Corso coatto

Pubblico oggi un articolo apparso su “Calabria Ora” il 3 maggio del 2007, che mi sembra appropriatissimo per questo periodo dell’anno.

Corso coatto
Alle soglie dell’estate le Amministrazioni Comunali si dedicano alla potatura delle alberature, cosa alla quale tengono tanto per dimostrare che c’è almeno un motivo per cui paghiamo le tasse. La scelta del periodo non si può spiegare se non con un deliberato intento di uccidere gli alberi, cosa che riesce sovente. Un giro per la costa ionica dimostrerà come i “giardinieri” comunali non manchino di fantasia nella scelta delle forme di topiarie, eccone un breve elenco: a cubo di Rubik, a frigorifero, a campana, a ruota, a cassa da morto, a bottiglia, a padella, a disco volante, a frittata, a ciambella, a ciambella col buco, a bastoncino del ghiacciolo senza ghiacciolo, a tridente, a forchetta, a cucchiaio, a coltello, a cono gelato, ad ananas, a cappello, a pallone da calcio, a pallone da calcio sgonfio, a pallone da rugby, a lampione, a cuscino sprimacciato se l’albero è in buone condizioni, a cuscino stropicciato se l’albero è in cattivo stato, a doppia elica del DNA, a forma di Saturno magari con qualche satellite, a lama rotante, ad alabarda spaziale. Ma le forme che certamente vi capiterà di incontrare più di sovente sono quella a cavolo ed a cavolo fritto.

Et bien, mon Moleskine

Non me ne intendo molto di Moleskine, li ho sempre snobbati come uno dei tanti accidenti della moda. Facevo le mie interviste su carta di recupero, mentre gli altri avevano dietro il loro bel Moleskine molto vissuto, gonfio di foglietti che spuntano fuori, l’elastico rotto.
Una volta mi è stato detto (con simpatia) che potevo essere una di quelle ragazze che si innamorano del tipo intellettualoide, un po’ rampantone, “di quelli col Moleskine”.
Da allora ho iniziato a far caso a chi lo usa.
Qui, giornalisti a parte, non ne conosco. Non è un gadget molto apprezzato dagli indigeni locali. Il che vuol dire che non hanno niente da scrivere. Se non hanno niente da scrivere ancor meno leggono.
E questo ne dice abbastanza.

Tuttavia penso che -giornalisti a parte- chi lo compra si illude di poterlo riempire con versi e racconti alla Hemingway, ma che il più delle volte sono solo insulse banalità. Absit iniuria, ognuno ha diritto alla propria banalità, ma proprio perchè di Hemingway non ne nasce uno l’anno, non credo che i Moleskine che circolano in giro a Siderno abbiano vita felice.
Altrove sono sicura saranno ormai merce inflazionata dal gusto, espressione di una piccola borghesiola falso-intellettuale, o forse peggio, non so. Sarei grata se qualcuno mi raccontasse dei Moleskine che circolano dalle sue parti.

Sono comodi, per via della copertina rigida che aiuta a scrivere anche in piedi, e sono carini. Sono come la cioccolata. Ne vorresti sempre uno diverso.
Questo tale si è fatto la “ricarica”. Un temperamento ecologista…

I Guerriglieri Verdi

Avevo promesso di inserire alcune considerazioni sulla questione dei Guerriglieri Verdi, Green Guerrillas, o Guerrilla Gardening.
Data la lunghezza e l’assenza di foto so già che non lo leggerà nessuno.
…pazienza.

A quanto ho potuto notare esistono due fazioni contrapposte: alcuni non li apprezzano per via dell’implicazione “violenta” del termine “guerrilla”, altri invece considerano questa forma di giardinaggio una sorta di via salvifica per affermare la volontà del popolo contro l’esaurimento delle risorse terrestri e la progressiva invivibilità dei grandi centri urbani.
Non ho mai considerato le vie di mezzo approssimative, e personalmente ritengo che entrambe le fazioni abbiano torti e regioni in egual misura.
I Guerriglieri Verdi sono nati negli anni Settanta, nelle sterminate, angoscianti, periferie delle grandi metropoli americane, dove la vita è vita solo a metà, la violenza è all’ordine del giorno. In quel periodo “il mercato del mattone” viveva una forte crisi, e molti quartieri venivano letteralmente abbandonati, diventando fatiscenti, rifugio per operazioni malavitose, prostituzione, spaccio di droga, violenze, stupri, omicidi e fatti delinquenziali di ogni sorta.
Sotto la spinta dell’ecologismo allora nascente, e per reagire all’inerzia delle istituzioni pubbliche, gruppi di attivisti si sono riuniti per restituire dignità a questi quartieri, costruendo degli orti da dare in gestione a chi fosse interessato. Nacquero anche piccoli parchi dove far giocare i bambini sotto lo sguardo dei genitori, al riparo dalle automobili a da malintenzionati.
Gli orti urbani in seguito si trasformarono in strumento di politica sociale, ma questa è un’altra storia.
L’istanza dei Green Guerrillas deriva dal fatto che le istituzioni e gli enti pubblici erano del tutto sorde alle richieste della gente. Il fatto che il nome sia in spagnolo fa quantomeno sorgere il sospetto che queste periferie fossero abitate perlopiù da ispano-americani, per i quali il governo centrale aveva poco interesse, dato che si tratta di frazioni non votanti della popolazione (Obama a parte).
I Guerriglieri verdi dell’epoca sono riusciti a tirare fuori interi quartieri da una situazione di miseria sociale, non diversamente da come il vecchio protagonista di L’uomo che piantava gli alberi ha fatto per la sua terra. Una nobile storia, che non implica necessariamente azioni furtive e illegali.

In Italia e in epoca contemporanea un guerrigliero verde “vecchio stile” è se non altro fuori posto. E’ vero che gli enti pubblici sono inefficienti, che i “giardinieri” comunali hanno appena qualche nozione di orticoltura, che le nostre periferie sono trascurate e neglette, ma alla maggior parte di questi problemi si può dare un contributo se non direttamente, in modo individuale, perlomeno con un associazionismo funzionante e regolamentare.
Non lo dico -personalmente- perchè abbia in ispitto chi agisce contro le regole, ma perchè queste forme sono più efficaci e se ben condotte, portano a dei risultati gradevoli e duraturi, e a volte anche di un certo pregio.
Purtroppo il lato più fortemente negativo di queste iniziative, è che la borghesia intellettuale paesana se ne impadronisce e le porta regolarmente all’affondamento. Come ad esempio accade nel paese dove vivo, Siderno, dove un’iniziativa simile proposta dall’ATA Club, è fallita causa il fatto che le signore impellicciate e le mogli dei medici non volessero rompersi le unghie scavando nella terra o portare un sacchetto di sabbia per 100 metri (oltre alla inconsistenza delle loro conoscenze orticole, che farebbero rabbrividire qualsiasi appassionato).
Se non si vuole trasgredire un regolamento a cui nessuno fa caso, meglio a questo punto chiedere di poter gestire singolarmente (o in piccoli gruppi) una piccola aiuola comunale e basta.

Dall’altro lato sembra esserci un piacere modaiolo, piuttosto incolore e frutto di un’epoca contemporanea in cui la trasgressione delle regole è diventata consuetudine, nel crearsi un’attività illegale ma non dannosa, nella quale sia contemplata una idea di ribellione e un pensiero bellicoso o belligerante, ma solo nel termine e non effettivo.
Spesso sono giovani intelligenti, cresciuti con i telefilm americani , dotati di coscienza ecologica, ma che non riescono a capire che le loro attività sono solo la dimostrazione di come ci sia un distacco sempre più crescente tra la società e le istituzioni, un’incomunicabilità invalicabile che prevede, di prassi, il sopruso o la questua per ottenere un proprio diritto.

Strade Blu

Un tempo sulle cartine stradali americane le strade secondarie erano segnate in blu (come da noi quelle provinciali).
William Least Heat-Moon (un nome navajo che significa pressappoco “il Minore della Luna della Calura”) ha semplicemente preso su, messo un po’ di roba in un furgoncino, ed attraversato l’America ad anello.
Sulla Kentucky 53 (pag 16 dell’edizione Einaudi Tascabili), un tale dice: “Ciò che faccio [il lavoro] non ha nessun valore. Qualunque cosa io faccia non ha alcun futuro: e non mi riferisco all’inevitabile obsolescenza delle cose. Quel che faccio inizia e finisce ogni giorno. Non c’è alcun rapporto tra ciò che so e ciò che faccio. E ancor meno tra ciò che faccio e ciò che voglio sapere”.

Io quando lavoro mi sento così. Il mio lavoro ha sensibilmente peggiorato la mia scrittura: mi ha reso trascurata. Volevo lasciarlo, volevo lasciarlo a tutti i costi, ma è lui che non lascia me.

Starde Blu
Strade Blu

La Diga di Siderno

Da diversi anni Siderno -il paese in cui vivo- si è dotato di una diga artificiale che doveva servire come scorta d’acqua per l’irrigazione dei campi durante l’estate. In molti però sostengono che l’acqua della diga sia sporca e puzzi, portando numerosi moscerini e zanzare grosse così.

Nel tempo l’invaso, che è molto grande, è diventato meta domenicale per la cittadinanza che ama il passeggio, specie con i cani, anche se di notte la diga è frequentata dalle coppiette. Niente di male, chi non ha mai “parcheggiato”?Però “amanti” non è necessariamente sinonimo di “zozzone” e si potrebbe avere cura di recuperare profilattici e fazzoletti e di gettarli altrove.
In breve , la diga di Siderno è bella ed accogliente non solo per gli umani, ma anche per gli animali, tanto che i pesi inseriti all’inizio si sono motiplicati e sono arrivati aironi cinerini e cormorani. Anche i fiori selvatici si trovano a proprio agio.
Fiori selvatici alla Diga di Siderno

Le varie amministrazioni hanno usato la Diga come propaganda politica, ed in questo senso nessuna novità. Alcune hanno promesso di regolarizzare i pendii, assestare il terreno, limitare gli smottamenti periodici, addirittura alcuni hanno promosso idee di piste ciclabili, sentieri di trekking, Bed & Breakfast, percorsi naturalistici.
Ovviamente tutte queste cose distruggerebbero in poco tempo la bellezza della Diga, che diventerebbe un’imitazione della campagna.
Diga di Siderno

Fiori selvatici alla Diga di Siderno2
Adesso la novità apparentemente avanzata dalla nostra amministrazione comunale,  vorrebbe che a meno di un chilometro dalla diga si facesse una discarica.
Avete letto bene, una discarica.
Quella di Casignana non basta più, Rossano non ci vuole, facciamone una noi. Posso anche capirlo.
Ma con tutti i territori abbandonati che ci sono, perchè proprio vicino ad un luogo che è diventato un’importante oasi ecologica della Locride?
Diga di Siderno in estate
La diga è bella in ogni stagione, anche quando c’è poca erba e si calcinano i campi di ulivo.
Questa foto è fuori fuoco, ma apprezzatene i colori:
Scabiosa selvatica ed avena - diga di Siderno
Sono fiori semplici, ma ce ne sono prati interi pieni. L’effetto è spettacolare. Qui dei convolvoli con scabiosa:
fiori selvatici -diga di siderno
Qui dei piselli odorosi spontanei:
Lathyrus odoratus selvatico -Siderno diga
la bella e puzzolente Psoralea bituminosa:
Psoralea bituminosa - diga siderno

E sul far della sera, l’acqua placida, appena increspata dal nuotare delle “papere” d’acqua.
Dida di siderno

La casa del Mare di Mimmo Caino

09/19/08
La Casa del Mare di Mimmo Caino
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 2:46 pm

Mimmo Caino era una persona che apparteneva al vecchio mondo di Siderno, il mio paese. Ragionava all’antica, seppure aveva girato il mondo lavorando sulle navi commerciali. Apparteneva alla sua comunità, e questo era il suo essere “antico”.
Non lo conoscevo bene, ma si dice che non fosse stato una brava persona, e il ricordo che ha lasciato dietro di sé è duplice. I familiari – a quanto pare- non ne serbano un buon ricordo, mentre i suoi compaesani lo ricordano con affetto.
“Il Caino” era il suo soprannome, e forse questo basta a capire. Non so. Per conto mio do il beneficio del dubbio.

In ogni caso il carattere personale di Mimmo Caino non mi interessa più di tanto, quello che mi piace ricordare di lui è la sua casa sulla ferrovia, la “Casa del Mare”, che aveva costruito con le sue mani, usando quello che le mareggiate lasciavano sulla spiaggia, dentro la loro arruffata sporcizia.

Il Caino raccoglieva pazientemente queste cose e le usava per costruire la sua casa, che alla fine divenne quasi un piccolo museo.

Casa del Mare, Mimmo Caino

La sua “Collezione da Tiffany” era costituita da mattonelle e sassi levigati, come li avrebbe potuti sognare Antoni Gaudì. Mattoni smussati, vecchie bottiglie, cocci, sassi. Tutto era riposto ordinatamente in mucchi e in cassette, prima che lui morisse e tutto fosse abbandonato.
Aveva costruito anche un giardino sulla spiaggia, rubando quel metro o poco più alla linea ferroviaria, così come fanno tutti gli abitanti delle case che affacciano sui binari. Tutti i centimetri disponibili sono meticolosamente utilizzati per coltivarvi verdure o frutta, ed anche fiori.
Mimmo Caino aveva viaggiato, e aveva una nozione puramente visiva del giardino elegante. Nella sua ingenuità le piante grasse le considerava “nobili”, e piantò quelle, invece di pomodori e fave.

Il Caino aveva ancora parecchi anni da bruciarsi, ma è morto cadendo dal tetto della sua casa, oggi ereditata dai suoi familiari e trasformata in una graziosa casetta con le pareti gialle, le tende da sole a righe, il tavolo di resina per pranzare fuori. Una casetta come miliardi di altre, senza carattere e col nasino all’insù.
Casa del Mare, Mimmo Caino

2 Responses to “La Casa del Mare di Mimmo Caino”
1. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:22 pm e
Lidia, che bella storia , anche se ha il finale tristissimo, un uomo che chissà quanto ha rischiato navigando in mare , che fa quella triste fine. Le persone come lui sono sempre più rare e dispiace non averle conosciute Ezio
2. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:26 pm e
Che storia triste , come dispiace non avere conosciute persone cosi, che sono sempre più rare. Ezio