Il giardino si addice agli animali. Anche da morti.
Ho in mente racconti di persone che ricordano di come il loro cane sia morto improvvisamente, abbaiando ad un camion, Così, senza preavviso.
Ho in mente Poltergeist, e il funerale dell’uccellino: Una coperta per quando ha freddo, un pezzo di pane per quando ha fame, una foto per quando si sente solo.
I miei animali sono sempre morti ammazzati, stritolati da automobili, o per malattie. Non ho mai avuto il bene di vedere un animale spegnersi placidamente, tra le mie braccia, ronfando, senza soffrire.
Ho in mente un articolo di Natalia Aspesi, che raccontava del grido angoscioso della sua gatta dopo che le fu fatta “la puntura” .
Ho in mente Pet Semetary di Steven King, ho in mente Il sesto giorno e la Re-pet, la multinazionale che clonava gli animali morti.
Ho in mente il volto sfigurato della mia Sinfo quando l’ho trovata per strada, cinque anni fa.
Non riesco più a contare gli animali sepolti nel mio giardino, so solo che sono tanti e che a volte ho paura di scavare.
Non ho foto delle mie tombicine, mi sembra sempre una violazione del diritto al dolore della morte, che deve rimanere solo per noi, e non per gli altri.
Ci ho piantato vicino dei bulbi, che si adattano bene per la loro qualità di uteri fecondi che generano il fiore dentro di sè. Piccoli narcisi, come il ‘Minnow’, lo ‘Zhiva’ o il ‘Téte à Téte’. E ancora le oxalis a foglia maculata, sempre piccole, da tenerle in mano come gattini.
I cimiteri sono nati come giardini. I giardini accolgono senza distinzione la vita e la morte, la nascita, la fecondità, ma anche la cessazione dell’esistenza.
Spero che esista un paradiso anche per gli animali.
Mukaroski è un filosofo che si fa una domanda e si dà una risposta. A differenza di Burke, Hume, Hutcheson ed altri che pongono domande ma evitano accuratamente di dare una risposta.
Domanda: che cos’è l’estetica?
Risposta: la scienza della funzione estetica.
Che cos’è la funzione estetica?
Il rapporto dell’uomo con la vita.
Grazie signor Mukaroski, iddio ti benedica mille volte.
Questo libro è appassionante come un romanzo giallo, ad ogni pagina un’illuminazione: e sono solo all’inizio.
E pensare che il giorno mercoledì 24 Settembre del 2008, alle ore 12:14 un tale mi ha detto …contento per Lei, Sig.ra Lidia. Sulla base del solo studio, saremmo tutti uguali….
Come spiegare a persone di questa risma, che hanno -per loro fortuna- la testa al fresco, che è proprio la conoscenza delle cose che ci rende più partecipi della vita, più indipendenti dalle opinioni degli altri, maggiormente in grado di affrontare e risolvere i problemi che la vita ci pone, senza contare che ci rende ogni esperienza molto più ricca e piacevole?
Probabilmente l’autore di questa frase legge solo “Tv Sette” e “Pomeriggio 5” gli sembrerà un programma di approfondimento.
E ovviamente si terrà ben lontano da libri che non siano gli annuari del campionato di serie A.
Quando i politici non sanno che fare, allora “riqualificano” qualcosa. Come se andassero a cercare il Santo Graal.
In queste settimane c’è un certo dibattito sulla futura “riqualificazione” (termine torbido, inconcludente, doppiogiochista) della villetta antistante il Municipio di Locri.
Dovete sapere che il Municipio stesso è stato “riqualificato” ed ora sembra una torta glassata alla maracuja. Sempre meglio di quello di Siderno, che dopo essere stato passato sotto “riqualificazione”,sembra una torta ai frutti di bosco.
Insomma, davanti al comune c’è questa villetta, dove tutti gli studenti, da cinquant’anni a questa parte sono andati a sbaciucchiarsi dopo aver salato la scuola.
E’ una villetta molto brutta. Cionondimeno è la più bella del circondario. Questo vi dice qualcosa?
E’ sovraffollata di piante perlopiù insignificanti, come pini, pittosfori, melangoli, acacie, bossi, lantanas, oleandri. Io non ci ho mai passeggiato con grande piacere, ma almeno ci ho potuto passeggiare. I viali, infatti, sono un po’ a zigozago e per le nostre povere risorse è diventata, senza averne velleità, una sorta di “stroll garden”.
Le piante poi, furono regalate all’amministrazione dalla comunità locrese, ecco perchè sono piuttosto varie e scompagnate, overpiantate. Villetta di Locri lato Nord
La Villetta di Locri ha ormai acquisito una sua dignità storica. Non ha bisogno di riqualificazione, se non l’eliminazione delle thuie, che effettivamente disturbano, e di di un paio di pini che si danno fastidio tra loro. Le altre piante possono essere espiantate e ripiantate altrove, qualora ce ne fosse bisogno.
Adesso cosa succede? Che un progettino mal scritto, di dubbia credibilità, propone la creazione di un giardino all’italiana, con siepi di bosso, parterre e vasche centrali.
Insomma, come se il fazzolettino di terra davanti al municipio fosse Vaux-le-Vicomte.
Che si può dire senza sembrare banali e queruli? Nulla se non che tanto il comune farà quel che ha deciso di fare senza che l’opinione pubblica possa fiatare. Nient’altro che dire che se si doveva dar da mangiare alla solita comunella dei mafiosi ammanicati con le istituzioni, si sarebbe potuto scegliere un posto dove gli alberi NON ci fossero.
Poi parlano male di noi. A me viene in mente che un motivo forse c’è. Villetta di Locri, lato Sud
Sub specie provincialis: Torino batte Milano un sacco a zero.
Torino è una vera gran signora, una dama dell’Ottocento con i guanti lunghi, la crinolina e le scarpette di raso. Il parco del Valentino è in bellissima posizione, vicino al Po, che è di quel colore verde opaco che hanno i fiumi delle città, attorniato da una cinta di collinette, su cui la foschia si attarda facendo galleggiare alberi e castelli.
I suoi porticati e le strade larghe e alberate ne fanno una madama generosa, che ama la vita notturna ma che non indulge nelle trasgressioni.
Milano, se la bevi ti strozzi. La Galleria, sì, ma è corta, persino più corta del Lungomare di Siderno. La periferia, anche quella non degradata, è costellata da reti arancio da cantiere, lavori in corso e transenne. Andando dall’indiano sembrava di camminare per Reggio Calabria.
La stazione, poi, non ne parliamo: su e giù per le scale mobili alla ricerca di una cabina telefonica, i panini del bar sapevano di cartone e una biro costa settanta centesimi, la gente che ti dà indicazioni frettolose e incomplete. Il meglio è stato il colore rosato del tramonto che si depositava sugli specchi del grattacielo Pirelli.
Alla fine bisogna ben dire: viva Roma!
Io non viaggio mai. Ogni viaggio, anche da qui a Reggio Calabria, per me è un’avventura.
La presentazione del mio libro Giardiniere per diletto a Imola e Torino è stata più che avventurosa, soprattutto nella sua parte finale.
A Imola la presentazione è stata un successo, per me un bagno di folla. Ero emozionatissima e per fortuna Lidia senior e GardenGigi mi hanno tenuto su di corda. Mario Cacciari è stato gentilissimo e incoraggiante. C’era il garden club “Mignolo Verde” e la sua presidente Gabriella Assirelli, una persona simpatica e gentile.
A Torino l’evento è rimasto un po’ ai margini, e se non fosse stato per la navigata conoscenza dell’ambiente di Mimma Pallavicini, la mia relatrice, me la sarei vista davvero brutta.
Mimma mi ha organizzato la presentazione nonostante io mi sia proposta con brevissimo anticipo. Senza conoscermi si è data molto da fare per me, organizzando anche un aperitivo fuori programma. Le sono molto grata.
La parte migliore però- lo confesso- è stato l’incontro con gli amici del forum. A Imola ero ospite da Lidia (Sally Holmes) e ho incontrato Gigi (GardenGigi) Stefano (Acerobis), Gianni (Gianni.ravenna), l’orso Yoghi più buono del mondo.
A Torino invece “mi ha tenuta” Niknik962, siamo stati raggiunti da Maria Acquaria (Macquà) e poi abbiamo visto Sandra (Judetheobscure), che sembra un po’ Maria Amelia Monti, poi c’erano i famigerati Lukus e Vincenzo, c’era Kookaburra, e confesso che mi ha intenerito vedere Genepy. Abbiamo incontrato anche Jardinero, e al banco dell’ADIPA c’era Ortica e poi è arrivato Mex che ci ha insegnato come costruire un giardino nel piatto. Quando hanno detto che Mex parlava del giardino nel piatto, ho pensato tenesse una conferenza sulle piante eduli.
Le mie peripezie: alla stazione di Imola mi accorgo di avere dimenticato la giacca, tanto che sono dovuti andare a prendermela. Ad Imola, da Lidia senior, ho dimenticato anche il caricabatterie, perciò ho usato quello da auto di Nik, ma ci ho lasciato attaccato anche il cellulare.
Nik per fortuna se n’è accorto ed ha attivato una rete di Lidia-salvataggio: ha chiamato Trem per farmi recuperare alla stazione di Milano. Lì abbiamo chiacchierato e mangiato dall’indiano, poi abbiamo fatto un giretto e infine ci siamo salutati. Io ho passato un po’ di tempo alla libreria Hoepli, dove mi sono vista vicino a Clément e alle sorelle Boland, ma ero così stanca che non riuscivo neanche ad entusiasmarmi.
Per tutto il tempo mi sono portata dietro l’edera che mi regalato Nik, l’ ‘Oro di Bogliasco’. Non ho perso quello che mi ero messa in tasca, e che pensavo che avrei perso: i pochi spiccioli per il caffè, dei semini di bella di notte e i ferretti per i capelli. Non ho perso niente di queste cose. Telefono, giacca e caricabatterie sì: ho seminato pezzi di me stessa in tutta Italia.
Il viaggio di ritorno è stato un incubo: meno male che avevo caricato centinaia di file audio in un pen drive, perchè il treno ha fatto due ore e mezza di ritardo. Il tratto da Battipaglia a Lamezia non finiva più.
Infine, eccomi qui, a casa, alla mia solita routine e al mio Mukarovsky.
Anche se il mio mondo è un filo paranoide, sono pur contenta di essere tornata a casa, dal mio paesaggio: Torino è molto bella, ma Milano e il suo hinterland mi hanno annoiata tremendamente, tanto che ho iniziato un libro a Vercelli e l’ho finito a Sapri. Era quello di Michela Pasquali I giardini di Manhattan. Storie di Guerrila gardens.
Fare la fila e aspettare il proprio turno sono due veri e propri mestieri.
Bisogna essere pratici, non fare come fanno tutti, lì in piedi a guardare se la porta si apre o se chi è di turno ha finito.
Se si va a fare la fila con un libro, tutto magicamente si aggiusta, e il tempo perso non sembra più tanto perso: ed in effetti non lo è. Aspettare è un mestiere
Per ora sto leggendo questo: Il significato dell'estetica
Una delle cose che può accadere quando si legge mentre si fa la fila, è che la mente sia più distratta e corra più facilmente verso altri pensieri. Improvvisamente, mentre leggevo, sollecitata da una parola, sono stata trafitta da un’idea: che fa la borghesia? Che fa la borghesia?
La borghesia, che sempre è stata fonte di rinnovamento politico, sociale, economico, morale, artistico, sembra essersi assopita, adagiata sul luogo comune, vendibile, o sul linguaggio accademico. Sembra aver perso il suo ruolo di innovatrice.
Se questo è vero per la politica e l’economia, è anche più vero per quanto riguarda il giardinaggio. L’élite intellettuale è quasi interamente di tipo accademico, a servizio presso il “principe” di turno (in questo caso il giardino “ricco”, da rivista, in tutte le sue declinazioni più o meno apprezzabili ).
Gli intellettuali innovatori sono soffocati da questo vecchio regime o annaspano alla ricerca di un posto a sedere in mezzo a coloro che sono al servizio del “principe”.
E tutti gli altri guardano…e intanto che guardano comprano.
Oggi è il 23 settembre. Una data che a molti non dice granchè, eccettuato l’inizio dell’autunno e la fioritura delle Clivia.
Ma oggi parte Frodo dalla Contea, com’era partito anche Bilbo, per il giorno del loro compleanno.
E’ una data nodale per il calendario astronomico, è uno dei due punti in cui il piano di rotazione della Terra e del Sole si intersecano, l’angolo di illuminazione alla tangente dell’equatore è 90°, il giorno in cui dì e notte hanno la stessa durata e in cui il Sole sorge esattamente ad Est e tramonta esattamente a Ovest.
E’ in fondo l’inizio e la fine di tutto.
E’ sempre stata una giornata importante per me, peccato ieri sia stata orribile, mercè due bibliotecarie fannullone e un armadio da smontare e rimontare.
Quand’ ero ragazza cercavo di “festeggiare” a mio modo…in quei modi sciocchi e delicati carichi di romanticismo individuale, senza importanza. Perlopiù leggevo brani del Signore degli Anelli, quando Frodo lascia Casa Baggins.
Poi per anni più nulla, neanche dopo il film-successo di Jackson che ha portato Tolkien alla ribalta delle scene del consumismo.
Giorni fa, senza apparenti ragioni, e senza tutti gli orpelli romantici e ingenui di cui mi circondavo un tempo, ho iniziato a rileggere IL Signore degli anelli, proprio partendo dal punto in cui Frodo lascia la Contea.
Ho detto: ne leggo un po’, tanto per rinverdire i vecchi tempi.
Poi sono andata avanti ed ora mi ritrovo senza accorgermene a non riuscire più a staccarmi dalla lettura. So già che non lo finirò: il solo pensiero di dover inseguire orchetti durante tutto il secondo volume mi annebbia il cervello.
Insomma, sto leggendo la parte “hobbitica”, più lenta, la meno apprezzata dai tolkieniani. Che è poi sempre stata la mia preferita.
Per chi volesse soffermarsi e abbia un po’ di tempo da perdere leggendo, riporto l’addio a Casa Baggins e l’arrivo in Tuclandia dal capitolo In tre si è in compagnia.
Il sole tramontò. Casa Baggins pareva triste, tenebrosa e devastata. Frodo girovagò per le stanze familiari, e vide la luce del tramonto scolorire sui muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Lentamente il buio inondò la casa. Egli uscì, scese per il sentiero fino al cancello, e fece pochi passi sulla Strada della Collina. Si aspettava quasi di vedere Gandalf salire verso di lui nel crepuscolo.
Il cielo era sgombro e le stelle cominciavano a scintillare. “Sarà una bella notte”, disse ad alta voce. “È un buon principio. Ho voglia di camminare, non ce la faccio più ad aspettare senza far niente. Io parto, e Gandalf mi seguirà”.
Si stava voltando per tornare sui propri passi, quando sentì delle voci venire da dietro la svolta di via Saccoforino. Si fermò. Una delle voci era senz’alcun dubbio quella del vecchio Gaffiere. L’altra non la conosceva, e suonava sgradevole. Non riusciva a capire ciò che diceva, ma sentiva le risposte del Gaffiere alquanto stridule. E il vecchio gli sembrò seccato.
“No, il signor Baggins è partito, è andato via stamani, e il mio Sam è andato via con lui. E comunque anche tutta la sua roba è partita. Sì, venduta e spedita via, vi dico. Perché? Non sono affari miei, e nemmeno vostri. Dove si è trasferito? Non è un segreto: a Buckburgo, o qualcosa del genere, laggiù da quelle parti. Sì, c’è un bel po’ di strada; io personalmente non ci sono mai stato: c’è della gente strana, lì nella Terra di Buck. No, non posso trasmettere nessun messaggio. Buona notte!”.
I passi si allontanarono giù per la Collina. Frodo si chiese come mai gli fosse di gran sollievo il fatto che non la risalissero. “Suppongo che sarò stufo di tutte queste domande e di questa curiosità ml mio conto”, pensò. “Che ficcanasi sono!”. Ebbe una mezza dea di andare a chiedere al Gaffíere chi gli aveva fatto tante domande, ma poi ci ripensò e tornò in fretta a Casa Baggíns.
Pipino era seduto sul suo fagotto nel portico, Sam non c’era. Frodo fece qualche passo nell’atrio buio: “Sam!”, chiamò. “Sam! E’ ora!”.
“Arrivo, signore!”, fu la risposta che giunse da molto lontano, seguita dopo qualche attimo da Sam, che si asciugava la bocca. Si stava congedando dal barile di birra in cantina.
“Hai fatto una buona provvista?”, chiese Frodo. ‘
“Sissignore, mi terrà su per un bel po’, signore”.
Frodo chiuse a chiave la porta rotonda e diede la chiave a Sam.
“Corri a portarla a casa tua, Sam”, disse, “poi taglia per via Saccoforino, e raggiungici al più presto davanti al cancello del sentiero al di là dei prati. Non attraverseremo il villaggio questa sera. Ci sono troppe orecchie tese e troppi ficcanasi”. Sam corse via a tutta velocità.
“Eccoci finalmente in marcia!”, disse Frodo. Si caricarono i fagotti sulle spalle, raccolsero ognuno il proprio bastone, e girarono l’angolo occidentale di Casa Baggins. “Addio! “, disse Frodo, guardando le buie finestre inanimate. Fece con la mano un cenno li saluto, quindi voltandosi si affrettò a raggiungere Peregrino (seguendo ignaro le tracce di Bilbo), giù per il sentiero del giardino. Saltarono la siepe in un posto dov’era più bassa e presero per i campi, attraversando l’oscurità come un fruscio nell’erba. In fondo al pendio occidentale della Collina, giunsero al cancello che si apriva su un piccolo sentiero. Si fermarono per aggiustare le cinghie dei loro fagotti. Infine apparve Sam, trotterellando veloce e respirando rumorosamente, col suo pesante fardello ben saldo sulle spalle, e con in testa un grosso e sformato sacco di feltro che chiamava cappello: al chiaro di luna rassomigliava molto a un Nano.
“Scommetterei che avete dato a me tutta la roba più pesante”, protestò Frodo. “Compiango le lumache e tutti quelli che si trasportano la casa sulle spalle”.
“Io posso portarne ancora, signore. Il mio fagotto è molto leggero”, mentì coraggiosamente Sam.
“No, no, Sam!”, disse Pipino. “Gli fa bene. Non ha altro da portare che ciò che ci ha ordinato d’imballare. È stato un po’ in¬dolente in questi ultimi tempi, e sentirà meno il peso del fagotto quando avrà smaltito un po’ del suo”.
“Sii buono con un povero vecchio Hobbit”, disse Frodo ridendo. “Sarò sicuramente più esile di un fuscello quando arriverò alla Terra di Buck. Ma stavo dicendo delle sciocchezze. Ti sospetto di averne preso più di quanto ti toccasse, Sam, e lo verificherò alla prossima sosta”. Riprese il suo bastone. “Ebbene, ci piace a tutti camminare nella notte”, disse, “perciò facciamo ancora qualche miglio prima di coricarci”.
Seguirono il sentiero verso ovest per qualche centinaio di passi, quindi l’abbandonarono per voltare a sinistra e prendere silenziosamente la via dei campi. Camminarono in fila indiana lungo le siepi e le bordure di piante cedue, e la notte li inghiottì. Nei loro mantelli scuri erano invisibili, come muniti ognuno di un anello magico. Essendo tutti Hobbit, e poiché si studiavano di essere silenziosi, il rumore che facevano era talmente impercettibile che nemmeno uno Hobbit l’avrebbe sentito. Passavano inosservati persino davanti agli animaletti selvaggi nei boschi e alle bestiole nei campi.
Dopo un bel po’ di tempo attraversarono l’Acqua, a ovest di Hobbiville, su uno stretto ponticello di tavole. In quel punto il corso non era che un nastro nero e contorto, orlato da ontani scuri. Qualche miglio più a sud, attraversarono veloci la grande strada del Ponte sul Brandivino; erano giunti in Tuclandia. Voltarono verso sud-est in direzione del Paese dalle Verdi Colline. Quando ebbero percorso i primi passi di salita, si voltarono per vedere le luci di Hobbiville brillare in lontananza nella dolce valle dell’Acqua. Ma ben presto sparirono tra le falde delle colline immerse nella notte. Intravidero anche Lungacque, accanto al suo lago grigio. Quando finalmente la luce dell’ultima fattoria sparì nell’oscurità, Frodo, guardando furtivamente fra gli alberi, agitò la mano in segno d’addio.
“Chissà se guarderò mai più giù in quella valle”, mormorò pensoso.
Dopo circa tre ore di cammino, si fermarono per riposarsi. La notte era chiara, fresca e stellata, ma spirali di nebbia salivano dai ruscelli e dagli umidi prati, simili a fumo, arrampicandosi lungo le falde dei colli. Le betulle semispoglie si dondolavano sulle loro teste a un debole venticello, stagliandosi come una rete nera contro il cielo sbiadito. Dopo un pranzo molto frugale (per degli Hobbit), proseguirono, giungendo presto a uno stretto cammino che andava su e giù, diventando di un grigio pallido nell’oscurità davanti a loro: era la strada che portava a Boschesi, Scorta e al Traghetto di Buckburgo. Si arrampicava lontano dalla strada maestra e dalla valle dell’Acqua, attorcigliandosi su per le falde delle Verdi Colline, fino a Terminalbosco, un angolo selvaggio del Decumano Est.
Percorse ancora un paio di miglia, s’inoltrarono in un viottolo tagliato profondamente nella roccia, a cui sovrastavano grandi alberi che lasciavano stormire le foglie secche nella notte. Era perfettamente buio. Prima cantarono, o fischiettarono assieme una melodia, essendo ormai lontani da orecchie indiscrete; quindi_ proseguirono in silenzio e Pipino cominciò a rimanere indietro. Infine, allorché si misero a scalare una pendice ripida e scoscesa, si fermò e sbadigliò: “Ho tanto sonno che fra poco crollo in mezzo alla strada. Avete intenzione di dormire in piedi, voi? È quasi mezzanotte”.
“Credevo che ti piacesse camminare di notte”, disse Frodo. “Ma non c’è tutta questa fretta; Merry ci aspetta dopodomani, perciò abbiamo altri due giorni a disposizione. Ci fermeremo al primo posto adatto”. “Il vento soffia da ovest”, disse Sam. “Se andiamo dall’altro lato di questo colle, troveremo un posto abbastanza comodo e ripa¬rato, signore. Se la memoria non mi tradisce, un po’ più avanti dovrebbe esserci un bosco d’abeti non troppo umido”. Sam conosceva bene il paese nel giro di trenta miglia da Hobbíville, ma quello era il limite delle sue conoscenze geografiche.
Poco oltre il colmo della collina videro il bosco d’abeti. Abbandonarono il viottolo e si inoltrarono nel buio resinoso degli alberi, raccogliendo pezzi di legno, rami morti e pigne per fare un fuoco. Presto in mezzo a loro, ai piedi di un abete secolare, crepitò un’allegra fiamma; rimasero seduti fin quando le teste incominciarono a dondolare. Poi, ognuno nel proprio cantuccio fra le radici del vecchio albero imponente, si raggomitolarono avvolti in coperte e mantelli, e caddero subito in un sonno profondo. Non fecero turni di guardia: persino Frodo non temeva alcun pericolo, poiché erano ancora nel cuore della Contea. Qualche piccolo essere incuriosito si avvicinò a osservarli quando si fu spento il fuoco. Una volpe, che attraversava il bosco per affari suoi personali, si arrestò qualche minuto ad annusare.
“Hobbit!”, pensò. “Incredibile! Avevo sentito dire che avvenivano strane cose in questo paese, ma trovare addirittura degli Hobbit che dormono all’aria aperta sotto un albero! E sono in tre! C’è sotto qualcosa di molto strano”. Aveva perfettamente ragione, ma non riuscì mai a scoprire che cosa.
Questa è la mappa dell’inzio del viaggio disegnata da barbara Strachey nel suo I viaggi di Frodo
I viaggi di Frodo, Barbara Strachey
Un altro dei miei pezzi preferiti è la partenza da Crifosso e la descrizione della grande Siepe, dal capitolo La Vecchia Foresta:
Frodo si svegliò improvvisamente. Era ancora buio nella stanza. Merry era lì in piedi che teneva con una mano una candela e batteva con l’altra sulla porta. “E va bene! Che succede?”, chiese Frodo, ancora scosso e confuso.
“Che succede!”, esclamò Merry. “È ora di alzarsi. Sono le quattro e mezza e c’è molta nebbia. Vieni! Sam sta preparando la colazione, persino Pipino è in piedi. Io ho già sellato i pony e ho portato qui quello da impiegare come portabagagli. Sveglia quel poltrone di un Grassotto! Si deve almeno alzare per salutarci e vederci partire”.
Poco dopo le sei, i cinque Hobbit erano pronti per partire. Grassotto Bolgeri stava ancora sbadigliando. Sgusciarono silenziosamente fuori casa; Merry, che era il capofila, conduceva un pony carico: presero un sentiero che attraversava un folto d’alberi dietro la casa e poi percorsero parecchi campi. Le foglie degli alberi brillavano e finanche il più piccolo ramo gocciolava: l’erba pareva grigia sotto una coltre di fredda rugiada. Tutto era tranquillo e i rumori molto distanti sembravano chiari e vicini: polli che schiamazzavano in un cortile, qualcuno che chiudeva la porta di una casa lontana.
Nella stalla i pony aspettavano: erano piccoli animali vigorosi, del tipo che piace tanto agli Hobbit, non veloci ma adatti al faticoso lavoro di una lunga giornata. Vi saltarono in groppa e qualche minuto dopo cavalcavano nella nebbia che pareva riluttante ad aprirsi davanti a loro e che si richiudeva repellente alle loro spalle. Dopo aver cavalcato lenti e silenziosi per circa un’ora, videro improvvisamente ergersi la Siepe. Era alta, imponente e intessuta di ragnatele argentee.
“Come farete ad attraversarla?”, chiese Fredegario. “Seguitemi”, disse Merry, “e lo vedrete”. Girò a sinistra e, dopo aver costeggiato la Siepe per qualche passo, li condusse in un punto dove essa si curvava verso l’interno seguendo l’orlo di un fossato. Il terreno era stato scavato a qualche distanza dalla Siepe, muri di mattoni, che da ambedue í lati del pendio si innalzavano severi e verticali, s’inarcavano improvvisamente, formando un tunnel che si tuffava in profondità sotto la Siepe per sbucare nel fossato dall’altra parte.
Qui Grassotto Bolgeri sii fermò. “Arrivederci, Frodo!”, disse. Desidererei tanto che tu non andassi nella Foresta. Spero solo te non abbiate bisogno di soccorso prima dell’alba. Comunque, buona fortuna, oggi e sempre!”.
“Se la Vecchia Foresta è la peggiore delle avventure che ci aspetta, allora siamo davvero fortunati”, disse Frodo. “Di’ a Gandalf che si affretti a seguirci sulla Via Est: noi la raggiungeremo fra breve e la percorreremo a spron battuto”.
“Addio!”, gridarono e, cavalcando giù per il pendio, il tunnel li inghiottì, sottraendoli alla vista di Fredegario.
Era buio e l’aria umida. All’altra estremità un cancello dalle sbarre di ferro grosse e pesanti chiudeva il tunnel. Merry smontò, aprì il catenaccio che lo teneva chiuso, e quando furono passati tutti lo riaccostò. Il cigolio dei gangheri e il clic della serratura suonarono minacciosi.
“Ecco fatto!”, esclamò Merry. “Avete lasciato la Contea. Adesso siete fuori, ai margini della Vecchia Foresta”. Ted nasmith, Leaving the Shire
Benchè sia un disegno un po’ aspro e duro, qualità tipiche dell’acrilico, è molto fedele: si percepisce l’aria umida del primo mattino, l’atmosfera di attesa e di tensione, si vede perfino Fredegario Bolgeri che saluta e torna sui suoi passi, e in altro a sinistra, le ragnatele nella Siepe.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)