L’oroscopo della settimana

mustafa-soydan-zodiac-illustrations-aries-650x650Ariete:
le prime quindici pagine del nuovo romanzo che state leggendo vi hanno già messo cappaò. Sarà il caso di impegnarsi un po’ di più nella lettura, o di cercare un po’ di quiete dentro di voi per capire parole, frasi, capitoli. Pronunciate il vostro nome a voce alta, e continuate a leggere. Ricordate, però, che un libro si può anche chiudere e sostituire con un altro.

mustafa-soydan-zodiac-illustrations-taurus-650x650Toro:
una foto vi guarda dal tavolino da caffè, si nasconde nel vostro disordine, tra cartoline, giornali e agende. Ricompare sempre, avreste la tentazione di gettarla via: in fondo, è inutile. Ma la lasciate lì, a farvi l’occhiolino tra il posacenere e il centrino della nonna. Una dolce tortura di cui non sapevate di non riuscire a fare a meno. Lasciatevi tormentare.

mustafa-soydan-astro-illustrations-geminiGemelli:
la Bellezza vi ha abbandonati. E non parliamo di quella del corpo, che è così transitoria e mutabile, ma quella del cuore. La luce si è spenta, hanno impacchettato il sole e chiuso la luna in un sottoscala. Siete sordi come una camera anecoica, muti come un mazzo di Tarocchi incellofanato, ciechi come la Tv messa sul canale del videoregistratore. Pegaso ha il corno spezzato. Raccoglietelo e incollatelo. Di più, non si può.

mustafa-soydan-astro-illustrations-cancerCancro:
riposando nell’oscurità, che vi apparirà insopportabilmente lunga, potreste scendere dal vostro baldacchino almeno con il pensiero, e rivolgerlo a chi vi ama. Fate chiarore, nella vostra tenebra, e assieme alla luce riportate un po’ di calore nel vostro cuore: le lampade a colori freddi non vi garantiranno né di vedere, né di capire, né di vivere nei cuori degli altri.

mustafa-soydan-astro-illustrations-leoLeone:
se dovete prendere a spallate una porta che non si apre, fatelo. Ma prima, siate sicuri di aver agito da persone intelligenti, oliando i cardini e levigando ogni spigolo. Tenete a mente che la porta potrebbe anche non aprirsi, e che voi potreste farvi male. Ma i lividi sono piccoli danni che dovrete tenere in conto. Rammentate che le porte si aprono anche tirando, non solo spingendo, e servono ad entrare, ma anche a uscire.

mustafa-soydan-astro-illustrations-virgoVergine:
se avete paura di perdere una cosa cara, non chiudetela sottochiave, non serratela nella profonda oscurità, non fate che sia inaccessibile a chiunque eccetto che a voi. Se avete paura di perderla, scriveteci sopra il vostro nome e l’indirizzo, e confidate che il mondo non sia così disumano come appare, e che se qualcuno la ritroverà, sarà così sensibile da riportarvela.

mustafa-soydan-astro-illustrations-libraBilancia:
spesso la sfortuna ha bisogno d’aiuto. La sfortuna, avete letto bene. Date una mano alla sfortuna, fate girare al contrario la ruota, cadete nel tranello teso, pungetevi il dito con la punta di un arcolaio, andate nel bosco di notte, aprite la porta segreta con la chiave insanguinata. Sarete pronti al peggio, e quando il peggio sarà sconfitto, non potrete avere altro che allori e corone.

scorpio_by_Mustafa-Soydan600_600Scorpione:
a volte l’ispirazione stenta ad arrivare, e anche quando sentite che la magia vi scivola fra le dita come polvere di fata, e che l’incantesimo sta per compiersi. Un difetto, una piccola macchia, un graffietto, una spiegazzatura, un filo fuori posto, un sibilo improvviso, vi fanno perdere il genio e vi riportano alla mediocrità. Abbassatevi, cambiate punto di vista. Camminate accucciati o salite su un muretto. Ascoltate, la polvere di fata scorre tra le dita.

mustafa-soydan-astro-illustrations-sagittariusSagittario:
cipolla, frittura, peli di cane e di gatto, muffa, sudore, elastici rotti, nove chiamate perse, 404 page not found. È la vita, come sia sia, è questa. Non mettetevi a correre sulla ruota del criceto, non cadete nel trabucco che vi impastoia e vi rende incapaci di muovervi, finché non sarete tirati su e gettati nelle vasche con gli altri pesci, a morire asfissiati senz’acqua. Le lacrime da cipolla si asciugano, gli elastici si annodano, il telefono si può spegnere.

mustafa-soydan-astro-illustrations-CapricornCapricorno:
una piccola felce dalle foglie tonde sbuca da una fessura tra le rocce di una fresca sorgente. Curatela. Per curarla non dovrete fare altro che evitare che qualcuno la curi, voi compresi. Lasciatela così, dove sta, e limitatevi a guardarla e bere dalla fonte che la bagna. Se qualcuno dovesse offrirsi di curare la piccola felce, ditegli “No, grazie, ella sa curarsi da sé”.

mustafa-soydan-astro-illustrations-AquariusAcquario:
sappiate che non c’è nessun articolo, legge, comma, normativa o codicillo che vi obbliga a rispondere al telefono. “Mobile” o “fisso” che sia. Spegnetelo. Spegnente le voci che vi tirano da ogni dove e vi strappano le carni a furia di pizzicotti minuscoli e diffusi, piccoli whatsapp che vi mordono come boccucce di piraña incattiviti da una pessima sceneggiatura di un film dell’orrore. Riprendete il controllo di voi stessi: prima le risposte alle vostre domande, poi il resto.

mustafa-soydan-astro-illustrations-piscesPesci:
degli occhi azzurri vi hanno guardato: vi avete visto dentro uno specchio di compassione. “Come mai –vi chiedete- desto compassione in chi mi conosce?”. Siete fuori strada, scambiate la pirite con l’oro, e l’oro con pirite. Non si tratta di compassione ma di semplice simpatia, affettuosità e senso di reciproca umanità. Non avete un trono da cui essere deposti, una corona che vi possa essere rubata, o dei superpoteri da perdere.

I luoghi dei giardini sono l’amore, la morte, il ricordo

http://dyingofcute.tumblr.com/post/6031908923/william-morris-david-austin-old-english-rose
http://dyingofcute.tumblr.com/post/6031908923/william-morris-david-austin-old-english-rose
Sin da giovane giardiniera ho ravvisato un legame segreto tra il giardino e la morte.
Da sempre, facendo giardinaggio, ho sentito questa idea accompagnarmi lungo un sentiero di rose e peonie. Ero divisa dalla lussuria e dal romanticismo che mi coglievano sfogliando i cataloghi di rose e il senso di morte quando ero in giardino. Potevo fissare per ore un singolo punto di una pagina del catalogo Austin e sognare amori passionali e dannati, magari un po’ teatrali, poi andare in giardino e –tra una vangata e l’altra- sentire la surreale idea di stare scavando la mia fossa.

Poi la morte arriva davvero, non la tua ovviamente, e i pensieri si fanno più logici, meno immateriali, perdono in gentilezza, guadagnano in capacità analitica.

È stata Mara Miller* ad aprirmi gli occhi: i giardini non sono un’articolazione dello spazio, ma piuttosto del tempo. Il fatto che il giardino si sviluppi unidirezionalmente lungo la freccia del tempo, la sua natura ciclica, il suo dialogo incessante col flusso del pensiero, con il nostro movimento, con la percezione fisica del nostro essere, mi convincono sempre più profondamente che il luogo dei giardini non sia solo tangenzialmente lo spazio tridimensionale, ma che la loro vera essenza debba essere collocata nella quarta dimensione.

Lo spazio sarebbe solo casuale, un “posto” a cui ancorare tutto ciò. Ecco perché le definizioni “spazio verde” e “area verde” sono incomplete, poiché vi manca l’indispensabile legame col tempo e con l’umano, che solo il “luogo” possiede.
Il vero giardino raccorda tutti questi elementi: umani, emotivi, logici, eidetici, ed ecco perché alcuni accorsatissimi giardini di grandi landscape artist mi sembrano solo delle attrazioni turistiche buone per far staccare tanti biglietti d’ingresso.

Il tempo, il paesaggio, i biglietti d'ingresso
Il tempo, il paesaggio, i biglietti d’ingresso

Mi torna sempre in mente la storia del Vicario Gibbs, come a martellarmi la testa.

Questo Gibbs visse alla fine del 1800 e partecipò ad un numero inimmaginabile di concorsi per floricoltori. Era un collezionista, un ibridatore e un uomo della sua epoca, aveva ammodernato la tenuta del padre ad Aldenham e vi produceva fiori e frutta da concorso a tutta forza.
Tra lui e il suo giardiniere si portarono a casa più di 100 medaglie della RHS.
Poi Gibbs morì nel ’32. La sua favolosa tenuta fu lottizzata e venduta. Trent’anni dopo non c’era quasi più niente del meraviglioso giardino di Aldenham.
Oggi non so cosa ci sia: una strada, un ufficio postale, una fabbrica di scarpe, dei villini popolari.

Ho sempre pensato di non essere un buon essere umano, di avere qualche avaria, di essere difettosa. Ho sperato però che avrei potuto contribuire “con il mio verso” al “potente spettacolo che continua”, e ho sempre desiderato di lasciare dietro di me se non dei buoni ricordi, almeno un buon giardino.
La storia del Vicario Gibbs ci dice che no, che non è così, che non puoi sopravvivere alla morte neanche tramite ciò che ti sopravvive, come un giardino.

Rudolf Borchardt** diceva che l’autentica poesia parla di “amore e morte”.
Mi pare che questo valga anche per il giardino: anche il giardino, quello vero, parla questi due linguaggi simultaneamente. Oggi amerai, domani morirai, e gli alberi saranno qui a vegliare sulla tua tomba, di questo sii consapevole mentre vivi, sussurra il giardino. E dunque il giardino assume un valore sacrale perché mette in comunicazione e in diretto contatto il presente (incerto) e il futuro (certo).

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Ma nel mondo moderno possiamo ancora permetterci di concedere valore sacrale al giardino, quando questo è afflitto da tecnicismi insopportabili e da autoreferenzialità e citazionismi anche un po’ ridicoli? Quanta distanza stanno mettendo tra noi e i giardini i rendering degli studi di architettura?

Per me il giardinaggio, come l’arte, è una “ricompensa”, come diceva Montale, “una forma di vita per chi realmente non vive”.

Gibbs è morto, il suo giardino pure, e io non mi sento troppo bene.

http://eugeniomontale.xoom.it/ps_falsetto.html
http://eugeniomontale.xoom.it/ps_falsetto.html

*MARA MILLER The Garden as an Art SUNY Press
**RUDOLF BORCHARDT Il giardiniere appassionato, Adelphi

E poi c’era Chris

chris evertC’era Martina, e poi c’era Chris.
Chris Evert.

Bella, bellissima, stupenda. La Barbie faceva la figura da stracciona confronto a lei. Romantica, originale.
Martina, un fascio di genio, muscoli e allenamento, che l’hanno resa la persona che ha giocato il miglior tennis della storia. Piatta, affusolata, con delle ginocchia da farti spavento, e i capelli lisci e dritti come spaghetti, color biondo lavastoviglie.
Irriducibili l’una di fronte all’altra. Amiche fuori dal campo.

C’erano Martina e Chris, e con enorme distanza, tutte le altre.

chris evert maglia arancio

Chris Evert ha avuto il dritto più spettacolare della storia del tennis femminile. Forse non il più forte. Non forte, non palestrato, non urlato, come quello di Steffi Graf o di Monica Seles, ma che spettacolo, signori.

Mano sinistra avanti, apertura, ginocchia piegate, e via, il colpo la faceva scattare come un elastico che appoggiava la pallina all’incrocio delle righe.

chris evert dritto

Elegante, composta, waterproof, mai banale e mai arrendevole. Micidiale come un martello in mano a un cecchino. Quando Martina scendeva sulla terra contro Chris, tremavano le ginocchia anche a lei.

C’è Martina e c’è Chris. E poi -con infinita distanza- tutte le altre.

Rosa 'Chris Evert'
Rosa ‘Chris Evert’

“Giardiniere per diletto” recensito da “Giardinaggio Sentimentale”

Giulia_CapotortoPubblico con orgoglio il link della recensione di Giulia Capotorto su Giardinaggio Sentimentale, dicendo che di più non avrei osato sperare. Mi sembra che, dopo le critiche negative, le incomprensioni e le piccole e grandi avversioni che questo libro ha suscitato, le acque si siano calmate.

Il perchè è semplice: ormai il gusto è cambiato.
Ciò di cui parla Giardiniere per diletto è storia, e nessuno si sente più tirato in ballo o “offeso“.

Anche per questo motivo sento che mi preme dentro un “Novissimo giardiniere per diletto, riveduto e corretto”, che mi balla in testa, mi balla in testa.

Guerra fresca (l’estate del nostro rancore)

“Gli italiani[1] non amano gli alberi” è il titolo di un articolo di Severgnini sull’arboreità (scusate, ma scrivere “sul verde” mi avrebbe prodotto un attacco di gastrite). È di qualche anno fa e non ricordo su quale testata comparve, ma penso che sia ancora facilmente reperibile sulla rete. È sicuramente vero che gli italiani[2] non amano gli alberi, e ne potrei fornire diretta testimonianza, ma quello che è più che certo è che ne amano moltissimo l’ombra.

Specie quando è estate.
Specie quando devono parcheggiare.

Dopo aver tutto l’anno, ripeto, tutto l’anno, attuato strategie più o meno diplomatiche, che passano dal biglietto da visita di un giardiniere ad un’offerta di aiuto nel trovare una persona “in gamba, che vi farà un bel lavoretto senza spenderci troppo”, a minacce, a reprimende e litigate per strada, il vicino, in estate trova finalmente una olimpica pace al suo odio per i rami che sporgono.

Perché sotto può piazzarci la macchina.

Avendo una delle poche case -anzi, ora che ci penso, la sola casa- che faccia un po’ d’ombra sull’asfalto anche in estate, tutti i vicini si fiondano a parcheggiarci sotto, occupando tutto il perimetro utile. Ognuno ha un suo stile: c’è chi lo fa con la grazia di una ballerina, occupando più spazio del giusto, e uscendo dall’auto come una modella. C’è chi lo fa in maniera arrogante, piazzando la propria auto esattamente il cancello di casa nostra, costringendoci a fare chilometri per portare le buste della spesa e le bottiglie d’acqua. C’è chi lo fa da “imbucato”: trova mezzo spazio libero e ci si infila di prua, con una ruota sul marciapiede, lasciando la prora dell’auto in mezzo alla strada. C’è ancora chi lo fa al risparmio, riuscendo ad infilare la macchina in spazi angusti, al millimetro, accanto ad altre macchine, laddove sarebbe sembrato impensabile. Ovviamente questo provocherà qualche disagio alla macchina precedente e a quella successiva, che probabilmente non riusciranno a disincastrarsi, ma ciò non conta: anche lui ha avuto il suo spazio a fresco dell’ombra.

Alcuni vicini arrivano da strade limitrofe per parcheggiarci sotto il muso: è una sorta di guerra fredda a chi si accaparra il posto migliore.
Naturalmente io e i miei siamo costretti a parcheggiare sotto casa dei nostri vicini: una scatola di cemento armato con forse un balcone, in pieno sole.

A dire il vero non mi ero mai resa conto che la mia piccola casa potesse avere questa forma di attrattiva e questa “speciale” qualità: quella di attirare i cacciatori d’ombra.
Ma solo d’estate: nelle altre stagioni è tutto un “signora, le more cadono per terra, signora si scivola”, “guardate che dovete tagliare le rose perché non sono ad altezza regolamentare”, “signora qui è l’ENEL, il glicine che cresce nel vostro giardino potrebbe arrampicarsi sul filo e strapparlo”.
E dunque cosa si fa?  Si costruisce una casa, se ne stabilisce un perimetro in tutte e tre le dimensioni spaziali, larghezza, altezza e profondità,  e tutto quello che esubera viene tagliato? In questo modo avremmo dei meravigliosi villini con la vegetazione scolpita a filo come se si trattasse di un muro verticale di Patric Blanc. Bello per uno scenario di fantascienza.

Nessuna concessione  -non dico al disordine – ma alla vita. Siamo così abituati a controllare la natura che pensiamo che essa possa, anzi debba, svilupparsi secondo i limiti, le regole, i canoni, e le limitazioni che noi le imponiamo. L’assoluta ignoranza del “vicino” e delle amministrazioni comunali in materia di natura e biologia, non contempla perimetri un po’ più disordinati, alberi fatti crescere con le chiome in libertà, tappeti erbosi fioriti, sinonimo non di trascuratezza e sporcizia ma di eco-diversità, biodiversità, vita, o come volete chiamarla. I bordi delle strade devono essere puliti fino a scoprire il color paglia delle erbe morte, ma a chi vuoi che diano fastidio un po’ di fiorellini lungo il bordo stradale?

L’assessore all’ambiente, con tono perentorio, sostiene che “le erbacce vanno tolte”, anche quando queste siano patrimonio di ricchezza e promessa di vita in futuro. Le cose che “fanno bene” (guarda tu, come fosse una medicina) alla popolazione sono i parchi gioco zeppi di pubblicità, i premi “miss questo o miss quello”, i lidi lungo le spiagge, i dancing, i ristoranti, i pub, le birrerie, le feste paesane, le sagre, le feste patronali, le discoteche,  i locali notturni e le feste rionali. Non di certo la sanità pubblica, una viabilità che sia meno che orrorifica, la preservazione del nostro poco, pochissimo patrimonio arboreo  e di quello floreale, ormai volgente alla gariga anche i luoghi meno ruderali.

I margheritoni, la violacciocca delle spiagge, i loti, la veccia bianca e le graminacee spontanee, di una delicatezza eterea e di un colore verde limetta, soffici come piume d’angelo, che dall’inverno a metà estate rendono aggraziata una miserevole pista ciclabile cittadina, e che sono il piccolo popolo residuo della vasta comunità della flora psammofila delle nostre spiagge, devono essere senza pietà eliminate, in modo da dare l’idea di pulizia e di ordine.

La stessa che chiede il “vicino” durante l’inverno, quando nella sua macchina non fa caldo.

Non si tratta di due o tre margherite o di un paio di alberi finiti sotto la motosega. Si tratta di qualcosa di ben più pericoloso e deleterio: l’incapacità di vedere la bellezza, e la bellezza della vita, laddove si presenta, e la mancanza di intelligenza di preservarla e curarla come il più grande tesoro che possediamo.


[1] Su questo sito non troverete la parola “italiani” scritta con la maiuscola

[2] Vedi nota 1

Una tomba per le lucciole

luccioleIeri abbiamo visto una lucciola.
La vediamo per pochi giorni l’anno, uno, due, a volte tre.
Sin da quando le lucciole sono sparite dalle città e dalle campagne, questa è rimasta nel nostro giardino. Non so se sia sempre la stessa, ma penso di sì. E ho idea che sia un signore, un signore di mezz’età (quale sarà mai la mezza età per una lucciola?) , con una valigetta e un completo grigio un po’ impolverato, troppo grande e sformato.
Probabilmente viene in quei pochi giorni, guarda tu, vicini alla festa di San Giovanni, per qualche affare con le Fate. Nella valigetta ci sarà qualcosa destinato a loro, oppure a Gnomi, Folletti, Picchiettanti.

Le Fate hanno un vasto giro di amicizie.

Spero che il Signor Lucciola torni ogni anno per molti anni ancora.
Si acquatta nella zona più umida del giardino, dove il tubo ha una perdita e l’acqua spruzza intorno, bagnando tutto. In quel punto ho seminato aquilegie, nicotiane e violette.

Le lucciole erano “fuori dal giro” già quando io ero piccola, negli Ottanta. Il loro habitat massacrato dai diserbanti, dagli incendi, dalla cementificazione, dalla copertura dei torrentelli e dei corsi d’acqua, loro stesse falcidiate dagli insetticidi chimici per l’agricoltura e il giardinaggio, e per ultima piaga, la siccità.

Ne ricordo un gruppo, fluttuante come pulviscolo in una lama di luce, in un grosso incavo di un vecchio ulivo. E poi un ricordo anteriore, sbiadito, che non so più collocare né disegnare nella mia mente.
Posso mettere insieme un paio di immagini ferme, ma non riesco a farle girare come un film: una discesa erbosa in un giorno caldo, ombreggiata da alte querce, con una fontana di pietra e un asino legato a qualcosa, un albero, un palo. Una camera rosa. Un campo di rape. Una stufa, una cassapanca.
E questo è tutto. Ho dimenticato tra quale e quale fotogramma fossero le lucciole, se tra la camera rosa e le querce, o il campo di rape e la stufa.

Sembro l’unica a rimpiangerle: certo, non sono sparite ovunque, e dove vivono numerose ci si sente fortunati, in quanto considerate “insetti indicatori della qualità dell’aria”. Chissà cosa ne penserebbe il Signor Lucciola.
Non c’è nessuno che si preoccupi più delle lucciole, le garden-archi-star ci tengono a farci sapere che le panchine sono state messe in un certo modo per poter garantire la visuale di questo o quel punto focale, o che gli onopordi se ne vadano a spasso a metter radici dove più gli aggrada, o che i muri possano avere tutte le sfumature del verde.

Ma niente lucciole. Nessuno progetta dei giardini per le lucciole, o anche per le lucciole.
Eppure mi chiedo se esiste un insetto più incline alla magia e alla poesia, di cui il giardino dovrebbe essere permeato. Le lucciole esistono solo nelle fiabe e nei racconti per bambini.

Seita e Setsuko ne sono letteralmente circondati nel loro rifugio nelle campagne attorno a Kobe, incendiata dagli americani. Il campi, il riso, l’umeboshi aspro e salato, la pianura aperta e sventrata da bombe e incendi. Riparati in una grotta per sfuggire alla distruzione, l’uno sostegno dell’altra, vivranno per mesi accanto ad un rivo d’acqua, coltivando angurie, rubando cavoli ai contadini, e patendo la fame. Moriranno uno dopo l’altra, avvolti dalle lucciole. Dopo la guerra e l’incendio, Kobe torna ad essere splendida e lussureggiante come prima; delle ragazze eleganti, tutte trilli e gridolini, esclameranno “Non è cambiato niente!”. Forse non si sono accorte che le lucciole iniziavano a sparire già da allora.

Grey diceva: “Il mare era blu? Non ci credo”. E James Cole: “Mi piace il vostro secolo, avete le rane”.

Chi racconterà delle lucciole? Nessuna profezia sulle lucciole, come per le api. Alle lucciole occorre solo una tomba.

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‘Aloha’ – Boerner- USA 1949

Progenitori: ‘Mércédes Gallart’ x ‘New Dawn’
Dimensione: fiore 9 cm
Profumo: intenso, fruttato e dolce
Molto rifierente
Dimensioni: 3m/2m
Rusticità: Zona 5

Molti sostengono che ‘Aloha’ è la migliore tra tutte le rose rampicanti. I fiori si aprono lentamente da boccioli che hanno forma simile a quella degli ibridi di tea, e che non sembrano avere il gran numero di petali che mostrano quando sono completamente aperti. L’aspetto globale dei fiori è rosa intenso, ma la loro colorazione è in realtà più complessa: i petali interni sono rossi e e appassendo sbiadiscono verso un cremisi pallido con un accenno di salmone o terracotta, mentre i petali esterni all’inizio sono rosa scuro e appassendo diventano di una tonalità rosa chiaro. Tutti i petali hanno il margine pallido, con il retro e la base più scuri che danno un effetto quasi bicolore. L’acqua sgocciola bene dai petali e l’umido non li fa appallottolare. I fiori sbocciano in mazzetti, occasionalmente solitari, e durano a lungo recisi. La pianta ha foglie molto lucide, che sono color bronzo scuro da giovani e verde scuro in seguito, ma sono sempre spesse e cuoiose. Fiorisce liberamente e ha una buona rifiorenza; può essere coltivata come rampicante.

Charles e Brigid Quest-Ritson, Grande Enciclopedia delle rose -The Royal Horticoltural Society-DeAgostini

I miss you Mimma

Aspetto Cittanova Floreale come l’acqua nel deserto, non tanto per le piante, quanto per poter parlare di giardini e del mondo dei giardinieri. Domenica 1 è stata una giornata indimenticabile (in senso negativo). Sicuramente una delle giornate più significative della mia vita.
Sono uscita di casa con pochi spiccioli, nella speranza di un po’ di brodo caldo per l’anima, la speranza di ritagliarmi uno spazio per me, in cui poter essere me stessa.
Più che l’idea consolatoria di portarmi a casa qualche creatura di selvaggia o domestica bellezza, cercavo Mimma Pallavicini.
Quando mi hanno detto che non c’era per “un problema” mi è subito venuta in mente la celebre frase di Senna “I miss you, Alain”.
In effetti quel che volevo da Cittanova Floreale quest’anno sarebbe stato monopolizzare Mimma per lamentarmi sullo stato della cultura giardinicola attuale.
Forse volevo vedere quante volte sarei riuscita a ripetere “che schifo, che schifo”. Mi immaginavo abbandonata su una panchina, seduta con Mimma, a ripetere “che schifo, che schifo”.
I giardini di oggi fanno schifo, ma veramente. I libri tutti da buttare, anche i miei. L’establishment diventato sempre più aggressivo, prescrittivo. La fotografia che sta sbranando il giardino. L’aridità, la falsità, l’ottusità, la pubblicità.

Che schifo, che schifo. L’orrore, l’orrore.

I miss you, Mimma.
Forse avresti trovato qualcosa da dirmi. Peccato che non c’eri.

Pare che vieni da Agnana!

Curva pericolosa

Gerace (6)