Il conformista

Conformarsi è dannatamente facile.
Non ho altro da dire sull’argomento.

Casualties of war

Ho un rapporto molto pragmatico con le piante. Non riesco ad affezionarmici, se non in casi davvero particolari. Non mi dispiace se muoiono, mi secca solo di dover rifare il lavoro, spender soldi, aspettare anni perchè ricrescano.
Non riesco quindi ad avere simpatia per tutte le segretarie e le dattilografe che tengono la loro piantina grassa vicino al monitor, forse convinte che assorba le radiazioni dannose. Non riesco a farmi trascinare dal dolore di coloro che dicono: “Sono disperata perchè la mia rosellina è morta” magari aggiungendo: “E’ strano: l’annaffiavo due volte al giorno”.

Le piante però sono dei valori simbolici, sociali. Penso che sia noto a molti che le strategie di marketing fanno mettere i fiori e gli ortaggi all’ingresso degli ipermercati per migliorare l’umore delle persone e per indurle all’acquisto.
Tutti gli uffici e gli enti pubblici o privati hanno piante, tutti gli ospedali hanno colonne di Pothos vecchissimi ed asfittici, quasi ogni negozio ha un Ficus, e le stesse attività commerciali, all’inaugurazione dei locali, comprano o ricevono molte piante che invariabilmente muoiono dopo pochi mesi. L’elenco è infinito.

Non so se accade anche nei vostri uffici postali, ma a Siderno ogni sportello si è dotato di una Kalanchoe. Non avrebbe potuto essere altrimenti che una Kalanchoe. Quale altra pianta si piega così facilmente ad un ambiente chiuso, a temperatura variabile, poco illuminato, con scarsissima risorsa idrica?
kalanchoe

E quale altra pianta meglio della primula si presta a questo delirio di decorativismo, al quale neanche il più folle ed eclettico dei vittoriani sarebbe arrivato?
primule e brillantini

Vittime di guerra.

La casa delle mele, di Isabel Consigliere

Segnalo questo blog, che ha l’unico difetto di richiedere la registrazione a Libero per poter lasciare un messaggio.
E’ il blog del giardino di Isabel Consigliere, che ho aggiunto anche nella barra degli indirizzi sotto la categoria “Giardinaggio”.
Isabel è la nipote di “Icons” del Forum della Compagnia del Giardinaggio.
La casa delle mele

Le mele non sono un frutto qualsiasi. Mitologia cattolica a parte, di cui sento di poter fare benissimo a meno in questo particolare caso.
Le mele sono un frutto di Natale. Il Natale è un momento speciale nei nostri sogni. nella realtà è solo e sempre un turbinio di fastidi, di spese assurde, di ammorbanti cene, di conversazioni che ti tolgono dieci anni di vita.
Ma nei sogni…il Natale ha il potere della fiaba e dell’incanto, in cui ogni cosa è possibile, il sogno si avvera, gli animali parlano, le persone si incontrano ai crocevia, discussioni sono fatte, decisioni filosofiche devono essere prese. Natale è il mondo del tè, dei biscotti, dei gatti e delle mele.

La pista ciclabile di Siderno

Non so se vi siete accorti del fiorire di piste ciclabili per ogni dove. Se i lettori saranno del centro-nord, è probabile che da voi le piste ciclabili ci siano già da tempo (a Pisa ce n’è una molto lunga), mentre da noi nel remoto sud, le biciclette hanno sempre dovuto condividere l’asfalto con le auto.
Da qualche anno a questa parte devono essere stati stanziati dei fondi o statali o europei per le piste ciclabili: non si spiega altrimenti l’interesse di sindaci, assessori e tirapiedi, per questa mezzo di comunicazione alternativo.
Sicuramente i fondi stanziati saranno stati tantissimi, e mi ci gioco quelle che non ho che sono europei e non statali. Mi chiedo quanto ci abbiano mangiato sopra comuni, regioni, province. Ogni assessore avrà preso come minimo dieci chili in un mese.

Anche Siderno ha fatto la sua bella speculazione, e siccome questa benedetta pista non si poteva costruire altrimenti che sulla spiaggia per non infastidire gli appaltatori mafiosi inciuciati con la politica, la povera spiaggia è stata trinciata per lungo, sacrificando la flora spontanea dei litorali sabbiosi, che tutti sanno che andrebbe protetta, tranne appunto, i sindaci, gli ingegneri, i responsabili dell’ufficio tecnico, gli assessori e i tirapiedi. O se lo sanno fanno finta di non saperlo.
Bene.
La nostra pista è stretta come un laccio da scarpe e non è mai stata “finita” (leggi: non c’è mai stata neanche l’intenzione di finirla o farla bene). E’ stata abbandonata a se stessa per anni e le violente mareggiate di dicembre e gennaio, che si sono mangiate le spiagge della Locride, l’hanno ricoperta di sabbia e detriti.

Ma la natura va avanti da sola, e proprio perchè è stata abbandonata, la pista ciclabile adesso è un bel percorso bordato di erba e fiori.
Pista ciclabile di siderno

pista ciclabile siderno

I pescatori hanno portato le barche all’asciutto per ripararle dopo la mareggiata, e le hanno lasciate in mezzo all’erba, che nei punti meno frequentati, si allarga molto lungo la spiaggia, verso la battigia.
barca pista ciclabile siderno

Adesso sembra che “aggiusteranno” la pista, che -poveretta- dopo essere stata lasciata in pace un po’ d’anni si stava facendo carina, anche se un po’ sporca. Una piacevole passeggiata tra le graminacee psammofile e i fiori spontanei.
Come ebbe a dire il buon Dottor McCoy: la mentalità burocratica è l’unica costante dell’universo.

Segnalo Baroni Rampanti

Segnalo Un articolo sul Blog “Baroni Rampanti, parla di Libereso Guglielmi.

La tamarrìa di Siderno

Qualche domenica fa sono andata a fare un pezzo per il “mio” giornale: un pezzo diciamo di quelli “chiamati” .
Tra parentesi c’era un maestro fiorista olandese gay simpatico da far resuscitare i morti. Si chiama Peter Landmann.
Ad un certo punto però mi sentivo abbastanza resuscitata e volevo tornarmene a casa a prendere un tè e fare quattro passi coi cani.
Al parcheggio però la brutta sorpresa di trovare la macchina bloccata da un’auto. Com’è come non è, esce fuori che l’auto era della “padrona di casa”, una ragazza giovane, bionda e molto carina, vestita con abiti costosi ma brutti, la quale mi dice che ero io in torto perchè il suolo, seppur adibito a parcheggio, era privato e che io ero abusiva.
Beh, dopo essermi rovinata l’unico giorno libero della settimana per farle un favore, era quello che mi ci voleva. A quel punto mi sono sentita resuscitare del tutto.
Mi va quindi di inquadrare storicamente questo tipo di comportamento sociale, che viene definito “tamarrìa”.

Etimologia: “Tamarro” significa propriamente “campagnolo”, ma nell’accezione comune è un modo di comportarsi nella società civile, cioè rozzo, da contadino, da ineducato.

Il problema: esisteva o no la “tamarrìa” in Calabria, a Siderno, in tempi antichi, o è un fatto recente?

La storia
Primo periodo: dagli anni ’30 alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1943 in Calabria)
Esistono due società completamente distinte: quella cittadina (consumo) e quella campagnola (produzione). La borghesia terriera sfrutta e sbeffeggia i contadini, che sono poverissimi, miseri, servili, sudici, senza scarpe, con abiti logori e fuori moda di almeno venti anni. Solo nei borghi antichi, in cui produzione e consumo coincidono, c’è una sola società. I rapporti tra le due società sono ancora di tipo feudale, nonostante i contratti fossero “moderni”. Se pensate a libri come Cristo si è fermato ad Eboli, avrete una perfetta immagine di come i professionisti cittadini trattassero i contadini.

Secondo periodo: dal 1943 al 1964 circa, che consideriamo il picco delle grandi emigrazioni.
Comincia il mercato nero che per i contadini è una vera rivoluzione economica e sociale. I cittadini (consumo) vivevano con la tessera, ma i contadini (produzione) erano autosufficienti dal punto di vista alimentare. I contadini iniziano a vedersi circolare in mano del danaro, a costruire case più belle ed efficienti, ad aumentare il patrimonio disponibile per la dote delle figlie. Fanno sacrifici inenarrabili e più abili si trasformano in piccoli commercianti.
Inizia il periodo della grande emigrazione verso l’America, l’Australia, la Germania, poi verso il Nord. Arrivano beni di consumo industriale, come l’automobile e il pb gas, che solleva le famiglie contadine dall’obbligo millenario della raccolta della legna. Lambretta e Vespa sostituiscono l’asino.
Pauroso indebolimento della borghesia terriera, che non pensa più a conservare la terra per i figli, ma a trovargli un posto nel pubblico impiego. Abbandono delle terre, Cassa per il Mezzogiorno, strade, case, acquedotti, cresce il lavoro e lo stato paga appaltatori e salariati.
La mafia, che prima era al servizio della borghesia terriera, con le elezioni si trasforma in procacciatrice di voti presso i contadini, che non hanno idee politiche, o se ce l’hanno sono disposti a tradirle per un vantaggio particolare. I politici fanno delle promesse: piccole cose, tipo licenze per vendere frutta, o il permesso di partire per l’America.
A mano a mano trattare i voti con i contadini diventa una professione, la mafia si diffonde sulla scia della politica per ottenere prima licenze, poi piccoli appalti, il commercio di sigarette e di stupefacenti, infine il sequestro di persona, da cui si ricavavano milioni (di quei tempi), che servivano a ricavare un capitale per l’acquisto di droga sul mercato internazionale.
La politica, anche a livello altissimo -pensiamo ad Andreotti- deve avere contatti con la mafia. Bassolino ha ceduto alla camorra perché ci fosse una Campania governabile.

Terzo periodo: dal 1964 ad oggi
Non c’è più il padronato fondiario del tipo “baronato”, c’è invece una classe impiegatizia vastissima alle dipendenze dei politici. I medici, che sono tra coloro che hanno maggiore influenza in politica, non sono più la classe culturalmente dominante. Non c’è neanche una classe industriale che possa indicare un modello culturale. La stessa politica porta su personaggi di scarsa qualità, legati alla mafia. La “tamarrìa” nasce in questo disagio sociale in cui non funzionano più i partiti, non funziona la politica perché seleziona persone di secondo livello, non c’è una classe economica dirigente “costumata”. C’è invece un opportunismo mafioso o mafioseggiante che ha interesse a tenere diseducate le masse, per renderle più pronte alle sue sollecitazioni politiche.
La “tamarrìa” si configuara quindi come un fatto di costume per cui si permette a tutti di essere maleducati con il prossimo, di difendere i propri interessi con la prepotenza, soprattutto nelle piccole cose del quotidiano, perchè per i reati più gravi si ha ancora paura della sanzione penale.
A questo stato di degrado sociale contribuisce la diffusione di una certa cultura nazionale attraverso la televisione che non modella più come il grande cinema degli anni ’50, ma genera un prodotto amorfo fatto di show e ballerine. Tutto concorre all’inselvatichimento dei rapporti sociali. Paradossalmente è in campagna che rimane il concetto dell’ospitalità proprio dei borghi antichi.
Nei paesi più al centro dei flussi commerciali si vive in una vera jungla d’asfalto.
L’epi-cultura (cioè la manifestazione esterna di una falsa cultura) è fondata esclusivamente sull’amor proprio, sul sussiego, non sull’agonismo nobile.
Questo per poter controllare il voto delle masse.

Questa è la tamarrìa di Siderno. A questo genere di persone appartiene la bella ragazza bionda che pensa che tutto sia a sua disposizione e che ha parcheggiato bloccandomi la macchina.

Existenz minimum

E diciamocelo: il sistema di Le Corbusier del “minimo vitale” non ha funzionato. Forse non eravamo ancora pronti. Forse non lo saremo mai.
Nel ’29, anno in cui molti eventi della storia e della cultura occidentale sembrano essersi dati appuntamento (il ’29 è anche detto “Streamline” o “Jazz Age”), Le Corbusier stabilisce i canoni dell’architettura collettiva, definiti appunto “Existenz minimum”, cioè i valori misurabili minimi di una abitazione, in cui i servizi di aggregazione dovessero essere centrali e comuni. Giardino comune, lavanderia, ambulatorio, attività ricreative. ecc. Se su questo riesco ad essere d’accordo, non riesco -con tutta la buona volontà- a capire come si potesse pensare che avrebbe funzionato un sistema in cui le persone erano costipate come aringhe in un barile.
C’è un principio, che i filosofi chiamano “fitness” (che non c’entra niente con le natiche scolpite), che significa “funzionalità”.
Benchè Le Corbusier sia un architetto moderno storicamente inquadrabile anche nei principi del Funzionalismo (di cui Gropius con la Bauhaus fu il padre), con il suo “minimum existenz” ha tradito i principi del “fitness”, cioè della funzionalità di un’architettura. E’ bislacca questa cosa, se uno ci pensa.
A nessuno piace vivere in ambienti piccoli, viene meno la funzione “ideale” di una casa, la sua “funzionalità” psicologica.

E qui non si può fare a meno di cacciar fuori questa scena del film di Pozzetto “Il ragazzo di campagna”

Valerio Merlo, nel suo imperdibile Voglia di campagna. Neoruralismo e città, dice che la visione di le Corbusier della nuova città ideale si rivelò tragicamente errata per aver diviso campagna e città.

Come fa a non venire in mente la collettività Borg?

Storia dei garofani

Storia dei garofani

I garofani sono tra quelle piante, come il malvone, che dopo un periodo di grande successo, sono lentamente ma inesorabilmente passate di moda, al punto di uscire completamente dai nostri giardini. Se questo può essere solo parzialmente vero per i garofanini nani, lo è senz’altro per il garofano da fiorista, il Dianthus caryophyllus, che i vivai non vendono quasi neanche più, anche se resiste tenacemente su qualche balcone o in qualche vecchio giardino.
In Inghilterra nel tardo Ottocento si fece la fama di “worker flower”, cioè quella pianta che gli operai coltivavano di domenica, quando erano liberi dal lavoro.
Fatto sta che ormai è diventato rarissimo trovarlo, e quando lo si trova bisogna accontentarsi del colore che c’è, spesso non strepitosamente bello. Per averlo come lo vogliamo noi è necessario seminarlo: i cataloghi esteri ne offrono qualche miscuglio, ma niente da far venire le lacrime di gioia.
Non credo che si possa essere altrimenti che molto dispiaciuti di questa lenta scomparsa di cui nessuno sembra essersi accorto, perché il garofano è una pianta dagli innumerevoli pregi e qualità. La semplicità della sua coltivazione è proverbiale, ed altrettanto noto è il suo amore per i terreni poveri, sassosi e alcalini.
Poco invece si dice del suo fogliame fine e glauco, che ben si adatta a far da compagnia ai suoi fiori grandi e vistosi, che resiste bene alla siccità e che fa buon spettacolo di sé anche quando il fiore con c’è. Sulla bellezza del suo fiore è stato detto tutto: i garofani comparivano negli arazzi barocchi e nei quadri rinascimentali, e celebri pittori fiamminghi li dipingevano in grandi mazzi dal significato simbolico, con rose, aquilegie, tulipani e peonie. I nostri Pisanello, Ghirlandaio, Carpaccio, Botticelli e Bramante li dipingevano spesso sui tessuti damascati raffigurati nelle loro opere.
La tradizione religiosa li vuole simbolo del dolore della Vergine per la morte di Gesù, mentre altre lo vogliono simbolo dell’amore profano. Il suo nome botanico (Dianthus) gli fu dato da Linneo, e significherebbe “fiore di Giove”; mentre per altre versioni vorrebbe indicare la sua prodigalità nel fiorire: Dianthus può infatti essere letto “che fiorisce due volte”.
Non ci sono prove che i Greci conoscessero i garofani, ma è sicuro che fosse già usato dai Romani per scopi medicamentosi. Pare infatti che sconfiggesse i veleni e che fosse un rimedio contro la peste, inoltre i suoi fiori si mettevano nel vino per aromatizzarlo. Il suo profumo è somigliante a quello della spezia (i “chiodi di garofano”, che invece sono Eugenia caryophyllata), donde la confusione tra le due piante, ed anche la confusione sull’origine del suo nome popolare ; caryophyllus-> garyphyllus-> garofillo-> garofano; oppure da “garuful” che era il termine moresco con cui si indicava appunto l’Eugenia caryophyllata?
Ai poster l’ardua sentenza.
Altrettanta incertezza c’è sul numero delle sue specie, c’è chi dice 300, c’è chi dice solo 35.
In Inghilterra il garofano viene chiamato “gilliflower”, termine proveniente dalla grafia araba “aljeli” che indicava l’ E. caryophyllata.
Dalla stessa parola sembra derivare il termine popolare francese “oeillet”, ma pare più accreditata la versione secondo cui esso derivi da un erbario medievale che classifica una pianta simile ad un garofano come “Occulos Christi”: difatti “oeil” in francese significa “occhio”.
I garofani vengono generalmente divisi in due categorie: i Carnations e i Pinks. I primi sono i garofani da fioraio, ed a loro volta sono ulteriormente suddivisi in tre sottocategorie: i Perpetual-flower , i Border e i Malmaison. I Pinks (o pinkrose) sono invece i garofanini bassi da aiuola, sono quelli che attualmente troviamo al mercato e coltiviamo. Incroci tra le due categorie hanno prodotto garofani gli Chabaud, i Tige de Fer, i Grenadin, i Flammands e molti altri.
In Italia abbiamo gli “Scoppioni” (detti “Nizzardi”) e i “Sim” (dal nome dell’ibridatore), che non sono “scoppioni”, cioè la corolla nell’aprirsi non spaccava il calice.

Un’ultima cosa, pare che Churchill, in viaggio diplomatico a Parigi, si fermasse ad un chiosco di fiori e chiedesse “un carnassion”. All’epoca la cosa fece sbellicare dal ridere i Francesi.

Viole del pensiero, primule e ciclamini

Da la Riviera del 12 febbraio 2006
Lo so che la stagione è avanti di un pezzo, però io lo trovo ancora gustoso. Vi prometto qualcosa di nuovo nei prossimi giorni.

Viole del pensiero, primule e ciclamini

Che noia, che barba, che noia! Alle soglie della primavera, quando i vivai tornano ad offrire qualche pianta annuale da cassetta o da bordura, ricompaiono immancabili le viole del pensiero. E come in una prevedibile cena di natale, nella quale alla pasta e vongole si succede l’arrosto col purè, tra un po’ avremo le primule, mentre i ciclamini sono in vendita sin dall’autunno. Il fatto è che il sistema italiano di vendere giardinaggio funziona così: se una pianta non ha fiori non ha neanche valore commerciale. Questo è dettato dall’ignoranza e dall’acquiescenza dell’acquirente. Non ci si prende mai la briga di andare a cercare piante che non si vedono al mercato o dai vicini. E’ un modo di fare giardinaggio pressappochista e banale, e se vogliamo, anche un po’ ridicolo.
Prendiamo il caso delle viole del pensiero (Viola x wittrockiana), da qualche anno a questa parte il mercato ci propone degli ibridi dai fiori sempre più grandi, che hanno ben poco del delicato e buffo fascino delle vecchie “pansè”. Vita Sackville West, la grande giardiniera inglese, constatava come alcune avessero una “buffa faccia da gatto”. Ora quei micini sono cresciuti a forza di incroci, selezioni ed ormoni, e ci guardano in gattesco con feroci ghigni da tigre dai denti a sciabola (vedete qua sotto, come ci guardano storte?).

Viola del pensiero gigante

Non sarebbe meglio un tappeto di semplice e minuta Viola tricolor, che ogni tanto ancora si trova in pochi esemplari terrorizzati tra quella gran massa di felini urlanti?
I ciclamini, poi! Chi li riconosce più? I più piccoli sono sempre troppo grandi, con colori rudi e volgari. Perso completamente il loro colore originario, una gradazione elegantissima e raffinata tra il malva chiaro e il rosa confetto, perso il fascino del loro fogliame macchiato come certe edere. Ora sono brutti come scarafaggi color fucsia.
ciclamini giganti

Le primule (Primula veris) non sono mai state un granché. Hanno un fogliame che sembra lattuga e dei colori che le fanno sembrare finte. L’unica che abbia un’apparenza “normale” è quella di colore giallo crema, la P.veris, che è poi il colore originario (il “giallo primula”, per l’appunto). Ovviamente di primule esiste una gran quantità di specie (tutte più belle della commerciale P. vulgaris) ed un numero incredibile di varietà orticole, ma nei nostri vivai arrivano solo i comuni ibridi. Basta spulciare appena un po’ nella storia del giardinaggio per avere un’idea del vastissimo mondo delle primule e dell’intensa passione collezionistica che le accompagna. Purtroppo il nostro clima è troppo caldo ed asciutto per loro, che diversamente da quel che si crede sono piante perenni e non annuali. Tuttavia non si può trattarle diversamente perché, come le pansè (piante perenni anche queste), muoiono appena iniziano ad arrivare i primi caldi. Tra l’altro noto con orrore come le primule vengano acquistate in miscugli allucinati e disposte in ciotole in pieno sole, per “abbellire” i gradini delle scale. Il posto ideale per le primule, se si vuole sperare di vederle rispuntare l’anno successivo, è in piena terra, in una zona fresca e leggermente ombrosa. La chioma di un albero caducifoglie va benissimo, poiché lascerà passare il sole in inverno, quando le primule saranno in fiore, e le ombreggerà dalla primavera all’autunno.
Un ciliegio, magari, dato che non abbiamo parlato dell’Hana-mi.

Trote in fuga

Questa vi farà morire dal ridere.
Da Calabria Ora del 20 dicembre 2007

Trote in fuga
***Fuggono le trote da un allevamento di Londra per andare a trovare la libertà in un ruscello. La curiosa notizia fa il giro del mondo e fa venire alla mente memorabili scene di film d’azione come “La grande fuga”. L’allevatore si era da tempo accorto che il numero di trote diminuiva di giorno in giorno, ma non riusciva a trovare una spiegazione al fenomeno, finché una trota non fu vista saltare al di là della rete di protezione con un poderoso balzo, ed infilarsi dritta dritta come un fuso dentro una tubatura. Con precisione millimetrica le trote saltavano la rete e imboccavano una conduttura larga appena una ventina di cm. Nuotando controcorrente nella tubatura per circa dieci metri, le trote infine arrivavano a gettarsi, libere, nel vicino fiume Itchen, dove magari sarebbero state mangiate da un altro predatore. Ma sembra di sentirle dire: “Meglio così, una morte naturale, che non finire in padella”. I ricercatori di tutto il mondo ridimensionano la stranezza del fenomeno, riportando la nostra fantasia ad altezze più modeste: risalire la corrente è per loro un istinto naturale, essendo parenti dei salmoni, e probabilmente hanno solo sentito che qualcosa non andava nell’acqua.
Eppure sembra la trama di un film.***

Queste trote sembrano avere visto i due film di Peter Lord e Nick Park Galline in fuga e Giù per il tubo.