Non fu Einstein a dire “tutto è relativo”, ma gli fu solo attribuito dalla letteratura apocrifa. Anzi, la sua legge dovrebbe chiamarsi di “non relatività dei moti”. Come ho detto, Eistein è l’ultimo grande determinista.
Questo preambolo per dire che, se non parlerò di Puya, di piante tropicali e di antiche fruttifere, il motivo è che queste piante a Cittanova non c’erano, e non ci saranno ancora per un bel pezzo. Cittanova è una fiera mirata sulla domanda, che per ora è molto semplice e quasi inconscia. Anzi, devo dire che quest’anno c’è stato qualcosa in meglio e qualcosa in peggio.
Arrosoir et persilMeglio la qualità delle piante. Piante più diversificate e più interessanti, non troppo gerani, e il vivaio che aveva più pelargoni ne aveva di belle specie, come il tomentosum, il graveolens, l’hederifolium (o peltatum), anche variegato, e altri che non ho riconosciuto. C’erano anche delle belle piante di Geranium maderense. Belle piante piccole, relativamente poco costose, ben divise, ottima serietà dei vivaisti, che forse venendo in Calabria si sentono maggiormente autorizzati a una loquacità incontenibile.
Per tutti i dolori articolatiPeggio l’inopinata, fastidiosa, ingombrante presenza di altri tipi di prodotti, che ormai siamo abituati a vedere in ogni dove anche nelle fiere più blasonate. D’accordo per lo stand degli unguenti alle erbe e quello dell’aloe (che cura tutti i dolori articolati…chiamate un camionista!), d’accordo per i libri, anzi, erano pochi. Siamo al limite col le terrecotte smaltate, coi saponi,col miele e l’olio d’oliva. Ma i gioielli e i taglieri di legno NO! A questo punto meglio dividere in due la fiera, ché posto ce ne sarebbe stato, e dare più spazio all’artigianato di qualità (scritto in grassetto) e creare due percorsi: uno artigianale (ma non agroalimentare, per favore!) e uno florovivaistico.
Per dare successo a questa manifestazione, in modo tale che possa configurarsi come un evento di portata nazionale, occorre creare sia una migliore offerta, sostenendo gli organizzatori con iniezioni vitali di dindi, ma più sottilmente occorre creare un’offerta. Perciò io credo che Cittanova debba prendersi la responsabilità di attivare dei percorsi formativi a cadenza annuale, che diventi il polo di una rete di informazione/formazione botanica, biologica e giardinicola. Credo che sia importante promuovere queste attività organizzando dei convegni (ma con le palle quadrate) e richiamando ogni tanto qualche importante personaggio per fare un po’ di battage pubblicitario. Mi riferisco a blasonate archistar, come Clément, Conran, Fujimori.
Servono soldi per questo, è vero, ma non è detto che facendo leva sul senso di etica e di eguaglianza, non si riesca ad ottenere qualcosa. E se così non fosse, si dovrà andare avanti anche senza le archistar, che arriveranno quando potremo permettercele, ma il successo e la crescita di “Cittanova Floreale” è indissolubilmente legato a dei corsi permanenti su territorio, alla creazione di un garden club e all’attività di promozione cultural-giardinicola. In breve “Cittanova Floreale” dovrà essere l’acme di una preparazione durata tutto l’anno. Solo così nessuno salterà in aria sentendosi chiedere 20 euro per “quella pianta lì”. E i 20 euro diverranno magari 30, con guadagno del venditore e maggiore potere attrattivo della fiera.
Tradescanzie dal Vivaio ValverdeSe infatti i venditori sanno in anticipo che avranno sia soddisfazione professionale che economica, spostarsi verso il fondo della penisola non diventerà troppo impegnativo. Potremmo in futuro avere vivai importanti.
Senza contare che questa attività potrebbe condurre alla crescita e al miglioramento dei vivai presenti sul territorio e dell’attività florovivaistica in generale.
Magari in un lontano futuro si potrebbe anche considerare una scuola agraria.
Un sogno? Non credo. Molte regioni l’hanno fatto e le potenzialità non mancano certo a noi. Ma se è vero quanto dicono i quotidiani, che su 200 miliardi di euro stanziati dall’Europa per il Mezzogiorno, Monti ne ha versati solo 2,5, la stessa cifra stanziata per i danni del terremoto in Emilia, si può ben presagire che quello che ci mancherà saranno proprio i soldi.
Finito il fervorino, la mia giornata a Cittanova è stata a dir poco esaltante. Ho perso tempo perchè a Polistena c’era una gara di tuning, credo, e l’unica strada che conoscevo era bloccata. Ho fatto mezzo paese contromano seguendo le indicazioni di un tale che per poco non mi portavano a Taurianova, alla fine mi ritrovo in mezzo ad un funerale dove mi danno le informazioni giuste. Volevo un navigatore, in quel momento, maledizione.
Raggiunta la Villa, ho parcheggiato lontanissimo perchè era già tutto pieno. Ho incontrato quasi subito Mimma Pallavicini e Carlo Pagani. L’amicizia con Mimma si sta consolidando molto, mentre spero ne sia nata una nuova con Carlo Pagani, che mi ha fatto un’ottima impressione. Decisamente più diretto e incisivo di quanto non appaia nei suoi articoli su “Gardenia”. Il tono a volte lagrimevole dei suoi aneddoti deamicisiani è assolutamente assente dalla persona e dal giardiniere.
Con Mimma e Pagani abbiamo parlato un bel pezzo, dell’assurda politica italiana ed europea che conduce all’inevitabile impoverimento delle famiglie e della cultura. Abbiamo discusso del giardinaggio contemporaneo e dell’editoria italiana. Era da parecchio che non potevo parlare con nessuno di queste cose e per me è stato uno sfogo più che una conversazione. Senza accorgercene abbiamo parlato più di un’ora tanto che quasi subito c’era la merenda didattica con i ragazzi che gli insegnava che un colore non è univoco (ad esempio viola=mirtilli, arancione=arancia, ecc.). Alla fine della merenda i bambini hanno imparato di aver mangiato almeno 12 piante. Merenda didattica
Avete visto Pagani come ride sotto i baffi?
dodici tipi di piante
Successivamente Carlo Pagani ha tenuto una lezione, o meglio, si è prestato a rispondere alle domande poste dal pubblico. i presenti erano tutti adulti e veleggianti verso la sessantina, si sono fatte domande perlopiù sull’orto, sulla riproduzione, sulla concimazione e sulla preparazione del terreno. L’uditorio era estremamente impreparato: a parte qualche signore dedito all’orto, ma con conoscenze circoscritte, il pubblico femminile poneva delle domande che a volte facevano sorridere per la loro ingenuità. Non posso non menzionare una signora carina, ben truccata e pettinata, che ha fatto la cosiddetta “domanda impossibile”, cioè quella domanda a cui si può rispondere solo “dipende”. Avendolo già anticipato io, la signora non è stata soddisfatta, ripetutolo il maestro, con le mie precise parole, la signora si è acquietata. Non ho potuto fare a meno di farmi una risata alle spalle della signora, che penso non l’abbia presa bene, ma non ho potuto contenermi.
Nonostante le domande fossero in massima parte elementari, Pagani si è sforzato, da abile oratore, a renderle accattivanti e soprattutto complete da un punto di vista scientifico. Ha spiegato molte tecniche di coltivazione specie per le piante in vaso e per l’orto. Con mia grande soddisfazione ha posto un accento particolare sulla corretta preparazione del terreno, che è un argomento a cui troppo poco si presta attenzione. Pagani ce l’ha messa davvero tutta
Terminata per il momento la parte conferenziera o didattica, con Mimma ci siamo fatte un giretto tra le postazioni. Mercè la sua presenza ho avuto sconti e regali. C’erano molte grasse, sempre accorsate
Le solite tillandsie
Phlox che non ho preso, da noi soffrono l’estate, ma a Cittanova, che è nell’interno e beneficia di un clima meno caldo, possono stare benissimo, infatti poco distante c’erano dei residui di fioritura di Digitalis purpurea, una specie che sulla marina non ha speranze. Phormium tenax con digitale
Andando ancora avanti incontravo cose più o meno belle, più o meno interessanti, ma sempre non mi facevo mancare l’osservazione della Villa. Piante di cotone. Il cotone ha avuto un forte momento di produzione nel Marchesato, finchè non fu fatto fallire perchè lo producevamo meglio degli altri
Uno sguardo intorno:
Il palco visto dalla parte opposta dell’entrata. Lì c’era l’esposizione di quaderni d’appunti e manuali delle Edizioni del Baldo
Ho avuto anche una simpatica disavventura: durante la merenda didattica una bambina aveva perso il suo apparecchio per i denti tra i fazzoletti di carta. Per fortuna che a Cittanova c’è la differenziata: l’abbiamo trovato subitissimo! C’era il famoso limone Mano di Budda e molte cultivar di agrumi antichi portati da un’azienda siciliana, Tamo Flor, specializzata in bougainvillee e piante mediterranee Limone Rosso è proprio il nome della cultivar Le Hemero non mancano mai…
Come sempre uno sguardo all’insieme. Guardate che grande e folto questo Phormium tenax variegato.
Echinacee, sullo sfondo il monumento ai caduti Un fiore di Hibiscus enorme. Considerate che il diametro del mio obiettivo è di circa 5 cm
Un po’ più in giù, verso l’entrata, c’erano annuali e rose Leonardo da Vinci Rosai rampicanti Poulsen. Mi hanno detto il nome della cultivar, ma l’ho scordato Rosa blu di cui non ho chiesto il nome
Uno degli stand più accorsato è stato quello di René Stins, un giovane olandese che si è sposato una bergamasca. Il suo assortimento era paragonabile a quello di Floraiana o raziel. Certo, mancavano quelle “preziosità” che molti di noi amano, cercano e conoscono, ma si tratta di fine stagione, anche se i bulbi erano in ottime condizioni di stoccaggio. René ha detto: “Quel che vendo vendo, quel che rimane lo lascio alla Villa perchè sia piantato qui”. Io credo che questo vada sottolineato. Da lui ho preso della Crocosmia di non ricordo che varietà, comunque rosso fuoco, delle Nerine bowdenii, degli Zephiranthes rosea, del Sedum ‘Herbstfreude’ e dell’Alcea in mix. Non è che Renè contasse i bulbi, li prendeva a manate e li metteva nei sacchetti. Alla fine mi ha chiesto una cifra che non ripeterò. In effetti, se avessi potuto approfittare ancora avrei preso degli Amaryllis e un paio di altre cosette. Ma poi avrei fatto l’ingorda.
Infine ho dato un’occhiatina a queste pubblicazioni Del Baldo che sono così carine, ma così carine, che ti verrebbe la voglia di prenderle tutte. E’ ovvio, è roba per noi ragazze e talvolta per i piccoli, ma io mi sciolgo in una pozza di zucchero davanti a queste cose. Ho preso tre quaderni d’appunti. Tutto sta farsi venire in mente qualcosa da appuntare…
Ormai era sera, ho salutato il mio amico Tommaso da Condofuri, venuto col cotone e molte altre cose interessanti, e poi col suo aiuto ho caricato le piante in auto.
A conclusione della serata c’è stata la presentazione di un libro di progettazione del paesaggio a cui ha presenziato il sindaco Cannatà. Del suo lungo discorso mi piace ricordare che la parola “Aspromonte” non viene da “asper” latino, ma da aspér, greco, che significa bianco (come l’Asperula odorata). Troppa distanza, anche a parole, si è messa tra le Alpi e l’Aspromonte, ma l’Aspromonte è un relitto delle Alpi, la sua geologia è alpina, non appenninica. L’Appenino in Calabria finisce verso Catanzaro, dove c’è la “coscia di Stalettì” (cfr. Luigi Lacquaniti, Scritti Geografici). L’Aspromonte è insomma un’Alpe scivolata giù.
Sono tornata a casa col buio fondo, meno male che la strada la conosco benissimo perchè la faccio per andare dal veterinario. Tornare a casa è stata una passeggiata gradevole. Certo, una fiera che ti tiene fuori di casa per otto ore non capita ogni giorno.
Ero troppo stanca per sistemare le piante e le ho depositate su un tavolo, la mattina dopo le ho raggruppate in modo che con una botta di tubo le annaffio tutte, comunque non vogliono molta acqua. penso di aver fatto degli acquisti mirati. Alcune cose vanno messe in terra ora (le lavande), per altre aspetterò ottobre.
Il mio bottinino è qui, bello concentrato. Il vasetto in alto è una piantina di cotone, chissà che non mi estenda e ne faccia commercio, potrei diventare più ricca di Rossella O’Hara.
Ma la cosa più bella è stata avere delle piantine, delle piantuzze, le belle piantuzze. Trepidare per loro, gioire, amarle.
Ero così felice quando sono tornata a casa che ho dormito come un barbapapà. E il giorno dopo ero così allegra, in pace, serena, piena di speranze.
E’ da molto tempo che sto alla larga dai mercati, per non essere indotta in tentazione, ma qualche capatina ai vivai si fa sempre: c’è sempre un’occasione per fermarsi a guardare.
Così abbiamo visto l’introduzione di molte piante nuove, l’arrivo dei rampicanti esotici, delle rose cartellinate Meilland o Austin, della ‘Pierre de Ronsard’.
sfocato perchè scattata di nascostoQuest’anno è l’anno del Convolvolus cneorum. Ne avevo avvistati tre o quattro esemplari nella “zona piante” di un centro commerciale, tra i vini e la frutta sciroppata. Erano malmessi, strappazzati e schiacciati, infilati in vasetti col cellophane intorno e una bella etichettona in plastica. Una cosa da far piangere. Io che di solito in giardino sono razionale e metodica, immune alle emozioni e alle intemperanze come l’inverno artico, mi sono commossa. E ne ho comprato uno. E mal me ne incolse.
Il Convolvolus cneorum è una pianta di cui non ne posso più. Bianco e grigio, gola leggermente gialla, ah ahaaahhh, il tripudio di quando andavano di moda le piante a foglia grigia, di quando eravamo pischelletti influenzati dalla Jekyll e dalla Hobhouse! Comprato due volte alla Landriana, due volte morto. Adesso sta benone, una pasqua, bello felice nel suo vaso-pentolaccia. Insipido come la pasta scondita, bisogna assolutamente metterci qualcosa vicino.
E lì iniziano i problemi: mica ho Priola sotto casa. Per ora ho risolto con un po’ di bocche di leone color giallo ramato, e cercavo una Callibrachoa con delle tinte simili. “Roba da ragazzi”, pensavo, di callibrachoe è pieno il mondo.
E invece niente. dalie a tutto andare, gerani, surfinie quasi zero, lavande a dieci euro, hippeastrum e altra roba andanteNon solo Callibracoa, ma anche petunie e surfinie sono diminuite. Al più ci sono quelle minuscole, nel vaso da 8 cm, col fiorone grande quanto un piattino da dolci, che starebbero bene solo su un davanzale messe in scatole da tè.
Dopo essermi autocongratulata per quello che immaginavo il salvataggio di una pianta che sarebbe stata ignorata da tutti, me ne trovo ettari nei vivai. Una marea di gerani, e non dei soliti colori! Ma soprattutto, e dico, soprattutto, le perenni arbustive o semi-arbustive. Roba andante, non crediate, ma fino a qualche anno fa c’erano solo gli Hibiscus.
E’ una grande novità e un passo importante.La diminuzione delle annuali e l’aumento delle perenni implica una maggiore coscienza di ciò che è la struttura di un giardino, la sua impalcatura. E’ evidente che questo si deve alla gran mole di informazioni gratuite reperibili su internet, alla velocità con cui si scambiano e all’immenso numero di manuali pubblicati negli ultimi anni, alcuni anche buoni. Le riviste sono ancora ferme sulla linea di partenza, ma questa non è una novità.
Occorrerà fare attenzione all’evoluzione dei giardinetti pavillionaires, questa primavera, e a fine estate fare un bel po’ di ispezioni alla Fiera di Portosalvo.
Quindi niente zinnie,ma convolvoli.
Chissà quanto tocca aspettare per avere le graminacee.
Qualche giorno fa a Capofilico hanno mietuto l’avena: è segno che si apprestano ad appiccare gli incendi annuali. Capofilico è sempre stata la mia riserva di caccia per fotografie di piante spontanee in un ambiente antropizzato.
La bellezza della flora calabra mediterranea è matura come un frutto da cogliere. Oltre queste poche settimane che ci separano dal caldo intenso, avremo campi secchi, luce accecante, foglie accartocciate dall’arsura. Ci può venire in consolazione qualche brano di Montale : in pozzanghere mezzo seccate agguantano i fanciulli qualche sparuta anguilla.Le viuzze che seguono i ciglioni immettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
La primavera si trasforma velocemente in estate, e l’estate matura improvvisamente, diventando una serie di giorni invivibili per il caldo e l’afa.
Questa strana primavera mi ha messo in agitazione per le moree. In un paesino della costa, di cui non faccio il nome per prudenza, c’è una zona che un tempo era protetta per la fauna e la flora insolite. In quel punto c’è una vera prateria di Moraea sisyrinchium, che ha un numero di sinonimi enne elevato a infinito.
Sono delle bulbose minute, slanciate, che portano piccolissimi fiori simili ad iris azzurri in miniatura, hanno l’aspetto di un gioiello fatato. Si schiudono solo nei giorni di vero caldo, e nell’orario di massima temperatura. Fotografarle con la luce cruda delle due di pomeriggio è dura.
Beccarle non è stato facile, ma volevo proprio fotografarle da vicino con l’obiettivo micro.
Quest’anno ci sono andata due volte, la prima quasi a vuoto.
Purtroppo ho notato che in quella zona vengono portate le greggi al pascolo, e dunque non credo che le moree avranno vita lunghissima. Eppure un tempo la zona era dichiarata protetta. Si vede che ora non interessa più a nessuno.
Dovrò scrivere un articolo. Anzi, meglio, al comune di XY.
Su Acta Plantarum da cui apprendo che si chiama “Giaggiolo dei poveretti”, forse perchè ampiamente distribuito nelle zone meridionali di Puglia, Basilicata e Calabria. Le considerazioni al lettore. Ne parla molto anche Norman Douglas in Vecchia Calabria (con l’accortezza di ricordare che le Calabrie erano due e molto più estese di oggi).
Oltre alle moree ci sono anche degli asfodeli.
In una mattinata luminosa abbiamo deciso di tornare alla Limina per seguire le fioriture spontanee:
La luce cruda della marina si faceva filtrata e tenera sotto i faggi, e si poteva stare anche senza giacca e cappuccio. Si stava proprio bene.
Ci aspettavamo un po’ di più, i ciclamini ad esempio sono ancora molto indietro, ma abbiamo trovato alcuni piccoli tesori.
Le prime ad essere avvistate sono state le pervinche, quelle piccole, le minor, quelle di cui Piz diceva che l’ideale per loro è il giardino all’inglese, sotto i grandi alberi (dio mio, spero non cedri del Libano…).
I fiori sono grandi meno di una moneta da 50 centesimi, ed era grande la tentazione di prenderne un cespo per piantarlo nei recessi più ombrosi del mio giardinaccio, oppure da mettere in un piccolo vaso, fare infoltire, e poi confezionare in primavera, per la Pasqua, in un vassoio fai-da-te-a-costo-zero, che fa tanto lifestyle, homemade whith love, country e tutta quella roba da orticaria. Ma il pensiero del suono stridente delle radici strappate alla terra mi ha distolto.
Pochissimo oltre, e quasi dello stesso colore, abbiamo incontrato, e poi rincontrato, lungo tutta la strada, delle violette color indaco chiaro. Credo siano le calcarata.
Anche le comuni viole odorata ci hanno fatto da compagnia durante tutto il percorso, in dense macchie, in gruppetti o in esemplari isolati. Sempre molto bassi, meno di 10 cm.
C’erano altri tipi di viole, una a fiore giallo che per fotografarla per poco non m’ammazzavo e la foto m’è pure venuta sfocata, ma poteva essere la bertolonii, e un’altra specie, meno diffusa, credo la corsica.
La lettiera di foglie di faggio era molto profonda, e i piedi di affondavano mentre salivamo i leggeri dislivelli in cerca di altri tesori. Foglie di erodium, ciclamini, trifogli, macchiavano il tessuto altrimenti color sabbia dalla superficie.
Come alla prima botanizzazione liminesca abbiamo trovato forse la prima gemma di un bucaneve, oggi ne abbiamo trovato le ultime tracce.
Tra una sosta e l’altra ci sono capitate di frequente la Daphne laureola e l’euforbia delle faggete (E. amygdaloides).
I fiori azzurri sembravano abbondare, questo anemone (blanda, appennina?)…
…ma quello che ci ha fatto più sorprendere è stata la presenza di questa piccola bulbosa, che è stata ribattezzata mille volte. Ora si dovrebbe chiamare Scilla non-scripta, diversa dalle bluebells inglesi, che sono Hyacintoides hispanica o qualcosa del genere. Comunque su questa faccenda ho una gran confusione in testa. Però il fiore è qualcosa che t’allarga il cuore, con questa taglia minuscola e il colore zeffirino.
Abbiamo deviato per San Bartolomeo, dove c’è un’acqua apprezzatissima, e tra lo squallore di una zona ristoro che sembrava un “gallinaro”, abbiamo preso aria e riempito una bottiglia che avevamo in auto. Ci ho riempito un po’ il radiatore (radiatore fortunato!) e anche il serbatoio dell’acqua per i tergicristalli. Mi sono sentita un po’ come se lavassi i diamanti con lo champagne.
A San Bartolomeo (detto “San Bartolo”) c’è anche un monastero. Devo dire che non ha mai esercitato un gran fascino su di me.
Altri incontri sporadici, pratoline dappertutto, molti Helleborus bocconei, e qualche Pulmonaria saccharata ad inizio fioritura.
Dove il terreno era più umido c’erano tanti Ranunculus ficaria .
Al ritorno il tempo s’era già fatto un po’ più grigio, preludio delle piogge preannunciate per la fine settimana dalle onnipresenti previsioni meteo che ci infestano la vita.
Al ritorno ci siamo imbattuti in arbusti di salice (S. viminalis) attorno a cui ronzavano molti insetti. Potevo prendere un paio di rami per farci verghe con cui frustare i miei detrattori…
Un ultimo sguardo dietro di noi, i faggi dritti dritti come fusi che svettano verso l’alto, grigi e giovani faggi. Alberi elfici. Alberi Sindarin.
Qualche giorno fa, prima della paura per il Burian e per il gelo, in una giornata che sembrava non troppo fredda ed era nata come luminosa, abbiamo deciso di andare alla Limina. Il Passo della Limina è il punto che separa l’Aspromonte occidentale da quello orientale, con una lunghissima e vecchia galleria da film dell’orrore, che sembra stia per crollarti addosso da un momento all’altro.
E’ facilissimo trovare tempo peggiore sul lato tirrenico, mentre sul lato ionico splende quasi sempre il sole. Insolito è il contrario, ma rarissimo il fatto che le condizioni climatiche si equivalgano dall’uno e dall’altro versante.
Pensavo sinceramente che il “tempo” (cronologico), fosse più avanti. Il sottobosco è in accenno di ripresa, con foglie di ciclamino, euforbie, ellebori, che fanno a gara per trovare il loro spazio contro la profonda lettiera di foglie di faggio.
Gli alberi erano spogli. Contro lo sfondo plumbeo del cielo i rami sembravano arzigogoli di china su carta ruvida, di quelli che faceva Arthur Rackham. C'è passato Arthur Rackham
In qualche punto si può guardare a valle, una staccionata che non serve più a niente funge da parapetto. In limine
La bruma si alzava dai fondovalle, come nei racconti di Tolkien: ti senti volare in un altro mondo. Far over the Misty Mountains cold
Ad un certo punto ha iniziato a nevischiare e abbiamo preso la via del ritorno, Nevischio
ma non senza aver prima trattenuto con noi il ricordo di una preziosa gemma, ancora non del tutto sbocciata. La prima, forse, di tutta la montagna.
Direi il falso se non ammettessi che la discussione su Murabilia su CdG non mi ha sollecitato una riflessione, in un momento in cui per sollecitarmi occorre la potenza di uno virgola 21 gigawatt.
Non entro nel merito dell’oggetto della discussione che sembra poi ridursi a una questione semplice come se far entrare o no quelli che vendono saponette. Alcuni dicono di no, altri dicono che le saponette sono necessarie per sostenere l’organizzazione in modo che possano venire vivaisti di qualità. Insomma, è come vendere cento libri di Bruno Vespa per poterne vendere uno di Pizzetti.
Le saponette sostengono i vivaisti, insomma.
Dall’altra parte c’è chi le saponette non ce le vuole, perchè se le ritrova sempre ad ogni benedetta fiera a cui va. Quindi no alle saponette, no ai tovagliolini ricamati, no alle essenze di lavanda e fiori d’arancio: vogliono solo piante. Giustamente loro vanno ad ogni santa mostra che fanno, alla fine di saponette ne hanno fin sopra i capelli. Io che ci vado una volta ogni cinque anni le saponette me le comprerei pure.
Ora c’è pure chi se la prende a caldo, e giù raffiche di proposte, e magari pure qualche pungolata nel sedere.
Bene.
Ma la domanda che a me sorge spontanea è: che me ne frega a me di tutta ‘sta baracca? Mica ci vado io a Murabilia. Non c’ho manco i soldi del biglietto per arrivare a Bologna, figurati comprarsi piante per centinaia d’euro di spesa, portarle a braccio alla stazione, caricarle sul treno e farci insieme mille cambi che Trenitalia ha disposto per arrivare sulla Jonica. E che so’ io Braccio di Ferro, Superman?
Senza contare che la metà ti muore di caldo e l’altra metà ci pensano i cani a distruggertele.
La sola cosa bella è che hai visto un po’ di amici che erano anni che non li vedevi. Il viaggio vale la pena solo per quello, ma non certo per le piante.
Quindi, dal mio punto di vista, Murabilia è una delle tante mostre di fiori e saponette che fanno da Roma in su, proprio laddove devi cambiare treno per prendere il Frecciarossa o FrecciaArgento, dove inevitabilmente si congela anche in estate perchè l’aria condizionata è talmente alta che un pinguino direbbe che è “appena tiepido”- e poi ci ingiungono di risparmiare sulla corrente, coglioni!
Al di là degli amici, vuoi visitarla e comprarci tante tante piante? Devi avere una beeeella auto spaziosa e scattante, infilarti sull’autostrada e arrivarci in macchina, pagare tre o quattro notti d’albergo. Te la visiti tutta, ti compri anche gli ammennicoli essenziali se li vuoi, se no fai finta di non vederli, sistemi tutto nel portabagagli e torni a casa lunedì mattina. Quattro giorni di ferie non pagate.
Murabilia, come le altre fiere, per me sono un nome scritto su un depilantes, una data, dei racconti di chi c’è stato, per il resto è come se non esistesse.
Vivi in Calabria? e resta in Calabria! è il motto dell’italia. Per arrivare a Cagliari, che è sullo stesso parallelo di Cosenza, io devo andare a Roma o a Bari, sempre se trovo il treno. Traghetto? Devo sempre partire da Palermo o da Roma. Tanto vale che ci vado a nuoto. Vivi in Calabria? e restatene in Calabria! Ma dove devi andare, ché ci hai il mare coi pesci belli rimpolpati di tunisini morti in mare, ché c’è il sole, il peperoncino, la ‘nduja, ché si mangia bene, ché c’è la cordialità! ma chi te lo fa fare di spostarti per una fiera di giardinaggio? Ma che le vuoi le Puya carnose? Ché ci hanno la carne dentro? e perchè, non le sapete fare delle belle polpettine al ragù, voi calabresi, che siete maestri di cucina? Ma resta dove sei, guarda, ti tolgo il treno, ti tolgo l’autobus, ti tolgo l’aereo, ti scasso l’autostrada e ti faccio un favore, così rimani nella tua terra e impari ad apprezzare le cose belle. Poi quando ci vediamo mi dici grazie e mi offri il caffè.
E comprati un oleandro e non rompere.
La Moraea è una bulbosa molto diffusa da Davoli a Guardavalle, sui greti sabbiosi e sassori. Norman Douglas, in Old Calabria raccontava che la zona del Pugliese ne era piena (all’epoca le Calabrie erano molto più estese). Un giorno ero andata a Davoli dove c’è un vivaio decente e al ritorno vedevo questi continui lampi cobalto. Un azzurro più bello e luminoso della borragine , che di solito fa questo effetto ottico quando si guida.
Appena ho visto la strada libera mi sono buttata di lato e ho iniziato a fotografare. All’epoca avevo una piccola Mustek, che però prendeva magnificamente i colori.
E’ stata una bellissima giornata.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)