Moda Arte di Biancamaria Rizzoli

Ho trovato questo blog su Splinder cercando la voce “cappello calabrese”, e mi ha veramente colpita. Ci sono moltissime informazioni sulla storia del costume.
Aggiunto al blogroll.
Modarte su Splinder

Antico vaso cinese

Imprinting
E’ capitato ad un mio amico pittore di subire una sorta di terzo grado artistico da parte di una mercante d’arte (è per questo che ho pubblicato il post Qui mi tocca rifare gli esami del primo anno). Mi sono chiesta cosa avrei detto e fatto al suo posto. Mi sono chiesta quale sarebbe l’opera d’arte che mi piacerebbe fare. La risposta -per quel che mi riguarda- è abbastanza semplice.
Vado da Sotheby’s con qualche decina di migliaia di euro e compro un vaso cinese antico, bellissimo, decorato, raffinatissimo, unico. Con carta d’identità, certificato, pedigree, tutto.
Affitto un enorme capannone e lo tingo tutto di bianco.
Ci porto il vaso cinese.
Chiamo la televisione, registi, i fotografi, i critici d’arte, giornalisti, ecc.
All’ora precisa precedentemente determinata, prendo il vaso cinese e lo butto violentemente per terra, frantumandolo.
Poi con una paletta e uno scopino prendo tutti i pezzi e li metto in una teca di vetro, immersi in una resina polimerica trasparentissima.
Poi ci appiccico i pedigree del vaso cinese e la ricevuta di Sotheby’s.

Cos’ho prodotto?
Indubbiamente il vaso cinese antico, unico e bellissimo, era un’opera d’arte (o di artigianato, per chi tiene a queste distinzioni). Ma ora che è in frantumi, calati in una resina che li immobilizza lo è ancora? Cosa dà al vaso cinese il suo statuto di arte?

E se io ho prodotto un’opera d’arte, quale esattamente è? La teca in vetro contenente l’opera d’arte precedentemente distrutta, i cocci di vaso, l’atto di rompere il vaso, la foto che ritrae il gesto, il filmato prodotto, il ricordo del gesto impresso nella memoria della gente, o tutte queste cose assieme?
O le domande che da ciò derivano?

Proposta: un vaso cinese è sacrificabile. Pensiamo alla stessa cosa con qualcosa di più serio, diciamo, La Gioconda.

Segnalo “Fuggi fuggi Photoblog”

Segnalo Fuggi Fuggi Photoblog, aggiunto al blogroll. Fotogarfia e fotoritocco.

“Il giardino di mia madre e altri luoghi” di Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola. Foto Claude.productions
Venerdì 28 maggio alle 17.30 presso l’ex-chiesa di San Sisto in Colognola,
Bergamo, Claudio Sottocornola terrà l’inaugurazione della sua mostra fotografica Il giardino di mia madre e altri luoghi. Con un reading di poesie tratte dal suo ultimo libro Nugae, nugellae, lampi (Velar Edizioni, 2010), il ‘filosofo del pop’ omaggerà la figura materna attraverso un percorso di immagini relative ai
“luoghi dello spazio”, a partire dal “giardino” come condizione di luce e
armonia, impegno e lavoro. La mostra è accompagnata dai testi critici di Sottocornola, Catò, Grispello, Zitara ed è raccolta in un efficace percorso multimediale, disponibile in un dvd.

Il giardino di mia madre e altri luoghi è un itinerario visivo in 250 scatti
fotografici in cui l’intellettuale lombardo ha voluto ricordare la madre mancata in anni recenti: un percorso fra i paesaggi dell’anima che prende le mosse dal giardino, inteso come luogo di luce e armonia, ma anche di impegno e disciplina, e si estende ad un’indagine sui luoghi della terra. Sottocornola infatti include sue foto dal mare alle isole, dall’America dei lontani anni ’70 alla luce abbagliante del Sud, dall’inverno nelle strade di Bergamo alla primavera di Trinità dei Monti a Roma, divenendo metafora del variare e crescere della vita.

Afferma Luca Catò: “Nell’organizzazione delle sequenze si sente, più che altrove, la volontà che Claudio ha di appoggiare se stesso e la propria storia in una valida promessa, in qualcosa, forse in Qualcuno, di perfetto e durevole.
In questo senso, ancora, il giardino diviene il primo luogo e l’ultimo: è il posto del ricordo, della speranza, della attesa e di una possibile bellezza”.
Secondo Francesca Grispello, “la natura dalla quale tutto il lavoro nasce e alla quale l’autore ci conduce, in queste immagini – che attestano una presenza vitale – è quella Natura, ora libera e spontanea verso se stessa, ora necessaria per noi, per l’armonia che genera e per la morte che produce. Atto d’amore, di bisogno e consolazione”. Infine Lidia Zitara: “Ciò che l’uomo condivide con la natura può diventare poesia, arte, filosofia, mito. E contemporaneamente diventa giardino, come oggetto tangibile nel mondo delle cose. Perché il giardino, con il suo esistere, ripetersi in mille differenti aspetti, moltiplicarsi in infinite variazioni, dichiara con tenace pervicacia un’affermazione di se stesso, in una parola, la sua semplice esistenza”.

La mostra resterà aperta fino al 13 giugno, con ingresso libero (orari: feriali,
15.30-21.00; giovedì e festivi, 10.00-13.00/ 15.30-20.00). Gli intervenuti potranno ritirare, in omaggio, il catalogo in dvd della mostra. Sarà possibile devolvere un’offerta libera per le attività benefiche della Società di San Vincenzo de Paoli, Conferenza di Colognola-Bergamo, nella quale Angela Belloni Sottocornola, che la mostra vuole ricordare, si è impegnata in una lunga attività di volontariato, ricoprendo la carica di Presidente dal 1990 al 1994.

Esposizione: 28 maggio – 13 giugno
Orario: 15.30 – 21.00
Giovedì e Festivi: 10.00 – 13.00 / 15.30 – 20.00
Ingresso libero

Info:Claudio Sottocornola:
Claudio Sottocornola

Acciaio inossidabile: Lightining Field

400 pali di acciaio inossidabile, appuntiti e conficcati nel terreno, che fungono da parafulmine. E’ Lightining Field, di Walter de Maria, artista concettuale ed esponente della Land Art.
Un’opera definita da molti “elettrizzante”.

La bellezza è come un fulmine

Con l’aiuto di Mario Perniola possiamo dire che sin dall’antica Grecia abbiamo due tipi fondamentali di concetto di bellezza. Uno è pitagorico, fondato sull’armonia e sulle proporzioni. L’altro eracliteo, basato sulla compensazione e la dinamica degli opposti. Teoria che poi ritroviamo nello Strutturalismo novecentesco, ed anche in Jan Mukarovsky.
Secondo questa teoria, la bellezza è un potere, una forza effettuale, tonos, mantenimento degli opposti.
Si pone quindi l’idea della bellezza come qualcosa di potente e meraviglioso, ammagante, un evento imprevedibile e pericoloso, come un fulmine. Una cosa che spaventa.
Secondo André Breton: “La bellezza sarà convulsiva o non sarà”

Segnalo “Sunset Boulevard”

Segnalo Sunset Boulevard, un blog wordpress di un mio amico e collega, Antonio Falcone, collaboratore de la Riviera su cui tiene una rubrica di cinema dal titolo omonimo.
Per ora è agli inizi, ma dategli tempo, il ragazzo ha una bella penna e promette bene.
Consiglio agli appassionati di cinema di seguirlo.
Ho inserito il sito nel mio blogroll

Summertime – Tempo d’estate

Solo Summertime potrà salvarmi.

E’ una nenia, una fiaba della buonanotte.
Si sarebbe tentati di tirare fuori Norbert Elias e i suoi studi sulla società aristocratica (in questo caso un’aristocrazia commerciale americana fondata sulla vendita del cotone). Ma per Summertime farò un’eccezione. Penserò a tutte le belle cose che avrei voluto avere che ho solo potuto sognare, da piccola (e da grande).

Solo Summertime potrà salvarmi.

Summertime,
And the livin’ is easy
Fish are jumpin’
And the cotton is high

Your daddy’s rich
And your mamma’s good lookin’
So hush little baby
Don’t you cry

One of these mornings
You’re going to rise up singing
Then you’ll spread your wings
And you’ll take to the sky

But till that morning
There’s a’nothing can harm you
With daddy and mamma standing by

Summertime,
And the livin’ is easy
Fish are jumpin’
And the cotton is high

Your daddy’s rich
And your mamma’s good lookin’
So hush little baby
Don’t you cry

Architetture e paesaggi in Labyrinth di Jim Henson. Matrici del gusto di un cult movie

Labyrinth (Dove tutto è possibile, recita il sottotitolo italiano) è un cult-movie per gli amanti del fantasy e per gli illustratori. Possiamo dire che tutto il resto delle persone non lo conosce affatto.
Ma come diceva Santayana, non importa a quanta gente piaccia una cosa, ma quanto piace a coloro a cui piace. Il che è una grande stronzata. Scusi senor Santayana.

Labirynth comunque non è un filmucolo passato alla storia con dubbi meriti, per puro ghiribizzo del caso. E’ invece un film ricchissimo di suggestioni, con una forte caratterizzazione estetica, in cui citazioni, fonti e rimandi sono vari e diversificati e nascono evidentemente da un gusto colto e raffinato, arguto, sottile. La matrice del gusto è molto strutturata e complessa.
Per questo è un cult-movie presso noi illustratori, anche per quelli che non hanno inclinazione al fantasy.
Farne una critica compiuta non è affatto semplice, ho raccolto in questo articolo i fotogrammi che ritenevo di maggior interesse, ma il lettore mi scuserà se ho tralasciato qualcosa.

scena iniziale labirynth
La scena iniziale, che a tradimento ha fatto immaginare a tutti di trovarsi in un mondo fatato del tipo Legend o The Princess Bride, è solo un inganno. Sarah “gioca alle fate”. La scelta del paesaggio è sottilissima. Un paesaggio più selvatico non sarebbe poi potuto passare per un parco cittadino, uno più caratterizzato architettonicamente non sarebbe passato per un mondo fantasy.
Occorre molto occhio per fare scherzetti del genere.
La scena è molto simile a quella iniziale di Alice, ma meno decorata, più “classica” (o meglio “neoclassica”…). Un prato verde e leggere pendenze, un ponte di pietra, un lago, un cigno: elementi classici delle fiabe, senza tempo. Eidos. O se vogliamo clichè.

Suonano le 7
campanile labirynth
e veniamo a scoprire che ci troviamo “quando” nel 1986, e da subito, anche “dove”, perchè la torre dell’orologio, costruzione tipica di ogni città americana, ha le fattezze caratteristiche di quelli del New England, come d’altra parte anche il paesino in cui Sarah corre. Le architetture sono neo-vittoriane e neo-georgiane. In veste più antica ed austera le abbiamo viste mille volte nei quadri di Edward Hopper e nei film di Hitchcock, come Gli uccelli o Psyco.
paese labirynth

pesino labirynth

paese labirynth

Gli interni della casa di Sarah sono molto eleganti, ben al di sopra di una normale “famiglia americana”, seppur benestante. C’è gusto, anche se la decorazione non manca, non è mai soverchia o pacchiana. L’elemento più distinguibile è l’arco d’entrata, di tipo ellittico, molto usato durante il periodo Liberty. L’arredo lascia vedere con chiarezza elementi elaborati nei muri (una mensoliera incassata con volta a platte-bande, delle sedie in stile Shakers tinte di scuro.
interno casa di sarah

La carta da parati è di colore non comune (un verde salvia piuttosto spento) con disegni tipici dell’Arts & Crafts di William Morris e John Ruskin.
carta da parati casa di sarah

L’arco ribassato, stile Liberty, di grande profondità dovuta allo spessore dei muri, è tipico delle case del New England che imitavano lo stile europeo fin de siécle. Anche qui notate i parati in stile Liberty.
arco ribassato

La cameretta di Sarah invece indulge al country, la coperta patchwork ne è l’esempio migliore.
sarah's room
Lo scaffale e le pareti affollate sembrano quelle dei racconti illustrati di Boscodirovo, di Jill Barklem, che ama disegnare scaffali stipati di cianfrusaglie e oggetti di ogni genere.
Alla parete si vede già un poster di Escher, dentro cui Sarah finirà alla fine del film. Un prodromo.

Cambiando scena arriviamo all’esterno del Labirinto.
esterno del labirinto
Il paesaggio è quasi cimiteriale, con tozze steli che rimandano agli storicismi ottocenteschi (per capirci, tra gli altri, la mania di avere i “reperti” egizi in giardino)

Hoggle

L’architettura è di un gotico muscolare, pesante, non manierato. Non rozzo, ma semplice, razionale, quasi rivisitato da un le Corbusier nel suo più felice periodo brutalista.
In alcuni punti il brutalismo è più evidente:
mano che indica
In altri punti invece la visione d’insieme potrebbe essere un bozzetto per il disegno del castello della Bella e la Bestia.
esterno del labirinto
I fiori sono radi, tutti bianchi, al massimo con una accennata sfumatura rosata. Questo per contrastare con il colore di fondo del muro e per essere il più visibili possibile. Sono radi, mai in gruppi, per non essere sdolcinati e romantici, e per avere un aspetto “medievale”. Insomma, un paesaggio che sembra uscito dalle tele di un Johmn Everett Millais che volesse dipingere il giardino di Ginevra.

All’interno textures indefinite e ancora muscolarismo, con il muro che si rastrema, per dare un’idea di maggiore solidità.
labirinto
Nei muri del labirinto i conci sono visibili, un accenno neomaya?
labirynth

labirinto

Cambio di scena: cambia anche il materiale con cui è composto il labirinto, stavolta si tratta di siepi.
labirynth
Rimangono le steli di tipo egizio, ma qui sono più che altro un escamotage ottico per “ancorare” l’occhio alla base.

labirynth
Scena molto complessa da analizzare. Il labirinto è di tipo “tradizionale”, cioè cinquecentesco-seicentesco, di chiara ispirazione francese e “versaillesiana”, ma se fate attenzione le alte sentinelle di pietra sembrano il Soldatino di stagno (1838) o lo Schiaccianoci (1816). Siamo già nel periodo del revival degli stili storici e nell’Eclettismo Ottocentesco. In Inghilterra una scena così composita potrebbe (forse) ricordare The Lilac Fairy Book di Andrew Lang, ma qui in Italia ricorderebbe certamente I quindici e qualche divagazione Luzzatiana su Italo Calvino.
Ma a ben guardare l’altra figura femminile a sinistra dimostra chiaramente delle influenze contemporanee, certamente di Moore e Modigliani. Eppure non stona affatto, anche in virtù del fatto che il materiale e il colore è identico alle statue dei soldati con colbacco.

Qualche maschera
maschere labirynth

maschere labyrinth

maschere labirynth
che più che far pensare ai costumi veneziani rimanda alla barocca fantasia di William Shakespeare e alle caricature di Leonardo. Brian Froud, santone internazionale dell’illustrazione, guru delle fate e degli gnomi, ha qui certamente messo una delle parti più belle della sua magica matita, e le grottesche deformazioni dei nasi e dei visi diventano quasi zoomorfismo, andando a toccare i momenti più delicati e al contempo terrorizzanti di Arthur Rackham e dei Racconti di Mamma Oca. Come vedete anche qui la matrice del gusto è Arts & Crafts, Liberty, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento.
maschera david Bowie

Sarah ha un vestito da principessa delle fiabe come ce lo siamo sempre immaginato tutte da piccole, cioè con le maniche a sbuffo dell’Ottocento e la crinolina. Mentre all’inizio del film aveva un vestito di tipo medievale, più “Marion Zimmer Bradley”. Una diversa visione della fiaba di fate si è alternata nel film.
sarah labirynth
Il decoro nei capelli è vettoriale, alla Victor Horta. Ancora Liberty.
sarah labyrinth ball

La città di Goblin non è come ce l’aspetteremmo, immersa in una foresta, con case sugli alberi come in Tolkien o in Dragonlance (mi scusi Professore per quest’accostamento profano), ma è un borgo medievale, di tipo centro-europeo, di campagna. Insomma, per farla breve, un paese come quello dei Quattro musicanti di Brema. Ci sono finanche galline.
città di Goblin
Le figure scolpite sul pozzo (cuore di ogni paese medievale) sono di carattere gotico, francofono.
città di goblin
Nella sua interezza la Città di Goblin sembra un diorama di un presepe. C’è un sacco di Hans Christian Andersen e di Fratelli Grimm, qui dentro.
città di Goblin, piazza

La parte finale è quella più semplice da spiegare ed è anche quella che più facilmente viene compresa anche da chi ha poche conoscenze d’arte, essendo le stampe surreali di Escher molto diffuse anche negli studi medici e nelle salette d’attesa dei politicanti.
labyrinth escher

La conclusione di questo articolo mostruosamente lungo è che Labyrinth è guidato da un’estetica Liberty e romantica, filtrata attraverso il personalissimo segno del genio pittorico di Brian Froud, che con questo film realizza un vero e proprio piccolo capolavoro, in cui ogni scena si risolve in una raffinata illustrazione tridimensionale.

Film e letteratura, bel sito. Lo segnalo

Per pura combinazione mi sono imbattuta in questo sito interessante. Si tratta di una sorta di rivista. Ci sono molti articoli sull’abitare e sulla casa, ché la casa è come un giardino, anche se nessuno ci fa mai caso.
Il sito è di difficile navigabilità, scomposto e con link difficili da trovare perchè sotto i diversi numeri di edizione (insomma, non ‘è un indice generale) . Usate spesso il tasto “indietro”.
Il numero in “edicola” è il 4 e ha delle monografie interamente dedicate al paesaggio. Sono un po’ lunghe, stampatevele e leggetele con calma, mi pare che ne valga la pena.

Intanto questo è il link sull’ Ottocento Inglese

Qui c’è un articolo sul Pittoresco
e questa è la Home page
Io lo metto tra i contatti, intanto.

Gli Shakers e la molletta dei panni

La Società Unita dei Credenti del Secondo Avvento di Cristo è più nota come “Shakers”, “agitatori”. Fu fondata alla metà del 1700 da una certa Ann Lee, una signora inglese.
Gli Shakers erano molto puliti, detestavano gli ornamenti anche se non erano necessariamente parchi nell’uso del colore. Le loro stanze dovevano ispirare serenità, quiete, pensieri religiosi.
Uno dei motti di Ann Lee era: “Pulisci bene le tue stanze perchè gli spiriti buoni non albergano nella sporcizia. Non c’è sporcizia in Paradiso”.
Allora questi “Agitatori” che si sono inventati? La rastrelliera a pioli per appendere tutto, sedie, oggetti, vestiti. Così potevano pulire tutto quanto il pavimento, senza lasciare angoli sudici e polverosi.
Stanza stile Shakers
Ogni cosa aveva un manico per poter essere appesa.

Vivevano ritirati, ma questo non gli impediva di vendere succo di mele, scope di saggina, filati, scatole e semenze.
scatole shakers

Con questa mania di appendere gli Shakers inventarono anche la molletta per i panni.
Questa è la molletta da bucato più grande del mondo, l’ha realizzata Claes Oldenburg, è alta quasi 14 metri, e sta in Florida.
Clothespin