E mo’ s’attaccamo tutti arca’

Niente di più vero. Una conferma -come se ce ne fosse bisogno- di quanto le tendenze estetiche, anche quelle che sembrano dettate da spiriti puri, siano sempre più legate al mondo del popolare e del massivo. Ne sono un esempio la moda Punk, del Vintage, dei tatuaggi e del piercing.
Un tempo erano gli arbiter elegantiarum a dettare le mode, oggi gli stessi arbiter si devono confrontare con le nicchie che diventano masse, e che sono sempre meno genuine e meno originali, meno istintive e creative.
E’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda.
E ora? Ora s’attaccamo a chi viene viene, basta che ci dica qualcosa di nuovo.

L’eredità del Kitsch. Scossa?

Questo sì che è Kitsch!

Faccio pratica con Ash

Un giardino color “maglione ceruleo”

Vi chiederete: cosa c’entra il giardinaggio con il maglione color ceruleo del Diavolo veste Prada?
Questa scena, in una manciata di secondi e con un’arguzia non raggiunta dal resto del film, spiega piuttosto bene il ciclo di vita dei prodotti del mercato, e quindi anche delle piante.

Siete quel genere di persona che si rifiuta di accettare che le piante siano -come ogni cosa venduta, acquistata o scambiata- soggette alle regole del mercato? Allora probabilmente vivete in una dimensione illusoria in cui l’uomo è padrone del suo destino, in cui ogni scelta è autonoma, assolutamente privata e personale, non influenzata dalla società e dalle pressioni del mercato.
Come ho scritto qui nessun giardino è neutrale. Il giardino è una posizione estetica che esterniamo nei confronti del mondo. La vera apragmosyne (in origine disinteresse alla vita politica, sanzionato con la morte) nel giardinaggio è non fare un giardino.

Le piante, nè più nè meno che gli oggetti di moda, hanno un loro ciclo di vita. Dapprima vengono acquisite dai consumatori “pionieristici” o élite intellettuali (come ad esempio lo sono stati i cibi poveri e la cucina tradizionale qualche anno fa), poi si estendono ad una fascia molto più larga di consumatori che li acquista dopo aver constatato che sono stati adottati dalle élite culturali. Successivamente si estendono ad una fascia ancora più estesa di persone che le acquisiscono semplicemente perchè se le trovano un po’ dappertutto, sulle riviste, nei vivai, sui cataloghi. Infine vengono più o meno abbandonate: un maglione basta gettarlo, ma con una pianta è più difficile, data la sua longevità e lentezza nel crescere, ecco perchè la mia antipatia per la bordura inglese, che meglio si presta allo shopping sfrenato, al cambio e ricambio stagionale, alla conformazione con il nuovo colore dell’intonaco.
A volte può accadere che vengano riscoperte dalle avanguardie artistiche, dagli arbiter elegantiarum e dalle fasce più alte di consumatori colti (e ricchi). E’ successo ad un milione di cose: ai film di Lino Banfi e Fantozzi, ai nani da giardino, al design degli anni ’50.

Siamo dunque al “limite del comico” quando compriamo questa o quella pianta pensando di aver compiuto una scelta “al di fuori delle proposte della moda”.
Quindi in effetti ognuno di noi indossa un giardino che è stato per lui selezionato da un gruppo esclusivo di persone… in mezzo ad una pila di piante.

Architetture e paesaggi in Labyrinth di Jim Henson. Matrici del gusto di un cult movie

Labyrinth (Dove tutto è possibile, recita il sottotitolo italiano) è un cult-movie per gli amanti del fantasy e per gli illustratori. Possiamo dire che tutto il resto delle persone non lo conosce affatto.
Ma come diceva Santayana, non importa a quanta gente piaccia una cosa, ma quanto piace a coloro a cui piace. Il che è una grande stronzata. Scusi senor Santayana.

Labirynth comunque non è un filmucolo passato alla storia con dubbi meriti, per puro ghiribizzo del caso. E’ invece un film ricchissimo di suggestioni, con una forte caratterizzazione estetica, in cui citazioni, fonti e rimandi sono vari e diversificati e nascono evidentemente da un gusto colto e raffinato, arguto, sottile. La matrice del gusto è molto strutturata e complessa.
Per questo è un cult-movie presso noi illustratori, anche per quelli che non hanno inclinazione al fantasy.
Farne una critica compiuta non è affatto semplice, ho raccolto in questo articolo i fotogrammi che ritenevo di maggior interesse, ma il lettore mi scuserà se ho tralasciato qualcosa.

scena iniziale labirynth
La scena iniziale, che a tradimento ha fatto immaginare a tutti di trovarsi in un mondo fatato del tipo Legend o The Princess Bride, è solo un inganno. Sarah “gioca alle fate”. La scelta del paesaggio è sottilissima. Un paesaggio più selvatico non sarebbe poi potuto passare per un parco cittadino, uno più caratterizzato architettonicamente non sarebbe passato per un mondo fantasy.
Occorre molto occhio per fare scherzetti del genere.
La scena è molto simile a quella iniziale di Alice, ma meno decorata, più “classica” (o meglio “neoclassica”…). Un prato verde e leggere pendenze, un ponte di pietra, un lago, un cigno: elementi classici delle fiabe, senza tempo. Eidos. O se vogliamo clichè.

Suonano le 7
campanile labirynth
e veniamo a scoprire che ci troviamo “quando” nel 1986, e da subito, anche “dove”, perchè la torre dell’orologio, costruzione tipica di ogni città americana, ha le fattezze caratteristiche di quelli del New England, come d’altra parte anche il paesino in cui Sarah corre. Le architetture sono neo-vittoriane e neo-georgiane. In veste più antica ed austera le abbiamo viste mille volte nei quadri di Edward Hopper e nei film di Hitchcock, come Gli uccelli o Psyco.
paese labirynth

pesino labirynth

paese labirynth

Gli interni della casa di Sarah sono molto eleganti, ben al di sopra di una normale “famiglia americana”, seppur benestante. C’è gusto, anche se la decorazione non manca, non è mai soverchia o pacchiana. L’elemento più distinguibile è l’arco d’entrata, di tipo ellittico, molto usato durante il periodo Liberty. L’arredo lascia vedere con chiarezza elementi elaborati nei muri (una mensoliera incassata con volta a platte-bande, delle sedie in stile Shakers tinte di scuro.
interno casa di sarah

La carta da parati è di colore non comune (un verde salvia piuttosto spento) con disegni tipici dell’Arts & Crafts di William Morris e John Ruskin.
carta da parati casa di sarah

L’arco ribassato, stile Liberty, di grande profondità dovuta allo spessore dei muri, è tipico delle case del New England che imitavano lo stile europeo fin de siécle. Anche qui notate i parati in stile Liberty.
arco ribassato

La cameretta di Sarah invece indulge al country, la coperta patchwork ne è l’esempio migliore.
sarah's room
Lo scaffale e le pareti affollate sembrano quelle dei racconti illustrati di Boscodirovo, di Jill Barklem, che ama disegnare scaffali stipati di cianfrusaglie e oggetti di ogni genere.
Alla parete si vede già un poster di Escher, dentro cui Sarah finirà alla fine del film. Un prodromo.

Cambiando scena arriviamo all’esterno del Labirinto.
esterno del labirinto
Il paesaggio è quasi cimiteriale, con tozze steli che rimandano agli storicismi ottocenteschi (per capirci, tra gli altri, la mania di avere i “reperti” egizi in giardino)

Hoggle

L’architettura è di un gotico muscolare, pesante, non manierato. Non rozzo, ma semplice, razionale, quasi rivisitato da un le Corbusier nel suo più felice periodo brutalista.
In alcuni punti il brutalismo è più evidente:
mano che indica
In altri punti invece la visione d’insieme potrebbe essere un bozzetto per il disegno del castello della Bella e la Bestia.
esterno del labirinto
I fiori sono radi, tutti bianchi, al massimo con una accennata sfumatura rosata. Questo per contrastare con il colore di fondo del muro e per essere il più visibili possibile. Sono radi, mai in gruppi, per non essere sdolcinati e romantici, e per avere un aspetto “medievale”. Insomma, un paesaggio che sembra uscito dalle tele di un Johmn Everett Millais che volesse dipingere il giardino di Ginevra.

All’interno textures indefinite e ancora muscolarismo, con il muro che si rastrema, per dare un’idea di maggiore solidità.
labirinto
Nei muri del labirinto i conci sono visibili, un accenno neomaya?
labirynth

labirinto

Cambio di scena: cambia anche il materiale con cui è composto il labirinto, stavolta si tratta di siepi.
labirynth
Rimangono le steli di tipo egizio, ma qui sono più che altro un escamotage ottico per “ancorare” l’occhio alla base.

labirynth
Scena molto complessa da analizzare. Il labirinto è di tipo “tradizionale”, cioè cinquecentesco-seicentesco, di chiara ispirazione francese e “versaillesiana”, ma se fate attenzione le alte sentinelle di pietra sembrano il Soldatino di stagno (1838) o lo Schiaccianoci (1816). Siamo già nel periodo del revival degli stili storici e nell’Eclettismo Ottocentesco. In Inghilterra una scena così composita potrebbe (forse) ricordare The Lilac Fairy Book di Andrew Lang, ma qui in Italia ricorderebbe certamente I quindici e qualche divagazione Luzzatiana su Italo Calvino.
Ma a ben guardare l’altra figura femminile a sinistra dimostra chiaramente delle influenze contemporanee, certamente di Moore e Modigliani. Eppure non stona affatto, anche in virtù del fatto che il materiale e il colore è identico alle statue dei soldati con colbacco.

Qualche maschera
maschere labirynth

maschere labyrinth

maschere labirynth
che più che far pensare ai costumi veneziani rimanda alla barocca fantasia di William Shakespeare e alle caricature di Leonardo. Brian Froud, santone internazionale dell’illustrazione, guru delle fate e degli gnomi, ha qui certamente messo una delle parti più belle della sua magica matita, e le grottesche deformazioni dei nasi e dei visi diventano quasi zoomorfismo, andando a toccare i momenti più delicati e al contempo terrorizzanti di Arthur Rackham e dei Racconti di Mamma Oca. Come vedete anche qui la matrice del gusto è Arts & Crafts, Liberty, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento.
maschera david Bowie

Sarah ha un vestito da principessa delle fiabe come ce lo siamo sempre immaginato tutte da piccole, cioè con le maniche a sbuffo dell’Ottocento e la crinolina. Mentre all’inizio del film aveva un vestito di tipo medievale, più “Marion Zimmer Bradley”. Una diversa visione della fiaba di fate si è alternata nel film.
sarah labirynth
Il decoro nei capelli è vettoriale, alla Victor Horta. Ancora Liberty.
sarah labyrinth ball

La città di Goblin non è come ce l’aspetteremmo, immersa in una foresta, con case sugli alberi come in Tolkien o in Dragonlance (mi scusi Professore per quest’accostamento profano), ma è un borgo medievale, di tipo centro-europeo, di campagna. Insomma, per farla breve, un paese come quello dei Quattro musicanti di Brema. Ci sono finanche galline.
città di Goblin
Le figure scolpite sul pozzo (cuore di ogni paese medievale) sono di carattere gotico, francofono.
città di goblin
Nella sua interezza la Città di Goblin sembra un diorama di un presepe. C’è un sacco di Hans Christian Andersen e di Fratelli Grimm, qui dentro.
città di Goblin, piazza

La parte finale è quella più semplice da spiegare ed è anche quella che più facilmente viene compresa anche da chi ha poche conoscenze d’arte, essendo le stampe surreali di Escher molto diffuse anche negli studi medici e nelle salette d’attesa dei politicanti.
labyrinth escher

La conclusione di questo articolo mostruosamente lungo è che Labyrinth è guidato da un’estetica Liberty e romantica, filtrata attraverso il personalissimo segno del genio pittorico di Brian Froud, che con questo film realizza un vero e proprio piccolo capolavoro, in cui ogni scena si risolve in una raffinata illustrazione tridimensionale.

Levi’s Engineered Jeans

Questa è la mia pubblicità preferita di sempre. Credo di averla vista dozzine di volte, fino allo sfinimento. E’ una delle pubblicità più di successo, e -cosa da annotare- il cui successo si è mantenuto più longevo nel tempo.
Quando è stata prodotta, credo fosse la fine dei ’90, non c’erano tutte le diavolerie moderne che consentono di registrare direttamente in digitale, e solo chi ha armeggiato anche una sola volta con tutta la massa di cavi che occorre per trasportare un filmato VHS in un formato digitale, capisce lo scomodo che si sono prese queste persone che l’hanno fatta approdare su youtube o emule.
Disgraziatamente la qualità è oscena, ma questo è un altro discorso.
E’ una pubblicità “storica”, una delle migliori di sempre, di certo la più famosa e vista della Levi’s. Ne ricordo poche che possano avvicinarla, ma non me ne viene in mente nessuna che la superi. E’ tanto complessa che qualche audace studente di critica televisiva o di sociologia potrebbe tranquillamente farci su una tesi di laurea.

E’ una pubblicità, e come tale mira a vendere qualcosa, cioè -in parte- ad imbrogliare, quindi usa comunque dei luoghi comuni, degli stereotipi, tra l’altro abbastanza elementari, come la lotta tra l’uomo e la donna. Il fatto che sia la ragazza la prima a spiccare il volo non è un caso. In questa pubblicità la donna viene raffigurata come una figura sociale arretrata, che in pochi “metri” (leggi: decenni) si è rimessa al passo (letteralmente, i due giovani, quando sono appaiati, vanno al passo), per poi arrivare insieme all’uomo alla frattura finale (la distruzione del muro perimetrale esterno della casa) e quindi superarlo e “involarsi” per prima.
Questo è evidentemente un’interpretazione del livello più basso.

Ciò che rende questa pubblicità così coinvolgente è principalmente la musica (Sarabande, di Haendel) che accompagna le immagini e le trasfigura in un mondo sospeso tra l’iperrealistico e l’immaginario.

L’edificio: una casa senza mobili, senza nessun mobile, definirla minimalista è sbagliato: è semplicemente vuota. Eppure in qualcuna delle stanze c’è la carta da parati, che nessuno usa più ormai. Ci sono abat-jour e nel corridoio c’è una scala che farebbe pensare più ad un edificio pubblico, come una scuola, o a un albergo, che ad una casa privata.
Il muro perimetrale esterno è fatto di una texture di mattoni grigi, del tutto anonimi, come quelli delle case dei fumetti di Topolino. Ed altrimenti non avrebbe potuto essere, perchè quest’edificio deve essere universale, non particolare, deve essere l’idea di un edificio.
I due giovani stessi hanno volti comuni, nessun segno particolare, nessun abbigliamento distinguibile. Sono rappresentazione di un’idea platoniana di uomo e donna, di amico e nemico.

Vedendo questo spot si è talmente coinvolti che si desidera poter fare le stesse cose dei due protagonisti (quando un libro, un film, o uno spot riescono a far questo è la vittoria assoluta). Si viene colti da un irrefrenabile desiderio di fuggire dal luogo comune, di spezzare ogni legame, di volgere il proprio sguardo là dove nessuno è mai giunto prima.
Ma non è solo induzione, è rappresentazione. Quello spot era diretto alle persone che in quel momento avevano la mia età, classe ’70-’75, diciamo. Persone che sono cresciute da genitori che hanno fatto il ’68, con valori spesso anarcoidi mal diretti (gli stessi che per distruggere il brutto vanno magari a fare i guerriglieri verdi). Persone che vedevano e capivano dov’erano i mali della società, ma che non avevano le possibilità, le capacità o il coraggio di combatterle.
In questo spot si vedono due persone che hanno avuto il coraggio di ribellarsi allo status quo, di compiere quei passi, anche violenti, di rottura (ma non criminali: la casa è vuoti, solo i muri vengono distrutti, è una lotta di valori, non fisica), e di guidare l’umanità verso ciò che la rende una razza che merita di non estinguersi. Non a caso, a mio avviso, fuori dalla casa c’è un mondo naturale e selvaggio, un bosco di alberi altissimi, attraverso cui si può arrivare a concretizzare un’utopia.
E badate bene, una volta che i due giovani corrono nel cielo, ciò che si vede è la Terra, mica Marte.
Il vero motivo per andare tanto lontano, e che da tanto lontano hai una più precisa percezione della tua posizione nell’universo, e della condizione umana in generale.
Sono insomma due giovani che hanno risposto positivamente alla fiducia che la generazione del ’68 ha posto nei propri figli. I due ragazzi dello spot non si sono conformati alle regole (entrare ed uscire dalle porte) imposte da una società che non rispetta più la libertà morale di un uomo, ma hanno avuto la forza di abbattere i muri eretti dal conformismo vacuo e sempre uguale a se stesso (l’edificio), che sembra non finire mai (le stanze tutte uguali si susseguono quasi senza fine), fino a recuperare lo spirito vero dell’uomo, che risiede nella natura. E’ un clichè, per carità, ma non dimentichiamo che è una pubblicità.

Etica della bordura inglese

09/22/08
Etica della bordura inglese
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 2:44 pm

Nel tempo ho maturato un certo scetticismo nei confronti della bordura all’inglese, che anni fa sembrava anche a me il vertice ultimo delle aspirazioni giardinicole.
La bordura all’inglese, codificata così com’è oggi, trova le sue basi
culturali ed estetiche nell’Idealismo Romantico, periodo in cui sono
sedimentate le radici della moderna cultura Occidentale. Colin
Campbell fa risalire proprio al Romanticismo la nascita dell’ideologia
consumista, e se tanto mi dà tanto, posso tranquillamente spingermi abbastanza in là da dire che la bordura mista è l’incarnazione del consumismo sfrenato della società moderna, e che solo raramente riesce ad ottenere significativi livelli estetici.

La bordura mista è un po’ come una collezione di quadri, nella quale il collezionista si rispecchia e si ritrova, si autogratifica con la continua ricerca di qualcosa al quale tende ed a cui non può e non vuole giungere, mette una croce sulla pianta appena conquistata, per mirare direttamente alla successiva, nell’illusione che questo compensi la propria mortalità. In poche parole, crea il (falso) mito della “sua” personalità, tant’è che non sono rare le frasi del tipo:
“Difficilmente gli altri possono comprendere il mio modo di fare
giardinaggio”.
Questo produce un solipsismo estetico che non è né più né meno che il frutto della società moderna, basata sull’economia capitalista-liberista, in cui i valori comunitari sono completamente spazzati via. Il giardinaggio, come la vita, viene vissuto con un atteggiamento “distaccato”, isolato, che non vuole più chiedere né ricevere nulla dalla comunità.
Come ebbero a dire Pountain e Robins: “[…]la mentalità “distaccata” è incentrata principalmente sul consumo. Questo è il “cemento” che sana tale stupefacente contraddizione; essere “distaccati” è il modo di vivere con minori aspettative andando a fare shopping[…]. Il gusto personale viene elevato a vero e proprio ethos: sei quel che ti piace e che perciò compri.”

Ed è proprio a questo punto, alla parola “compri” che si inserisce la longa manus delle riviste di giardinaggio, a sua volta mezzo d’azione delle multinazionali del florovivaismo.

2 Responses to “Etica della bordura inglese”
1. Alessandro Says:
September 29th, 2008 at 4:14 pm e
Povera Bordura inglese verrebbe da dire. Lidia non ti viene mai in mente, che anche la povera Bordura inglese sia caduta nel tranello del consumismo e della moda di oggi? Che sia caduta anche lei nell’inganno e ora si ritrova ad essere da te così giudicata? Può essere che la causa in fondo sia da cercare in questo periodo consumistico del nostro mondo occidentale, che ha finito per snaturare la geniale idea della bordura inglese? In fondo anche il Giardino alla “giapponese” ha questo rischio. O perlomeno l’elaborazione di questo, che sempre più spesso vediamo nei sempre più piccoli giardini delle sempre più piccole case di oggi. Basta un acero rosso e della ghiaia bianca con qualche ciottolo più scuro e si ottiene un’esecuzione assai accattivante, per chi vuole farsi un giardino diverso dalla trita e ritrita bordura. Non trovi? E quali motivazioni ci vedi in questo, se non ancora una volta il consumo e la conferma della propria persona attraverso di esso. E allora giudicheresti negativamente anche il giardino giapponese? Che allora si debba puntare il dito su questo periodo e sia invece da riconsiderare tutti gli “stili” in base alla loro forza reale, isolandoli dal consumo che se ne fa di questi? Forse si. In fondo ci saranno dei buoni esempi di sana e buona Bordura inglese.
2. Lidia Says:
September 30th, 2008 at 12:17 pm e
Domanda che richiede una lunga risposta: sì, certo che mi è venuto in mente che la bordura all’inglese sia vittima del moderno consumismo. E’ nata così proprio perchè i suoi canoni stilistici sono stati coniati proprio nel periodo in cui si affermavano le basi del consumismo moderno. E’ anche lei frutto del suo tempo. Ma io leggo il giardinaggio come qualcosa che -al pari di tutte le altre arti- si porta dietro delle implicazioni morali, etiche, sociali, anche politiche, se vogliamo. Detesto la società consumistica di matrice neo-liberista che ha portato allo smantellamento della comunità sociale protezionista e protettiva, che ha distrutto in poche parole, tutte le mie speranze e le mie illusioni. Detesto anche la gente che si chiude nel ridicolo mito di se stessa. Detesto gli ignoranti e i borghesi senza sensibilità artistica, che dileggiano chi ce l’ha e se la tiene ben stretta. Tutto questo trova la sua incarnazione nella bordura inglese, perchè è la bordura inglese ad essere privilegiata dalle riviste, proprio per la sua qualità consumistica. Non mi piace perchè sembra il vertice ultimo del raggiungimento della tecnica. Non mi piace perchè è basata quasi esclusivamente sulla tecnica, e solo alcuni progettisti, come Oudolf e Lloyd la usano con sinceri intendimenti artistici. Non mi piace perchè blocca il giardinaggio al problema tecnico, che è invece solo una parte del problema.
Riguardo al giardino giapponese: il giardino col sasso, la ghiaia e l’acero, fatto a Bergamo o a Novara, non può che essere solo una ingenua imitazione di uno stile nobilissimo ed elevatissimo, che gli occidentali non possiamo neanche sperare di comprendere pienamente. Si tratta semplicemente di una moda, e delle peggiori, che segue la scia della new age e della mania del buddismo e dello zen, che gli occidentali, ed in particolare gli Italiani, dotati di quasi zero cultura artistica, si limitano a copiare pedissequamente. E’ come paragonare un posacenere col Colosseo.

Kim Parker

08/26/08
Kim Parker
Filed under: Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 5:34 pm

Kim Parker è una nota artista e designer di oggetti per la casa, specie per la tavola. Ha pubblicato un libro, intitolato Home
Io non ce l’ho, quindi non so dirvi.
Beh, insomma, questa signora in America è davvero “una importante”. I suoi dipinti sono finiti su cuscini, tappeti, tende, stoviglie.
Sono belli, anche a me piacerebbe potermeli permettere. Proporre bei disegni su oggetti di uso quotidiano in fondo è un’idea abbastanza vecchia, che viene sviluppata come la conosciamo da quell’altro giardiniere irregolare che fu William Morris, col suo movimento delle Arts & Crafts.
Kim Parker è una signora che sa come si dipinge. Ha imparato la sua lezione, si vede. C’è il grande insegnamento di Cézanne nei suoi quadri, e credetemi, non è davvero poco! Inoltre c’è parecchio stile Bloomsbury.

Poi cosa succede? I suoi disegni finiscono su tazze e bicchieri, e lì però cambiano un po’. La lezione di Cézanne sbiadisce, e subentra il design anni ‘50.

Il tratto è necessariamente più netto, i contorni più definiti, il Bloomsbury diventa uno stile da Trente Glorieuse.
Lo stile anni ‘50 è molto ritornato di moda. Nei ‘90 chiunque vestito alla moda di oggi, avrebbe subito un pestaggio per strada.
Sono ritornate “su” anche le robe fatte a maglia, le borse fatte
all’uncinetto coi fiori di perline. Un incrocio tra un incubo e i
ricordi di bambino.
Guardate questa teiera, è ridicola? No? ne siete sicuri? Si? perchè? Insomma, è bella o brutta?

Tutto questo per dire un’altra cosa. Non avete notato come ormai gli stili si propongano e ripropongano incessantemente, a ritmo sfrenato? Questa teiera sarà di moda per un paio d’anni, dopo dovrete romperla.
I progettisti di design industriale, di arte e spesso anche di cultura (non ne parliamo i giornalisti), non fanno altro che tirare fuori cose dalla scatola dei ricordi, spolverale, lucidarle, e venderle alle masse.
Nel momento che questi prodotti sono elitari, tutti li cercano. Poi si massificano e diventano infine obsoleti e reietti, fino a che non ritornano a cuccia nella scatola dei ricordi. Lì rimangono finché non è passato un po’ di tempo, poi vengono ripresi e riutilizzati.
Questo accadrà ancora ed ancora.
L’arte ormai funziona così: c’è questo dialogo incessante tra vecchio e nuovo, tra massificato ed elitario.

Anche i nanetti da giardino, trasformati in sgabelli da Philippe Stark, ne sono un esempio. I sociologi dell’arte lo chiamano “fenomeno di risalita”. E’ successo a Pupo, alle sigle dei cartoni animati, ai fumetti vecchio stile, ai film di Franco e Ciccio, di Lino Banfi e di Diego Abatantuono.
Succede anche alle piante.
Tanto maggiore è la ricompensa (economica e di fama) quanto più vicino nel tempo, o culturalmente deteriorato, è l’oggetto tirato fuori dalla scatola dei ricordi.