Strade Blu

Un tempo sulle cartine stradali americane le strade secondarie erano segnate in blu (come da noi quelle provinciali).
William Least Heat-Moon (un nome navajo che significa pressappoco “il Minore della Luna della Calura”) ha semplicemente preso su, messo un po’ di roba in un furgoncino, ed attraversato l’America ad anello.
Sulla Kentucky 53 (pag 16 dell’edizione Einaudi Tascabili), un tale dice: “Ciò che faccio [il lavoro] non ha nessun valore. Qualunque cosa io faccia non ha alcun futuro: e non mi riferisco all’inevitabile obsolescenza delle cose. Quel che faccio inizia e finisce ogni giorno. Non c’è alcun rapporto tra ciò che so e ciò che faccio. E ancor meno tra ciò che faccio e ciò che voglio sapere”.

Io quando lavoro mi sento così. Il mio lavoro ha sensibilmente peggiorato la mia scrittura: mi ha reso trascurata. Volevo lasciarlo, volevo lasciarlo a tutti i costi, ma è lui che non lascia me.

Starde Blu

Strade Blu

7 pensieri su “Strade Blu

  1. ah ah celò e lo letto prima di te e plus important e in primis me lo ha reggalato la lucis
    ecco cicca cicca
    però non me lo ricordo mica quel passo lì sarò che sono un gran scordone e non ricordo niente però te spiega: comè che il lavoro non ti lascia te?

    ah poi ce laltra questione che se fai un lavoro, se vendi la tua forza lavoro, devi comportanti da professionista e non devi farti invadere dalla trascuratezza, tu non sei il tuo lavoro.
    comportati da professionista e non farti invadere.
    se sei così coinvolta dal lui lavoro, se sei il tuo lavoro, devi essere anche così distaccata da farlo senza coinvolgimenti quando non lo fai per scelta ma perchè vendi il tuo lavoro.

  2. L’hai letto prima di me perchè hai ottocento anni più di me!

    Ricordare tutto “Strade Blu” che è un vero viaggio fatto di parole, credo sia al di sopra di ogni facoltà umana. Ho interrotto solo dopo 160 pagine “Prateria”, nel quale mi sentivo perduta in un orizzonte di pagine infinite, sempre uguali, sempre diverse, proprio come se fossi stata realmente in Kansas.
    Comunque non era un pezzo importante.

    Riguardo al lavoro, io ho idea che l’umanità debba evolversi nella direzione in cui vendere il proprio lavoro non sia più una necessità.
    Ma tralasciando questo aspetto, io ho un approccio al lavoro del tipo che ha l’artista, che mal sopporta di dover piegare la propria creatività agli scopi che altri hanno stabilito e che non gli aggradano.
    Lo svolgo con sofferenza e senza affetto.
    Mi sento come di venir meno a me stessa ed alla mia dignità.
    Lo subisco perchè non so come altro prenderlo.
    I discorsi sul professionismo perdono parecchia della loro solidità in un paese come Siderno, dove la paga è di circa 2 euro l’ora e si vede ogni cinque-sei mesi, e neanche tutta.

    Il professionista venede il suo lavoro, ma appunto, lo vende, non lo regala.
    Se devo regalarlo vorrei che mi desse almeno soddisfazioni umane e professionali, invece di stress e piccole angherie quotidiane.

  3. certo l’artista
    però lo saprai che il lavoro creativo è quello più desiderato e quindi il più difficile da fare nel senso che lo vorrebbero fare tutti perchè è più gratificante. per fare il lavoro creativo bisogno conquistarsi gli spazi oppure essere molto ricchi.

    il lavoro non più una necessità? ma questo è il comunismo o l’automazione totale, che ci sarà più niente da fare e si va tutti a pescare
    il comunismo è morto e prima dell’automazione totale moriamo noi, anche tu checci hai 800 anni meno di me

  4. Dimentichi che stai parlando con un’effervescente trekkie. Per come la vedo io la nostra società ha le potenzialità per diventare un mondo in cui la distinzione di classe sarà fievole e in cui il lavoro esisterà, ma non sarà remunerato e che quindi verrà svolto per il piacere di farlo.
    La domanda è: avremo il tempo e l’opportunità di evolverci in questa direzione? Dovremo passare attraverso quali altre orribili miserie prima di arrivarci?

    Rimanendo nel presente, è prorpio quello che sto cercando di fare: trovare un modo per conquistarmi lo spazio, dato che non sono ricca e ben pasciuta come Delfina Rattazzi.

    • Lidia, cosa vuole dire fare un lavoro non remunerato? Uno può passare il trattore per i campi e gli può anche piacere, ma di sicuro si aspetta il frutto del suo lavoro. Altrimenti c’è il volontariato…
      Finchè l’essere umano dovrà mangiare per vivere penso sia difficile che voglia lavorare gratis.
      Scendiamo dai mondi utopici.
      ( A volte penso che una testa come la tua dovrebbe vivere in una grande stimolante città, scusami per la delicatezza di un’ariete)

      • Il problema della nostra terra che emerge più prepotentemente è la mancanza di lavoro e del rispetto dei diritti dei lavoratori. Viviamo in un modo che a metà dell’Italia sembra uscito da un film. E sì che rispetto a molte zone del napoletano ce la passiamo anche bene.
        Se non fosse per questo, credetemi, non ci sarebbe regione più godibile della Calabria.
        Il mio datore di lavoro mi promette una cifra, poi me ne promette un’altra più bassa. Per Siderno è una cifra “regolare” nel senso che in molti lavorano più di me per metterla insieme.
        Però non me la passa tutti i mesi, e neanche integrale. La media del mio stipendio mensile è di 200 euro. Quando ho una tassa o una bolletta devo sollecitare un “extra”.
        Questo è il lavoro in Calabria, a questo sono costretti giovani e i meno giovani. Chi ha un livello di studi basso è costretto quasi all’umiliazione.
        Io amo la mediterraneità, nel senso antico della parola, quello che ci è stato portato via dall’unificazione dell’Italia e forse da una passività atavica.
        Ma non amo più la Sidernesità, quella -che per inciso- viene premiata con il “Gelsomino d’Oro” al mio paese. Un tempo avrei voluto rimanere, ora non lo so più.

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