Sempre più spesso mi rendo conto, parlando con i maschi, indipendentemente dal loro livello culturale, di istruzione, dalla loro intelligenza, dalla fascia sociale alla quale appartengono, che non hanno un’idea del futuro diversa dal presente (lo premetto perché è un modo carino per dire: “È inutile che scuoti la testa, capita anche a te”).
Cioè non riescono ad astrarre, come i bambini.
Avete presente quando si propone ai bambini di togliere le rotelle alla bicicletta? Ricordate cosa avete pensato quando è successo a voi? Semplicemente era fuori questione: togliere le rotelle non si può fare, punto.
Quando non comprendono un passaggio, i bambini pongono spesso un blocco, un secco “no” ai discorsi degli adulti ad un certo punto dell’esposizione di un procedimento di una serie di azioni (ad esempio, togliere le rotelle della bici). Arriva quel momento X del diagramma di flusso delle azioni da compiere, nel quale la mente del bambino va in stallo, non riesce a visualizzare le azioni successive perché un anello della catena ha ceduto. È successo a tutti, sia quando eravamo piccoli, sia da adulti parlando con figli, nipoti, amici, ecc.
I bambini sono “nuovi”, hanno poca esperienza e la prima volta che fanno qualcosa è come scalare una montagna. Non hanno ancora incamerato nella loro memoria quel dato, e tutto quello che segue va all’aria, viene disperso in una laguna di “se”, “ma”, “no”. Così i maschi si disperdono in un avvitamento di proposte, valutazioni che si rincorrono a vincenda, fallacie logiche da incorniciare. Idee arenate come balene spiaggiate.
Non riescono, i maschi, a produrre una visualizzazione del futuro diversa dal presente se non per alcune variazioni afferenti alla tecnologia. Cioè riproducono la visione del presente in un set cinematografico sci-fi.
Ça va sans dire, ci sono moltissimi maschi che hanno prodotto visioni politiche futuribili, ma hanno dovuto studiare un bel po’. Non gli viene spontaneo come a noi donne, che viviamo in una situazione di consapevole diseguaglianza, quindi produciamo in continuazioni idee su come appareggiare i piatti della bilancia. E questo vale per ogni persona con minori diritti de facto, quindi per razze odiate, religioni odiate, etnie, geografie, orientamenti sessuali odiati.
A margine, se vi state chiedendo chi è che odia, anche quello ça va sans dire, è l’occidente, il *supremazzismo bianco. Siamo noi gli integralisti, diamocene pace. Non sopportiamo nulla che sia islamico, nero, “sud del mondo”, omosessuale, o comunque diverso da un uomo bianco anglosassone etero, ricco e cristiano.
Il maschio non ha nessun bisogno di produrre alcuna riflessione sulla politica del futuro, gli va tutto così bene, e tutto si muove secondo ciò che lui ha prescritto negli ultimi secoli, che non c’è bisogno di cambiare niente. Aggiungiamo un po’ di tecnologia e basta così, va bene, vai, tranqui bro! Lo sforzo di una astrazione sostanzaiale è troppo per la maggior parte dei maschi. Nei casi un po’ più pesanti è l’intero modo di processare le idee a essere interessato, è come prendere un cervello e lasciarne inoperativo una metà. Cosa ne esce fuori se non una mezza mente, una testa parziale, come quelle di cui parlava il commissario Montalbano? Un maschio geometra, musicista, avvocato, pubblicitario, fotomodello, ecc. Bravissimo nel suo lavoro, nella sua parte di mondo, ma totalmente all’oscuro di altri mondi, di altre verità, di altre possibilità. È il Ken descritto dal film Barbie, chiuso nel suo ruolo, incapace di altro.
È questa oscurità, questo bias, questo cervello maschile monco che ha comandato per secoli, che ha prodotto guerre, genocidi, morte per l’ambiente, per gli animali, per le persone.
Noi siamo guidati, uomini e donne, da persone in grado di astrarre quanto un bambino di cinque anni. Bambini per i quali le ruote della bici non si possono togliere, e che utilizzano le bici come tricicli. Maschi che ci hanno rallentatə nel progresso, nello sviluppo, che vanno avanti arrancando e falciano chiunque riesca ad andare più veloce, e che odiano tutto ciò che non si muove al loro passo.
Per una nuova umanità occorre restituire la parte di cervello mancante a questi maschi che sono al potere. Occorre rovesciare ogni narrazione di ogni vincitore. Capovolgere punti di vista, riscrivere, rileggere, ri-osservare. Costruire una nuova cultura storica, una nuova cultura del ludico, dell’azione politica.
È un lavoro lunghissimo, che se anche iniziasse oggi, richiederebbe secoli. Noi non vedremo nulla di tutto ciò, ma questo non ci impedisce di iniziare a parlarne, di astrarre.
L’infanzia è finita.
*supremazzismo: il razzismo dei suprematisti bianchi
L’estenuante lotta per la dignità fisica in un mondo che obbliga a rispecchiarci nei modelli di bellezza proposti dal cinema
Illustrazione interna del mio breve romanzo “La piccola estate”.
Anche a voler essere ciechi, andando a mare ci si accorge di quanto grande sia la differenza tra corpo e corpo. L’occhio è obbligato a soffermarsi su forme, dimensioni, colori. Quale più bianco, quale più marroncino, quale più lungo, più corto, quale più grasso o magro. Come i fiori in una aiola, non c’è corpo uguale all’altro.
In spiaggia l’occhio palleggia tra i gruppetti, le famiglie, i colori dei costumi. Se c’è poca gente, a volte sento l’angoscia delle ragazze italiane che inseguono l’ideale di corpo nordico, alto, solido, statuario. La sento questa angoscia come una nube bassa e densa che avvolge tutto. Penso alle innumerevoli ragazze dalle forme naturalmente abbondanti, che si sono rovinate il metabolismo per sempre. Per sempre. Per sempre.
Le figlie delle donne ucraine e polacche, che trent’anni fa sono venute a fare le badanti e le pulizie, rispecchiano perfettamente l’ideale nordico. Si atteggiano con malcelata superiorità. L’ideale di bellezza femminile si è sviluppato attorno al loro fisico, non al nostro: è ovvio che si sentano “superiori”. L’idea della Herrenrasse è molto radicata e molto più intensa di quanto non possiamo neanche immaginare.
Io forse non faccio testo: per me se mi comparisse davanti una ragazza zebrata di giallo e blu, con le antenne e gli occhi da mosca, al massimo le chiederei se le piace il clima della Terra.
Nei decenni ho però imparato che il razzismo non è solo in chi guarda, ma anche in chi viene guardato. Gli ideali di corpo bello, di corpo femminile, di bellezza della donna, sono tutti derivati dal razzismo. Sono frutto di una visione profondamente razzista del mondo. Il razzismo è così profondo che qussi non è più neanche visibile: affonda nelle tenebre, ma esiste.
Le donne della mia generazione sono diventate bulimiche e si sono rovinate la vita perche gli americani sono razzisti. E anche le millennial e le zoomer non sono libere dal razzismo interiorizzato, che si trasforma nel biasimo per il corpo delle sorelle. Cazzo, è disgustoso! leggi come funziona: gli americani sono razzisti -> gli americani ci hanno colonizzati culturalmente con il cinema -> abbiamo imparato e interiorizzato i modelli di bellezza americana -> odiamo noi stesse per non essere geneticamente adeguate -> odiamo quelle che lo sono -> odiamo quelle che non lo sono. Odiamo, disprezziamo.
No, sorelle, non va. Ma voi avete mai provato a coprire un tavolo tondo con una tovaglia rettangolare? La cosa “da ridere” (e da piangere) e che a volte, a prezzo di sacrifici immensi, queste tovaglie vengono tirate e aggiustate in modo da rispettare quella forma estranea. Ah, noi donne siamo meravigliose, anche nei disastri!
Sorella, se sei a dieta perché vuoi assomigliare a Margot Robbie, ricordati che la tua dieta è frutto di un pensiero razzista di un popolo che non è neanche il tuo. Vedi un po’ tu.
Grado zero: non fare alcun tipo di attività di giardinaggio Grado uno: prendersi cura di una singola pianta già esistente nel giardino di casa Grado due: rubare talee Grado tre: comprare qualsiasiasi tipo di pianta Grado quattro: comprare solo le piante di cui ci si è perdutamente innamorati Grado cinque: comprare le piante che servono per dare un aspetto gardevole al giardino Grado sei: comprare le piante che servono per dare al giardino l’aspetto che il giardiniere vorrebbe ottenere Grado sette: regalare tutte le altre piante Grado otto: tenere quelle piante che resistono alle mutate condizioni del giardino e del giardiniere Grado nove: guardare Grado dieci: non fare alcuna attività di giardinaggio
Per ragioni troppo lunghe da spiegare, posso dirvi che non ci sono altre saghe filmiche che conosco tanto bene come quella di Alien, attualmente riproposta dalla Rai per seguire la scia di Alien: Covenant. Il mondo del web è popolato da “Alien Theories”, ad esempio chi ravvisa uno stretto legame tra Alien e Frankenstein di Mary Shelley, o con i romanzi gotici ottocenteschi.
I riferimenti sessuali sono chiari in tutta la saga, disseminati un po’ ovunque nel primo film, dal fallomorfismo dell’alieno, al giornale arrotolato che Ash usa per strozzare Ripley, ad alcune espressioni di Sigourney Weaver durante l’esplosione della Nostromo. Lasciamo perdere gli slip finali, quelli sono molto cinematografici e americani. Fare degli organi sessuali un elemento estetico ha comunque portato bene al film e l’ha distanziato da tutta la produzione cinematografica dell’epoca, e posso dire che non ci sono altre pellicole che ne abbiano fatto un uso così sofisticato dal punto di vista visivo. D’altra parte Alien poggiava sui meravigliosi disegni preparatori di Giger. Mi spiace che Wikipedia abbia rimosso dalla pagina dedicata al film una interessante riflessione su uno “stupro al contrario” da parte dell’Alieno, avrei voluto qui poter citare l’autore di questo interessante spunto di discussione. In realtà oltre a questo c’è anche una maternità indesiderata e mortale. Il primo dei corpi che creano è un uomo, Kane. Il secondo è la Regina, ed è il corpo creativo logico, lineare, biologicamente corretto: cioè la madre degli alieni (o perlomeno del loro primo stadio vitale). Nel secondo film la maternità è molto ben delineata: il rapporto tra Ripley e Newt è quello tra madre e figlia. Nelle scene tagliate c’è il racconto di come Ripley abbia lasciato sulla Terra una figlia della stessa età di Newt, e a causa dell’ “ipersonno insolitamente lungo” questa sia morta di vecchiaia poco prima del rientro di Ripley sulla Terra. Nel terzo film Ripley ha dentro una Regina. Anche qui non sono mancati riferimenti al sesso, ma molto più banali e funzionali a solleticare pruderie e affluenza di pubblico.
Alien3 ha una scena di grande delicatezza e -per me- molto commovente. Quando Ripley si getta nel piombo fuso la Regina le sfonda il torace: nasce. Ripley dà alla luce quella creatura e la stringe al petto, con rudi guanti da lavoro, non per amarla o coccolarla, ma per portarla con sé dentro lo stampo con il piombo bollente. Se si accettano nel “canone” sono le scene andate al cinema e non gli extra o i cut, quella è l’unica maternità di Ripley, una materintà mortale, orribile, annichilente.
A quanto ne so il quarto film è stato addirittura eliminato dal “canone” e per me è stato criticato negativamente in modo esagerato. Non è per nulla da buttare ma purtroppo ha troppi, troppi difetti per poterne dire bene, ed è un vero peccato. Se avesse mantenuto la qualità del primo quarto d’ora sarebbe stato un capolavoro e saremmo qui a parlare di questo e non degli altri. In Alien Resurrection (in Italia Alien – La clonazione) c’è un continuo rimpallo tra l’idea della nascita come morte. È qualcosa di estremamente interessante che si sarebbe potuto esplorare meglio. La scena di Ripley8 che si sveglia in un sudario e ne esce come fosse una placenta, è estremamente sofisticata e densa, così come quella del parto della Regina, a cui Ripley ha donato un utero: la Xenomorfa è diventata mammifera? Appena nato, il cucciolo divora la madre, come i ragni del ricordo di Rachel in Blade Runner. Alla nascita si accompagna una morte, un concetto lontano dal mondo della cinematografia americana e forse per questo abbandonato o trattato in modo superficiale.
“Sono la madre del mostro”
Un passeggero infettato chiede drammaticamente del mostro che porta dentro, e domanda a Ripley: “Lei chi è?”. Ripley risponde:”La madre del mostro”. La maternità come tale viene definita verbalmente solo in questo episodio, Ripley e i suoi cloni non sono solo materiale genetico, ma proprio corpo biologico che genera, anche se grazie alla tecnologia, mentre la Xenomorfa diventa madre quasi amorevole nei confronti del cucciolo, che invece si lega a Ripley, la parte umana di sé. Ripley è insomma una madre dal secondo film in poi, eccetto i crossover con Predator, in cui non appare Sigourney Weaver.
Il cambio di passo arriva non con Prometheus, ma con Alien: Covenant. Dal cesareo in emergenza della dottoressa Shaw, ospite di un parassita, passiamo a una diversa capacità creativa, quella della mente, della logica, del computer, che negli stereotipi di genere è considerata maschile. È l’androide David8 che crea gli Xenomorfi attraverso esperimenti sul corpo della dottoressa Shaw e sugli organismi del pianeta di cui ha annientato la fauna. La creazione rimane morte, ma ridiventa appannaggio del maschio, come era stato per Kane nel primo film. Il tema della creazione (non solo organica, ma artistica tout court) e della nascita viene affidato al personaggio più amato, quello a cui sia lo zoccolo duro che i nuovi fan sono più interessati: David. David è un caso di androide piuttosto raro nel cinema di fantascienza, e l’interpretazione superlativa di Michael Fassbender ne ha fatto un’icona che non sarà presto dimenticata e con dignità passerà alla storia della SF.
Qualche tempo fa ho intercettato l’ennesima discussione facebucchiana sulla pubblicità Pandora, fatta non da femministe o maschi Neanderthal, ma da giardinieri.
Lì per lì mi è venuto da ridere.
Mi sono chiesta: ma possibile che manco i giardinieri si siano resi conto di quanto è brutta? E dire che il giardiniere dovrebbe avere una stretta frequentazione con l’Estetica (a quelli che confondono l’Estetica con l’estetista consiglio di passare ad altro blog).
Dato che oltre a una occasionale e non sempre riuscita funzione aggregativa e sociale, i giardini non hanno altro scopo che essere belli (funzione estetica -Mukarovsky), i giardinieri dovrebbero essere in grado di percepire il Bello, anche se la sua definizione non è univoca. E altrettanto dovrebbero essere in grado di riconoscere il Brutto, e visto che la storia della Filosofia ha evidenziato nel corso dei secoli un profondo legame tra l’Estetica e l’Etica, anche l’etico e il non etico. In breve, l’Estetica ci aiuta a comprendere quale è la parte più umana e preziosa di noi, come individui e come specie, e quale dovrebbe essere superata.
La mia sorpresa nel nel leggere commenti del tipo “Pandora libera la filippina che è in te” , “La pubblicità è riuscita nel suo scopo, cioè far parlare di sé” o ancora “bisogna prendere le cose con leggerezza”.
Altri non me ne ricordo ma erano tutti sullo stesso tenore: indifferenza, qualunquismo,abdicazione al senso critico, stupidità o conformismo spregiudicato.
E dargli fuoco?
Sulla filippina che è in te, finalmente liberata dal gioiello Pandora, taccio poiché si tratta di razzismo puro e semplice (pare che vada ancora di moda, specie al Nord).
Che lo scopo delle pubblicità sia far parlare di sé è un pleonasmo, ma non a scapito di qualcuno. La pubblicità non deve essere offensiva o denigratoria, per due ragioni: la prima è che denigrare, sminuire, svilire, decontestualizzare una categoria sociale riposizionandola a seconda delle necessità del brand è semplicemente sbagliato, antietico, e anche brutto. Sì, brutto.
La seconda ragione è quella categoria di persone potrebbe essere indotta a non acquistare più quel marchio o invitare le altre persone a non acquistarlo: questo non non è un buon affare per quella marca.
I più matusa -qui- ricorderanno la protesta dei veterinari contro una pubblicità di non ricordo quale liquore, un amaro, che in maniera “incidentale” li ritraeva come persone amanti del buon bere. I veterinari s’incazzarono un bel po’, e quella marca dovette ritirare lo spot per buttarla poi su un prezioso vaso che doveva essere salvato con un aereo, o qualcosa del genere.
Nessuno si è scandalizzato per la protesta dei vet, né ci ha riso sopra, né ha invitato questi professionisti (per il solito molto ricchi e assai corporativi), a “prenderla con leggerezza” o gli ha mai detto “e fattela ‘na risata, doc!”, specie se il suo cane stava sul tavolo operatorio con una zampa in attesa del gesso.
Delle volte mi viene in mente Lisistrata e sospiro.
Quindi per me chi dice che “Pandora ha centrato il suo scopo” è afflitto da conformismo ed è così biscottato dalla società da non riuscire a distinguere il Brutto dal Bello, il Buono dal Giusto, il Vero dal Falso.
Perché non te lo compri? Costa solo venti dollari!
A chi sostiene “prendila con leggerezza” o invita alla risata, rivolgo una domanda: perché sulle bacheche di tanti e tanti giardinieri in questi giorni ci sono dotte e infinite elucubrazioni su “Spelacchio”? Perché ve la prendete se abbattono gli alberi nelle vostre città? Siete sempre a lamentarvi di questo o quello (condividendo, non sia mai scrivendo un pensiero proprio o FACENDO qualcosa), tutti a dire “ah, le fioriture sono impazzite a causa del clima” o “certo, questo accade se le amministrazioni mettono degli stupidi a potare gli alberi”, e poi però -quando la cosa non tocca voi e il vostro giardinetto- tutti a dire “E prendila con leggerezza”.
E che giardinaggio vuoi fare così, core bello? Ma dove vuoi andare? Ti fermi giusto alle rose, tutte ammucchiate perché “di più è più bello”, alle fioriture in massa, alle cazzatelle shabby chic, al romanticismo senza interpretazione. In te non si alzerà mai l’ala della poesia, non avrai mai il coraggio di fare il passo del leone, e il mondo finirà alla siepe del tuo giardino: ciò che accade fuori non ti turba, non ti interessa e non ti disturba. Finché avrai acqua abbondante per irrigare, i soldi per comprare le rose a radice nuda, il diserbante e l’antiparassitario al supermarket, per te andrà bene tutto. E rimanici nel tuo “tutto”.
Giardiniere Pandora, tu sei un giardiniere Kitsch, prendine atto.
Ti è piaciuta la pubblicità Pandora? E beccati un giardino BRUTTO.
Ecco i giardini che ti meriti, giardiniere Pandora: li ho scelti col cuore pensando a te.
A Siderno vive una signorina che viene chiamata “la Zoppa”. È una donna piccola, magra, un po’ stortignaccola e con disturbi di afasia, tanto che a volte, oltre a “Zoppa” viene chiamata anche “la Muta”.
Da noi il soprannome viene detto ‘ngiuria, ma non in senso dispregiativo. Molte persone se lo fanno scrivere sotto al manifesto funebre, altrimenti nessuno capirebbe chi è il morto.
Ovviamente “Zoppa” e “Muta” sono un po’ diversi dalle ‘ngiurie comuni, perché evidenziano una diversità, una malformazione, una incapacità.
Al lettore le proprie conclusioni.
La Zoppa viveva in casa col fratello, che ha accudito fino alla di lui dipartita. Si dice che questi la trattasse male, che la insultasse; ma la Zoppa, non avendo né lavoro né indipendenza, era costretta a stare in casa e a sopportare le sue sfuriate. Non so quante ne abbia passate la Zoppa, e se ne passi ancora. La vedo sempre con i sacchetti della spesa, pioggia o solleone. Una donnina composta, con un viso floscio alla Braccobaldo, una bocca mai sorridente e mai triste, i capelli corti, come un maschio. La mia curiosità umana per la Zoppa -confesso- è enorme.
Non so se ci sia nata, zoppa, o ci sia diventata. Una cosa deve esserle stata subito chiara: nella sua famiglia era lei l’orso bianco della fiera.
Non avendo da portare in seno alla famiglia altro che (presumo) una pensione di invalidità, la sua vita si deve essere ben presto tradotta nello svolgimento di compiti di accudimento familiare. Le spese sicuramente limitate a quelle alimentari, non essendo la Zoppa in grado di compilare una distinta in banca o di dettare un telegramma.
Non essendo bella non è stato possibile maritarla. È venuto meno quindi il ruolo primario della femmina, quello di bestia da riproduzione. Un matrimonio è anche garanzia di una collocazione sociale positiva.
Quindi alla Zoppa non è rimasto che fare avanti-indietro con i sacchetti della spesa, e su e giù per le scale quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa.
Spesso i destini di donne né zoppe né mute sono questi, arruolamento coatto nell’esercito di famiglia, in cui non si è altro che un soldatino agli ordini di chi comanda.
Non penso che La Zoppa se ne sia resa conto, o se lo ha fatto ha creduto che il suo destino fosse giusto, inevitabile. C’è chi se ne rende conto, e riesce a scappare in tempo. C’è chi se ne rende conto dopo decenni, convinta che no, non potrà mai accaderle ciò che ha visto succedere a quella poverella. E nel frattempo che la convinzione di non essere l’orso bianco della fiera aumenta, di pari passo amenta la sottomissione. Quando si realizza di essere sempre stati l’orso bianco della fiera, ormai le ginocchia sono consumate, sono arrivate la flebite, la menopausa e la calvizie. Ma il più delle volte -il più delle volte- si continua a farlo, continui a essere l’orso bianco della fiera perché non hai altra scelta, esattamente come la Zoppa.
Il “livello Telecom” è uno stadio dell’esistenza umana nell’epoca post-capitalista. Non per tutti si chiama “livello Telecom”, potrebbe essere “livello Eni Gas e Luce”, oppure “livello Infostrada”.
In termini psichiatrici e antropologici, il “livello Telecom” identifica quella fase dell’esistenza in cui non si è più capaci di mantenere le apparenze e si diventa completamente inabili nel contenere il fastidio arrecatoci da persone, cose e situazioni. In letteratura medica si riscontrano diversi comportamenti: non rispondere più al telefono manco se è dio (ciò include la messaggistica istantanea: i messaggi vengono visualizzati, ma se non richiedono risposta, vengono ignorati), non rispondere al citofono, buttare vecchi oggetti come cimeli familiari o mobili, ignorare i rompipalle e sfancularli implicitamente, “amici”, datori di lavoro e eminenti personalità incluse.
Il “livello Telecom” prende questa denominazione (che, come avete visto, è variabile) dall’espressione della voce durante i colloqui con il 187. Se non avete raggiunto il “livello Telecom” probabilmente tentate ancora di essere cortesi con l’operatore che vi risponde, vi sforzate di esporre il vostro problema con gentilezza, di infilare una sorta di sorriso immaginario nel dialogo, anche se tutto risulta innaturale e “sudato”.
Quando avrete raggiunto il “livello Telecom” il tono della vostra voce suonerà inequivocabilmente minatorio sin dal salve, il mio numero cliente è ….
L’operatore Telecom, che è come un cane da tartufi per capire l’umore delle persone, ché Freud poteva portarsi le barche all’asciutto a confronto, risponderà a tono, perché lui o lei, il “livello Telecom” l’ha raggiunto molto prima di voi. Perciò ve lo dico, non pensate di poter battere un centralinista Telecom: semplicemente in voi la “telecommaggine” non è così forte. Immaginate di essere cintura marrone e loro dan di novantesimo livello.
Alla vostra richiesta il suo “attenda” suonerà come lo vedi questo bottone? Se lo schiaccio la tua linea andrà per sempre a 2 mega, perciò non ti conviene.
Anche con i call center che propongono offerte il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” non tenterà neanche la strada del mi scusi sono sotto la doccia, no grazie non mi interessa, non le faccio perder tempo, etc + saluto di cortesia. No. Chi ha raggiunto il “livello Telecom” riattacca, e basta.
Il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” è perfettamente capace di chiudere rapporti personali o lavorativi anche di lunga data se si sente in qualche modo insultato o -anche involontariamente- privato della sua dignità. Il soggetto “livello Telecom” non sopporta telefonate di durata superiore agli otto minuti.
Il soggetto “livello Telecom” non è assoggettabile con la forza di volontà o con la blandizie e difficilmente nutre ammirazione per le “persone normali”. Diventa assai pericoloso se si compie un’evidente ingiustizia di fronte ai suoi occhi: nel qual caso potrebbe reagire con violenza.
Il soggetto “livello Telecom” diventa aggressivo e in grado di arrecare seri danni in caso di saccenza e in presenza di persone che parlano con tono di voce acuto. È infatti testato che frasi come ma tu sbagli, dovresti fare così, non ti sei comportato bene, hai fatto un errore, guarda me, perché non hai chiamato me e similari possono indurre il soggetto a afferrare la prima cosa che capita e scagliarla addosso all’interlocutore.
In particolare le risposte con due o più parole, di cui la prima è “no”, determinano una reazione violenta e incontrollabile.
Quando mi interrogo sul significato di un termine complesso, il dizionario etimologico è una delle prime risorse a cui faccio capo.
Tempo addietro mi capitò di leggere una domanda su come “arredare” un giardino.
Purtroppo, complice il linguaggio burocratico, subito ripreso da siti contenitore di qualità scadente (“I dieci modi per arredare il tuo giardino con meno di 100 euro” e cose così), questo sintagma errato e francamente pure brutto a sentirsi, si è diffuso tra chi il giardinaggio lo pratica due volte l’anno: la prima quando spende 500 euro in vivaio per piante, vasi, terricci, concimi e decorazioni varie, la seconda quando le piante morte e il terriccio indurito vengono gettati nell’organico.
Ho cercato dunque i termmini “arredare” e “arredo” sui dizionari etimologici di cui dispongo, uno dei quali è il Pianigiani, usato su etimo.it.
Così recita il Pianigiani:
Ne emerge subito che l’etimologia, come per tutte le parole complesse e che sono fondative della nostra quotidianità (anche mentale), non è univoca. La Treccani: Garzanti, laconico Sabatini Coletti, come sempre semplice e chiaro
Nessuno di questi dizionari fa menzione di giardini da arredare, neanche la Treccani, l’unica che -almeno online- parla di “arredo urbano”, definendolo quel complesso di oggetti, come panchine, statue e fontane, che servono per rendere accogliente, bella e funzionale una città o un paese. Comprese le aiole di proprietà comunale, quindi le rotatorie, le fioriere, le alberature pubbliche.
Un giardino insomma non si arreda. Un giardino si crea, si disegna, si imposta, si progetta, si studia, si pianifica, si dispone, si organizza, si sistema, a volte si restaura, spesso si arrangia o si inventa, si allestisce (se si tratta di un giardino temporaneo), un giardino è un qualcosa che deve prendere una forma, una forma che noi decidiamo.
A differenza dell’arredamento d’interni, di cui la progettazione del giardino a volte può anche seguire gli schemi di disposizione prospettica, degli ingombri e dei colori (specie in quel tipo di giardino modernista in cui l’esterno era una proiezione dell’interno, senza che nessuna delle due parti perdesse coerenza se separata dall’altra), il giardino -di solito- si fa con le piante. Le piante (guarda tu se uno deve ribadire certi concetti da prima elemetare) non sono oggetti. Non sono lampade, non sono divani. Non è che dove le metti stanno, e al massimo si impolverano o si rigano o si macchiano. Non è che il divano esce da un ovetto piccino picciò e cresce nel tempo. “Eh, cara, il divano è diventato troppo grande, bisogna chiamare il falegname per farlo accorciare…”.
Il giardino è imprevedibile, perché le piante tendono a fare cose inaspettate e a comportarsi non esattamente come avevamo previsto.
Non sono immutabili, e una volta “composto” o “finito” il giardino (cioè “arredato”), le piante non staranno lì ferme come bomboniere in esposizione, ma faranno un sacco di cose: in alcune speriamo, in altre no, altre ancora le temiamo, altre saranno belle o brutte sorprese, e via via fino a eventi che non avremmo neanche immaginato.
Il giardino è anche (solitamente) costituito di altre cose oltre le piante, vialetti, muri, reti, ringhiere, vasi, ecc. Anche questi subiscono mutamenti a volte anche piuttosto rapidi poiché sottoposti alle intemperie.
Ma più di ogni altra cosa ciò che differenzia il giardino dall’arredamento è che questo ha a che fare con oggetti e cose fatte dall’Essere Umano, “oggetti culturali”. Mentre il giardino ha a che fare con “soggetti naturali” su cui il potere umano è decisamente limitato.
Usare questa espressione è da pigri, ottusi, conformisti che si fermano sotto la soglia della mediocrità, che van dietro alla moda del burocratismo linguistico. Insomma, dei kitschmenchen che pensano con la testa degli altri e abdicano al loro diritto di esercizio della facoltà di giudizio critico.
Ecco perché quando leggo come accetbile o accettata la frase “arredare un giardino”, concludo una sola cosa: chi non si batte contro l’errore concettuale che è alla base, lo fa solo per convenienza. Lo fa perché gli conviene che attorno a sé ci siano persone ignare, ignoranti e vacue, e poter in questo modo risaltare tra esse grazie ai suoi modestissimi talenti.
Una delle prime cose che mi sono chiesta quale giovane giardiniera è: che cosa mi devo chiedere per conoscere la vera essenza del giardino?
Essendo un figlia della logica capisco che se non mi pongo la giusta domanda non avrò la risposta giusta.
In molti cercano risposte a domande che non sono quelle giuste, e si arrabbiano, o questionano all’infinito su una risposta che non accettano. Ma tutto questo accade perché ci si pone la domanda sbagliata.
Ma qual è la giusta domanda?
Per molto tempo ho cercato, su queste pagine digitali, di trovarla. Oggi mi chiedo: “Esiste una giusta domanda?”.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)