Filo spinato



Filo spinato

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Il parco acqua di Soverato



Parco Soverato

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Il rosa delicato dell’inverno mediterraneo



lychnis aloysius lilius

Inserito originariamente da Lidia Zitara

L’uomo e gli animali: un rapporto senza tempo

Giovedì 2 dicembre a S. Ilario dello Ionio (RC) si terrà l’inaugurazione della mostra curata dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria:
L’uomo e gli animali, un rapporto senza tempo

L’inaugurazione partirà alle ore 17, e si terrà nelle sale di Palazzo Carbone-Speziale.
La mostra L’uomo e gli animali: un rapporto senza tempo è una collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria e il comune di S. Ilario dello Ionio.

La mostra itinerante è curata da Rossella Agostino, funzionario della Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria e direttrice del Museo nazionale di Locri, è partita da Reggio Calabria nel 2002 e, di recente, ammirata pure ad Atene.
Dodici pannelli illustrativi e preziosi reperti provenienti dal territorio della Locride illustrano il millenario rapporto tra l’uomo e l’animale che, nei secoli, è stato di volta in volta compagno di giochi, amico fedele, mezzo di trasporto, vittima sacrificale, fonte di sostentamento.

Leda e il Cigno in un'antica pittura vascolare

Attraverso rinvenimenti da scavo e testimonianze letterarie, abbiamo potuto appurare la ricchezza di documentazioni sul tema – spiega Rossella Agostino – L’animale, che è sempre stato, a vario titolo, parte integrante della vita dell’uomo, ha pure ispirato opere di alto pregio artistico e piccoli prodotti artigianali, come i numerosi ex voto fittili e bronzei esposti nelle sale dei musei italiani e non solo.

Un’apposita sezione, curata in collaborazione con università, enti ed associazioni ambientaliste, è inoltre dedicata al mondo contemporaneo e ad alcune problematiche legate al rapporto tra uomo e animali.

Vogliamo ringraziare la Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria e, in particolare, la dott.ssa Rossella Agostino, per avere scelto la nostra cittadina quale tappa di questa interessante e originale mostra itinerante – dichiara il sindaco Pasquale Brizzi -.E’ l’occasione per tornare a parlare delle nostre radici, delle testimonianze storiche presenti sul territorio e, al tempo stesso, per rilanciare sull’attualità i temi ambientalisti e del vivere armonico con tutti gli esseri viventi. Un importante momento di crescita per la nostra cittadina di cui siamo davvero grati alla Soprintendenza e da cui ci si augura possa avviarsi una proficua collaborazione nel tempo.

All’inaugurazione, curata in collaborazione con la Pro Loco presieduta da Ugo Mollica, interverranno la direttrice del museo nazionale di Locri, Rossella Agostino, il sindaco Pasquale Brizzi, il consigliere provinciale Omar Minniti, il coordinatore della Lav Calabria Roberto Vecchio Ruggeri e numerosi rappresentanti istituzionali e di associazioni ambientaliste.

Per informazioni – Ufficio Stampa Comune S. Ilario dello Ionio – 349/2682277

Rami in alto o vi spariamo!

Potature, capitozzature, scalve: atti di inciviltà e incompetenza?
In realtà solo mezzi di contrattazione politica

Perché, perché, perché? PERCHÉ ogni tot anni, in un periodo variabile da febbraio ad aprile, le amministrazioni comunali capitozzano le piante? Il malcostume, una volta tanto, non è solo della Calabria, ma è felicemente detenuto da tutta l’Italia. In altri paesi, come la Germania o la Svezia, il taglio di un singolo ramo deve essere giustificato ed eseguito secondo le dovute norme tecniche.
Da noi, invece, ogni due o tre anni, nel periodo che va dalla fine dei rigori invernali fino ai primi caldi estivi, le amministrazioni comunali iniziano a scalvare le alberature comunali riducendole a dei relitti focomelici. Chi ne ha di più parte presto, chi ne ha di meno, come i piccoli comuni calabresi, si decide verso aprile, quando ormai il caldo è forte e la pianta stenta a rivegetare.
Ogni tanto qualcuno si lamenta, parte con uno “gne gne gne” piuttosto improduttivo in difesa delle piante e degli alberi come “creature”, come “esseri viventi”, facendo magari un paragone con i bonsai, i piedini di giglio giapponesi, le orecchie dei Dobermann e le code dei barboncini.
Non bisogna erigere la pianta a feticcio, a simbolo di una purezza perduta, di una vitalità naturale e incontaminata. In Italia sembrano esistere due polarità opposte in tal senso: la signora che si incatena all’albero perché non venga abbattuto e il vecchietto che va in comune a protestare perché l’albero gli fa ombra sul davanzale.

Allora, signori, iniziamo a ragionare e cercare di capirci qualcosa: rispettare le piante è un fatto di civiltà, di educazione e segno di un livello superiore di coscienza civica, esattamente come lo è non lasciare le cacche dei cani sul marciapiedi o non gettare mozziconi di sigarette per strada.
Lasciamo stare l’albero inteso e il suo fascino selvaggio alla Walt Whitman (o Avatar, se preferite), parliamo dell’unica cosa che possa sinceramente interessare una pubblica amministrazione: parliamo di quanto l’albero può dare a noi, in termini di comodità, vivibilità e ritorno economico.
Cari sindaci e care sindachesse, sappiamo benissimo che dietro le potature periodiche ci sono begli appalti che sono importante merce di scambio politico (perlomeno da noi, il mercato del floroviavaismo, non meno che quello del mattone, è in buona parte controllato dalla mafia. La stessa asta dei fiori ad Aaslmer in Olanda serve a coprire il riciclaggio di danaro sporco, il traffico di armi e di “diamanti insanguinati”). Ma vi ricordiamo volentieri che i trafficucci non vanno in disaccordo con un’apparente civiltà, che tra l’altro terrebbe la cittadinanza in uno stato di quiescente sopore, più prona di fronte a eventuali “manipolazioni”.
Gli atti di inciviltà che si sono in queste settimane presentati a Reggio Calabria e nel comune di Locri, tanto per fare due nomi, sono di quel tipo scioccante che ha il potere di far ribellare la popolazione che non è ancora del tutto bovina.
Vi torna comodo? Non sarebbe più proficuo effettuare delle potature meno devastanti? Sarebbe meglio per voi, meglio per noi, e meglio per gli alberi.
Affidando i lavori di potatura in mano a degli esperti, non a dei semplici impiegati alle dipendenze del comune che non sanno distinguere un fico da una fichessa, vi garantiamo che risparmiereste perfino, anche se sappiamo che non è questo il punto, anzi, tutto l’opposto.
Vi diciamo una cosa: i vostri giochetti di amicizie e comparaggi potete farceli anche sotto il naso, ma per favore, evitateci lo squallore di alberi fatti diventare tronconi. Un caso lampante è quello di Locri, che ha ridotto il viale di tigli di via Matteotti a dei pali della luce confitti nel terreno. Sono così tristi da menarti nel cuore, da farti venire in mente cose tristissime e deprimenti, come le poesie di Quasimodo, la guerra, le Foibe.
Proprio nei giorni in cui Locri inaugura il suo Urban Center, che dovrebbe essere strumento di condivisione e apertura, il Comune di Locri ha lasciato inascoltati gli appelli e le rimostranze dei cittadini e delle associazioni ambientaliste che hanno mesi fa protestato per il nuovo progetto di riqualificazione e riassetto della Villetta antistante il municipio. Con decisione autocratica si è messo mani alla villetta tagliando e sventrando: per ora poco male, a parte un vetusto esemplare di Araucaria che forse avrebbe potuto essere recuperato.
La mia opinione l’ho già detta a suo tempo: la villetta era “overpiantata”, sovraffollata e tutt’altro che attraente. C’erano davvero molti modi per migliorarne l’aspetto, tra cui anche la rimozione di alcuni esemplari poco interessanti (come le perfide thuie) e di pini che si davano reciprocamente fastidio. Il cantiere è recinto per cui non è possibile accedervi, ma dall’esterno si vedono bene delle potature mal eseguite evidentemente da personale non qualificato. Un grosso problema è infatti la mancanza assoluta di qualsiasi nozione di base da parte del personale che annualmente pota gli alberi.
Spesso si tratta di ditte che sbandierano attestati e certificazioni di qualità, vivaisti, “esperti” del settore. Questo la dice lunga su quanto bassa sia la nostra cultura non solo per quanto riguarda le piante, ma per tutto il mondo naturale, sia esso di carne, di foglia, di pietra o d’acqua. Piuttosto che fare potature così scorrette da un punto di vista agronomico e florovivaistico, sarebbe stato più opportuno rimuovere gli esemplari (un pino in più o in meno non ci cambia la vita, ma un pino tutto storto sì).
Ma –amici miei- state a sentire, ché il bello deve ancora arrivare: in uno spazio grande come un fazzoletto, il nuovo progetto per la villetta di Locri propone un giardino all’italiana, dimostrando così che chi ha avuto cotale bizzarra idea non conosce affatto la storia del giardino e non ha la più pallida nozione di paesaggismo urbano.
Per le malattie siamo sempre pronti a rivolgerci a luminari e baroni di ospedali di Roma o Milano, mentre per queste pratiche che hanno una ricaduta permanente sul territorio, sulla nostra immagine e sulla sua spendibilità in Italia e all’estero, ci affidiamo “alla ditta la Qualunque”, purché prometta, porti, ricambi, infili.
A questa negligenza massima dobbiamo le scalve periodiche degli alberi, i progetti di riqualificazione che imbruttiscono, la totale inosservanza delle più elementari norme orticole nella cura del verde pubblico.
Per carità, signori, non vi stiamo chiedendo di farci il Viaduc des Arts come a Parigi, ma questa torreggiante negligenza è ormai diventata inaccettabile anche in un territorio come la Locride, che la Comunità Europea denomina “obiettivo1”, cioè quelle che ancora si devono equiparare alle altre. Insomma, le ripetenti, le bocciate.
Lo stesso discorso si può fare per il disastro compiuto ai danni dei Ficus (pumila, retusa, ormai chi li riconosce più: non c’è rimasta neanche una foglia) di Piazza Italia a Reggio Calabria. Il paragone con un ammalato di focomelia è fin troppo facile per la sua oscena verosimiglianza.
Perché poi piantare alberi a tutti i costi? E tutti così vicini, stretti stretti come galline in una batteria? Chiaro poi che sarà necessario potarli. La corretta distanza è di circa 10-20 metri, a seconda dell’albero, e per carità, cancelliamoci dalla testa quest’assurdo ideale anglo-francese di piazza alberata a tutti i costi! Le piazze più belle d’Italia non hanno alberi: cosa sarebbe Piazza Navona con un filare di tigli?
E Piazza del Campo a Siena con un bel platano nel mezzo? La moda del viale e della piazza alberata nasce in epoca relativamente recente, dopo il rifacimento di Parigi da parte dell’architetto Haussmann e delle località balneari come Bath in Inghilterra da parte dei due John Wood (padre e figlio) che idearono i famosi crescent e circle e da John Nash che costruì il Regent’s Park a Londra: entrambi modelli per l’attuale stile dell’arredo urbano (che più che stile, bisognerebbe chiamare “mancanza di stile”).
Ma parliamo di spazi diversi, di epoche diverse, di fenomeni artistici diversi e soprattutto di culture diverse. Qui da noi la cultura dell’albero è nel giardino privato, la piazza deve essere lasciata alla comunità per incontrarsi e discutere, confrontarsi. L’ozio è nel proprio domicilio, non nello spazio pubblico. E’ una dimensione fortemente latina della vita pubblica, in cui all’otium era riservata la campagna, al negotium la città.

E’ la cultura inglese del genere “pittoresco” , nata in epoca illuminista, che ha portato il parco nelle grandi città, e di conseguenza, nei secoli successivi, ha affollato le nostre piccole piazzette comunali di alberi e alberelli. Non c’è una vera ragione per la presenza di questi alberi, si è semplicemente seguita la moda che lo stile dell’epoca imponeva. Alla fine siamo costretti a dirlo: questi alberi, mal piantati, sovraffollati, con le radici costipate in piccole buche dei marciapiedi, sofferenti, moribondi, mal potati…ebbene, sarebbe il caso di levarli proprio. Così non li vogliamo, e le amministrazioni non hanno il diritto di propinarceli.
Se è vero che il trattamento riservato al verde comunale evidenzia in maniera molto puntuale il livello culturale di una città, le conclusioni sono facilmente deducibili anche al più cieco degli osservatori. Gli alberi stanno lì, con “le mani in alto”, in fila come briganti in attesa di essere fucilati.

Dategli allora il colpo di grazia, ma risparmiateci la vista di quest’orrore!

Dall’Istituto agrario di Cesena: 6 buone ragioni per non capitozzare un albero

1) Deficit di sostanze nutritive: la potatura corretta rimuove non più di 1/4 – 1/3 della chioma, per non interferire con la facoltà dell’apparato fogliare di produrre sostanze nutritive. La capitozzatura, invece, elimina una porzione di chioma tale da sconvolgere l’assetto generale di un albero ben sviluppato, interrompendo temporaneamente la facoltà di produrre sostanze nutritive e determinando una “crisi energetica”.

2) Shock: la chioma di un albero è paragonabile ad un ombrello parasole capace di schermare le parti dell’albero dall’azione diretta dei raggi solari. Con l’eliminazione improvvisa di questo schermo, il tessuto della corteccia è fortemente esposto alle scottature solari.

3) Insetti e malattie: i grossi mozziconi presenti in un albero capitozzato cicatrizzano con difficoltà ed in tempi lunghi. La posizione apicale di queste ferite e le loro notevoli dimensioni ostacolano il buon funzionamento del sistema naturale di difesa, pertanto i mozziconi residui sono facilmente attaccabili da insetti e parassiti.

4) Indebolimento dei rami: nel migliore dei casi, il legno nuovo è molto più debole di quello vecchio.

5) Ricrescita accelerata: lo scopo di una capitozzatura è il controllo della crescita in verticale di una pianta. Spesso però si ottiene l’effetto opposto: infatti i ricacci successivi sono nettamente più numerosi e veloci di quelli che si svilupperebbero normalmente, tanto da riportare in breve tempo l’albero alla grandezza precedente, con l’aggravante di una chioma più disordinata e meno sana.

6) Risultato estetico sgradevole: un albero capitozzato diventa come “sfigurato”. Perfino in caso di buona reazione e di crescita non potrà mai recuperare bellezza e conformazione naturale della specie di appartenenza. Pertanto il paesaggio e la comunità sono privati di un aspetto estetico di valore.

Fenomeno di risalita

Master Plan a Cittanova

Ricevo e pubblico da parte di Arturo Tucci

Master Plan a Cittanova

In collaborazione con la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, continua l’attività programmata dal’Associazione pro-Fondazione “Carlo Ruggiero” per la valorizzazione della Villa Comunale e la riqualificazione delle aree ad essa limitrofe, si riapre anche quest’anno un tavolo di dialogo e di indagine progettuale, utile anche a dirigere e sensibilizzare città ed opinione pubblica ai temi del paesaggio in relazione allo spazio pubblico urbano.
Due i corsi programmati, con due distinti gruppi di studenti.
Il primo gruppo, facente parte di un Corso semestrale di Architettura del Paesaggio, aderisce al programma del primo anno del Corso di Laurea specialistica in Architettura. Questo corso, si configura come contributo che affianca e sostiene l’esperienza di progettazione degli spazi “esterni”. Propone un percorso didattico che offre la conoscenza disciplinare di base, soprattutto relativamente al contesto geografico mediterraneo, ed è incentrato sulla condizione contemporanea del progetto di paesaggio. Per rendere l’esperienza di questo corso il più possibile aderente alla realtà urbana dell’ambito calabrese, si è scelto di collaborare con l’Amministrazione Comunale di Cittanova e con istituzioni culturali locali, che organizzano manifestazioni ed iniziative dirette alla tutela e al potenziamento degli spazi verdi urbani. Si approfondirà e si svilupperà un’applicazione progettuale sulla riqualificazione di Piazza Calvario, importante area urbana di Cittanova adiacente alla Villa Comunale, e l’asse urbano su cui questa insiste.
Ogni studente elaborerà il progetto di un ‘MASTER PLAN’ dell’area e lo sviluppo di un piccolo volume, legato anche all’adiacente Villa Comunale, come servizio ad essa vincolato e destinato ad attività culturali.
Il secondo gruppo di lavoro, è un Laboratorio del 3° anno del Corso di Laurea in AGP(Architettura dei Giardini e Paesaggistica), e si configura come “laboratorio paesaggistico” dove si affronteranno le problematica del paesaggio in ambito prevalentemente urbano, alle varie scale di intervento, “la piazza, il giardino, il parco”; e si studieranno autori e progetti che in questo senso esprimono attitudini innovative e di riferimento nel panorama contemporaneo internazionale.
Anche qui, l’esperienza critica e analitica del corso, si confronterà con la ricerca applicata al progetto, come fase conseguente e conclusiva del percorso didattico. Si approfondiranno e si svilupperanno applicazioni progettuali ai limiti del centro storico di Cittanova, laddove la città, al suo margine si fonde con le aree fluviali che la lambiscono a valle. E qui,ogni studente elaborerà il progetto di un parco, che si estende lungo il pendio di connessione tra la città e il fiume.
Per entrambi i corsi, gli studenti guidati dalla prof.ssa Daniela Colafranceschi e dai suoi assistenti Fabio Manfredi e Alessandra Romeo, dovranno produrre elaborati grafici e un plastico, relativi allo studio del sistema del “paesaggio”, del Master Plan generale e del progetto del volume architettonico che insiste su uno degli spazi pubblici presi in esame. I progetti si esprimeranno con schizzi, disegni, schemi dei ‘sistemi’ (piazze, percorsi, vegetazione, acqua, elementi di arredo…), planimetrie, sezioni, render e prospettive.
I lavori prodotti dagli studenti, saranno oggetto di studio e di approfondimento in uno specifico workshop che si terrà nel mese di giugno in concomitanza con la seconda edizione di “Cittanova Floreale”. All’evento, organizzato di concerto con la facoltà di Architettura, sarà invitato a partecipare un paesaggista di fama internazionale.

Per fare un tavolo ci vuole il legno…

Dice la canzoncina: “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero”.
Bene, anche per fare un giardino ci vuole un albero, e che non sia un albero qualunque.
Il giardiniere, quello di un certo livello, quello che si distingue dalla massa, si riconosce subito da che alberi usa.
Perché poi l’albero? Ma è semplice, perché l’albero è molto grande, occupa più spazio,il suo posizionamento corretto implica una pianificazione attenta e consapevole, una scelta adeguata dell’esemplare, (che non sia né troppo grande né troppo minuto), il suo sviluppo elegante chiarisce che siamo di fronte ad un giardiniere-osservatore costante, che conosce i metodi di potatura corretti, che lascia mano libera alla natura senza sfociare nell’anarchia, che sa amministrare la wilderness con sapienza e abilità, che ci pensa sopra due volte prima di potare o meno la farnia ;P .

Un giardiniere così è uno che non solo conosce le piante da fiore, che sono piccole creature “traslocabili” rispetto ad un albero, ma tratta le piante da giardino più difficili, più imprevedibili, più faticose da imbrigliare con i tagli, più complesse da salvaguardare dagli agenti atmosferici, dai parassiti, dalle avversità in genere e -non ultime- da leggi comunali poco opportune e spesse volte scritte da burocrati dell’epoca paleozotica.

Un giardiniere raffinato scarterà per prime le Thuja e i cipressi, aborrirà il cipresso di Lawson, e se non abita in zone veramente rigide, in linea generale non sceglierà mai una conifera, piuttosto un albero da frutto.
Al Sud un bellissimo albero che è facile vedere nei giardini, arrivatoci di certo non per merito dei proprietari, è la Radermachera sinica,

Je suis, je suis, je suis...

un albero di una raffinatezza inenarrabile, con grandi fiori bianchi che compaiono in età adulta. Per la sua lentezza nel crescere e la sua delicatezza, la Radermachera è diventata tipica pianta da interni, regalata con la coccarda rossa in occasione di compleanni e feste familiari. Poi, dopo anni, ci si accorge che sta benissimo anche fuori e la si pianta in un angoletto, “tanto morirà il prossimo inverno”. Invece no, e la grazia soavissima della Radermachera si trova spesso faccia a faccia con anonimi condomini e orribili villette bifamiliari in cemento armato. Tale è la lieve bellezza dell’albero, che persino gli scempi caseggiati contemporanei ne risultano alleggeriti.

Un albero molto di moda dove gli inverni sono rigidi è l’acero, con le sue sfavillanti colorazioni autunnali.

Acer shirasawanum 'Aureum', tratto da un sito che sicuramente s'incazza se sa che gli ho fregato la foto

Ho sempre avuto un grande affetto per gli aceri, per il loro essere alberi che rimandano ad un immaginario ipernutrito da cliché televisivi di una vita “country”, comoda, ricca di tutte le gioie della famiglia e del relax della campagna, una vita traboccante di sciroppo d’acero e di frittelline dolci, torta di mele e crumble di prugne. Ma l’ormai pedissequo favore collectible riservato a quest’albero me lo rende meno familiare, meno attraente e sempre meno desiderabile. Tanto più che non posso permettermelo, perché qui fa troppo caldo. Come disse la volpe: l’uva è acerba.
He loves pancakes!

Altrettanto amato dell’acero, ma molto meno diffuso e collezionato, è il Liquidambar (altro gioiello prezioso negato a chi vive al caldo).

Gloria d'autunno

Un albero che andrebbe invece cancellato dai giardini è il Prunus serrulata ‘Amanogawa’, che quando è fiorito sembra una sorta di opera concettuale postdadaista. E’ molto diffuso da noi, dove i Prunus non da frutto sono quasi sconosciuti, quindi figuriamoci altrove.

Altolà, chivalà, parola d'ordine!

Un albero di cui diremo senz’altro che il suo proprietario ha un gusto non comune è lo Styrax japonicus, sempre più diffuso ed apprezzato tra chi vuole distinguersi. Trovargli una buona collocazione non è affatto facile, perché è un albero che ama un’ombra umida e un terreno piuttosto acido. Non è molto grande e non vuole vento freddo sul dorso, ma ha una disposizione naturalmente elegante dei rami e un portamento aperto, oltre che una fioritura bianca spettacolare. E’ una creatura da bordo acquatico, o da boschetto umido, insomma, un albero che chiede un certo tipo di ambientazione che 1) uno si ritrova naturalmente a casa sua, per pura combinazione 2) o che per ricostruirla occorrono mezzi e tempo che possiede solo chi ha un largo patrimonio da alienare in beni superflui come il giardino.

Buttatevi per terra e chiedete pietà

Vendesi ciliegie locale fresche

In Calabrese -si sa- le parole femminili declinate al plurale finiscono in “i”. “Lumera” fa “lumeri”, “seggia” fa “seggi”, “cirasa” fa “cirasi”. (In ordine candela, sedia, ciliegia).
I contadini che hanno fatto le elementari ricordano o orecchiano la regola che le parole femminili, al plurale, solitamente finiscono in “e”. Pertanto anche le parole che dovrebbero finire in “i”, finisce che finiscono in “e”.
Ecco il “vendesi ciliegie locale fresche”, a volte con l’aggiunta “Ferrovia”.

Questo mi ricorda i “mantarini” di cui mi raccontarono dei miei parenti. Nella provincia di Cosenza la “t” viene trasformata in “d” (ad esempio “niente” diventa “nìììende”). Evidentemente i contadini col carretto per strada, pensavano che “mandarini” fosse dialetto.

Locride, città lineare?

Qualche settimana fa mi è capitato di dover scrivere un articolo sulla “città lineare”, un’idea di assetto urbanistico verso la quale si stanno indirizzando molti sindaci della Locride.

La Locride ha una struttura di viabilità a pettine. C’è la grossa arteria (in stato di avanzata sclerosi, veramente) della statale 106, la cosiddetta “strada della morte”, alla quale si congiungono, come i denti di un pettine, le stradine che con spasimi, curve e convulsioni, scendono dalle colline al mare.

Il mio articolo era molto composto, suonava così:

Nel tempo recente lo sviluppo territoriale della Locride si sta spostando sempre più sul litorale, attraendo flussi economici e turistici, lasciando in disparte le città subcollinari e pedemontane dove è difficile arrivare a causa di una rete viaria insufficiente e in cattivo stato di manutenzione.
Secondo lo studioso Salvatore Futia, autore del volume “I poli urbani in Calabria”, attualmente in ristampa, è un’idea attuabile sul territorio locrideo, in cui la rete della viabilità è a pettine. Si potrebbe quindi congiungere via tram il Porto delle Grazie di Roccella con l’Ospedale di Locri, passando per Gioiosa e Siderno. L’idea, che fu teorizzata nel 1962 da Arturo Soria y Mata, che pubblicò il suo scritto la “Ciudad Lineal” che voleva essere un’alternativa alla città compatta di modello tradizionale, creata attorno ad un nucleo centrale.
L’accento è posto sulle infrastrutture meccanizzate di trasporto (in primo luogo la ferrovia) che diventano “matrici” dell’insediamento urbano. Il modello insediativo utilizza basse densità capaci di assicurare buona qualità ambientale ed igiene edilizia controllata. Lungo questi percorsi ci dovrebbero essere dei “nodi di distribuzione”, le cosiddette “città puntuali”. Nel nostro caso, appunto, Locri, Siderno, Gioiosa, Roccella. La base delle comunicazioni è via tram, esattamente come proposto nel modello del professore Futia, attraverso i quali tutti i punti nodali del nostro sistema viario e turistico dovrebbero essere raggiunti dalle linee ferrate. I tempi sono maturi, sostiene l’autore, ma la domanda sorge spontanea: e i centri collinari, che fine farebbero?

Ribadisco: e i centri collinari, che sono la sola cosa bella che abbiamo? Gerace, Canolo, Riace, Stignano, Bova, Palizzi, che in un concorso di bellezza ridurrebbero in polpette i tanto decantati borghi toscani, dove li lasceremo?

Quegli iloti dei sindaci della Locride, sostenuti dalla malleveria surrettizia degli assessori all’Urbanistica, di cui il più intelligente e colto è appena in grado di scrivere il proprio nome per esteso, stanno avviandosi su una strada pericolosissima per la Calabria. Vogliono convogliare il traffico economico sulla litoranea, lasciando fuori dai vari POR e finanziamenti europei i borghi collinari, che sono quelli che ne avrebbero di maggior bisogno.
Bravi.