Questo trimestre Rosanova ha pubblicato una recensione al libro di Isabella della ragione Tenendo innanzi frutta.
La foto è grande, forse ci vorrà un po’ per caricarla.

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Alberature stradali: il caso di Bologna
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L’articolo è stato scritto da Carlo Carcangiu grazie alla cui gentile concessione viene pubblicato
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Le alberature stradali rivestono un ruolo di grande rilevanza nel regolare il microclima urbano. Attraverso un processo chiamato “evapotraspirazione” le foglie fogliari rilasciano vapore acqueo nell’ambiente, abbassando la temperatura dell’aria anche di un grado (ad 1,5 metri dal suolo). Tale fenomeno si riscontra maggiormente per le latifoglie caducifoglie, aventi lamine fogliari più ampie e quindi più capaci di operare questo scambio di energia. Una strada alberata quindi risulterà più fresca e capace di mitigare la calura rispetto a un viale che ne è privo.
Il ruolo dell’albero non si limita solo a mitigare la temperatura, ma svolge anche funzioni di filtro. La lamina fogliare è anche in grado di trattenere gli agenti inquinanti, come le micidiali microparticelle solide prodotte dagli scarichi delle autovetture chiamate con sigle spesso incomprensibili (PM6 o PM10).
Gli alberi giocano un ruolo molto importante anche nell’attenuazione dell’inquinamento acustico, creando una sorta di membrana isolante naturale.
Oltre a questi vantaggi l’alberatura stradale, se progettata adeguatamente usando gli stessi principi di associazione di colori e tessitura del fogliame con cui si creano i giardini, può diventare uno strumento per migliorare concretamente l’estetica della città.

Diversa è la situazione delle città situate a nord del Po che beneficiano di precipitazioni estive temporalesche più abbondanti. Il clima bolognese degli ultimi anni è stato alquanto particolare poiché le precipitazioni totali sono complessivamente diminuite (500 mm/anno), quelle primaverili sono state scarse e gli inverni molto miti. Ciò ha recato stress fisiologici agli alberi, costretti ad affrontare un ambiente più ostile di quello originario. Si verificano infatti disseccamenti, bruciature fogliari e dei tronchi, carenze idriche e colpi di calore, tanto da considerare ormai una necessità cambiare i metodi di scelta delle specie da impiantare ex-novo.
Alcune essenze al contrario si sono rivelate particolarmente resistenti, come se le condizioni climatiche più dure le avessero selezionate.
In questo breve resoconto si vuole raccontare la condizione di una grande città del nord Italia, valutando la situazione attuale del verde e proponendo interventi di miglioramento.
Le alberature esistenti sono ben distribuite e tutto sommato la città presenta una buona copertura verde.
Per una semplificazione del testo, data la vastità dell’argomento, si è operata una divisione fra latifoglie e conifere. Ogni genere meriterebbe un’ illustrazione molto più approfondita, che per motivi di opportunità non è possibile qui fare, si rimanda pertanto il lettore interessato a testi scientifici e universitari.

Il genere Tilia è presente con diverse specie o ibridi: Tilia x europea (Tiglio europeo), Tilia platyphyllos (Tiglio nostrano), Tilia cordata (Tiglio selvatico).
Tutte queste essenze sono esigenti, richiedono clima fresco e possibilmente precipitazioni estive, requisiti che non si ritrovano in città e che causano problemi fisiologici legati a siccità ed eccessivo calore.
Esiste una specie, chiamata Tilia tomentosa, originaria dell’Europa orientale (dove si trova in boschi di roverella, cerro e farnetto) che è resistente all’aridità estiva; essa viene utilizzata come specie ornamentale nell’Europa centrale, in virtù anche della bella colorazione autunnale delle foglie.
Volendo installare nuovi impianti di tigli si dovrebbe perciò fare riferimento a questa specie (e aggiungerei anche Tilia x euchlora).
Oltretutto le due specie citate non sono affette dai problemi derivanti dagli afidi (es. “melata”) che aggrediscono invece altri tigli.

Mentre il primo è esigente di fertilità del suolo, il secondo è sicuramente indifferente alla natura litologica del terreno e sopporta meglio la siccità. Laddove vi siano strade o cortili in ombra quest’ultima risulterà adattissima nel creare una quinta verde rinfrescante.
In città manca Carpinus orientalis e questa potrebbe essere una specie interessante, in quanto indifferente all’aridità e al calore estivo, oltre che essere di dimensioni contenute.
Fra i frassini ritroviamo il Fraxinus excelsior (Frassino maggiore o comune), il Fraxinus angustifolia (Frassino meridionale o ossifillo), e qualche Fraxinus ornus (Orniello).
Per le nuove alberature si fa spesso riferimento alla prima specie, F. excelsior. Erroneamente.
Il frassino maggiore, nel suo habitat italiano, lo ritroviamo a quote montane o sub-montane in posizioni settentrionali e di forra, i cosiddetti aceri-frassineti (alleanza fitosociologica del Tilio-Acerion). Si capisce dunque perché essi subiscano danni nei viali alberati, soprattutto sotto forma di bruciature fogliari o stress idrici.
Il frassino meridionale è invece un campione di resistenza ed è ormai ben diffuso in parchi e alberature. La cultivar ‘Raywood’ presenta una gradevole colorazione autunnale bronzata.
L’orniello invece non ha meritato ancora la diffusione che dovrebbe avere e ciò a torto. La sua fioritura è profumata e vistosa; la colorazione autunnale del fogliame è degna di attenzione; ha dimensioni proporzionate a viali e strade ed è una specie termofila e xerofila di rapido accrescimento giovanile, quindi idonea all’ambiente urbano. Se ne auspica una sua più corposa diffusione.

Se i tecnici guardassero maggiormente alle piante di casa nostra potrebbero trovare degno di attenzione anche l’Acer monspessulanum o acero minore, estremamente resistente alle scarse precipitazioni, al caldo, lento nella crescita e con una strabiliante colorazione autunnale rossa.
Anche l’Acer tataricum subsp. ginnala resiste perfettamente e sarebbe pertanto buona scelta.
L’esotico ma ampiamente naturalizzato Acer negundo si trova ultimamente a fare i conti con la mancanza di temporali estivi e ciò gli provoca la perdita o disseccamento della maggior parte del fogliame, rendendolo particolarmente povero in questa stagione. Che sia l’occasione giusta per frenare la sua invadenza in pianura padana?
L’olmo campestre (Ulmus minor) si ritrova frequentemente nei viali alberati, spesso con esemplari ormai annosi. La specie è resistente a qualsiasi stress, le annate siccitose non gli provocano danni e nemmeno le potature più selvagge lo mettono a disagio. La grafiosi dell’olmo fortunatamente non è presente in città.


I platani, fra cui anche Platanus orientale, sono alberi da usare nei grandi parchi, in posizioni isolate o vicino all’acqua. Un effetto sorprendente si potrebbe ottenere in pianura padana vicino ai fossati creando filari con questo genere, distanziando gli individui singoli fino a quaranta metri, senza operare potature.

Tuttavia alcune specie si dimostrano particolarmente affidabili; la farnia (Quercus robur) è un albero maestoso, principale componente della vegetazione potenziale della pianura padana (Querco-carpineti planiziari). Non è adatto alle alberature stradali a causa della sua chioma molto ampia, a meno che non si usi la cultivar ‘Fastigiata’, ben più ridotta nelle dimensioni. Per apprezzare ai massimi livelli questo albero è bene piantarlo isolato nei parchi o grandi spazi. Ultimamente soffre dell’abbassamento del livello della falda freatica, tanto che spesso le sue foglie ingialliscono leggermente in estate. Sovente è anche infestata da limacce e galle.
Più adatti per la città sono gli autoctoni Quercus cerris (cerro), Quercus petraea (rovere vera), Quercus pubescens (roverella), Quercus frainetto (farnetto), oltre che l’ormai affidabile leccio (Quercus ilex).
In particolare il cerro e la rovere, con la loro chioma dritta e slanciata, si adatterebbero in maniera ottimale alle strade più ampie.
La rovere inoltre, contrariamente a quanto si può pensare, si adatta bene all’argilla padana, nonostante il suo optimum edafico sia su suoli silicatici ben drenati a reazione sub-acida. Resiste inoltre molto bene alle estati secche.
Degna di menzione è Quercus x tourneri, ibrido fra farnia e leccio, che grazie al suo portamento conico-piramidale è una opzione ottimale.

Altra categoria da menzionare è quella dei pioppi. Essi vanno a costituire la tipica vegetazione azonale che si ritrova dove vi sia la componente acqua. Sono quindi piante idro-esigenti e se ne consiglia l’utilizzo vicino ai corsi idrici o in stazioni particolarmente umide.

Alcune specie hanno dimostrato un perfetto adattamento e vengono adoperate sempre più spesso per i nuovi impianti: Sophora japonica, sorprendente per la sua indifferenza alla siccità, dalla quale sembra quasi che tragga vantaggio; Koelreuteria panicolata, un albero completo per tutto quello che sa offrire; Albizia julibrissin, piacevole per le sue contenute dimensioni; Eleagnus angustifolia, per il suo bel fogliame argentato; Cercis siliquastrum, per la sua fioritura sorprendente; Prunus pissardii ‘Nigra’ per la sua tenacia; Gleditschia triacanthos, con le sue cultivar ‘Inermis’ e ‘Sunburst’; Brussonetia papyrifera, per gli insoliti amenti grigio polvere.
Merita un appunto anche la comune mimosa, Acacia dealbata, che negli ultimi tempi supera agevolmente gli inverni bolognesi e fiorisce profusamente.
Infine la Robinia (Robinia pseudoacacia) e l’Ailanto (Ailanthus altissima), alberi che spesso vengono associati al degrado o, come direbbe Gilles Clemént, al “terzo paesaggio”. Ebbene queste due essenze devono essere viste con ottica differente e cioè come alberi da sfruttare per la loro capacità di resistere ad ambienti particolarmente inquinati. Mentre per la robinia si è già lavorato per ottenerne cultivar importanti, per l’ailanto c’è ancora molta strada da fare. Ad esempio sarebbe interessante una cultivar che produca frutti sterili o particolarmente colorati.
– CONIFERE



Un vero fallimento è rappresentato dall’utilizzo del pino laricio (Pinus nigra subsp. laricio), che vegeta perennemente in stato comatoso, con la chioma disintegrata dalla processionaria. I tecnici continuano a tenerli in piedi soltanto perché fanno numero nell’inventario degli alberi.
La conifera che ha avuto più successo è il tasso (Taxus baccata). Di dimensioni contenute è un albero delizioso in tutte le sue parti. Può fungere da sfondo per arbusti fioriti o con fogliame colorato, può essere potato in forme topiarie, è lento nella crescita e quindi adatto a piccoli spazi.
Una specie curiosa per la sua presenza in qualche esemplare è il pino silvestre (Pinus sylvestris). In viali alberati sulle colline, spesso battute dai venti secchi provenienti dall’Appennino, sarebbe perfetto. Bello nella forma, per la corteccia color cannella, rustico e frugale, non patisce assolutamente nei terreni poveri e regge tranquillamente la siccità estiva bolognese.

Esiste però un regolamento del verde ridicolo che impedisce l’abbattimento degli alberi se non per motivi particolari: se recano danno a proprietà o alla viabilità e se risultano vicini alla morte. Non è contemplato l’abbattimento a scopo di diradamento per lasciare una distanza adeguata tra un individuo e l’altro, cosicché spesso incontriamo essenze di statura notevole a una distanza di 5 o 6 metri.
I nuovi impianti non tengono conto di questa lunghezza e si continuano a piantare tigli o platani a 6 o massimo 10 metri l’uno dall’altro.
Tenendo conto che in città non è concepibile ottenere la distanza massima che le specie avrebbero a sviluppo completo sarebbe comunque auspicabile un compromesso fra queste due misure, oppure l’impianto di specie aventi dimensioni minori.
Questa considerazione ovviamente non è valida per le fasce boscate ai margini di certi parchi, dove invece una fittezza maggiore è richiesta come filtro contro l’inquinamento atmosferico e acustico.

Ecco le tre parole chiave che bisogna tenere a mente per la manutenzione degli alberi:
• Aspetto, cercando di conservare il più possibile una chioma armonica e ben equilibrata, piacevole alla vista.
• Salute, cercando di mantenere più alti possibili gli standard di sterilità degli strumenti utilizzati dai manutentori. Un albero sano, perdonate il luogo comune, è anche più bello.
• Sicurezza, cercando di non sbilanciare la chioma verso una parte o l’altra, cosicché l’albero sarà più resistente agli agenti meteorici (vento, temporali e neve).
A Sylvia Crowe prenderebbe un colpo se vedesse come vengono trattati i nostri alberi e si chiederebbe come fanno a stare ancora in piedi. Forse la selezione naturale e lo stress hanno isolato individui forti e tenaci.
E allora dovremmo cercare di convincere i nostri tecnici che, se le specie sono opportunamente distanziate, le potature drastiche non servono e che sono necessari solo interventi saltuari di ripulitura lieve della chioma. Ciò rappresenterebbe anche un bel risparmio di denaro da dedicare ad altre opere cittadine.

Ogni albero ha il proprio tubo di irrigazione che viene attivato a seconda dell’andamento climatico (certe volte si inizia già a maggio), cercando di irrigare per i primi due o tre anni e poi lasciando che l’albero se la cavi da solo. Diradando i cicli di irrigazione già a partire dal secondo anno si può infatti abituare l’albero ad approfondire il proprio apparato radicale, facendo in modo che dal terzo anno sia autosufficiente. In annate particolarmente siccitose si potranno effettuare interventi di soccorso facendo affidamento ai tubi già presenti.
Ultimamente per prevenire l’insorgenza di infestanti e mantenere il terreno fresco attorno al pane di terra si stanno adottando diversi espedienti.
La ghiaia risulta inefficace perché spesso lo strato applicato è talmente esiguo che le erbe spontanee si insediano comunque.
La corteccia di pino, è efficiente in particolar modo quando è di pezzatura fine, ma ha un costo eccessivo per le tasche del comune.
Ecco che allora recentemente si stanno diffondendo delle valide stuoie di iuta, o materiale simile, di forma e dimensioni adattate alla buca quadrata per gli alberi. Di aspetto simile ad uno zerbino, si stanno dimostrando efficaci: alzando la stuoia si può notare che il terreno rimane fresco, le infestanti non crescono e l’effetto è abbastanza gradevole. In più sono economiche e la durata è garantita almeno per i primi due anni.
Altro punto importante dopo l’irrigazione è quello delle distanze d’impianto. Visto che le spazi fra le buche di nuova fattura non cambiano (dai 6 ai 10 metri), la scelta dell’essenza è di fondamentale importanza. Oltre a quelle già citate nei paragrafi precedenti se ne possono nominare altre che stanno prendendo sempre più piede.
Ad esempio il Prunus serrulata ‘Kanzan’ si sta diffondendo molto ed è apprezzabile durante tutto l’arco dell’anno, oltre ad essersi dimostrato tollerante allo smog. Se proprio vogliamo attribuirgli un difetto questo è riferito al punto di innesto che risulta particolarmente visibile quando l’albero comincia ad avere diversi anni.
Si sta facendo un largo uso anche di Prunus ‘Amanogawa’ e di Pyrus calleryana ‘Chanticleer’: infatti ben si adattano alle strade più piccole per le loro misure contenute, inoltre sono molto spettacolari quando sono fioriti.

A volte dalle inconsapevolezze si può trarre spunto; a Bologna, per esempio, alcune strade sono state ornate con alberature di Melia azedarach, una specie non proprio indicata per i climi freddi del nord Italia. Probabilmente, complice l’isola di calore urbana, nella città hanno trovato la loro nicchia climatica ideale. Esse prosperano egregiamente, tollerando i normali interventi manutentivi del comune.
A volte ci si può anche sbilanciare e correre un rischio: nell’orto botanico sono presenti alcuni esemplari imponenti della semi-rustica Firmiana simplex, appartenente alla famiglia delle Sterculiaceae. Vista la bellezza di questi alberi perché non utilizzarli anche fuori dalle mura dell’orto per alberature e parchi?
Ci si può affidare anche a cultivar sterili per superare il problema dei frutti che imbrattano le auto: per esempio con Morus alba ‘Fruitless’ o ‘Stribbling’ rinunciamo ai frutti del gelso bianco, senza perdere le qualità di resistenza che ci interessano per un suo uso urbano.
Oppure possiamo fare ricorso al sesso di una pianta dioica (ossia che ha frutti maschili e femminili su individui separati) per bypassare certi inconvenienti: utilizzando Populus nigra var. italica di sesso maschile, orneremo una strada con una alberatura insolita e in più il problema dei piumini allergeni dei pioppi sarà ridotto.
Laddove lo spazio è davvero angusto da non poter inserire specie arboree si può far ricorso a piantagioni “non convenzionali”, inserendo nelle apposite buche alti arbusti scelti per la forma e dimensioni adeguate. La stessa Photinia x fraseri ‘Red Robin’ potrebbe essere usata a tale scopo invece di costringerla sempre negli spazi stretti di una siepe. Oltre a questa anche molti viburni (es. Viburnum lantana), le lonicere arbustive (Lonicera tartarica, Lonicera fragrantissima), i lillà (Syringa spp.), i Philadelphus, i cotoneaster (es. Cotoneaster roseus), gli evonimi decidui, i Berberis e innumerevoli altre possibilità.

Riguardo a Bologna si può dire che, per quanto concerne le alberature, la situazione è buona solo in parte.
Se da un lato la maggiore variabilità nella scelta delle essenze è palese, dall’altro vi sono ancora gravi problemi dovuti a una gestione non proprio ottimale del complesso verde e alle distanze delle nuove piantagioni.
Se i tecnici dell’ufficio competente riuscissero a comprendere che ciascun individuo vegetale va trattato come tale (e non come un oggetto da correggere e modificare costantemente con interventi superflui), la qualità del verde urbano aumenterebbe in maniera significativa. Basterebbe recarsi in campagna, o nei boschi, per capire cosa vuol dire evoluzione della forma di un individuo vegetale e di conseguenza il potenziale valore compositivo dell’albero nell’architettura urbana.
Il percorso da fare è ancora lungo. Si dovrebbe puntare alla migliore preparazione e formazione da parte delle università (scuole o corsi) per la risoluzione di tale problema.
Anche il cittadino comune, senza essere eccessivamente pedante o scrupoloso, deve intendere il significato di questo passaggio e pretendere una buona qualità del verde che lo circonda.

Rami in alto o vi spariamo!
Potature, capitozzature, scalve: atti di inciviltà e incompetenza?
In realtà solo mezzi di contrattazione politica
Da noi, invece, ogni due o tre anni, nel periodo che va dalla fine dei rigori invernali fino ai primi caldi estivi, le amministrazioni comunali iniziano a scalvare le alberature comunali riducendole a dei relitti focomelici. Chi ne ha di più parte presto, chi ne ha di meno, come i piccoli comuni calabresi, si decide verso aprile, quando ormai il caldo è forte e la pianta stenta a rivegetare.
Ogni tanto qualcuno si lamenta, parte con uno “gne gne gne” piuttosto improduttivo in difesa delle piante e degli alberi come “creature”, come “esseri viventi”, facendo magari un paragone con i bonsai, i piedini di giglio giapponesi, le orecchie dei Dobermann e le code dei barboncini.
Non bisogna erigere la pianta a feticcio, a simbolo di una purezza perduta, di una vitalità naturale e incontaminata. In Italia sembrano esistere due polarità opposte in tal senso: la signora che si incatena all’albero perché non venga abbattuto e il vecchietto che va in comune a protestare perché l’albero gli fa ombra sul davanzale.
Allora, signori, iniziamo a ragionare e cercare di capirci qualcosa: rispettare le piante è un fatto di civiltà, di educazione e segno di un livello superiore di coscienza civica, esattamente come lo è non lasciare le cacche dei cani sul marciapiedi o non gettare mozziconi di sigarette per strada.
Lasciamo stare l’albero inteso e il suo fascino selvaggio alla Walt Whitman (o Avatar, se preferite), parliamo dell’unica cosa che possa sinceramente interessare una pubblica amministrazione: parliamo di quanto l’albero può dare a noi, in termini di comodità, vivibilità e ritorno economico.
Cari sindaci e care sindachesse, sappiamo benissimo che dietro le potature periodiche ci sono begli appalti che sono importante merce di scambio politico (perlomeno da noi, il mercato del floroviavaismo, non meno che quello del mattone, è in buona parte controllato dalla mafia. La stessa asta dei fiori ad Aaslmer in Olanda serve a coprire il riciclaggio di danaro sporco, il traffico di armi e di “diamanti insanguinati”). Ma vi ricordiamo volentieri che i trafficucci non vanno in disaccordo con un’apparente civiltà, che tra l’altro terrebbe la cittadinanza in uno stato di quiescente sopore, più prona di fronte a eventuali “manipolazioni”.
Gli atti di inciviltà che si sono in queste settimane presentati a Reggio Calabria e nel comune di Locri, tanto per fare due nomi, sono di quel tipo scioccante che ha il potere di far ribellare la popolazione che non è ancora del tutto bovina.
Vi torna comodo? Non sarebbe più proficuo effettuare delle potature meno devastanti? Sarebbe meglio per voi, meglio per noi, e meglio per gli alberi.
Affidando i lavori di potatura in mano a degli esperti, non a dei semplici impiegati alle dipendenze del comune che non sanno distinguere un fico da una fichessa, vi garantiamo che risparmiereste perfino, anche se sappiamo che non è questo il punto, anzi, tutto l’opposto.
Vi diciamo una cosa: i vostri giochetti di amicizie e comparaggi potete farceli anche sotto il naso, ma per favore, evitateci lo squallore di alberi fatti diventare tronconi. Un caso lampante è quello di Locri, che ha ridotto il viale di tigli di via Matteotti a dei pali della luce confitti nel terreno. Sono così tristi da menarti nel cuore, da farti venire in mente cose tristissime e deprimenti, come le poesie di Quasimodo, la guerra, le Foibe.
Proprio nei giorni in cui Locri inaugura il suo Urban Center, che dovrebbe essere strumento di condivisione e apertura, il Comune di Locri ha lasciato inascoltati gli appelli e le rimostranze dei cittadini e delle associazioni ambientaliste che hanno mesi fa protestato per il nuovo progetto di riqualificazione e riassetto della Villetta antistante il municipio. Con decisione autocratica si è messo mani alla villetta tagliando e sventrando: per ora poco male, a parte un vetusto esemplare di Araucaria che forse avrebbe potuto essere recuperato.
La mia opinione l’ho già detta a suo tempo: la villetta era “overpiantata”, sovraffollata e tutt’altro che attraente. C’erano davvero molti modi per migliorarne l’aspetto, tra cui anche la rimozione di alcuni esemplari poco interessanti (come le perfide thuie) e di pini che si davano reciprocamente fastidio. Il cantiere è recinto per cui non è possibile accedervi, ma dall’esterno si vedono bene delle potature mal eseguite evidentemente da personale non qualificato. Un grosso problema è infatti la mancanza assoluta di qualsiasi nozione di base da parte del personale che annualmente pota gli alberi.
Spesso si tratta di ditte che sbandierano attestati e certificazioni di qualità, vivaisti, “esperti” del settore. Questo la dice lunga su quanto bassa sia la nostra cultura non solo per quanto riguarda le piante, ma per tutto il mondo naturale, sia esso di carne, di foglia, di pietra o d’acqua. Piuttosto che fare potature così scorrette da un punto di vista agronomico e florovivaistico, sarebbe stato più opportuno rimuovere gli esemplari (un pino in più o in meno non ci cambia la vita, ma un pino tutto storto sì).
Ma –amici miei- state a sentire, ché il bello deve ancora arrivare: in uno spazio grande come un fazzoletto, il nuovo progetto per la villetta di Locri propone un giardino all’italiana, dimostrando così che chi ha avuto cotale bizzarra idea non conosce affatto la storia del giardino e non ha la più pallida nozione di paesaggismo urbano.
Per le malattie siamo sempre pronti a rivolgerci a luminari e baroni di ospedali di Roma o Milano, mentre per queste pratiche che hanno una ricaduta permanente sul territorio, sulla nostra immagine e sulla sua spendibilità in Italia e all’estero, ci affidiamo “alla ditta la Qualunque”, purché prometta, porti, ricambi, infili.
A questa negligenza massima dobbiamo le scalve periodiche degli alberi, i progetti di riqualificazione che imbruttiscono, la totale inosservanza delle più elementari norme orticole nella cura del verde pubblico.
Per carità, signori, non vi stiamo chiedendo di farci il Viaduc des Arts come a Parigi, ma questa torreggiante negligenza è ormai diventata inaccettabile anche in un territorio come la Locride, che la Comunità Europea denomina “obiettivo1”, cioè quelle che ancora si devono equiparare alle altre. Insomma, le ripetenti, le bocciate.
Lo stesso discorso si può fare per il disastro compiuto ai danni dei Ficus (pumila, retusa, ormai chi li riconosce più: non c’è rimasta neanche una foglia) di Piazza Italia a Reggio Calabria. Il paragone con un ammalato di focomelia è fin troppo facile per la sua oscena verosimiglianza.
Perché poi piantare alberi a tutti i costi? E tutti così vicini, stretti stretti come galline in una batteria? Chiaro poi che sarà necessario potarli. La corretta distanza è di circa 10-20 metri, a seconda dell’albero, e per carità, cancelliamoci dalla testa quest’assurdo ideale anglo-francese di piazza alberata a tutti i costi! Le piazze più belle d’Italia non hanno alberi: cosa sarebbe Piazza Navona con un filare di tigli?
E Piazza del Campo a Siena con un bel platano nel mezzo? La moda del viale e della piazza alberata nasce in epoca relativamente recente, dopo il rifacimento di Parigi da parte dell’architetto Haussmann e delle località balneari come Bath in Inghilterra da parte dei due John Wood (padre e figlio) che idearono i famosi crescent e circle e da John Nash che costruì il Regent’s Park a Londra: entrambi modelli per l’attuale stile dell’arredo urbano (che più che stile, bisognerebbe chiamare “mancanza di stile”).
Ma parliamo di spazi diversi, di epoche diverse, di fenomeni artistici diversi e soprattutto di culture diverse. Qui da noi la cultura dell’albero è nel giardino privato, la piazza deve essere lasciata alla comunità per incontrarsi e discutere, confrontarsi. L’ozio è nel proprio domicilio, non nello spazio pubblico. E’ una dimensione fortemente latina della vita pubblica, in cui all’otium era riservata la campagna, al negotium la città.
E’ la cultura inglese del genere “pittoresco” , nata in epoca illuminista, che ha portato il parco nelle grandi città, e di conseguenza, nei secoli successivi, ha affollato le nostre piccole piazzette comunali di alberi e alberelli. Non c’è una vera ragione per la presenza di questi alberi, si è semplicemente seguita la moda che lo stile dell’epoca imponeva. Alla fine siamo costretti a dirlo: questi alberi, mal piantati, sovraffollati, con le radici costipate in piccole buche dei marciapiedi, sofferenti, moribondi, mal potati…ebbene, sarebbe il caso di levarli proprio. Così non li vogliamo, e le amministrazioni non hanno il diritto di propinarceli.
Se è vero che il trattamento riservato al verde comunale evidenzia in maniera molto puntuale il livello culturale di una città, le conclusioni sono facilmente deducibili anche al più cieco degli osservatori. Gli alberi stanno lì, con “le mani in alto”, in fila come briganti in attesa di essere fucilati.
Dategli allora il colpo di grazia, ma risparmiateci la vista di quest’orrore!
Dall’Istituto agrario di Cesena: 6 buone ragioni per non capitozzare un albero
1) Deficit di sostanze nutritive: la potatura corretta rimuove non più di 1/4 – 1/3 della chioma, per non interferire con la facoltà dell’apparato fogliare di produrre sostanze nutritive. La capitozzatura, invece, elimina una porzione di chioma tale da sconvolgere l’assetto generale di un albero ben sviluppato, interrompendo temporaneamente la facoltà di produrre sostanze nutritive e determinando una “crisi energetica”.
2) Shock: la chioma di un albero è paragonabile ad un ombrello parasole capace di schermare le parti dell’albero dall’azione diretta dei raggi solari. Con l’eliminazione improvvisa di questo schermo, il tessuto della corteccia è fortemente esposto alle scottature solari.
3) Insetti e malattie: i grossi mozziconi presenti in un albero capitozzato cicatrizzano con difficoltà ed in tempi lunghi. La posizione apicale di queste ferite e le loro notevoli dimensioni ostacolano il buon funzionamento del sistema naturale di difesa, pertanto i mozziconi residui sono facilmente attaccabili da insetti e parassiti.
4) Indebolimento dei rami: nel migliore dei casi, il legno nuovo è molto più debole di quello vecchio.
5) Ricrescita accelerata: lo scopo di una capitozzatura è il controllo della crescita in verticale di una pianta. Spesso però si ottiene l’effetto opposto: infatti i ricacci successivi sono nettamente più numerosi e veloci di quelli che si svilupperebbero normalmente, tanto da riportare in breve tempo l’albero alla grandezza precedente, con l’aggravante di una chioma più disordinata e meno sana.
6) Risultato estetico sgradevole: un albero capitozzato diventa come “sfigurato”. Perfino in caso di buona reazione e di crescita non potrà mai recuperare bellezza e conformazione naturale della specie di appartenenza. Pertanto il paesaggio e la comunità sono privati di un aspetto estetico di valore.
Per fare un tavolo ci vuole il legno…
Dice la canzoncina: “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero”.
Bene, anche per fare un giardino ci vuole un albero, e che non sia un albero qualunque.
Il giardiniere, quello di un certo livello, quello che si distingue dalla massa, si riconosce subito da che alberi usa.
Perché poi l’albero? Ma è semplice, perché l’albero è molto grande, occupa più spazio,il suo posizionamento corretto implica una pianificazione attenta e consapevole, una scelta adeguata dell’esemplare, (che non sia né troppo grande né troppo minuto), il suo sviluppo elegante chiarisce che siamo di fronte ad un giardiniere-osservatore costante, che conosce i metodi di potatura corretti, che lascia mano libera alla natura senza sfociare nell’anarchia, che sa amministrare la wilderness con sapienza e abilità, che ci pensa sopra due volte prima di potare o meno la farnia ;P .
Un giardiniere così è uno che non solo conosce le piante da fiore, che sono piccole creature “traslocabili” rispetto ad un albero, ma tratta le piante da giardino più difficili, più imprevedibili, più faticose da imbrigliare con i tagli, più complesse da salvaguardare dagli agenti atmosferici, dai parassiti, dalle avversità in genere e -non ultime- da leggi comunali poco opportune e spesse volte scritte da burocrati dell’epoca paleozotica.
Un giardiniere raffinato scarterà per prime le Thuja e i cipressi, aborrirà il cipresso di Lawson, e se non abita in zone veramente rigide, in linea generale non sceglierà mai una conifera, piuttosto un albero da frutto.
Al Sud un bellissimo albero che è facile vedere nei giardini, arrivatoci di certo non per merito dei proprietari, è la Radermachera sinica,

un albero di una raffinatezza inenarrabile, con grandi fiori bianchi che compaiono in età adulta. Per la sua lentezza nel crescere e la sua delicatezza, la Radermachera è diventata tipica pianta da interni, regalata con la coccarda rossa in occasione di compleanni e feste familiari. Poi, dopo anni, ci si accorge che sta benissimo anche fuori e la si pianta in un angoletto, “tanto morirà il prossimo inverno”. Invece no, e la grazia soavissima della Radermachera si trova spesso faccia a faccia con anonimi condomini e orribili villette bifamiliari in cemento armato. Tale è la lieve bellezza dell’albero, che persino gli scempi caseggiati contemporanei ne risultano alleggeriti.
Un albero molto di moda dove gli inverni sono rigidi è l’acero, con le sue sfavillanti colorazioni autunnali.

Ho sempre avuto un grande affetto per gli aceri, per il loro essere alberi che rimandano ad un immaginario ipernutrito da cliché televisivi di una vita “country”, comoda, ricca di tutte le gioie della famiglia e del relax della campagna, una vita traboccante di sciroppo d’acero e di frittelline dolci, torta di mele e crumble di prugne. Ma l’ormai pedissequo favore collectible riservato a quest’albero me lo rende meno familiare, meno attraente e sempre meno desiderabile. Tanto più che non posso permettermelo, perché qui fa troppo caldo. Come disse la volpe: l’uva è acerba.

Altrettanto amato dell’acero, ma molto meno diffuso e collezionato, è il Liquidambar (altro gioiello prezioso negato a chi vive al caldo).

Un albero che andrebbe invece cancellato dai giardini è il Prunus serrulata ‘Amanogawa’, che quando è fiorito sembra una sorta di opera concettuale postdadaista. E’ molto diffuso da noi, dove i Prunus non da frutto sono quasi sconosciuti, quindi figuriamoci altrove.

Un albero di cui diremo senz’altro che il suo proprietario ha un gusto non comune è lo Styrax japonicus, sempre più diffuso ed apprezzato tra chi vuole distinguersi. Trovargli una buona collocazione non è affatto facile, perché è un albero che ama un’ombra umida e un terreno piuttosto acido. Non è molto grande e non vuole vento freddo sul dorso, ma ha una disposizione naturalmente elegante dei rami e un portamento aperto, oltre che una fioritura bianca spettacolare. E’ una creatura da bordo acquatico, o da boschetto umido, insomma, un albero che chiede un certo tipo di ambientazione che 1) uno si ritrova naturalmente a casa sua, per pura combinazione 2) o che per ricostruirla occorrono mezzi e tempo che possiede solo chi ha un largo patrimonio da alienare in beni superflui come il giardino.

Sigarette, topi, gelsi e acido muriatico: la signora omicidi
Ieri sono andata a comprare le sigarette per mia zia. La signora tabaccaia, una ragazzona più giovane di me con prole già pubescente, è cintura nera di attaccabottoneria. Parlando del più e del meno ho raccontato gli eventi occorsi a casa, cioè l’allarmante ritrovamento di escrementi di topo nell’armadio delle lenzuola, con tragicomiche conseguenze domestiche.
“Ah sì? anche a me mi si è dovuto il problema del topo”, mi dice.
Cerco di spiegare che secondo me l’urbanizzazione selvaggia conduce i piccoli roditori a cercare ospitalità nelle nostre case, ma quasi non avevo iniziato a parlare che la signora si produce in una lunga arringa contro i campi abbandonati, gli incolti, le zone franche e i terzi paesaggi.
“I topi vengono di là, dal suo campo, e lui se ne sta beato all’estero. Ma tu me lo devi gestire, o te o chi per te. Non è possibile che tu, picchì non vo’ fa’ nenti ‘dna ma’ llordi a mia. E oi ca forfica, e domani ca runcula. Pigghiai e si iettai nu bidoni ‘i acido muriatico sutta a murara e chiglia si seccau. E igli s’arraggiau puru.
. Marituma appena mi vitti cu l’alcool ‘nte mani pigghiau e chiamau i carabineri mu fannu fari pulizia.
*perchè non vuoi fare niente devi sporcare casa mia. E oggi con la forbice da pota, e domani con la roncola, ho preso e gli ho gettato un bidone di acido muriatico sotto il gelso e l’albero è morto. E quello s’è pure arrabbiato. Mio marito, quando mi ha visto con la bottiglia di alcool in mano, ha dovuto chiamare i carabinieri per far pulire in modo che non dessi fuoco.

Leggete questo Thread su Compagnia del Giardinaggio e confrontate il citato articolo di Severgnini
Corso coatto
Pubblico oggi un articolo apparso su “Calabria Ora” il 3 maggio del 2007, che mi sembra appropriatissimo per questo periodo dell’anno.
Corso coatto
Alle soglie dell’estate le Amministrazioni Comunali si dedicano alla potatura delle alberature, cosa alla quale tengono tanto per dimostrare che c’è almeno un motivo per cui paghiamo le tasse. La scelta del periodo non si può spiegare se non con un deliberato intento di uccidere gli alberi, cosa che riesce sovente. Un giro per la costa ionica dimostrerà come i “giardinieri” comunali non manchino di fantasia nella scelta delle forme di topiarie, eccone un breve elenco: a cubo di Rubik, a frigorifero, a campana, a ruota, a cassa da morto, a bottiglia, a padella, a disco volante, a frittata, a ciambella, a ciambella col buco, a bastoncino del ghiacciolo senza ghiacciolo, a tridente, a forchetta, a cucchiaio, a coltello, a cono gelato, ad ananas, a cappello, a pallone da calcio, a pallone da calcio sgonfio, a pallone da rugby, a lampione, a cuscino sprimacciato se l’albero è in buone condizioni, a cuscino stropicciato se l’albero è in cattivo stato, a doppia elica del DNA, a forma di Saturno magari con qualche satellite, a lama rotante, ad alabarda spaziale. Ma le forme che certamente vi capiterà di incontrare più di sovente sono quella a cavolo ed a cavolo fritto.







