Un giardino Pandora (J’accuse#2)

Qualche tempo fa ho intercettato l’ennesima discussione facebucchiana sulla pubblicità Pandora, fatta non da femministe o maschi Neanderthal, ma da giardinieri.
Lì per lì mi è venuto da ridere.
Mi sono chiesta: ma possibile che manco i giardinieri si siano resi conto di quanto è brutta? E dire che il giardiniere dovrebbe avere una stretta frequentazione con l’Estetica (a quelli che confondono l’Estetica con l’estetista consiglio di passare ad altro blog).
Dato che oltre a una occasionale e non sempre riuscita funzione aggregativa e sociale, i giardini non hanno altro scopo che essere belli (funzione estetica -Mukarovsky), i giardinieri dovrebbero essere in grado di percepire il Bello, anche se la sua definizione non è univoca. E altrettanto dovrebbero essere in grado di riconoscere il Brutto, e visto che la storia della Filosofia ha evidenziato nel corso dei secoli un profondo legame tra l’Estetica e l’Etica, anche l’etico e il non etico. In breve, l’Estetica ci aiuta a comprendere quale è la parte più umana e preziosa di noi, come individui e come specie, e quale dovrebbe essere superata.

La mia sorpresa nel nel leggere commenti del tipo “Pandora libera la filippina che è in te” , “La pubblicità è riuscita nel suo scopo, cioè far parlare di sé” o ancora “bisogna prendere le cose con leggerezza”.
Altri non me ne ricordo ma erano tutti sullo stesso tenore: indifferenza, qualunquismo,abdicazione al senso critico, stupidità o conformismo spregiudicato.

E dargli fuoco?

Sulla filippina che è in te, finalmente liberata dal gioiello Pandora, taccio poiché si tratta di razzismo puro e semplice (pare che vada ancora di moda, specie al Nord).
Che lo scopo delle pubblicità sia far parlare di sé è un pleonasmo, ma non a scapito di qualcuno. La pubblicità non deve essere offensiva o denigratoria, per due ragioni: la prima è che denigrare, sminuire, svilire, decontestualizzare una categoria sociale riposizionandola a seconda delle necessità del brand è semplicemente sbagliato, antietico, e anche brutto. Sì, brutto.
La seconda ragione è quella categoria di persone potrebbe essere indotta a non acquistare più quel marchio o invitare le altre persone a non acquistarlo: questo non non è un buon affare per quella marca.
I più matusa -qui- ricorderanno la protesta dei veterinari contro una pubblicità di non ricordo quale liquore, un amaro, che in maniera “incidentale” li ritraeva come persone amanti del buon bere. I veterinari s’incazzarono un bel po’, e quella marca dovette ritirare lo spot per buttarla poi su un prezioso vaso che doveva essere salvato con un aereo, o qualcosa del genere.
Nessuno si è scandalizzato per la protesta dei vet, né ci ha riso sopra, né ha invitato questi professionisti (per il solito molto ricchi e assai corporativi), a “prenderla con leggerezza” o gli ha mai detto “e fattela ‘na risata, doc!”, specie se il suo cane stava sul tavolo operatorio con una zampa in attesa del gesso.
Delle volte mi viene in mente Lisistrata e sospiro.

Quindi per me chi dice che “Pandora ha centrato il suo scopo” è afflitto da conformismo ed è così biscottato dalla società da non riuscire a distinguere il Brutto dal Bello, il Buono dal Giusto, il Vero dal Falso.

Perché non te lo compri? Costa solo venti dollari!

A chi sostiene “prendila con leggerezza” o invita alla risata, rivolgo una domanda: perché sulle bacheche di tanti e tanti giardinieri in questi giorni ci sono dotte e infinite elucubrazioni su “Spelacchio”? Perché ve la prendete se abbattono gli alberi nelle vostre città? Siete sempre a lamentarvi di questo o quello (condividendo, non sia mai scrivendo un pensiero proprio o FACENDO qualcosa), tutti a dire “ah, le fioriture sono impazzite a causa del clima” o “certo, questo accade se le amministrazioni mettono degli stupidi a potare gli alberi”, e poi però -quando la cosa non tocca voi e il vostro giardinetto- tutti a dire “E prendila con leggerezza”.

E che giardinaggio vuoi fare così, core bello? Ma dove vuoi andare? Ti fermi giusto alle rose, tutte ammucchiate perché “di più è più bello”, alle fioriture in massa, alle cazzatelle shabby chic, al romanticismo senza interpretazione. In te non si alzerà mai l’ala della poesia, non avrai mai il coraggio di fare il passo del leone, e il mondo finirà alla siepe del tuo giardino: ciò che accade fuori non ti turba, non ti interessa e non ti disturba. Finché avrai acqua abbondante per irrigare, i soldi per comprare le rose a radice nuda, il diserbante e l’antiparassitario al supermarket, per te andrà bene tutto. E rimanici nel tuo “tutto”.

Giardiniere Pandora, tu sei un giardiniere Kitsch, prendine atto.
Ti è piaciuta la pubblicità Pandora? E beccati un giardino BRUTTO.

Ecco i giardini che ti meriti, giardiniere Pandora: li ho scelti col cuore pensando a te.

La “Zoppa”

A Siderno vive una signorina che viene chiamata “la Zoppa”. È una donna piccola, magra, un po’ stortignaccola e con disturbi di afasia, tanto che a volte, oltre a “Zoppa” viene chiamata anche “la Muta”.
Da noi il soprannome viene detto ‘ngiuria, ma non in senso dispregiativo. Molte persone se lo fanno scrivere sotto al manifesto funebre, altrimenti nessuno capirebbe chi è il morto.
Ovviamente “Zoppa” e “Muta” sono un po’ diversi dalle ‘ngiurie comuni, perché evidenziano una diversità, una malformazione, una incapacità.
Al lettore le proprie conclusioni.

La Zoppa viveva in casa col fratello, che ha accudito fino alla di lui dipartita. Si dice che questi la trattasse male, che la insultasse; ma la Zoppa, non avendo né lavoro né indipendenza, era costretta a stare in casa e a sopportare le sue sfuriate. Non so quante ne abbia passate la Zoppa, e se ne passi ancora. La vedo sempre con i sacchetti della spesa, pioggia o solleone. Una donnina composta, con un viso floscio alla Braccobaldo, una bocca mai sorridente e mai triste, i capelli corti, come un maschio. La mia curiosità umana per la Zoppa -confesso- è enorme.
Non so se ci sia nata, zoppa, o ci sia diventata. Una cosa deve esserle stata subito chiara: nella sua famiglia era lei l’orso bianco della fiera.
Non avendo da portare in seno alla famiglia altro che (presumo) una pensione di invalidità, la sua vita si deve essere ben presto tradotta nello svolgimento di compiti di accudimento familiare. Le spese sicuramente limitate a quelle alimentari, non essendo la Zoppa in grado di compilare una distinta in banca o di dettare un telegramma.
Non essendo bella non è stato possibile maritarla. È venuto meno quindi il ruolo primario della femmina, quello di bestia da riproduzione. Un matrimonio è anche garanzia di una collocazione sociale positiva.

Quindi alla Zoppa non è rimasto che fare avanti-indietro con i sacchetti della spesa, e su e giù per le scale quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa.
Spesso i destini di donne né zoppe né mute sono questi, arruolamento coatto nell’esercito di famiglia, in cui non si è altro che un soldatino agli ordini di chi comanda.
Non penso che La Zoppa se ne sia resa conto, o se lo ha fatto ha creduto che il suo destino fosse giusto, inevitabile. C’è chi se ne rende conto, e riesce a scappare in tempo. C’è chi se ne rende conto dopo decenni, convinta che no, non potrà mai accaderle ciò che ha visto succedere a quella poverella. E nel frattempo che la convinzione di non essere l’orso bianco della fiera aumenta, di pari passo amenta la sottomissione. Quando si realizza di essere sempre stati l’orso bianco della fiera, ormai le ginocchia sono consumate, sono arrivate la flebite, la menopausa e la calvizie. Ma il più delle volte -il più delle volte- si continua a farlo, continui a essere l’orso bianco della fiera perché non hai altra scelta, esattamente come la Zoppa.

Il livello Telecom

Il “livello Telecom” è uno stadio dell’esistenza umana nell’epoca post-capitalista. Non per tutti si chiama “livello Telecom”, potrebbe essere “livello Eni Gas e Luce”, oppure “livello Infostrada”.
In termini psichiatrici e antropologici, il “livello Telecom” identifica quella fase dell’esistenza in cui non si è più capaci di mantenere le apparenze e si diventa completamente inabili nel contenere il fastidio arrecatoci da persone, cose e situazioni. In letteratura medica si riscontrano diversi comportamenti: non rispondere più al telefono manco se è dio (ciò include la messaggistica istantanea: i messaggi vengono visualizzati, ma se non richiedono risposta, vengono ignorati), non rispondere al citofono, buttare vecchi oggetti come cimeli familiari o mobili, ignorare i rompipalle e sfancularli implicitamente, “amici”, datori di lavoro e eminenti personalità incluse.

Il “livello Telecom” prende questa denominazione (che, come avete visto, è variabile) dall’espressione della voce durante i colloqui con il 187. Se non avete raggiunto il “livello Telecom” probabilmente tentate ancora di essere cortesi con l’operatore che vi risponde, vi sforzate di esporre il vostro problema con gentilezza, di infilare una sorta di sorriso immaginario nel dialogo, anche se tutto risulta innaturale e “sudato”.
Quando avrete raggiunto il “livello Telecom” il tono della vostra voce suonerà inequivocabilmente minatorio sin dal salve, il mio numero cliente è ….
L’operatore Telecom, che è come un cane da tartufi per capire l’umore delle persone, ché Freud poteva portarsi le barche all’asciutto a confronto, risponderà a tono, perché lui o lei, il “livello Telecom” l’ha raggiunto molto prima di voi. Perciò ve lo dico, non pensate di poter battere un centralinista Telecom: semplicemente in voi la “telecommaggine” non è così forte. Immaginate di essere cintura marrone e loro dan di novantesimo livello.
Alla vostra richiesta il suo “attenda” suonerà come lo vedi questo bottone? Se lo schiaccio la tua linea andrà per sempre a 2 mega, perciò non ti conviene.

Anche con i call center che propongono offerte il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” non tenterà neanche la strada del mi scusi sono sotto la doccia, no grazie non mi interessa, non le faccio perder tempo, etc + saluto di cortesia. No. Chi ha raggiunto il “livello Telecom” riattacca, e basta.

Il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” è perfettamente capace di chiudere rapporti personali o lavorativi anche di lunga data se si sente in qualche modo insultato o -anche involontariamente- privato della sua dignità. Il soggetto “livello Telecom” non sopporta telefonate di durata superiore agli otto minuti.

Il soggetto “livello Telecom” non è assoggettabile con la forza di volontà o con la blandizie e difficilmente nutre ammirazione per le “persone normali”. Diventa assai pericoloso se si compie un’evidente ingiustizia di fronte ai suoi occhi: nel qual caso potrebbe reagire con violenza.

Il soggetto “livello Telecom” diventa aggressivo e in grado di arrecare seri danni in caso di saccenza e in presenza di persone che parlano con tono di voce acuto. È infatti testato che frasi come ma tu sbagli, dovresti fare così, non ti sei comportato bene, hai fatto un errore, guarda me, perché non hai chiamato me e similari possono indurre il soggetto a afferrare la prima cosa che capita e scagliarla addosso all’interlocutore.

In particolare le risposte con due o più parole, di cui la prima è “no”, determinano una reazione violenta e incontrollabile.

Mantenere lo status quo?

Seriamente, nel 2009 mi aspettavo che qualcosa sarebbe cambiato nel giardino italiano, e oggi posso aggiungere internazionale.
Mi aspettavo mille cose, credo in maniera ottimistica. Mi aspettavo che in Italia si sarebbe creata una discussione attorno al giardino, che ci si sarebbe liberati dall’insostenibile totem della brodura, che si sarebbe ripreso il filo del discorso del giardino come forma d’arte, credevo che avremmo avuto molti più parchi pubblici, molti più giovani architetti e paesaggisti veramente capaci e originali, che nascesse una facoltà indipendente di Paesaggismo o che i corsi di studi vincolati a Ingegneria e Architettura si rendessero autonomi. Credevo che -nel bene o nel male- anche per i piccoli centri come il mio paesello, avere giardini pubblici e alberature mature, particolari e ben curate potesse essere motivo d’orgoglio e diventare una pubblicità. Credevo che si sarebbe creata una sottile competizione tra i vicini per il giardino più bello, credevo che la manualistica stupida sarebbe diminuita e aumentata quella intelligente, credevo che la saggistica sul giardino potesse proporre delle riflessioni consistenti.
Tutto questo non s’è avverato, non è successo niente. Lo scossone più violento sono stati gli onopordi di Clèment, provenienti da oltralpe, e anche lì, poi, che questo abbia prodotto un minimo cambiamento non direi.

Le cose sono davvero cambiate nel mondo alimentare, e quella che liquidai come “la moda degli orti” sta assumendo connotazioni sempre più solide e autentiche: forse un reale punto di partenza. Ma l’orto è l’orto, il giardino è il giardino.

Gli eventi si sono susseguiti con una certa rapidità che non mi attendevo. La nascita dei blog, la moda dell’orto in terrazza (quella sì, era solo una moda), un enorme consolidamento di posizione delle graminacee e di tutto il mondo botanico oudolfiano, giardini pubblici dei grandi architetti del paesaggio fatti col moplen, l’appiattirsi delle fiere specializzate, un’editoria totalmente piegata al consumo, la fotografia che s’è mangiata i giardini fino all’osso, i video che hanno spazzato via anche le ossa, i social che hanno reso anonimo anche il più bello tra i giardini e Facebook pietra tombale di ogni speranza.

Con questo deprimente abbassamento del livello critico e di riflessione sulla pratica legata al giardino, necessariamente risale ciò che è slegato dall’idea e invece legato alla manualità (che qui viene definita “pratica hobbistica del giardinaggio”, a differenza della creazione di un giardino, denominata “kepoiesi”). Naturalmente la struttura giardinicola più legata alla manualità colturale è la brodura nelle sue infinite, ripetitive, declinazioni.

E quando un sistema di produzione artistica si ferma all’elaborato pratico, è sostanzialmente perché manca una spinta verso un cambiamento o perché le spinte esistenti sono inefficaci/insufficienti o non hanno una forza in grado di opporsi allo status quo. Sappiamo tutti che la spinta economica è la più forte, una pur piccola variazione nell’assetto economico internazionale condurrebbe a enormi modifiche nell’ambito giardinicolo: sta succedendo esattamente questo in campo agricolo, dove poteri fortissimi stanno combattendo su numerosi fronti ognuno con interessi diversi ma sovrapponibili, e cosa succede? In formato locale, localissimo, i finanziamenti per manifestazioni e attività legate all’agricoltura, ci sono, per quelle legate al giardino, molto meno.
Lo status quo interessa e viene mantenuto da chi ne trae beneficio, soprattutto ai venditori di merce. Sì, merce. Piante, oggetti d’arte, antichità, esemplari unici di *qualsiasicosa* sono “merce”.
Non sto parlando dei piccoli vivai specializzati, possano riposare gli indici dei miei detrattori.
Parliamo soprattutto di venditori internazionali, che assieme alla “merce-pianta”, vendono la “merce-vaso”, la “merce-insetticida che ammazza qualsiasi cosa si appoggi sulla tua rosa”, la “merce-cultura (che mi permette di venderti quel che produco)”.
L’industria culturale non è costituita solo da intellettuali organici al sistema, ma anche da altri pensatori a cui comunque il sistema sta bene così, vuoi perché l’hanno studiato tanto a fondo da non riuscire a concepirne altri, vuoi perché ci si sono ricavati un angoletto più o meno comodo e caldo. Quindi l’equilibrio del sistema è garantito non solo da intellettuali consapevoli, ma anche da altri, che si ritengono consapevoli ma che lo sono “fino alla curva”, come si dice da noi.
Ed è sull’illusione di consapevolezza che l’industria del mainstream culturale gioca moltissimo, su una consapevolezza falsa che è immune dalla sua stessa falsità.
È la vittoria del mediocre il risultato sociale di questo status quo, come mediocri e inemendabili sono le deprimenti esibizioni del giardino falso-borghese di cui accennavo. Giardini inconsapevolmente frutto di una ideologia culturale che esiste al preciso scopo di cancellare ogni traccia di contraddizione estetica (ed etica).

È con molta amarezza che mi rendo conto che la maggior parte dei giardinieri non considera neanche questo genere di riflessione, e che gli basta avere piante fiorite senza insetti, affogare i prati in estate, sapere che fungo è per scagliargli addosso tutti i volumi di chimica del Silvestroni.
Anche qui siamo molto distanti da una cura rasserenante dello spirito o di una ricerca di una ispiratrice comunione con la Natura, a riprova che è un luogo comune che “chi ama il giardino ha uno spirito gentile”.
Ed è con altrettanta amarezza che mi rendo conto che chi avrebbe la possibilità di opporre resistenza allo status quo, vi si adagia per comodità, indifferenza o incapacità.

Mi chiedo: dall’inizio di una più facile circolazione di piante, cioè dagli anni Novanta (e sono 25 anni), ancora in Italia mancano le capacità? Be’, che cosa abbiamo fatto in tutti questi anni? Solo passato il lucidante foliare?

E in questo mondo giardinicolo in cui i giardinieri -come tutti- si piantano coltellate nella schiena e si fermano all’inutile brodura, io mi sento sempre più sola (in giardino. Altrove ancora sembra che il pensiero critico non sia del tutto morto).

Perché la bordura mista non è una tappa obbligata

mixed border_flickr_ riutilizzo non commercialeTanto per sottolineare l’ovvio a chi non ha orecchie per intendere, le riflessioni che sto mettendo in campo in questo periodo sono frutto di pensieri rimasti quiescenti a lungo. Quiescenti, ma sempre presenti, come un rumore di fondo, il ronzio di di una batteria, il tic tac di un orologio.

Non sia una sorpresa se riprendo un vecchio articolo del 2011, incentrato sulla bordura mista. Se vi va di capire perché la considero la mia nemesi, leggetelo.
Ma adesso mi voglio soffermare su un concetto espresso più volte nell’ambito di appassionati e anche di critica, cioè che la bordura mista sia una tappa obbligata del giardinaggio (Guido Giubbini, Rosanova n°24, aprile 2001).
L’affermazione è palesemente scorretta, e dovrebbe forse muovere un sussulto di diasappunto che provenga da un critico del giardino. In realtà non mi stupisce più di tanto.
Avendo un approccio storicista non posso che considerare l’affermazione di Giubbini frutto di una ideologia volta al mantenimento dello status quo giardinicolo.

Perché la bordura mista sarebbe una tappa obbligata del giardinaggio? Per la difficoltà di manutenzione e la complessità di pianificazione (non maggiore di altri stili, a pensarci). Tutto questo direbbe che un giardiniere è tanto più “bravo” quanto è maggiore la sua capacità di curare le piante, risolvendo il giardino (in quanto struttura estetica) nella pratica di mantenimento orticolo, cioè nel giardinaggio.
Un errore clamoroso, insomma, che viene non solo da una visione ideologica monca e parziale, ma anche dalla immaturità della discussione sul giardino in Italia, tale che -detto ciò- nessuno se n’è accorto. Nessun critico d’arte confonderebbe l’opera con la tecnica pittorica, ma nel giardino questo accade di continuo.

In verità mi chiedo cosa ne penserebbero Leon Battista Alberti, di questa cosa, o André Le Nôtre, o Capability Brown. “Ommioddio! -direbbero- E adesso che facciamo? Le scuole serali, paghiamo la multa, ci arrestano?”.

In tempi in cui la brodura mista era ancora nella mente di Satana, la pianificazione dello spazio-giardino non era meno complessa e direi che non sortisse effetti sgradevoli. La capacità di cura delle singole piante era invece perfino più elevata, perché se perdevi una camelia oggi, non andavi domani a comprarne un’altra al garden dietro casa, ma dovevi mandare qualche esploratore a Cipango o in Cocincina. Le piante erano pregiate, anche quelle che appaiono banali e comuni, considerate individui più botanici che non materia compositiva, ma le conoscenze dei giardinieri erano impressionanti. Basti pensare a Philip Miller, che pur ostinando un rifiuto alla nomenclatura binomiale, era considerato autorità assoluta in materia di giardinaggio, e i suoi dizionari delle bibbie per gli appassionati.

La bordura nasce dal campo da tennis e dai cataloghi di vendita per posta e non è l’acme del giardinaggio, è un episodio della storia del giardino, come le siepi di bosso e di tasso, le “stanze”, i labirinti, i parterre, le catenarie d’acqua.
Ma se siamo pronti a dar ragione a Quest-Ritson nel suo rimprovero a Capability Brown che avrebbe cancellato i giardini Tudor (???), siamo restii a non vedere quanto la bordura mista sia ormai una copia fotostatica sbiadita, e quanto sia indulgente verso il narcisismo giardinicolo.

Everything_for_the_garden_(16389233411)