“Mi girano le ovaie”, “Mi sono rotta il cazzo” e la parità di genere attraverso il linguaggio volgare, le imprecazioni e le bestemmie #1

Da grande appassionata e fruitrice del linguaggio volgare, colloquiale, del registro linguistico parlato anche nella scrittura, dei regionalismi e delle parlate vernacolari di tutta Italia, mi sono posta frequentemente delle domande sulla natura linguistica delle parolacce, un argomento peraltro stuidiatissimo dai linguisti e dalle linguiste, ma forse non sufficientemente divulgato.
La linguistica delle volgarità è di grande interesse poiché rivela come una società interpreta persone, azioni. Come recepisce e stigmatizza alcuni comportamenti, oltre ad avere un interesse storico non indifferente, poiché alcuni termini affondano la loro etimologia in tempi remoti e attività che oggi sono totalmente dimenticate. Di alcune parole non si conosce neanche l’etimologia, la si suppone in modo confuso. Data la vastità delle volgarità vernacolari italiane, i cui dialetti sono innumerevoli, sarebbe importantissimo uno studio regione per regione di etimologia, glottologia e lessicografia delle volgarità. Peccato non si faccia per pudicizia, forse, o forse per inerzia.

Nella mia pur modesta esperienza di volgarità assortite, sono riuscita a distinguere dei macrogruppi di volgarità:
1) parole attinenti al mondo degli animali (uso non esclusivo delle volgarità)
2) parole attinenti al mondo della sporcizia fisica e degli escrementi, umani e no
4) parole attinenti al genere e al sesso
5) parole attinenti alla classe sociale, in particolare al mondo rurale
6) parole attinenti al mondo delle divinità, dette anche “bestemmie” (alcune con emendamenti e varie sovrapposizioni al gruppo 4).
7) borderline sono le parole che riguardano la figura delle persone, malattie e disagi vari. Sono piuttosto diffusi e molto usati nel corso dei secoli, ma sono diventati una forma di insulto codificato nella seconda metà del Novecento. In ogni caso non sono “parolacce” quanto termini dispregiativi che nascono da un lemma a cui viene applicato un suffisso accrescitivo o dispregiativo (ad esempio “grassona”).

Altri termini insultanti, che possono riguardare attività illecite o immorali sono semplici offese, e questi non sono pertinenti all’insieme delle volgarità.

Se campo qualche altro paio di secoli, mi piacerebbe occuparmi anche degli altri macrogruppi, ma ho prestato particolare attenzione al gruppo di mio maggiore interesse, cioè il gruppo 4 (termini attinenti al genere e al sesso).

Ah, questo articolo sarà pieno zeppo di volgarità e bestemmie, chi si sente leso o lesa, preventivamente può lasciare la pagina fin d’ora.

La mia riflessione nasce ahimé tardiva, dopo aver sentito alcune femministe dire “mi girano le ovaie”. In quel momento ho pensato al mio pancreas, la nefrolitiasi e al DNA mitocondriale. Ma è una “parlata volgare” o siamo in una puntata del Dr. House?
Se a me dicono: “Mi girano le ovaie” mi viene da pensare a una ecografia, lo dico chiaro.
La lingua è la lingua, e non basta una semplice inversione o sostituzione del termine, occorre che questo sia stato incamerato come “volgare” o “gergale” per essere utilizzato come volgarità che sortisca il suo effetto, cioè quello di generare un rafforzamento dell’immagine figurata.
È anche possibile che “Mi girano le ovaie” arrivi a essere un equivalente femminile di “Mi girano le palle”, ma dubito che accada entro la fine del millennio.
La ragione è semplice: le ovaie -così nominate- sono una parte anatomica del corpo femminile. Non sono un eufemismo di quella parte anatomica. Le “palle” invece sono un eufemismo per “testicoli”. Perciò non fa ridere o non aggancia l’immaginazione.
Il punto è proprio questo: NON ESISTE un eufemismo per ovaie. O si dice ovaie, o si dice ovaie. Se non viene inventato un eufemismo gergale per “ovaie”, non ci sarà nessuna vera volgarità correlata a questo termine, ma solo blande fotocopie della volgarità al maschile.
Come non esiste una pornografia per donne (intendo una vera pornografia per donne, non quella che trovate sotto l’etichetta “nubile porn”) ancora non esiste una volgarità per donne, che non deve necessariamente essere l’inverso di quella maschile. Le ovaie potrebbero non girare o ruotare, ma fare altri movimenti, o nessun movimento affatto. “Mi sono rotta la vagina” è una scena da E.R. Medici in prima linea.
Presto, qualcuno chiami il dottor Benton! Sala operatoria uno!

È importante che il femminismo (di qualunque femminismo si parli) almeno inizi, anche goffamente, a inventarsi un suo proprio mondo di volgarità, e questo passerà dalla terminologia anatomica, al suggerimento di quella terminologia, all’eufemismo, e ad altro che non so immaginare (chi potrebbe?).
Si ripete un po’ il problema del neutro, che in italiano non esiste (ne parlerò prossimamente in un videino, appena riesco a toglievmi l’effetto cvespo dai capelli, tefovo). Dei mille modi pensati a tavolino non ce n’è uno che vada bene, dall’asterisco al trattino, la -u- o l’inclusivo con la ripetizione, che genera a volte effetti comici.
L’invenzione a tavolino dei termini è ricorrente nella storia delle lingue di ogni paese (noi abbiamo avuto i numerosi termini inventati da D’Annunzio), ma per quanto riguarda le volgarità, è davvero difficile inventarle. La volgarità verbale nasce dalla necessità di esprimere quel concetto in modo iperbolico o rafforzato, o elusivo, allusivo o catartico. È per questa ragione che il grande calderone delle volgarità sono i regionalismi e i gerghi, non i dizionari e le grammatiche.

La sintesi è che non c’è nessun disdoro nel dire: “Mi avete rotto il cazzo”, perché in quanto espressione generica, immaginativa e colloquiale, per di più così diffusa, diventa immediatamente -come dire- unisex.

Più problematico l’uso di espressioni come “figlio/a di puttana”, “porca troia”, “porca madonna” (esempio in cui si fondono i gruppi 1, 4 e 6 -animali, sesso e divinità), “rottainculo” e altre espressioni analoghe che individuano con estrema precisione nella figura femminile unicamente l’elemento sessuale visto dalla parte maschile. Come apparirà evidente, l’inverso in questo caso non è fattibile.
Ad esempio il classico “figlio di puttana”. Se dico a una persona “figlio di puttana”, potremmo arrivare a uno scontro verbale o fisico (quando i decreti sul Covid consentiranno le zuffe), mi potrei beccare una minaccia di qualche tipo, ma non ci sono gli estremi per una qualsiasi azione legale.
Cos’è la controparte maschile della puttana? Non banale domanda. Il marchettaro? No. Il marchettaro è socialmente individuato come un omosessuale che va con altri uomini, non necesessariamente omosessuali, a pagamento. Quindi non un uomo che si fa pagare per fare sesso con molte donne.
Vediamo: il “toy boy”? No. Il “toy boy” è un giovane bello e aitante che si fa lautamente pagare per essere sfoggiato da donne ricche e di solito avanti con l’età. Ma diciamo che è di uso “quasi esclusivo” perché cesserebbe quella funzione di attrattività che la ricca signora vuole le sia conferita dalla compagnia del ragazzo. Insomma sta con una donna alla volta.
E comunque “figlio di toy boy” non è granché come insulto, eh.

Non esiste l’inverso della puttana. Non esistono maschi che si fanno pagare per fare sesso con molte donne, per strada, in auto, al freddo, massacrati da “mammone” che gli chiedono il 90 per cento dell’incasso giornaliero e li violentano anche, o li prendono a pugni, o col mattarello, nel caso. Non esiste questa “figura professionale”.
Quindi? Che tipo di uomo va con molte donne? Il puttaniere. Ok, “Figlio di puttaniere” non è malvagio come insulto, ma stiamo ancora insultando le donne.
Che facciamo allora? “Figlio di maniaco sessuale”? Uhm, non mi dispiace. “Figlio di pedofilo”? Querela subito.

Ricapitolando: la Legge italiana consente a chiunque di dirmi in faccia che mia madre è una prostituta. Mia madre è una prostituta: tutti me lo possono dire senza che io possa far altro che difendermi verbalmente. Una persona in fila alla posta potrebbe dirmelo, una cassiera incazzata potrebbe dirmelo, il centralinista Telecom potrebbe dirmelo. Tutti. E la Legge Italiana? Zitta, muta.

Ma se io dico: “Figlio di pedofilo” scatta la querela. Ah sì.
Si accettano suggerimenti.

E per oggi, fine prima parte.

La botanica de’ fiori dedicata al bel sesso – Videorecensione

Per chi abbia poco tempo o non voglia leggere la recensione scritta (post precedente a questo), vi faccio una breve videorecensione, ovviamente molto meno approfondita.

La botanica de’ fiori dedicata al bel sesso – Olschki 2018

La botanica de’ fiori dedicata al bel sesso
a cura di Simona Verrazzo

Introduzione di Lucia Tongiorgi Tomasi e Luigi Zangheri
Premessa di Duccio Tongiorgi
Olschki Editore 2018


A dispetto del titolo, volutamente fatuo e amabile, definire questo libro è assai complicato.
Come spesso accade in libri poco letti o poco studiati, apparentemente riservati a un pubblico di amatori o di collezionisti, in questo volume si incrociano, come file di formiche indaffarate, numerosi fatti che abbracciano la storia delle scienze e della divulgazione scientifica, questioni sociali, femminismo e –non ultima- la storia dell’editoria specialistica preunitaria.
Argomenti che occupano intere biblioteche, se considerati singolarmente: ecco perché i libri che in qualche modo ne sono un distillato rivestono un così interesse così carico di spirito indagatore e la loro ripubblicazione in tempi moderni assume un’importanza tutt’altro che marginale.

Il testo è la “gradevole operetta” ben descritta dalla quarta di copertina: in sé è poco significativa e persino fuorviante da un punto di vista scientifico. Frutto di traduzioni dal francese e rimanipolazioni da parte del poligrafo Giuseppe Compagnoni, abilissimo divulgatore di materie scientifiche per un pubblico non specializzato, in particolar modo femminile, pubblicata da Sonzogno in tre parti attorno al 1828.
Ma questo è solo un aspetto della complessa situazione che il libro racchiude in neanche 100 pagine.
Abbiamo una tortuosa vicenda editoriale, sulla cui pista si è messa la giornalista Simona Verrazzo. Emerge chiaramente come l’editoria dell’epoca fosse tesa alla traduzione o trasposizione di libri stranieri, fatto ancora attualissimo in Italia, non solo per la narrativa, ma particolarmente insistente in settori del “fare” poco praticati, tra cui il giardino o il giardinaggio, che spesso in libreria finiscono sotto il cartellone “hobby e tempo libero” tra il decluttering e il manuale di cucina zodiacale. L’editoria italiana si affida a traduzioni di libri che hanno già riscosso un certo successo nella ristretta cerchia di appassionati di giardino piuttosto che rischiare su nuove voci o impegnare somme per sostenere studi a lungo termine, come quelli botanici o giardineschi.

Nel 1800, secolo in cui la scienza era divenuta una forma di intrattenimento per la classe borghese (cfr. L’invenzione delle nuvole, Richard Hamblyn, Rizzoli 2001), e periodo in cui il fiore era padrone di ogni decorazione, dall’abito all’ambiente domestico, il pubblico femminile veniva sempre più coinvolto nella materia del giardino. Iniziavano infatti a moltiplicarsi i vivai, grazie al forte decremento della tassa sul vetro e all’avanzamento industriale, che consentiva produzione di lastre più sottili e di maggiori dimensioni a prezzi competitivi. In concomitanza con l’arrivo in Europa di numerose specie esotiche, il mercato fu letteralmente inondato di piantine che i vivaisti non sapevano più come smerciare. Fu l’epoca dei parterre fioriti e dei “bedding” di annuali da fiore, la cui sistemazione era graziosamente lasciata alle donne, fino a quel momento quasi del tutto escluse dalla pratica orticola (cfr. Il giardino di Elizabeth, Elizabeth von Arnim, Fazi), specie se di classe agiata.

Il cinquanta per cento del mercato, fino a quel momento emarginato, veniva reintegrato per ragioni finanziarie, e il viatico di questo rientro fu il fiore. In linea generale tutto ciò che era colorato, fiorito, transitorio o piccolo, facile da maneggiare o semplice da coltivare, veniva indirizzato alle donne.
Ho sentito o letto spesso frasi come “giardinaggio al femminile” o “non è una pianta per donne”, disgraziatamente anche a livello accademico o professionale, con la pretestuosità che le donne non siano intellettualmente interessate alla botanica scientifica o sufficientemente forti e resistenti da lavorare la terra e sollevare pesi. Evidentemente chi dice o scrive queste sciocchezze da webetismo qualunquista dimentica o peggio, nega, il fatto che la donna è sempre stata una potentissima forza-lavoro nel corso dei millenni, e che sollevare pesi anche notevoli o lavorare nei campi per vite intere non sono affatto romanticherie da fotografia in bianco e nero o da sceneggiati come La casa nella prateria, ma realtà di cui ogni nonna, italica o meno, potrebbe raccontare in prima persona, dalle gelsominaie calabresi alle mondine romagnole, alle sigaraie toscane (e habanere), alle portatrici di limoni nel sorrentino.
Fu quindi necessario proporre alle donne la disciplina botanica in modo gradevole e leggero, spiegando la morfologia dei fiori basata sulla sessualità già descritta da Linneo, cosa che terrorizzava gli editori, non già –forse- per timore che il pubblico femminile ne rimanesse scosso, quanto per le riserve sociali nel coinvolgere le donne in fatti che in qualche modo riguardassero la sessualità e la scienza.

L’opera in sé non ha scivoloni in metafore o leziosismi inutili, anzi, avanza spiegazioni dettagliate (per l’epoca) degli organi dei fiori, dei sistemi riproduttivi, della formazione dei semi e dei frutti, anche se spesso imprecise o confuse. Assieme a queste nozioni sono presenti piccoli aneddoti piuttosto diffusi nella letteratura floricola ottocentesca, aneddoti non sempre corrispondenti al vero, ma che per gli appassionati sono diventati delle piccole e gradevoli leggende metropol-giardinesche, come quella dei soldati napoleonici avvelenati da un capretto cotto con uno spiedo di oleandro. Purtroppo per i non specialisti questo corpus di aneddotica, tramandato fino a oggi, ha assunto le fattezze di verità storica, in particolare per piante curative o velenose, generando immotivate paure nei confronti delle piante ornamentali (emblematico il caso dell’oleandro).
Non essendo certi della ricezione del pubblico, gli editori Sonzogno hanno diviso la pubblicazione in tre volumetti, qui riportati integralmente. La casa editrice Olschki, in un recupero filologico complesso e molto stratificato, ha prestato particolare cura all’apparato iconografico, a partire dal disegno di copertina -che è stato variato più volte nel corso della vicenda editoriale di questi volumetti- e alle tavole interne, che raffigurano fiori o composizioni all’epoca realizzate con una tecnica chiamata “tampone colorato” che caratterizza fortemente i decori floreali ottocenteschi (tanto che è stata imitata in vari modi nel primo exploit del découpage).

Al termine compaiono delle belle tavole dedicate al cosiddetto “orologio di Flora”, una sorta di tabella di orari di fioritura delle piante.
Un volume che ameranno tutti coloro che prediligono andare direttamente alla fonte e non al riassunto, per comprendere come venivano veicolate alle donne discipline fino a quel momento egemonizzate dagli uomini o chi ama molto la bibliografia, che troverà questa raccolta interessantissima per la storia editoriale che racconta tra le righe, che ci rivela molto sull’editoria preunitaria e –paradossalmente- anche su quella contemporanea.

Scheda del libro sul sito Leo S. Olschki

Ho visto una donna…

Ho visto una donna vivere dentro la patente di un uomo. Un biglietto da visita, non sgualcito, ma non perfettamente conservato. Qualche piegolina, leggeri annerimenti dovuti al contatto con i polpastrelli. Un biglietto vecchio stile, di quelli che andavano di moda anni fa, di carta bianca del tipo “millerighe”, che oggi fa tanto demodé, tanto kitsch. Nome, cognome, cellulare e mail di una importante ditta nazionale, chiusi tra la patente e la carta di credito come tra due mani giunte in preghiera e corpo curvo sull’inginocchiatoio. Lei era lì, viveva lì, lei e il suo filo, tra le due cose più importanti per quell’uomo. Il biglietto un po’ sciupato, lo stile fuori moda, inaccettabile per i dipendenti di quel tipo di azienda, suggerivano una conoscenza datata e pochi contatti successivi. Avrà avuto le sue ragioni per tagliare il suo filo.

Ho visto una donna sul cui volto sembrano aleggiare i dolori del mondo. Una donna non bella, non elegante, non simpatica, non amabile. Una donna triste e dolente come la sua vita, seppure ella stessa forse non lo accetti. Una donna che rifiuta la sua condizione, ma non abbastanza intelligente, colta e forte da poterla cambiare. Una donna senza sorriso, dal viso scuro di amarezza impotente, sempre eguale in una espressione di angoscia ingoiata per anni, occhi duri, labbra rivolte verso il basso, sopracciglia aggrottate, arroganti di frustrazione. Una donna qualunque, una donna per cui vale il detto di Voltaire: “Nulla vale una vita e una vita non vale nulla”. Una donna la cui vita vale solo per i figli che ha messo al mondo, a cui ha contagiato ignoranza e arroganza, trista incapacità.

Ho visto una donna che mi somigliava. Ho visto come potevo apparire agli occhi degli altri, quando ero “quella grassa”. Una donna giovane, da tutti considerata bella. Una donna famosa, una vip, dal volto trasformato, ingrossato, tondo come la luna. Ancora bella, carina, ma fuori da sé stessa, in un corpo che non sentiva più suo. Pochi secondi sono bastati a percepire ciò che molte donne sentono per anni: vivere dentro un involucro “sbagliato”, che proprio non vuoi, che odi e disprezzi. Lei non era nessuno per me prima, né lo è ora: è stato solo un istante di specchio, di agnizione, in cui ho solo visto una me com’ero, con gli occhi degli altri, dei “normali”. Un istante che -per tutti gli altri- è durato vent’anni.