I Bronzi di Riace nell’allestimento di Gerald Bruneau (quello scandaloso)

C’è chi litiga per quale film vedere la sera. Alcuni lo fanno: io lo farei.
C’è chi litiga per una gonna o una cravatta: io non lo farei.
C’è chi litiga per l’estetica: io lo faccio sempre.

bronzo A_gerald bruneauHo difeso l’installazione di Gerald Bruneau sui Bronzi di Riace e questo mi è valso un litigio senza fine.
Mi rendo conto di quanto l’osservazione dell’arte e quindi l’espressione di un giudizio siano viziati da una profonda mancanza di consuetudine con l’Arte, perciò il lettore più esperto mi scuserà se esprimerò concetti basilari in modo semplificato.

Difenderò sempre l’estetica Pop e Postmoderna dagli attacchi di chi la disprezza solo perchè non la comprende.
Non si disprezza la Teoria della Relatività perchè non la si capisce, semmai ci si sente afflitti e mediocri, desiderosi di avere i mezzi conoscitivi per comprenderla. Ciò non accade con l’Arte: chiunque ritiene di poter esprimere il proprio gusto (e fin qui va tutto bene), senza alcuna cognizione di causa (e va ancora tutto bene), aspettandosi di trovare consensi (iniziano i guai), rigettando qualsiasi opinione opposta (male), finendo col prendere una posizione e litigare (tragedia).

Ciò che di peggio può accadere in questi casi è proprio arroccarsi su posizioni estreme senza neanche un tentativo di comprendere l’altrui posizione. Così muore la critica d’arte.

La critica d’arte muore nell’opinionismo, come sul sito Dagospia, che si limita ad una discettazione sarcastica, puerile e superficialissima.
Muore anche se espressa nel contesto di un ideologismo votato alla conquista di “consensi” o semplicemente inquinato da preclusioni culturali e sociali, come il razzismo, l’omofobia, la negazione di un certo tipo d’arte.

Questo vale per tutta la produzione artistica mondiale, di qualsiasi epoca storica e provenienza geografica.

Ho più volte esortato all’esternazione di un giudizio dicendo come la mancanza di espressione di un giudizio uccide l’Arte.
Ma non aspettatevi di liquidare questo o quello in due parole, senza che chi vi ascolta vi rimbecchi.
Mi sembra troppo pretendere.

Riguardo l’installazione di Bruneau, questi sono gli aggettivi che ho più volte letto: “volgare, osceno, terribile, dissacratorio, schifoso”

Seriamente – non ho intenzione di mettermi a discutere con chi ha ancora la parola “osceno” nel vocabolario relativo all’Arte.
“Osceno, sadico, brutto, schifoso, cattivo, illegale, IMMORALE” sono parole che nella definizione dell’opera d’arte non sono pertinenti.

L’Arte non ha bisogno di nessun permesso, di nessun consenso, di nessun atto burocratico, nè della giustificazione della morale, della bontà, della verità, della religione, della giustizia o della legge.

Che l’Arte si appropri delle opere altrui è un dato storico: il fatto che i Bronzi siano nati con altri scopi non è un vincolo. L’inintenzionalità dell’opera d’arte è un fenomeno accuratamente analizzato da filosofi come Jan Mukarovsky nel suo bellissimo libro Il significato dell’estetica. La funzione estetica in rapporto alla realtà sociale, alle scienze, all’arte, edito da Eiunaudi nel lontanissimo e più preveggente 1973.

il significato dell'estetica-mukarovsky

O nell’altro più accesibile La funzione, la norma e il valore estetico come fatti sociali. Semiologia e sociologia dell’arte, ancora Einaiudi, 1971.

La funzione, la norma, il valore estetico come fatti sociali

La funzione, la norma, il valore estetico come fatti sociali

In poche parole l’Arte può usare tutto, comprese le altre opere artistiche, per produrre arte.
Forse a qualcuno potrebbe interessare quanto scriissi a suo tempo sull’ antico vaso cinese o sull’ impacchettamento di Marina Abramovic.

In Arte non vale però il detto consolatorio “l’importante è partecipare”: non si prendono medaglie di bronzo, nell’arte. C’è solo la medaglia d’oro e chi arriva secondo, non arriva.
Mi pare che sia successo proprio questo a Gerald Bruneau: non c’è arrivato.

Il Kitsch è un’arte di cui pochissimi sono stati padroni. Abbondantissima e felicissima nelle fiere di paese, ma scialba se messa in mano a certi tipi.

L’allestimento sui Bronzi meritava un intero capitolo della storia dell’arte: quando e dove si sarebbe potuto compiere un atto di tale memorabile portata? Quale statua ha quelle dimensioni, quell’aura di antichità, quel valore estetico e classico e contemporaneo insieme? Nessuna. Davvero nessuna al mondo.
Su quale altra statua sarebbe stato possibile mettere un tanga e un boa? Quale altra statua raffigura la perfezione fisica del corpo maschile? Quale statua è così integra, luminosa, metallica, plastica e verosimile? Quale statua è così intoccabile, così delicata eppure dall’aspetto così saldo e forte? Quale statua appare serena in qualsiasi dimensione spaziale e artistica?

E Gerald Bourneau ha sbagliato: il boa sottile, veramente troppo sottile e l’elastico nero del tanga sono stati un disastro. Il tanga doveva essere zebrato e non leopardato (però giallo), e avere un laccetto, non un elastico così spesso. E il boa doveva essere molto più pieno e soffice.
Magnifico il velo che ha lasciato scoperte le natiche esaltando, per chi ha occhi abbastanza aperte, la sinuosità e la carica erotica della statua, dirigendola in maniera palese anche al pubblico maschile, destabilizzando la collocazione semantica dell’opera.
E osservate il metodo: nessun elemento metallico che potesse compromettere la pelle delle statue o rubare la scena ad un glitter di 2500 anni. C’era sicuramente un accordo (queste cose non si fanno tipo flashmob) e al fotografo non sarà stato consentito di usare nessun tipo di abbigliamento con ganci o fermi metallici. Il materiale usato chiarisce come ci sia stato un vero e propria definizione contrattuale dietro le foto “dissacratorie”.
Il velo da sposa era quasi funebre, a mio avviso, ed era anche troppo congestionato attorno al capo. Visto frontalmente il Bronzo A non rendeva affatto.
Brutto, bruttissimo il boa grigiastro attorno alla testa, a mo’ di cornona di alloro. Bene l’intenzione, sbagliato il mezzo.
Interessante invece il mazzolino di fiori, ma l’insieme è risultato “scompagnato” in maniera troppo vistosa. L’effetto generale che se ne trae è deprimente, solo a tratti ludico. Ciò che si deduce è che l’artista non ha avuto nè tempo nè voglia di osservare le statue con accuratezza, e non ha studiato un allestimento dedicato, raffinato e pretenzioso, ma dozzinale e raffazzonato, con un esito che definirei senza dubbio approssimativo e scadente, “sbagliato”.

Gerald Bruneau ha buttato via un’occasione che non si ripeterà più nella storia di queste statue, e questo mi fa incazzare da morire. Anche perchè l’avessero data a me la possibilità…

Venendo poi alla questione politica. Le foto sono state fatte a inizio febbraio, ma vengono rese note solo all’indomani delle polemiche sullo spostamento dei Bronzi.
Le dichiarazioni delle direttrice del museo, Bonomi, hanno solo del ridicolo e in genere il chiasso che si sta facendo attorno a quest’installazione è solo ignorantissimo pettegolezzo destinato a una rapida obsolescenza, ed è finalizzato unicamente a mettere in cattiva luce la Calabria e spostare definitivamente i Bronzi in qualche museo sabaudita.
Ovviamente la dichiarazione di far riemergere le due opere dall’oblio, è palesemente pretestuosa e non sarà qui neanche considerata.

Rhegium Waterfront, di Zaha Hadid. Speriamo che si veda bene dall’alto.

Non so quanto sia noto a livello nazionale che la città metropolitana di Reggio Calabria si sta per dotare di un “waterfront”. Per ufficializzare la cosa il sindaco Scopelliti (dalle statistiche risulta essere il più amato d’Italia) è pure andato a Londra, quindi roba grossa.
Ma che è un “waterfront”? Semplicemente un’architettura accostata all’acqua, di mare, di fiume, di lago, di fiumara o torrente che sia. In termini strettamente tecnici anche un muro di contenimento in laterizi di calcestruzzo è un waterfront, ma in sostanza ciò che si intende con questa parola è una costruzione di grandi proporzioni di rimpetto al mare. per saperne di più consiglierei la lettura del bel libro del professor Claudio Roseti dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria
Waterfront, spazi liquidi e architetture d’acqua. Scheda su IBS.
I giornalisti vanno letteralmente in delirio quando qualcuno inventa o riscopre parole del genere, e i titoli degli articoli non fanno che ripetere la medesima parola. Che noia, che mestiere ambiguo…

Il concorso per il Waterfront di Reggio l’ha vinto Zaha Hadid, una tipa tosta. Se guardate la sua scheda qui l’immagine sembra una wharolata della foto di una drag queen.
Zaha Hadid è una personalità, è molto famosa nel suo ambiente, è una degli esponenti più quotati della corrente Decostruttivista, anche se secondo me è più un’etichetta che le sta stretta e che può essere più vera per gli interni che per gli esterni.
Le sue architetture sono molto raffinate ed eleganti, e il fatto che abbia studiato matematica pura la dice lunga sulla sua “tostezza” e sulla sua concezione dell’architettura come rappresentazione di flussi di movimento. Le sue costruzioni sembrano infatti dei risultati di funzioni goniometriche, logaritmi ed asintoti che rendono lo spazio tridimensionale un mezzo e non un luogo. Le coperture sono di materiali pregiati, costose, e qualche volta è stata accusata di aver dato poca funzionalità all’insieme.

Una signora che non pettina bambole.

Il Waterfront di Reggio sarà diviso in due blocchi. Uno ospiterà un museo del mare (pare che ci metteranno i Bronzi. Finalmente via da quel museo incartapercorito e sfinito) a forma di stella marina
zaha hadid

(che visto dal mare ricorda un po’ quell’unica opera di Jorn Utson che l’ha reso famoso, l’Opera House di Sidney)
rhegium waterfront, zaha hadid

e un altro dalla parte opposta del Lungomare, collegato alla orribile stazione Garibaldi, che ricorda un po’ un altro progetto di stazione della Hadid, quello della Tav di Afragola, a Napoli.
rhegium waterfront, zaha hadid

Sono queste le cose su cui la città deve investire. Landmarks. E non per farci riconoscere dagli altri (come nel caso della citata Opera House di Sidney), ma per ridare a noi stessi una identità.
Perchè l’abbiamo persa. L’abbiamo persa dalla fine della civiltà megaellenica.
Speriamo si vedano bene dall’alto, mentre la gente ci sorvola in aeroplano.