Il caso Paradine

Eva peccatrice


Qualche giorno fa hanno rimandato il classico “Il caso Paradine”, non esattamente uno dei miei preferiti di Hitchcock.
Da ragazzina Alida Valli mi sembrava di una bellezza olimpica, una regina di ghiacci eterni. Capivo già allora che un nome italiano in un film americano e prestigioso era un evento raro, perciò la squadravo, ne osservavo i movimenti del viso, assorbivo il tono drammatico del doppiaggio.
“Il caso Paradine” era uno dei film preferiti di un signore che conoscevo, un uomo buono ma dotato di certi spigoli di autentica malvagità. Come molte persone che hanno frequentato casa mia, era un misogino. La signora Paradine aveva sedotto Latour e fatto avvelenare il buon colonnello, che aveva soposato solo per danaro. Per quell’uomo “Il caso Paradine” era una metafora del rapporto con la moglie: una donna che tutto il paese ha sempre ritenuto più casta della Vergine Madre. Non so perché quell’uomo sospettasse la moglie di tradimento: immagino perché lui l’aveva tradita più volte, e la giudicava con il suo metro.
La signora Paradine e la moglie di questo buon uomo sono così fuse nella mia memoria e posso testimoniare, su quello che volete, che a Siderno ci fu una signora Paradine innocente, ma agli occhi del marito, colpevole fino all’ultimo.
Lo giuro.

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Lo stalker e la vittima

La povertà dei giovani giornalisti quando vogliono fare clic utilizzando trend e stereotipi. Chi paga questa volta? Le donne e la fantascienza.

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Gosling, Fassbender, McConaughey: così Hollywood avvicina la fantascienza alle donne

Questo è il titolo fuorviante con il quale un giornalista del Secolo XIX – versione web- impalca un articolo composto esclusivamente da distillato di fuffa, per il quale sarebbe degno l’oblio se non fosse che pasticcia con due cose che mi stanno molto a cuore, la fantascienza e il femminismo.

Non scuso e non ammetto che i giornalisti, pubblicisti, apprendisti o professionisti, pur di aggiornare il sito si inventino una cosa qualunque, che magari va anche contro i loro principi. Smettano si fare questo mestiere e si dedichino ad altro.

L’articolo parte con un inciso in corsivo, una excusatio non petita, che fa tremare per ingenuità giornalistica:
avvertimento: il testo che segue va letto (ed è stato scritto) con ironia, contiene alcune generalizzazioni e semplificazioni e non vuol essere offensivo nei confronti di alcuna categoria, che si tratti di donne, uomini o… nerd

Traduzione: non ho proprio tempo di sbattermi con i commenti che seguiranno perché ho altro a cui pensare, quindi se vuoi arrabbiarti, X, Y o Z che sia, sappi che io sarai sempre tu a fare la figura di quell* che manca di senso dell’umorismo. Fattene una ragione, io ti ho fregat* in anticipo.

In corsivo il testo originale (link inclusi) e tra parentesi le mie considerazioni.
Vediamo cosa scrive:
Genova (solo a Genova si proiettano film di fantascienza? Uhm, devo chiedere la residenza!) – Film come Alien, Blade Runner, Guerre Stellari sono da sempre il paradiso dei maschi (Mi stai dicendo che mia sorella e tutte le mie amiche del liceo erano maschi e io non me ne sono mai accorta? Che sbadata!) , il regno dei nerd (veramente sono considerati capolavori cinematografici da critici severi), opere “di nicchia” (uuuh, questa poi! Dire di blockbuster con incassi insuperati che sono di nicchia, vuol dire essere davvero ferrati in argomento e avere una logica infallibile. Un film di fantascienza di nicchia è Solaris in russo, non sottotitolato, semmai) generalmente lontane dai gusti del pubblico femminile, anche di quelle donne che non perdono il sonno sugli Harmony (veramente la frase è contorta. Non si capisce se la fantascienza non è di gusto alle donne che leggono Harmony o a quelle che non lo leggono, o se le donne leggono solo Harmony) . È fantascienza, e tradizione vuole che ragazze e fantascienza vadano poco d’accordo. Oppure no? (No, infatti questa tradizione è nata più che altro con la serie “Big Bang Theory”, quindi direi che è recente e anche piuttosto costruita).

Forse no (ce mette ‘na pezza) , se avrà successo quella che decisamente sembra la nuova strategia degli studios di Hollywood per attirare anche il pubblico femminile verso i blockbuster ambientati nello spazio profondo. E il 2017 potrebbe essere davvero l’anno del contatto . Nel corso dei prossimi 12 mesi, infatti, tornano sul grande schermo tre grandi saghe cinematografiche e se alla fine dello scorso dicembre avete visto alcuni dei trailer che le annunciano, vi sarete accorti (e accorte, anche) di una curiosa “coincidenza”.
Torna Blade Runner (con la versione “2049”) e accanto a un invecchiatissimo Harrison Ford c’è… Ryan Gosling, apprezzato non solo per le sue (vere, presunte?) capacità di attore, ma anche per l’indubbia presa sul gentil sesso. Torna Alien (con il nuovo “Covenant”) e la protagonista non è più Sigourney Weaver, che negli anni Ottanta dominò i sogni (e gli incubi) di milioni di ragazzini in tutto il mondo, ma Michael Fassbender. Affiancato pure da James Franco, per non farci (farvi, ragazze) mancare nulla. Ancora: torna Star Wars (“Episodio VIII” è atteso nei cinema il 15 dicembre) e nel cast c’è Tom Hardy, nell’attesissimo La Torre Nera c’è Matthew McConaughey e il nome di Bradley Cooper (poteva mancare, col suo bel mascellone?) è stato più volte affiancato alla miniserie che potrebbe essere tratta da “Hyperion”, splendido romanzo di Dan Simmons.
(Quindi? L’industria cinematografica ha sempre cercato le straordinarie bellezze fisiche, di uomini e donne. Dove sarebbe questa nuova strategia? Non so, vogliamo dire che Christopher Reeve era un racchio? Che Lex Luthor non era un Gene Hackman carico di fascino? Che Sean Connery in Zardoz era un povero minchione, che Johnny Weissmuller in perizoma ha fatto schifo a tutte le donne del pianeta? Non ne parliamo di quel bruttone di Mel Gibson in Mad Max, dio mio, inguardabile, e Charlton Heston nel Pianeta delle Scimmie? Nun se po’ vede proprio con quelle gambazze scosciate! Lo stesso Keir Dullea, più sotto citato, era un vero cesso, e William Shatner, da dimenticare anche lui al più presto!

Se però Sigourney Weaver era l’assoluta protagonista di un film del ’79, oggi lo è un maschio, Fassbender, che ci ha anche rotto la devozione, se vogliamo essere sincere. Se ieri attrici come Davis, Crawford, Bacall, hanno lavorato fino a tarda età, con bellissimi copioni, oggi Lawrence, Johansson, Blanchette, Roberts, Theron fanno la pubblicità di cosmetici e profumi. Sono sporadiche presenze femminili in cast di soli maschi bianchi.
Maschi. Bianchi. Maschi. Bianchi. Maschi. Bianchi.
Le donne nei film di fantascienza sono solo stereotipi, non hanno dialoghi tra loro. Una sola donna tette e culo che scalcia e uccide tagliando gole, come un maschio. Bianco. C’è un termine per questo ruolo “action-chick”, cioè pollastrella dei film d’azione. Onoratissime.
Diciamo una verità fondamentale? Il cinema è una forma d’arte, e una delle caratteristiche dell’Arte è la capacità di far sentire le persone (il pubblico) a casa propria, al loro posto nel mondo e nella vita, a farle sentire in pace, concluse (parlate con un artista, un artista vero, ve lo confermerà). In quale posto del mondo e della vita si dovrebbe identificare una cinquantenne afroamericana sopra i 60 chili, vedendo “Civil War”? Se questa è la strategia degli Studios può andare al diavolo, perché le donne vogliono film in cui si sentano rappresentate o trovino dei modelli, non donne (bianche) surrogate di maschio (bianco) tanto per variare l’insieme e dare maggiore effetto a costumi, trucco e acconciature).

È chiaro, adesso? (Chiarissimo) Se il pubblico femminile non va alla fantascienza, Hollywood prova a portare la fantascienza nel cuore del pubblico femminile. O almeno negli occhi, sfruttando l’appeal di attori di successo e sperando di interrompere quella sequenza di «Guerre Stellari? Non l’ho mai visto» o «Blade Runner? Non so…» e anche «Alien? Ma è un film da maschi, vallo a vedere coi ragazzi», frasi che ogni nerd che si rispetti si è sentito dire almeno una volta nella vita. Sono insomma finiti i giorni del semisconosciuto (e pure un po’ bruttino) Mark Hamill (sorry se non sapete chi è, ragazze), di Keir Dullea e Gary Lockwood, di Tom Skerritt, Arnold Schwarzenegger e Michael Biehn.
(Premesso che a me Mark Hammill nel primo e unico “Guerre Stellari” non dispiaceva affatto, e che Harrison Ford era troppo smorfioso per risultare simpatico -…altri bruttissimi dello schermo, ora che ci penso! – queste frasi sono una parte della cultura antifemminile che si sta ri-costruendo in Italia e nel mondo. Sono meme, gif animate, post virali, frasi e commenti che girano a tal punto da far credere che siano veri, come le scie chimiche, come i falsi allunaggi, i siluriani.
Sono una forma di comunicazione falsata, frutto di una precisa politica sociale che vuole mantenere potere economico al maschio. Bianco. Quella che oggi chiamano “post-verità” per non doverla chiamare con il suo nome vero: falsità, menzogna, bugia, invenzione dolosa.
Insomma, per meglio che vada e dando il beneficio del dubbio, sono luoghi comuni, smentiti dalla statistica, dalla vita vera, su cui ditemi voi quanto può essere onorevole costruire un pezzo di giornalismo).

Resta da capire come i nerd occhialuti e gracilini si sentiranno davanti a questa messe di muscoli, pettorali scolpiti e occhi di ghiaccio che riempiranno le scene chiave dei loro film più attesi dell’anno. Magari anche bene (lo dico come orgoglioso rappresentante della categoria), a patto che per assicurarsi tutti questi “belloni”, per pagare i loro cachet, non si sia risparmiato sul costo degli sceneggiatori . A patto che siano belle le storie, insomma, e non solo i protagonisti.
E a un’altra condizione, che riguarda voi ragazze, donne, fidanzate, mogli, amiche: non venite al cinema con noi, se non venite per quelle storie che amiamo e ci appassionano, ma solo perché «non so, non ricordo di che parla il film… ma c’era Ryan Gosling» (con tanto di sospirone finale). Non venite. Ci basta Motoko Kusanagi , grazie.
(Aaaaah, e qui c’è l’ingenuità di chiusura, quasi fa venire tenerezza! Insomma quando una donna è incazzosa le si dice che non scopa abbastanza. Come nerd orgogliosamente rappresentante della categoria, verrebbe da pensare che tutta questa sublime critica cinematografica sia frutto di una certa insoddisfazione, perché non so quanto si possa essere orgogliosi di essere rappresentanti della categoria dei gracilini. Sarebbe come che una donna venisse a raccontarvi di essere orgogliosa di rappresentare la taglia 58. Non esiste, vi prego, non prendiamoci in giro. Non insultiamo l’intelligenza degli altri, perché gli altri e le altre se ne accorgono, ed essere insultati non fa mai piacere, per quanto il disclaimer iniziale possa tentare di indurre una pietosa magnanimità. Io vado al cinema da sola, ma di certo non ci andrei con uno sche sbava su Johansson o Theron. Come disse Rachel: “Dovrei bastargli io”. La conclusione è che forse abbiamo letto non tanto un articolo di critica cinematografica, quanto una dichiarazione di impotenza e il lamento di un cuore infranto).

Il giardinaggio “al femminile” spiegato dai maschi alle femmine. Poi però qualcuno lo spieghi a me, per favore.

Ho letto più volte un noto (in Italia) critico dei giardini, di cui non faccio il nome (Guido Giubbini, presidente del comitato scientifico della celebre (in Italia) rivista “Rosanova”), sostenere che esiste un “giardinaggio al femminile”.
A questo punto il ventaglio delle domande si apre: se esiste un giardinaggio al femminile, esiste anche un giardinaggio al maschile?
E se questo vale per maschi e femmine, vale per gay, lesbiche, trans, bisex, tavestiti, per BDSM, per i fetiscisti, quelli che si travestono da mobili o che si fanno fare la pipì addosso?
E per ognuno di questi generi o transgeneri, quale sarebbe -di grazia- la tipologia di giardinaggio praticata?
Speriamo che l’illuminazione non tardi a venire.
Ma mi domando, non è che poi si rimane sul classico, nel dualismo maschio/femmina, con la consapevolezza di scatenare le ire della gente? Al massimo si scrive “giardiniere 1 – giardiniere 2” tanto per metterci una pezza?
O ancora “giardinaggio al femminile” significherebbe che c’è un modo di fare giardinaggio che sarebbe quello giusto, quello fatto dai maschi, e un altro modo, meno elevato, per così dire, che è quello delle femmine? Un filino subdolo, no? Sono malpensante? Me lo auguro.
Ma attendiamo e per il resto mistero della fede giardinicola.Tanto siamo sotto Natale.

Non è la prima volta che sento queste cose, e purtroppo per buona parte della mia vita ci ho anche creduto. Una volta una mia insegnante di illustrazione, di cui non faccio il nome (Valeria Ricciardi, tecniche di base, Istituto Europeo di Design, anno Domini 1991), disse che si poteva capire benissimo se un disegno era fatto da un uomo o da una donna.
Il famoso “conto alla femminina” (cioè il calcolo aritmetico per dare il resto) è più che automatico per tutti ma viene declassato come elementare.
Un ingegnere giardiniere che spero legga e si riconosca, disse che l’ingegneria non è per il cervello delle donne, e che le sole donne iscritte a Ingegneria erano “maschi” (dunque non scopabili).

solitary-summer-von-arnimTornando al giardino e al giardinaggio (che sono comunque due cose diverse), mi starebbe benissimo se con “giardinaggio al femminile” si volesse intendere una ricapitolazione storica e sociale di come alle donne di buona società, cioè quelle che potevano permettersi un giardino, non fosse consentito piantare e zappare poiché attività disdicevoli, e di come alle donne fu permesso di lavorare in giardino, blandamente, con i guanti e per piccoli lavoretti di piantagione di fiori, bulbi o semine a spaglio, solo a metà dell’Ottocento, quando l’offerta di piante in vaso era tale da dover smaltire una enorme quantità di merce e si rese necessario raddoppiare il mercato degli acquirenti, inserendo anche la clientela femminile. Abbiamo molte testimonianze dai cataloghi di vendita per corrrispondenza e dagli opuscoli dedicati al pubblico maschile e femminile (all’epoca i gay venivano ancora frustati a sangue e mandati nei campi di lavoro, figuriamoci il giardino).
Sarebbe infatti interessante capire come le necessità hanno influito sull’emancipazione della donna in giardino, specie in America, dove tutto è avvenuto molto rapidamente. Alle donne erano affidati il backyard garden e la manutenzione delle erbe curative, l’orto e il frutteto. Nelle zone del Texas molte donne diventavano curanderas, cioè guaritrici.
Nella Vecchia Europa le cose procedevano molto più lentamente: ce lo racconta Elizabeth von Arnim, ce lo racconta E.M. Forster, ma anche George Eliot, la stessa Sackville-West.
Quando la storia del giardino fu invasa dalle varie femmine giardinicole (Jekyll, Crowe, Hobhouse, Taverna, Verey, Thaxter, Fish e compagnia cantante), il mercato era già pronto, e dunque lo era la società. Via libera alle femmine piantatrici di bulbi che riempiranno di fiori i loro giardini e di soldi le nostre tasche!
Se Emma poteva solo cucire sul prato, ritrarre le rose fiorite e le sorelle Dashwood passeggiare tra le folly, un secolo dopo la Signora Miniver riusciva a mettere le mani nella terra, ma l’unico rapporto che Rebecca de Winter aveva con i fiori era la loro disposizione in vaso. Le classi sociali in questo erano estremamente prescrittive.
Occorre la Seconda Guerra Mondiale, il victory garden, o qui in Italia “orticello di guerra”, il lavoro delle donne in fabbrica e le lotte femministe per ottenere una equipollenza della donna in giardino, che tuttavia non è reale ma -a dir dell’uomo- limitata dalla minore forza e resistenza fisica. Naturalmente tutte le donne che fanno giardinaggio sanno di poter svolgere anche i lavori pesanti (più che un uomo basterebbe solo un’altra persona come aiuto, sia essa maschio, femmina o transgender). D’altra parte la presunta debolezza della donna non coincide con la sua storica posizione di bestia da soma e animale da lavoro: basti pensare alle mondine, alle gelsominaie, alle raccoglitrici di olive, alle donne con cercine e pesanti ceste sulla testa, o in tempi moderni, donne neanche più giovani che scaricano camion di frutta.

Ciò che io temo nella frase “giardinaggio al femminile” è un pretestuoso tentativo di dimostrare, con tendenziosità, che le femmine della specie si dedichino alla coltura del fiore più che della pianta, agli accostamenti tra fiori e colori, alle composizioni in vaso, anche se transitorie come la loro memoria, alle fioriture in massa perché di più è bello, ai colori azzurri e bianchi, rosa e bianchi, rossi e bianchi, alle piante con foglioline delicate e soffici, alle rose, alle rose con le perenni, alle rose con le annuali, alle rose con le graminacee, alle rose con le rose. Insomma che non siano troppo attente alla qualità dei verdi, alle loro sfumature, agli accostamenti tra fogliami, al giardino senza fiori, alle piante legnose, agli alberi, ai prati, alle attrezzature, alle motoseghe, e in genere a tutti i lavori di manutenzione come il tutoraggio dei rami o la potatura delle siepi. Inoltre si sa che le femmine hanno un odio genetico per tutte le piante a spada, quindi tra la Yucca e Satana è meglio Satana, per i cactus troppo grandi (forse perché si spaventano delle forme falliche, poverette), per le palme e gli alberi esotici perché non capiscono un cazzo se una pianta è rara o no. Termini come “monocarpico” o “cleistogamo” non fanno parte del loro vocabolario, che è invece pieno di aggettivi su come descrivere un colore, una foglia, l’aria del mattino, la luce del sole, la pace, il silenzio, il fruscio del vento, la lettura, la tazza di tè. Aspetti tecnici e pratici, quali la botanica, l’entomologia e le sue applicazioni, le patologie, la coltivazione di piante “utili”, sono del tutto estranee alla mente femminile.
Per la femmina il giardino si risolve tutto in letture, pensierini, citazioni, poesiole, consigli su come accostare questa e quella pianta, ghirlande e disegnini.

Per la cronaca, questi l’hanno fatti due maschi.

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show

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Ippolito Pizzetti, Canon Ellacombe, Goethe, lo stesso Giubbini, Marco Martella, Richard Mabey, Čapek, Borchardt, Pindemonte, Osti, Trevisan, Delerm, Eden, Peregalli, Tergit, Monty Don e per finire Pejrone, Pagani e Perazzi, hanno messo nei loro libri oltre a consigli pratici su fiori e colori, una buona dose di poesia, letteratura, citazioni e umorismo. Alcuni non esenti da mielosità dozzinale e appiccicaticcia.
Mentre non c’è prosa più asciutta, divertente e interessante di quella di Andrea Wulf (femmina) o più compassata e accademica di Annalisa Maniglio Calcagno. Beatrix Potter è stata una giardiniera assai pratica e senza illusioni di grandiosità, e credo che nessuno abbia scritto una storia dei giardini così dettagliata e ricca come Marie Luise Gothein.
I consigli per gli accostamenti di colori ce ne dati anche troppi Christoper Lloyd con la serie dei libri per “giardinieri avventurosi” (che diciamocelo, sono un po’ commerciali), e pensieri sparsi e digressioni sono il cuore delle “passeggiate botaniche” di Rousseau.
Insomma, pare che il maschio della specie non sia esente da “scivoloni nel giardinaggio al femminile” (cit.).
Domanda: saranno gay, trans, bi, tri? Oppure, no, dico, la butto lì, non sarà che non esiste un giardinaggio maschile e uno femminile, e che è tutto un fatto storico e culturale, cioè appreso?

Ma già all’orecchio… Lo sentite? “Giardinaggio al femminile”. Come una brutta copia di qualcosa. Una versione adattata per piacere a un certo pubblico, come Jack London che arriva in Italia in versione ridotta illustrato per bambini. Facciamo La Sirenetta a cartoni animati, ma la facciamo finire bene! Facciamo un giardino per femmine, perché esse non sono in grado di comprendere il vero giardino (intanto però gli vendiamo i fiori). E poi, si sa, la brodura mista migliore l’ha fatta Sir Lawrence Johnston, un maschio. I grandi paesaggisti sono tutti maschi, le femmine al massimo fanno l’aioletta.
Ma certo, Caruncho, Barragán, vuoi mettere?
Vuoi mettere che solo dagli anni Ottanta alla donne è stato consentito di avere una visibilità professionale? Vuoi mettere che prima una donna difficilmente poteva iscriversi ad Architettura, e difficilmente sarebbe stata considerata una professionista pari a un uomo? Vuoi mettere che nella storia le donne hanno sempre lavorato ai margini, con talenti enormi che dovevano rimanere imbrigliati nelle possibilità sociali dell’epoca? Vuoi mettere che -come scrisse Virginia Woolf- nella storia la firma “Anonimo” coincide con il nome di una donna?

Ovviamente oggi è tutto diverso, e le femmine possono finalmente fare le architette del paesaggio, ma che risultatati vuoi che ottengano? Boh, robetta, giardinetti pieni zeppi di fiori… Ad esempio questo:

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o questo…

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Insomma, senza andare a scomodare i grossi nomi di Beatrix Farrand, Kathryn Gustafson, Paola Viganò, o la buonanima di Zaha Hadid, di architette ce ne se sono, oggi, eccome.
E a volte mettono tanti fiori nei giardini che progettano, a volte no. Di certo non credo che siano interessate a ciò che i maschi pensano su come loro interpretano il giardino. Credo siano più interessate a guadagnare e fare il loro lavoro, esattamente come i colleghi maschi.

Qualche link utile:
Ranker.com – Architette illustri
Ranker.com – botaniche illustri
Lista di architette su Wikipedia

Sette donne vincitrici di un premio per l’Architettura del Paesaggio

Andrea Cochran
Cheryl Barton Studio
Mia Lehrer e associati
Katherine Spitz
Pamela Palmer
Lauren Meléndrez

melendrez_green-ti

ksa_orange-grove-park

Medica e paracula

Quando si vuole insultare, cambiare il genere di una parola è la cosa più facile del mondo: basta cambiare la vocale finale.
“Puttano”, ad esempio, se vogliamo indicare un politico che si vende moralmente (mentre la puttana si vende fisicamente), un “coso” per indicare un qualcosa di brutto, infastidente.
A chi dice che il femminile di medico non si può fare perché “nun se po’ sentì”, vorrei sapere cosa presenta al farmacista se non una ricetta medica, con la quale prenota magari una visita medica in sala medica, dove un lui o una lei gli/le medica una ferita.

A fare il femminile di “paraculo” è stato uno zic, vero?