Da AboutGarden nella rubrica “Maestri di carta”

Lidia e Pappiralfi

Lidia Zitara nella rubrica di About Garden “Maestri di Carta

Dopo Amazon.it ad IBS gli tremano le natiche e anche ciò che le contiene. Era ora, maledetti tirchi.

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Tristissimi giardini

Non c’è niente da fare, con certi libri non si può lottare. Ho fatto quest’ora per finire Tristissimi giardini, e non ho sonno per niente.
Il libro mi ha annullata, cancellata come una sabbiatrice scrosta la vecchia vernice, m’ha lasciata impotente, la testa che gira a vuoto.
Una recensione? per dirla con parole non disprezzate dall’autore, non è cazzo mio.

Buttiamo giù appena qualche impressione a caldo.
Sin dalla prima frase si avverte una spigolosità della scrittura, che rallenta la lettura e costringe a tornare più volte sullo stesso periodo. Ma una volta trovato il ritmo si procede, anche sulle frasi a volte lunghissime, più vicine al linguaggio del pensiero che a quello della saggistica.
Non sapevo bene a che pensavo quando l’ho comprato: ho capito subito che non era una trattazione legata esclusivamente al tema dei giardini, ma che era una descrizione del Nord-Est. Boh, dicevo, ne parlano tutti così male, soprattutto quando si tratta di giardini, che forse questo ne parlerà bene. Sarà un po’ come il Kansas di Prateria.
In effetti il libro mi ha molto ricordato Prateria, perchè è o aspira ad esserlo, una mappa in profondità.

A pagina 8 ho dovuto mandare un messaggio ad Alessandro, a pagina 11 telefonargli.

Ad ogni frase saltavo su dalla poltrona e più volte ho dovuto rileggere per confermare quanto i miei sensi stavano acquisendo: ma ho letto giusto? ha scritto proprio questo?
In un mondo in cui la comunicazione è diventata forma, nel senso peggiore del termine, in cui questa forma è patinata e levigata come le modelle di Dior ritoccate con strumento toppa a Photoshop, una prosa caustica e provocatoria è un bene rarissimo, un regalo dell’Alto dei Cieli. E’ come una zappa che lavora la terra, è lavoro della mente, è raggionare.
Sorge spontaneo un impeto di ringraziamento all’autore, che vende, ma almeno vende idee genuine, rrrobba bbuona, rrrobba frisca.
Che potenza di ironia, il Witz tedesco, l’arguzia, la capacità di afferrare il lettore e sostenerlo a braccia per portarlo con sè, anche quando è riluttante.
Una scrittura leggera quando deve essere leggera, dolorosa quando deve essere dolorosa. Un libro attraverso cui si intravede un carattere irascibile e lunatico, ma chi l’ha detto che chi scrive saggistica debba essere per forza saggio e soprattutto, sereno, anche ad una certa età?

Non spiegarmi le cose, fammele vedere, ti crederò più facilmente: è questo che fa Trevisan, inquadrando il Veneto partendo dalla lingua e dal territorio. Una descrizione impietosa, agghiacciante, raggelante, che fa passare la voglia di emigrare anche ad una meridionale disoccupata.
Tra vistosi calci nel sedere ai cliché della cultura veneta (Rigoni-Stern, Palladio, Scapin, Menghello) e della sua società (gli extracomunitari, la periferia, i rapporti di vicinato), una polemica teatrale con Paolini, la sfacciata dimostrazione del pensiero acritico e strumentale della politica che fa (o meglio non fa) cultura, l’autore trova lo spazio per raccontare il suo rapporto personale con la città, il giardino della madre, la sua moto, la lingua italiana e dialettale, la filosofia, i fantasmi del suo passato.

Un libro decisivo.

Piante da ferrovia

Chi non conosce le piante da ferrovia e gli orti ferroviari, i giardinetti delle stazioni? Ognuno di noi ha un suo specifico ricordo legato a un piccolo quadrato di terra a ridosso dei binari, coltivato a pomodori o melanzane, o ai giardinetti delle stazioni che ancora negli Anni Settanta non erano caduti in disuso, in cui magari si poteva trovare, come a Siderno, una vasca coi pesci rossi.
Fu il Fascismo a dare i natali a questa operazione di abbellimento delle stazioni, e l’uso di coltivare fiori e ortaggi lungo le ferrovie d’Italia non è mai cessato anche se da molti anni è venuto a diminuire.

Ma una cosa è una pianta coltivata, un conto è la flora spontanea che vive lungo la strada ferrata. Negli anni ’80 Ernesto Schick pubblicò un libro dal titolo Flora ferroviaria: ovvero la rivincita della natura sull’uomo. In questo mese ne è prevista la riedizione per i tipi Florette (una casa editrice a me francamente sconosciuta), di Chiasso.
Io ho già mandato la mia libraia in missione, consiglio di fare altrettanto.
Sul sito di Chiasso Letteraria trovate molte altre informazioni

Campo di moree a ridosso della ferrovia sulla spiaggia del litorale basso ionico (mai dirò il nome del paese). Zona USDA 9b

Garden of Eden, a cura di H. Walter Lach

Gli erbari e le raccolte di florilegi non sono rari, ma costano veramente tanto. Taschen pubblica una raccolta di 100 capolavori dell’illustrazione botanica ad un prezzo accessibilissimo, appena 20 euro per seicento pagine di tavole disegnate dai più grandi plant-hunters e botanici dall’epoca bizantina agli anni più recenti, fino a contemplare alcune fotografie.
L’opera è stata scritta sotto gli auspici della Österreichische Nationalbibliothek ed è presentata in tre lingue, il tedesco, il francese e l’inglese.
Questa cospicua raccolta si configura come un vero e proprio viaggio nell’illustrazione botanica. Considerando che il volume più significativo in proposito è quello di Wilfrid Blunt (che su Amazon.com raggiunge l’inspiegabile prezzo di 130 dollari – e che io ho preso a 10) che è un volumetto piccolo con scarse illustrazioni di cui molte in bianco e nero, questo volume sembra una vera vendetta per chi ha sempre sognato uno di quei bellissimi erbari senza poterli avvicinare per via dei prezzi.

Alcune delle illustrazioni sono molto famose, come quelle del Codex Amiciae Julianae (con scritte in greco e in arabo) o quelle di Pierre Joseph Redoutè che sono diventare un simbolo della Restaurazione dopo le guerre napoleoniche; altre sono meno famose, ma egualmente sorprendenti.
E’ un dato di fatto che il computer non è riuscito ad invadere questo campo con i suoi vettori e i suoi filtri. L’illustrazione botanica rimane territorio di ciò che è squisitamente manuale, artigianale, di ciò che è mestiere sublimato dall’arte. Per fare una buona illustrazione botanica non è solo necessaria una grande competenza tecnica ( anzi, forse quella meno di altro), ma è indispensabile saper comporre la tavola, individuare gli elementi suscettibili di discriminazione tassonomica, e trascurare pure quelli irrilevanti. Un bravo illustratore botanica disegnerà spesso, oltre al fiore, i frutti, le radici, gli organi sessuali, i semi, le capsule portasemi. Tutto questo composto in pagina con gusto, levità ed eleganza.
Complessivamente, questo libro è un modo per programmarsi le sorprese: una pagina dopo l’altra gli occhi vi diventeranno grandi come piattini da caffè.

Sfogliandolo si rivive il gusto e il cambiamento delle tecniche di illustrazione scientifica. Dai disegni più semplici delle piante officinali degli antichi erbolari, alle raccolte di tutta la flora indigena in xilografia, come quella di Pier Andrea Mattioli, ai disegni a colori, a tempera o acquerello, tecnica che è da sempre legata all’illustrazione botanica.
Uno degli ultimi disegni, datato 1986, nel momento in cui le fotografie avevano soppiantato il lavoro dell’illustratore botanico, che rimaneva come lato “artistico” di una attività che prima era scientifica, sembra quasi destinata ad un racconto di fate, e risente molto dell’influenza di Brian Froud. Siamo negli anni ’80, all’illustrazione botanica era richiesta ancora la scientificità e la precisione della descrizione, ma la seriosità per molti era diventata opzionale. E naturalmente è giusto che sia così, perchè le arti seguono e stimolano l’evoluzione dei mezzi con cui si esprimono.
Un gran bel libro, se siete appassionati di illustrazione botanica non potete non comprarlo.
Cliccate qui per aprire la pagina del sito Taschen dedicata al volume

Orfana della prateria

Se mi avessero detto, quando avevo quindici anni, che nella mia vita avrei letto tutto William Least Heat-Moon, avrei riso di gran cuore.

Veramente non credo neanche che Heat-Moon sia il mio genere. Non chiedetemi come ho fatto a diventarne dipendente, perchè non lo so.
Ho letto Strade Blu in un momento delicato della mia vita e ho legato il libro a particolari emozioni di libertà e conoscenza di se stessi.
Poi ho iniziato Prateria, che attorno alla centocinquantesima pagina (appena all’inizio) mi ha inginocchiata e costretta a tirarmi fuori di violenza da quel piatto mondo di erba senza fine.
Prateria è fuori commercio in Italia, perciò l’ho ritirato, con somme spese, da Abe Books, pur di averlo. Con questo risultato.
E dato che avevo ritirato anche Nikawa, mi sono poi applicata a quella avventura che mi sembrava nuova ed eccitante: l’America vista da un piccolo battello a scafo piatto, l’America vista da dentro.

Nikava, cavallina di fiume
Lo spessore di Nikawa mette a dura prova un lettore: non meno di Prateria è un lungo fiume fiume fiume fiume attento a quelle fiume fiume fiume fiume dannatissime fiume fiume secche fiume.
Dopo averlo finito, tale era il desiderio di rimanere nelle foreste e nei boschi dell’America, che ho preso, dopo tanti anni, una copia sgualcita di Walden, di Thoreau.
Ma non c’è stato verso, quella prateria appena sfiorata mi osservava dal ripiano, insieme alle sue due sorelle. Infine ho lasciato Thoreau per riprendere Least Heat-Moon.

Stasera la finirò, e sarò un’orfana in mezzo alla prateria.

Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi

Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi
C’è molto materiale in rete su questo libro, che mi è stato indicato per scherzo in libreria. Perchè aggiungere altro al già tanto? Ebbene, voglio poter dire la mia.
Questo è un libro strano. Ma davvero strano. A partire dalla copertina, illustrata come si faceva decenni fa, non elaborata al computer. Attenzione, se lo lasciate senza sorveglianza potrebbe mettere gambe e andarsene in giro da solo per casa.
Parla di cose stranissime e surreali, i protagonisti sono sempre ragazzi, e per questo motivo, in rete, trovate scritto che è un libro di fiabe per bambini. Ma de che? Qua ci vuole cuore saldo e nervi freddi per non sentirsi spacciati nei mondi che descrive Karen Russel.
Mondi che lasciano interdetti, sgomenti, sorpresi, assolutamente attoniti. Tutto è surreale e contemporaneamente di una logica freddezza da lasciare senza fiato. Come commentò Steven King: “E chi se li toglie più dalla testa?”. Una lettura che più che magica è ammagante, sconvolgente e a volte paralizzante.
Lo stile è stato definito da alcuni freddo, concepito a tavolino solo per stupire il lettore. Io credo che Karen Russel non si neghi il piacere di una parola un po’ balzana quando le sembra il caso che ci vada.
Altra critica: che i racconti non hanno una fine. Perchè, la nostra vita ce l’ha, mentre la viviamo? la vita ha una fine solo dopo morti, quando non possiamo raccontare più nulla. Questi racconti sono come la vita, potenti, sfuggenti, in bilico tra dimensioni, spiegazioni, motivi, volontà e incertezza. A volte senza un senso apparente. Ma il vero senso è che la nostra stessa vita non ne ha uno, se non che siamo qui, che la vita esiste, e l’identità. Che il potente spettacolo continua, e che ognuno di noi può contribuire con un verso.

Vi dico il mio racconto preferito: “Il campo Z.Z. per sognatori disturbati”.
E chi se lo toglie più dalla testa?

Riflessioni sulla Natura

Da “la Riviera” del 31 dicembre 2004, nonostante alcuni possano pensare che io abbia cambiato parrocchia.

Vita Sackville West

Per caso in questi giorni mi sono ritrovata a rileggere qualche brano di una raccolta di articoli di Vita Sackville-West, che in Italia è stata pubblicata da Muzzio Editore, con il titolo di Un giardino per tutte le stagioni, 16 euro. Vi consiglio caldissimamente l’acquisto di questo volume, per una gran quantità di motivi. Il primo è che se siete dei dilettanti pigri che non si prendono la briga di cercare le piante sui dizionari botanici o su internet (della qual cosa dovreste vergognarvi immensamente poiché non si può fare giardinaggio serio senza conoscerne la materia prima), questo libro vi costringerà a farlo, perché i nomi e le specie di piante che cita sono innumerevoli, e fa sorgere spontaneo il desiderio di informarsi maggiormente sulle piante menzionate. Il secondo è che lo stile con cui è scritto è quanto di meglio la letteratura specializzata possa offrire. Vita Sackville-West era scrittrice, romanziera e poetessa, e non era certo una persona che potesse avere dubbi o confusioni linguistiche, o che si impaperasse con le parole. Il suo stile è asciutto e appassionante al tempo stesso, e non si fa fatica a leggerlo. Il terzo è che i consigli che offre sono più preziosi dei diamanti. Questo è difficile da spiegare solo con le parole, ma se leggete il libro ve ne accorgerete voi stessi man mano che proseguirete la pratica del giardinaggio, innalzando sempre più i vostri obiettivi e le vostre ambizioni. Vita aveva una personalità dirompente, aveva numerose amanti e cornificava allegramente suo marito non solo con le donne, ma spesso anche con uomini. Settanta anni fa era senza dubbio molto più libera di quanto non lo siano oggi molte donne.
Questa sua personalità energica l’ha tutta riversata nel suo giardino, rinnovando le acquisizioni pregresse ed introducendo numerosi concetti originali. Alla fine dell’800 il giardinaggio inglese viveva uno dei suoi periodi di maggior prestigio per l’influenza che esercitava su quello europeo con i suoi modelli romantici e liberamente bucolici, consolidati nel passare degli anni soprattutto da Gertrude Jekyll.
Vita Sackville-West fu una vera innovatrice, ed apportò al giardinaggio nuove conoscenze teoriche e pratiche, l’uso di specie selvatiche erroneamente considerate di scarso valore ornamentale, lo studio di progetti prospettici più formali e di forte impatto visivo, di cromatismi del tutto originali e audaci; inoltre sperimentò associazioni tra piante che fino a quel momento non erano neanche state prese in considerazione. Viene ricordata soprattutto per la sua aiuola bianca e grigia, ma forse quella fu una delle cose meno rilevanti che fece. Aprire a caso questo suo libro è sempre una sorpresa, sia per l’emozione di leggere uno stile così pulito e semplice, sia per il modo umile e pratico di dare consigli, sia per la qualità delle indicazioni pratiche fornite, e non da ultimo, per le profonde riflessioni sulla Natura che ci indice a compiere. Vita conosceva la natura, ma non la idealizzava scioccamente e stolidamente come spesso si è portati a fare, specie se non si è adeguatamente dotati di senso critico e di cultura. Aveva le sue idee e correva dei rischi nello scriverle; diceva: “…chi scrive articoli di giardinaggio deve avere il coraggio di dichiarare le sue opinioni”, cosa della quale sono fermamente convinta anche io e che ho sempre cercato di fare in questo piccolo spazio settimanale.
Nel giardinaggio e nella vita non bisogna mai farsi prendere da falsi modi democratici e buonisti, dal qualunquismo e dall’indolenza. Bisogna giudicare. So che la Bibbia impone il contrario, ma a rischio di una scomunica io credo che il giudizio sia un evento quotidiano e comune della vita umana. Ogni pensiero in fondo è un giudizio personale su qualcosa o qualcuno, e le nostre azioni una reazione a quel giudizio. Ciò che bisogna fare prima di giudicare è acquisire il maggior numero di informazioni possibile (perciò non mi stancherò mai di ripetere di comprare un buon dizionario delle piante ornamentali).
La natura è senza vie di mezzo la più grande alleata e la peggior nemica del giardiniere. Il compito del giardiniere è di migliorarla e talvolta superarla (follia? Non direi).
Le esperienze che gli scritti di Vita Sackville-West ci mettono a disposizione sono di valore inestimabile, è una lezione che non è possibile ignorare.
Ci si può trovare in disaccordo con le opinioni, ma non con il senso critico che le anima e che le ha rese così importanti per tre generazioni di giardinieri.

“Tenendo innanzi frutta” di Isabella Dalla Ragione

Tenendo innanzi frutta
“Non crescono sull’albero” era un detto che stava già scomparendo quando io ero piccola. “I soldi non crescono sull’albero” aveva un sapore postmodernista che sottolineava il pensiero corrente di allora che le vicende della vita umana e della natura fossero ormai definitivamente separate.
Avere un albero da frutta in giardino era per lo più un caso, raccoglierne i frutti era retaggio di un’indole contadina mai domita in molte zone periferiche dell’Italia, e veniva considerato quasi stigma di povertà. “Perché, non ha i soldi per comprarsi le mele al supermarket?” .
Le famiglie-bene di provincia lasciavano al più un albero di limoni o di qualche altro agrume, tradizionalmente considerati frutti “nobili”, ma gli altri frutti erano scacciati perché “proletari”.

Parallelamente la grossa industria di produzione agricola selezionava la frutta non per la sua qualità ma per altre proprietà, strettamente connesse alla produzione e alla vendita: la resistenza ai parassiti, l’abbondanza della produzione, la conservazione in magazzini di stoccaggio.
Nel corso di cento anni sono uscite di produzione centinaia di varietà frutticole, alcune delle quali sono però rimaste in antichi orti o frutteti, e molte altre sono state perdute per sempre.

Per preservare questo ricco patrimonio di biodiversità, negli anni ’60, Livio dalla Ragione ha fondato il frutteto botanico “Archeologia Arborea” in Umbria, ora portato avanti da sua figlia Isabella. Ed è proprio Isabella, che beneficiando dell’esperienza del padre e dei suoi studi di agronomia, ha pubblicato il volume “Tenendo innanzi frutta”. Si parte da una considerazione apparentemente semplice: durante il Rinascimento era la Natura (natura naturans) ad essere la fonte principale di ispirazione per il pittore, e dalla prescrizione di Giorgio Vasari: “tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo”, Isabella dalla Ragione ricava il principio per cui gli affreschi dell’epoca ritraessero varietà di frutti realmente in coltivazione. Affidandosi alle pitture murarie delle ville delle famiglie Vitelli e Bufalini, nella zona dell’Alto Tevere, e al cospicuo archivio della famiglia Bufalini, Dalla Ragione è arrivata a identificare e catalogare decine e decine di varietà orticole e a ricostruire gli usi a cui erano destinate.

Susina 'regina Claudia' con fiori di Althaea; susine

Queste varietà di frutta sono state estromesse dal mercato internazionale perché erano poco produttive su scala globale. Ma in tempi in cui gli orti, sia dei Papi che dei ricchi signori erano orti produttivi e non decorativi, la grande varietà di cultivar offriva -oltre ad una continua diversità di sapori- una produzione durante buona parte dell’anno e la conservazione durante l’inverno, garantendo così la sopravvivenza di molte famiglie contadine.

Uva

Come ben scritto nella postfazione di Antonio Cianciullo, non si tratta di una mera celebrazione del mondo contadino, ma dello studio filologico di un mondo in cui si sfruttava la natura ma senza impoverirla, una capacità che da tempo abbiamo perso e che sembra poter permanere solo al margine della cultura di largo consenso.

I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens

Bollati Boringhieri ha lanciato tempo fa una collana di giardinaggio dal titolo poco fantasioso di “oltre i giardini”. I titoli sono molto promettenti e si preannuncia di diventare per le generazioni più giovani una sorta di viatico per il giardinaggio.
Ho acquistato il volume di Michela Pasquali I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens per leggerlo durante il viaggio di ritorno da Milano a Siderno.
Ha svolto il suo lavoro, ma confesso di essermi pentita di non aver preso anche un libro di fantascienza alla Hoepli di Milano.
Intanto, nel mio feticismo linguistico, devo subito premettere che nel titolo c’è un errore grammaticale. In italiano le parole straniere non fanno plurale. Perciò si sarebbe dovuto scrivere “garden” e non “gardens”.
Il libro è leggibile, ben scritto con uno stile limpido, pulito e non sovrabbondante. Anzi, a dire il vero piuttosto piatto e per nulla appassionante.
Dopo un breve ma interessante exursus storico sulla nascita del movimento dei Green Guerrilas e dei Guerrilla Gardens, il libro analizza più che altro le vicende amministrative che hanno coinvolto i giardini di Losaida e di altri sobborghi di Manhattan, e seppur senza risultare pedante, esamina dati e statistiche dell’attività edilizia che ha minacciato i giardini ricavati da i piccoli lotti abbandonati (vacant lots) .
Poco o nulla di antropologico o filosofico viene estrapolato dal complesso storico. Appena sfiorate le tematiche ecologiste che storicamente si accompagnano ai guerrilla garden, per nulla invece quelle econimiche e di gusto.
Rimangono aperte molte domande, alle quali possiamo dare solo risposte parziali attraverso un ragionamento induttivo.
Qual è lo stato attuale dei guerrila garden? Quelli di Manhattan possono essere abbastanza rappresentativi dei giardini occidentali? Le persone che in un qualche modo si occupano dei guerrila garden, se ne impossessano con l’animo di sottrarre qualcosa allo stato per un proprio vantaggio o per salvare un po’ di natura alla speculazione edilizia? In che modo la mercificazione si è infiltrata – e in questo caso quanto- all’interno dei guerrilla garden? Quanto l’amministrazione comunale utilizza i guerrilla garden come propaganda politica?
Può darsi che Michela Pasquali abbia scelto di tenere l’argomento fuori da queste questioni, ma dato che i guerrilla gardens nascono come movimento di rinnovamento politico e sociale, nonchè come offerta di una diversa prospettiva economica, tenere fuori la questione da questi argomenti di assoluta pregnanza significa lasciare l’opera fatta a metà.
Posso tentare una risposta alla domanda sulla mercificazione e imborghesimento del gusto: già la copertina mostra un vecchio tenement e in primo piano una rosa che ha tutta l’aria di essere ‘Constance Spry’. In altre pagine vediamo vasi sospesi con petuniette e giardinetti così ben tenuti che sembrano usciti da un manuale di John Brooks sui piccoli giardini. A questo punto c’è un fattore che va analizzato: è evidente che i giardini vengono tenuti non da persone che ritrovano una propria dignità sociale e umana nella coltivazione dell’orto e del verde, com’era stato all’origine dei vari movimenti guerrilla gardens, nell’intento di riqualificare una zona emarginata e malfrequentata, ma da persone che amino fare del giardinaggio e usino i vacant lots per poter praticare il loro hobby. E’ quindi parzialmente perduta la spontaneità e l’ingenuità dei giardini residuali, mantenuti da persone le cui nozioni di orticoltura sono (erano) ereditate, non acquisite per mezzo dei libri o della televisione, che escludeva quindi tutte le sollecitazioni del mercato di massa, poichè si trattava -appunto- di masse povere, fuori dalla massa borghese e dal circuito del commercio.
Un vero peccato che il libro di Michela Pasquali, che in Italia è uno dei pochi che affronta questo tema, sia rimasto così in superficie. Avrebbe potuto diventare un punto di riferimento, invece si limita ad essere un catalogo.
Peccato. Un’altra occasione sprecata nella nostra Italia giardinicola.