosamente al concetto di Kitsch artistico.
A questo si aggiungono considerazioni di carattere consumistico, ecodinamico, biologico, che tralascio.
E’ per questi motivi che i giardini in mostra non si possono definire giardini, e a dire il vero, gli Inglesi sono ben attenti a questo, e non li definiscono esattamente tali, o se lo fanno, è per una questione di brevità linguistica.
Si tratta di “installazioni”, installazioni come le conosciamo dall’epoca della Pop Art in poi, come quelle di Richard Long o di Marina Abramovic.
Il giardino c’è arrivato cinquant’anni dopo. Perchè negargli questo diritto?
Può darsi che queste installazioni smettano di essere così pronamente intrise di valori borghesi (piccoli giardini ecosostenibili, spazi aperti per il lavoro, terrazzini funzionali, ecc.) e inizino a diventare terreno (nel vero senso) di ricerca.
Conosciamo molti notevoli esiti artistici da lavori richiesti su commissione (Cappella Sistina docet) e alcuni (o tutti, confesso di non aver capito) i giardini proposti in questa sessione del Chelsea sono su commissione o sponsorizzati.
Nulla di male, abbiamo detto, anzi, uno dei progetti più interessanti è il semplice e umano rendering per un’associazione di amanti delle vacanze in camper: Caravan Club - Jo Thomson
Di cui si dice:
Celebration of Caravanning
Sponsored by The Caravan Club
Designed by Jo Thompson
Built by The Outdoor Room
The starting point and inspiration for this design is Doris, a mid-1950s aluminium caravan now tucked away in a sheltered and southerly corner of the garden. The garden is a relaxing space for the owner to use as a retreat; beautiful birch Betula albosinensis ‘Fascination’ tower over a palette of pink and cream planting that includes roses, salvias, irises and grasses.
Tactile details such as timber decking and sandstone paths, and a water rill that doubles as a wine chiller, encourage barefoot exploration of the garden. There are plenty of places to pause and enjoy the view with undulating timber benches and a hammock, partially screened by reclaimed timber posts.
Anche qui è d’ordinanza il vintage e “Doris” (il camper)è una signora degli anni Cinquanta. Avrà fatto il Sessantotto?
Però una cosa è vera: il progetto, anche solo a guardarlo così, incoraggia a camminare a piedi scalzi. E io in estate dimentico l’esistenza delle calzature se non quando devo uscire. I miei piedi diventano neri e sporchi tanto da non riuscire a pulirli neanche con la pomice. Ma a costo di passare per zozzona e incolta, il piacere di toccare le superfici con le piante dei piedi è uno per cui varrebbe la pena di pagare soldi (o tempo?). A piedi nudi nel parco non è solo un film.
Un altro progetto che mi ha incuriosita è stato questo:
rooftop workplace of tomorrow aralia design rooftop workplace of tomorrow aralia design 2
Di questo invece si dice:
Rooftop Workplace of Tomorrow
Sponsored by Walworth Garden Farm
Designed by Patricia Fox
Built by Giles Landscapes
The garden Rooftop Workplace of Tomorrow is an extension of the working office which uses vacant urban rooftop space. The garden offers an innovative, thought-provoking environment that can be used by both individuals and groups.
Individuals can sit in hanging rattan egg chairs to network with smart phones or tablets. The lounge area under a weatherproof canopy can host conferences, and has a 3m x 3m video/projection screen that projects sound and visuals, surrounded by beautiful planting (including a pick-your-own herbal tea bar).
This garden challenges our perception of workplaces, and offers inspirational ideas for the future.
Sarà commerciale quanto volete, forse si poteva fare anche meglio, anche se a me sembra ben organizzato, ma se tutti i tetti degli uffici fossero così, avremmo spazi in più per lavorare, e per un lavoro che non sia deprimente, grigio, compulsivo, disumano.
Decisamente da sottoscrivere il fatto che le aziende, medie, piccole, enormi, dovrebbero attrezzarsi, avendo simili spazi, a renderli un luogo piacevole dove passare il proprio tempo lavorativo, invece di incatenarci alle scrivanie, contarci le volte che andiamo in bagno, renderci il lavoro un tormento e le otto ore passate in ufficio un furto di tempo. Si sa che chi sta bene lavora meglio, produce di più, è puntuale, sbaglia di meno ed è più efficiente ed entusiasta.
Altri progetti che hanno solleticato la mia fantasia non ce ne sono, ma per completezza li riporto tutti con le le descrizioni dei comunicati stampa.
Land'end - Adam Frost
A Rural Muse
Sponsored by Lands’ End
Designed by Adam Frost
Built by New Ground Landscapes
The garden A Rural Muse is designed for a Stamford couple who love their region’s landscape and environment, especially the walks of the well-known local peasant poet John Clare. Adam Frost has taken inspiration from the distinct and diverse countryside that shaped so much of Clare’s poetry to create a space for entertaining and relaxation designed with biodiversity and wildlife in mind.
The materials have been selected to create the garden’s regional identity. Many of the elements have multiple functions, such as the stone boulders that double up as stepping stones and seating. A green oak-framed shelter offers a focal point and attracts bees with its clover roof.
The World Vision Garden Flemons-Warland-Design
The World Vision Garden
Sponsored by World Vision
Designed by FlemonsWarlandDesign
Built by Hillier Landscapes
A ripple pool at the centre of The World Vision Garden represents the effect the children’s charity has in the world’s hardest places. Circular ripples spread from the middle of the pool to its edge, symbolising how World Vision’s work with children also helps families, communities and, ultimately, entire countries.
A winding labyrinth path invites you to become part of the ripple where, at the centre, children are at the heart of everything World Vision does.
The verdant planting and sheltered canopy of the Australian tree ferns create a soothing atmosphere. The trees, along with the walls enclosing the garden, provide shelter to the pool and highlight World Vision’s aim to protect the world’s most vulnerable children.
(Domanda: ci crede qualcuno?)
The RBC Blue Water Garden
The RBC Blue Water Garden
Sponsored by Royal Bank of Canada
Designed by Prof Nigel Dunnett & The Landscape Agency
Built by Landform Consultants
The RBC Blue Water Garden is a modern and environmental interpretation of the traditional paradise garden; instead of formal rills and canals, excess rainwater is channelled and stored in bioswales, which form the garden’s central feature.
Planting is dramatic, naturalistic and exuberant in Nigel Dunnett’s characteristic style, and features huge swathes of Turk’s Cap lilies, growing as if in their natural habitat. The dramatic pavilion has been inspired by the architecture of the Puglia region in Italy.
The garden explores the concept of rainwater management by showing how sustainable concepts and biodiversity can form the basis for the design of even the most formal gardens.
Chissà cosa ispirerebbe la Calabria…
The M&G Garden by Andy Sturgeon
The M&G Garden
Sponsored by M&G Investment
Designed by Andy Sturgeon
Built by Creative Landscape Co.
The M&G Garden is a new style of English garden that celebrates traditional craftsmanship and the beauty of natural materials.
Inspired by the Arts and Crafts movement, the garden has a strong asymmetric quality. A series of formal paths and terraces combines with a water channel to create a succession of garden rooms. These are delineated by three monolithic walls and a linear bench that appears to float.
The garden features natural, rustic materials including copper, oak and Purbeck stone, shown in their raw beauty. The focal point is the energy wave sculpture, crafted from copper rings, that weaves through the garden.
The Homebase garden by Joe Swift
Homebase Teenage Cancer Trust Garden
Sponsored by Homebase
Designed by Joe Swift
Built by Willerby Landscapes
This garden has been inspired by the power of plants and natural forms in an urban and suburban environment. It is a dry, sustainable garden designed for exploration, revealing areas as you move through the space.
Four bold cedar wood frames create long views through the garden, whilst dividing the space into distinct yet visually-connected areas. Stone and wood are present in conventional garden features (stone paving, walling and seating), but are also used in more stylised features such as oversized horizontally-sliced boulders, a water feature and bespoke wooden sculptures to decorate and energise the design.
Commento: quando un rendering è brutto, non c’è niente da fare.
Arthritis Research UK Garden by Thomas Hoblyn The Arthritis Research UK Garden
The Arthritis Research UK Garden
Sponsored by Arthritis Research UK
Designed by Thomas Hoblyn
Built by Bowles & Wyer Contracts
The Arthritis Research UK Garden has been inspired by the great Renaissance gardens of Italy, capturing the drama, formality and beauty of the historic gardens at Villa Lante and Villa d’Este.
The garden’s Renaissance theme was devised by Arthritis Research UK to symbolise its own ‘rebirth’ with a new brand and future goals as it marks its 75th anniversary.
Using water as a central theme, the garden incorporates three spectacular water features – a fountain seat, a water cascade and a still mirror pool – set amongst formal Mediterranean planting, with five majestic cypress trees providing a stunning backdrop.
Commento: io sto ancora aspettando i giardini per le sedie a rotelle: ma se non li chiedono le associazioni per l’artrite, chi dovrebbe farlo? quelli del caravan?
Laurent-Perrier Arne Maynard
The Laurent-Perrier Bicentenary Garden
Sponsored by Laurent-Perrier
Designed by Arne Maynard
Built by Crocus.co.uk
The Laurent-Perrier Bicentenary Garden is a timeless, ornamental gardener’s garden. Created by award-winning garden designer Arne Maynard, all the elements of the garden have been carefully handcrafted and are complemented by a soft planting scheme.
Inspired by Laurent-Perrier’s 200 year heritage of time-honoured methods and reputation for creating pioneering champagnes, the garden pays exacting attention to detail, combining traditional and contemporary elements to exude elegance through its planting and landscaping.
Commento: urca!Non vi siete pisciati di sotto?
Furzey Gardens Charitable Trust - Chris Beardshaw
Furzey Gardens
Sponsored by Furzey Gardens
Designed by Chris Beardshaw
Chris Beardshaw returns to Chelsea in 2012 with a design to celebrate the 90th anniversary of Furzey Gardens in Hampshire and the achievements of its learning disability team.
Chris’ woodland design incorporates acid-loving species including rhododendrons, azaleas and primulas. Ericaceous plants and shrubs have fallen out of favour with designers at Chelsea in recent years, but Chris is using them to spectacular effect in this design.
Furzey Gardens Charitable Trust operates in conjunction with its sister charity, the Minstead Training Project, to provide a wide range of services for students with learning disabilities. The students are helping to grow plants for the show garden and assisting Chris in the garden build. This is the first time students with learning difficulties have been involved directly with a Chelsea garden.
Almeno è qualcosa.
Daily Telegraph- Sarah Price
The Telegraph Garden
Sponsored byThe Daily Telegraph
Designed by Sarah Price
Built by Crocus.co.uk
The Telegraph Garden evokes the beauty and romance of wild areas of the British countryside.
Perennials, rushes, grasses and meadow flowers grow around an intricate pattern of pools in Chilmark limestone. The copper details draw inspiration from the mineral-rich upland streams and rills of North Wales and Dartmoor.
A stepping-stone walkway leads across an expanse of water to a simple seating area on a group of boulders. At the rear of the garden a glade of tall, graceful, multi-stemmed birch trees frames the scene.
Trailfinders Australian Garden - Jason Hodges
Trailfinders Australian Garden presented by Fleming’s
Sponsored by Trailfinders & Fleming’s Nurseries
Designed by Jason Hodges
Built by A team of volunteer Australian landscapers captained by Scott Wynd
The Trailfinders Australian Garden pays homage to Jason Hodges’s home town of Sydney. The garden has an unusual mix of native and sub-tropical plants co-existing with introduced trees and shrubs from Europe and beyond.
The garden makes reference to the city of Sydney and its iconic structures through the use of materials, including the Sydney Harbour Bridge which Jason saw each day as he grew up in the suburbs surrounding the harbour.
Corrugated iron brings a sense of rusticity, as this characteristic Australian material is used in housing, fences and shedding everywhere from suburban cities to the great Outback.
L'Occitane en Provence - Peter Dowle
The L’Occitane Immortelle Garden
Sponsored by L’Occitane en Provence
Designed by Peter Dowle
Built by Peter Dowle Plants & Gardens Ltd
The L’Occitane Immortelle Garden recreates the Corsican maquis (Mediterranean vegetation) and brings it to life in the heart of Chelsea. L’Occitane has chosen this magnificent island to inspire their garden as it is the home of their award-winning skincare collection.
To recreate the wild landscape of the maquis, designer Peter Dowle has constructed an uphill rocky terrain framed by typical Corsican trees and plants. The bright yellow Immortelle flowers Helichrysum orientale provide the garden’s main focus. The design features an outdoor seating terrace, a small lagoon and a sandy beach footpath.
The Brewin Dolphin Garden
Sponsored by Brewin Dolphin
Designed by Cleve West
Built by Steve Swatton
This garden celebrates the 250th anniversary of Brewin Dolphin and the continuing popularity of topiary in gardens of all sizes since the resurgence of this art in the 19th century.
The garden uses controlled structure, including beech hedging and yew topiary forms, that contrast with looser layers of herbaceous plants. The yew forms represent the history, stability and creativity of Brewin Dolphin and stand like sentinels among a tapestry of herbaceous plants. This create a sense of timelessness with a hint of mystery.
Limno per Forte MargheraLimno, collettivo di ricerca che indaga i temi della natura e delle nature, è attualmente impegnato in un progetto editoriale sul complesso di Forte Marghera, Venezia.
La pubblicazione, prodotta da Ca’ Foscari, studia il concetto di stratificazione – floristica, faunistica, architettonica, paesaggistica – ed è articolata in contributi testuali, immagini e mappe.
Una parte della pubblicazione conterrà una selezione di testi inviati liberamente, selezionati in base alla loro vicinanza con Limno e con le tematiche che affronta. L’invito, che si rivolge a professionisti e appassionati, è oggetto di questa call for entries.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)