Dal panopticon alla tessera della palestra, passando per la leva militare

Vorrei condividere con voi un pensiero che mi ha attraversato la mente ieri, pomeriggio tardi, mentre ritornavo a casa e sentivo la radio.
Stavo in realtà pensando per l’ennesima volta al recupero della prigione di Moabit, a Berlino, di cui ha molto ben scritto Anna Kauber sullo scorso numero di “Rosanova” (n°34, Ottobre 2013, pag. 41).
Moabit fu disegnata secondo il panopticon, il celebre modello dettagliatamente descritto da Michel Foucalt con riferimento all’idea di Jeremy Bentham che per ottenere la pace universale occorresse inculcare il rispetto per la gerarchia e la disciplina. Continua a leggere “Dal panopticon alla tessera della palestra, passando per la leva militare”

“Stella Polare”, 10 e 11 dicembre a Bergamo

Ricevo e pubblico un comunicato su Claudio Sottocornola, un amico e una persona di grande spessore culturale e umano. Un acuto indagatore, dotato di sguardo critico e capacità di discernimento, senza mai essere appesantito da pedanteria o faziosità.

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Prometheus di Ridley Scott e una riflessione sulla contemporaneità

SPOILER: il testo che segue contiene informazioni sulla trama e il finale del film Prometheus.

Che sensazione strana andare al cinema per vedere un film di fantascienza e uscirne scoprendo di aver visto il prequel di Alien.
Neanche nei miei sogni più sfrenati ho mai immaginato che di Alien si potesse fare un prequel, eppure pare che il progetto fosse nell’aria da tempo: si vede che sono proprio fuori da certe dinamiche di pensiero.
Sono perplessa: ci sono un paio di cose che non tornano. No, perchè dovete sapere che io Alien e Aliens li ho mandati a memoria, altro che Pignatti.

Considerando le scarse informazioni date in Alien era difficile sbagliare, non far combaciare le cose, eppure ci sono riusciti.
Certo, se di un filmone così mostruosamente pubblicizzato e sceneggiato di fretta, si può dire che “ci sono appena un paio di cosette che non vanno”, già non è poco.
A quali livelli di logica immaginativa si devono librare le nostre menti per far combaciare pezzi apparentemente buttati a caso in serie televisive, saghe di film, personaggi morti e resuscitati? Una telenovela anni ’80 avrebbe avuto maggiore consequenzialità di certe puntate di Dr. Who o di Star Trek, per non parlare di Lost.

In ordine cronologico, perplessità numero uno: il satellite su cui atterra la Prometheus è l’LV223, non l’LV426. Durante l’arco del film ho pensato che l’ “astronave abbandonata, il veicolo alieno”, nonostante lo scontro con la Prometheus, riuscisse comunque a prendere velocità di fuga, uscire dall’atmosfera e compiere un piccolo tratto prima di abbattersi su un altro satellite del gigante gassoso. Un satellite più esterno che sarebbe potuto essere l’LV426.
Invece l’astronave aliena cade quasi nel punto di decollo.
ORA: filmicamente, se il satellite-meta fosse stato indicato con la sigla LV426 i più attenti avrebbero capito sin da subito di essere di fronte al prequel (o al reboot, come è stato definito) di Alien.
D’altra parte è possibilissimo che nel futuro (cioè nel segmento di tempo compreso tra Prometheus e Alien), attorno al gigante gassoso siano stati individuati altri corpi e quello che era stato nominato LV223, diventi LV426. Succede nella nomenclatura botanica, succede anche in quella astronomica.

Seconda, e più grave, perplessità. Come ha fatto l’Ingegnere supersitite, attaccato e ucciso dall’alieno nel modulo di salvataggio di Vickers, a raggiungere -da morto- la postazione dove è stato trovato in Alien, cioè al posto di pilotaggio, con la pancia spaccata?
Diciamo che è una bella incongruenza per la quale ci sarebbe stata una soluzione facile, teatrale e citazionista (per non tradire lo stile autoreferenziale del film): sarebbe stato sufficiente che l’Ingegnere, dopo aver fatto lo shampoo di schiaffi agli umani, decapitato David-Ash-Bishop-Hal 9000-Lawrence d’Arabia-Peter O’Toole, venisse attaccatto da ‘sta benedetta piovra (mai vista prima) mentre era già seduto al posto di pilotaggio. La morte dell’Ingegnere sopravvisuto alla criostasi si sarebbe potuta vedere negli occhi glaciali di David, come la morte di Brett in quella del gatto Jones (l’unico vero superstite della Nostromo). Il tempo di incubazione avrebbe lasciato la possibilità a Cosa-lì-come-si-chiama (la finta Ripley) di prendere i resti immortali dell’organismo cibernetico e portarseli a zonzo per l’universo.

Terza perplessità: Cosa-lì-come-si-chiama torna sulla nave aliena DOPO che questa è stata colpita dalla Prometheus, tra mille schianti, botte e capitomboli sulla superficie. Ora, dico io…ehm, ma i personaggi che erano nella sala controllo non dovevano essere rotolati tutti via, essendo morti? Uno di qua, uno di là? E David-Ash-Bishop-Hal 9000-Lawrence d’Arabia-Peter O’Toole, essendo per giunta diviso in due e non potendosi aggrappare ad un accidente di niente se non con la lingua, come ha fatto a rimanere nella stessa identica posizione al centro della sala comando, esattamente dove la Salomè degli alieni l’ha decollato?

O sono le leggi della fisica e della logica che cessano di esistere tra i fornelli della Sci-fi?

Prendiamone atto e mettiamoci l’anima in pace. Ma certo qualche volta viene proprio la voglia di trasformarsi in Anne e sequestrarli finchè non scrivono qualcosa di buono, azzoppandoli pure se è del caso.
Porcaccia, ma perchè bisogna mandare tutto a puttane?

E abbiate pazienza, ma io queste cose le devo scrivere. Come non digerisco la misteriosa cuffia di Arwen e il dilitio come propellente dell’Enterprise, non digerisco neanche questi errori di continuità che avrebbero trovato facile soluzione con appena un po’ d’attenzione in più.

E con questo chiudo la parte di nerd carognosa, e mi avvio verso una riflessione sociale che mi sembra impossibile evitare.
E’ da anni che nella letteratura, nel cinema, nell’industria dell’intrattenimento televisivo, è pienamente visibile una involuzione non solo stilistica ed estetica, di gusto e di contenuti. Di quella ne hanno discusso persone ben più grandi di me e io ho poco da aggiungere e solo sporadicamente.
Ciò che mi appare grave, una vera e propria ferita nel tessuto della società umana, è l’involuzione della fantasia, il ripiegamento su se stessi.
Letteralmente un’implosione di speranza.
Questo mi addolora, e mi preoccupa, e mi spaventa, molto di più di quanto non possa fare un alieno divoratore di cervelli.

Cosa ci aspettavamo negli anni ’70? Cosa ci mostravano Star Trek e Spazio 1999? Alieni completamente diversi da noi, per conformazione fisica soprattutto. Ne hanno fatte di tutti i colori con i mezzi che avevano all’epoca, mutaforma, rettiloidi, poliponi, meduse, fasce di luce, plasma-energia, alieni senza corpo rivelati solo da suoni, pietre viventi, macchine pensanti.
Ora cosa succede? Cosa ci mostrano le serie Sci-fi più gettonate?
La Terra.
La Terra, la Terra, la Terra. Gli umani, gli umani, gli umani.

Ditemi, dov’è la Terra in Guerre Stellari? Dov’è? Eh? Non c’è. Non c’è proprio. Siamo “in una galassia lontana lontana”.

Ci aspettavamo qualcosa dal futuro, dallo spazio, una rivoluzione scientifica. Ora stiamo facendo i conti con la crisi energetica globale e la crisi economica internazionale. E cosa troviamo sugli altri pianeti, nei tempi futuri e passati? Noi stessi. Siamo diventati l’unico oggetto di una riflessione che ha smesso di ricercare l’altro da sè, che non accetta il diverso, che implode su se stessa in una sorta di circolo chiuso di cui l’uomo è inizio e fine di ogni cosa, in cui si pensa di andare avanti invece si continua a rutore inconsapevoli sullo stesso binario.
E’ l’inizio della fine.
Quando cede la fantasia gli imperi tramontano.

Gli States sono stati il traino della nostra economia e della nostra cultura per oltre cento anni, la “Terra Promessa” cantata da Ramazzotti.
Se crolla la loro fantasia è perchè è già crollata la loro economia. Ora stiamo mangiando gli avanzi ammuffiti del consumismo neo-liberista. E poi?
E poi la fame, i ghetti, la guerra tra poveri.
Non se ne parla più, nei film, perchè se ne ha paura, troppa paura che diventi realtà.
Non c’è mai stata la guerra in America, l’America non ha mai avuto la fase difficile dell’adolescenza che diventa una giovinezza già stanca. L’attacco alle Torri Gemelle l’ha portata alla scabra realtà dell’evoluzione delle nazioni. Solo da allora per il popolo USA si è concretizzata la paura, che prima era un pizzicorino sotto la schiena, ora è un brivido che raggela il sangue.
Film come I figli degli uomini, la Strada, non hanno avuto nè successo nè grande distribuzione, perchè materilizzavano un pericolo troppo imminente perchè potesse essere concepito come prodotto di fantasia.

Allora meglio tornare sulle cose che conosciamo, che non ci fanno paura, che ci hanno fatto paura (quando eravamo giovani) ma che ora non ci fanno più paura perchè le conosciamo (siamo cresciuti). Prometheus che in greco dovrebbe significare “prevedo, vedo oltre, vado avanti”, rappresenta invece un ritorno indietro, e non solo cinematografico, ma soprattutto sociale. Un epi-film, se vogliamo.

Non c’è più spazio per cercare chi è diverso da noi: chi è diverso potrebbe volerci come cena. La paura si è trasformata in xenofobia. Allora non troveremo alieni sugli altri mondi, ma sempre noi stessi, un po’ diversi, più alti, più bianchi, magari azzurri e dai tratti amerindi (mai nergroidi: la titolarità di qualche ambizione possono avanzarla a mala pena gli oriundi, non gli “importati”), ma sempre umani.
Siamo lontanissimi da Solaris, dalla fantascienza di Urania, da Asimov, persino Marty McFly ha l’Alzheimer.

Guardate Prometheus per quel che è: non il prequel di Alien, non un reboot di un film miliare, non un prodotto dell’industria dell’intrattenimento, ma un altro tassello del mosaico della nostra inevitabile decadenza.

La gratuità del far male agli altri, appena si presenta l’occasione

Stai comodo? Vuoi che ti giri un po’?
Qualche giorno fa a passeggio con un’amica incontriamo due suoi colleghi. Dopo le presentazioni ci siamo fermati a scambiare qualche chiacchiera.
Subito arriva un cortese invito a fare una mangiata di carne per il giorno di Ferragosto. A questo tipo di gite generalmente preferisco il dentista (con l’anestesia). Compagnia sconosciuta e per giunta finalizzata ad una mangiata di carne alla brace.

Accettare avrebbe comportato in pratica due tormenti, anzi tre. 1) uscire di casa 2) far finta di divertirmi tra estranei: poco male, capita spesso 3) mangiare carne.

Soffrire per soffrire?

Con un gran sorrisone ho detto: “Grazie mille, gentilissimi, ma sto tentando di diventare vegetariana”. Il che è vero, quindi le mie pupille non hanno fluttuato, nè il mio battito ha accelerato.
La conversazione ha continuato a dirigersi sulle varie ipotesi per la gita di Ferragosto, e sono state nominate delle salsicce.
La storia sarebbe lunga e tediosa da raccontare, ma io sapevo che la mia amica aveva salsicce e panini nel freezer, così interloquisco: “Le salsicce ce le hai, ti ricordi, puoi portare quelle!”.
“Ah no!” risponde X, “la carne la troviamo là, si ammazza il maiale, anzi, il macellaio ammazza il maiale e si fanno le salsicce e le bistecche, tutto deve essere di provenienza genuina, fatta in casa”.

Mi capita spesso di riscontrare come alcune persone (a dire il vero proprio tante) se in una conversazione spicciola si dichiara apertamente una posizione etica, filosofica, scientifica, appartenente ad una religione che non sia rigorosamente quella cattolica, si senta come in obbligo di deriderla, costruendo le frasi in modo che contengano qualcosa di inaccettabile per l’interlocutore, che lo spinga ad una reazione verbale agitata, disarticolata, per poi potergli dire: “E ma voi ZK siete tutti degli isterici/maniaci/fissati/fuori di testa/completamente fusi/estremisti/nazifascisti ecc.”.

La mia reazione primaria è sempre, sempre, sempre, la sorpresa. Segue una vergogna per l’interlocutore, nel senso che io mi vergogno per la sua maleducazione, e poi uno stato di perplessità. Perché? Perché accade questo, così tanto spesso, con persone appartenenti ad ogni fascia sociale, ogni sesso ed età e credo di ogni culto religioso?
Che sorta di piacere sublime deve essere tentare ripetutamente di ferire le persone, con totale gratuità, senza nessun tipo di vantaggio se non l’affermazione dell’ego?
Ecco, quello che proprio mi sfugge è l’assoluta inutilità di ciò.
A che pro?
Cui prodest?

Forza tutti insieme firmiamo una petizione per sapere dove si trovano ora i maialini che hanno interpretato Babe! Ah non si trovano? E chissà come mai…

Elenco fiere ed eventi di primavera

Ehi gente! Ho visto che su tutti i blog “verdi” impazzano le date degli eventi di primavera! Eh sì, la voglia di mettere le mani nella terra è tanta, giocherellare con le piante, zappettare, strappare le erbaccette e poi rimirare i fiorellini. Prudon le mani, dunque bisogna grattarsi.

Naturalmente SOLO su questo blog potrete trovare gli eventi più imperdibili, quelli a cui non si può mancare per nessuna ragione al mondo, dove ogni sfizio e ogni capriccio sarà esaudito. Perciò prendete carta e penna, ooops, mouse e tastiera e copiate la lista per non perdervi nessuno di questi strepitosi appuntamenti! (blink, blink, blink!!!!!!!!!!!!!!!)

Non so se farete in tempo ma per il 13, il 14 e il 15 aprile c’è la famosa Fiera di Casino, sì, la Fiera di Casino Eramo a Marzagaglia, appuntamento ormai consolidato e imperdibile per ogni appassionato di verde. Come lo stesso nome dice, la Fiera di Casino è molto allegra e movimentata, e quest’anno c’è una novità in più: i cartellini delle piante saranno tutti confusi tra loro e i partecipanti, dietro modico compenso, possono partecipare ad una riffa rimettendo a posto i cartellini. Chi ha rimesso a posto più cartellini vince un biglietto per entrare gratis l’anno successivo con dei cartellini contraffatti, in modo che la ricerca sia ancora più incasinata.

Il 27, il 28 e il 29 aprile invece la ormai sterminata kermesse milanese della Morticola. Durante la manifestazione, riservata solo ai periti agrari, verranno proiettati dei documentari specialistici. A partire da Cosa ci fa un morto in un campo di grano, passando per Il perito non si perita e finendo con Non è la rosa non è il tulipano, quest’ultimo menzionato nella sezione speciale “corti-m-orti” al Festival Di Berlino.

A maggio l’attesissimo evento della Fiera della Mandriana, in cui le signore della high society italiana indossano per l’occasione stivali con speroni (le più gentili usano la speronella), cappelli stetson e lazo per agguantare le piante vagabonde. A giudicare la migliore esibizione rodeistica sarà Gilles Clément.

diritti riservati Luca+10- Flickr

Infine l’1, il 2 e i 3 maggio ci sarà “Giardini del Distributore”, rigorosamente tenuta in giorni feriali per mantenere alto il livello del prezzo di ingresso, equivalente a quello di un pieno di benzina su una Polo del 1994.
“Giardini del Distributore” già da molti anni conduce una lotta infaticabile per l’innalzamento del prezzo dei carburanti a base di petrolio e l’introduzione di quelli a base di biogas o di alcoli fermentati dalle piante. Ovviamente il prezzo di questi carburanti “alternativi” sarà ancora più alto di quello della benzina normale, il che va a tutto vantaggio di chi paga un biglietto d’ingresso “benzina”. E poi, ricordiamoci che anche la benzina è verde, come i nostri blog.

Allora, signore e signori, ne avete per tutti i gusti e se non partecipate ad almeno uno di questi interessantissimi eventi, giuro che vengo lì a picchiarvi!
Mi raccomando che le vostre mise siano adeguate al tenore delle fiere, fatevi pure trascinare da acquisti compulsivi di piante che poi getterete o che moriranno: per un giorno ve la sarete goduta, no? E se non si gode oggi, domani chissà? Chi vuol esser lieto sia!
Carpe diem, dice il poeta!

In effetti quella pianta rappresenta milioni di euro e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di avere fatto una scelta fuori dalle proposte della moda, quindi tu hai in giardino una pianta che è stata selezionata per te dalle persone lì presenti, in mezzo a un mare d’erbacce

Il Diavolo veste Prada

L’informazione che non c’è

Non lo sapevo -mea culpa- che il Tgcom avesse un blog di giardinaggio.
Il Tgcom è senza dubbio l’espressione più sublime della mercificazione della notizia. Già basta che ogni volta che sento il Tgcom mi pare di essere in una puntata di Twilight Zone in cui si stanno avverando le sette profezie dell’Apocalisse, adesso ci tocca anche il “blog verde” che ci inculca serenità, allegria, voglia di vivere, contentezza per il nostro regime politico, per l’inesistente ripresa economica di cui parla il Tgcom per voce di Berlusconi, soddisfazione per le nostre qualità territoriali, paesaggistiche, agroalimentari.
Posso sputare?
L’avete visto venerdì scorso lo speciale “Propaganda” sul regime fascista? Insomma, non dichiaratamente ma questo blog del Tgcom è propaganda tanto quanto le veline al tempo di Mussolini che moltiplicavano velivoli e quadrupedi in tempo di guerra.

I fiori e le piante sono solo un pretesto per indirizzare i lettori verso questo o quell’acquisto, verso questa o quella tendenza estetica che poi si trasformerà in business economico, ma più propriamente questo genere di produzione, diciamo così, “culturale” è finalizzata alla trasformazione degli individui pensanti in masse di acquirenti illogiche ed amorfe, non senzienti, prone a qualunque sollecitazione e a qualsiasi stimolo provenga dall’esterno purchè porto da quella particolare fonte e con quelle particolari forme di comunicazione (rapida successione delle immagini, musica invadente, voce alta e femminile, tono scandalistico, frasi che sembrano slogan pubblicitari più che notizie di un tg).
Insomma, avete presente la fine di 1984 di Orwell? Il Grande Fratello mi ama, ecco la verità. Il Tgcom ti ama, Berlusconi ti ama, la politica ti ama, ti tiene come un fiore in una vaso, amati anche tu stesso, fatti un regalo, compra questa cosa, sarai più felice, fatti una coccola, dedicati del tempo, crogiolati nel culto di te stesso, sii feticista, non hai da fare nient’altro che obbedire ai miei comandi ed io sarò il tuo schiavo.

Tuttavia ho messo il “blog verde” del Tgcom tra i miei preferiti. Perchè?
Perchè anche la non-informazione è un’informazione, se la si sa leggere.
Cosa possiamo dedurre dagli articoli recenti del blog? Che il target a cui si rivolge è giovane, con un buon potere d’acquisto, di cultura media o medio-alta, soprattutto per quello che riguarda la tecnologia, che non si pone troppi problemi di tipo ecologico, o se lo fa è sempre in maniera supina, banalmente eco-modaiola. Un pubblico più interessato alla pianta come elemento d’arredo che non come esemplare in sè per sè. Un pubblico, insomma, che crede di essere sofisticato ma è invece solo civettuolo, che vuole essere sempre “sul pezzo” , à la page, che magari spende anche tanto ma che alla fine ottiene solo risultati mediocri, che fa le “tamarrate”.

Questo pubblico compone la maggior parte delle persone che acquistano le piante, e conoscendone il polso, si può anche individuare dove e come e perchè si dirigerà la longa manus del business nazionale. E’ grazie a questo tipo di blog che tocchiamo con mano la realtà delle ragazze che vogliono la rosa azzurra, delle signore che regalano le Echeveria tinte di rosso, o degli impiegati che comprano la Tillandsia per metterla sopra al pc in ufficio aspettando che fiorisca.
Non manca il glamour. Il Chelsea Flower Show con il suo progetto minimalista che più che giardinaggio sembra arredamento, i gioielli a forma di fiore sull’onda della ben più nota e costosa Gabriella Rivalta, i flower stylist che competeranno in tutta Italia (Calabria compresa!) regalandoci un reality show floreale in cui vedremo composizioni floreali che più fasulle non si potrebbe.

Absit iniuria verbis. Non è obbligatorio considerare il giardinaggio un’arte (lo sarebbe, poniamo un caso del tutto ipotetico, se uno fosse il moderatore di un forum di giardinaggio), come non è obbligatorio riconoscere lo status di arte alla cucina, e neanche alle madonne lignee del ‘700.
Non è necessario leggere Rosario Assunto se si vuol solo una petunia sul balcone, ed è legittimo avere una petunia sul balcone. Purché si sia autocoscienti di ciò che si fa.
“Voglio solo una petunia sul balcone, per la miseriaccia!” ha lo stesso valore di “Diavolo, ma perchè la funzione pratica è opposta alla funzione estetica?”.
Ma è vero anche l’inverso.
E se l’informazione “leggera” ha la sua legittimità, così non è per quella non-informazione che invece ha come unico scopo l’indirizzamento verso l’acquisto e l’imitazione, crassa, supina e pluristratificata.

Deliziatevi con Fiori&Foglie.com

Così parla Hannah Arendt

Duepuntivirgolette

“La sfera pubblica ha perso la capacità d’illuminazione che faceva parte della sua natura originaria. Nei paesi del mondo occidentale, in cui la libertà dalla politica è stata inclusa costantemente, dal tramonto del mondo antico in poi, tra le libertà fondamentali, diventano sempre più numerosi coloro che fanno uso di tale libertà e si sono allontanati dal mondo e dagli obblighi che hanno al suo interno […]. Ma ad ognuno di questi arretramenti si verifica una perdita, quasi comprovabile, verso il mondo: ciò che si perde è la mediazione, specifica e in genere insostituibile, che si sarebbe dovuta formare tra l’individuo e suoi simili […]L’atteggiamento fondamentale dell’individuo moderno, che nella sua alienazione dal mondo rivela davvero se stesso solo nella sfera privata e nell’intimità degli incontri faccia a faccia”.

Hannah Arendt Men in dark times,

Hartcourt Brace, New York 1983, p. VIII

Era un po’ quello che volevo dire con questo articolo. E’ bello vedere come ci siano persone che la pensano come te nel mondo, e che queste persone riescano a spiegare quello che pensi tu in maniera talmente limpida e lineare come tu non avresti saputo.
E’ davvero confortante, soprattutto quando si pensa a certe figure inquietanti che si aggirano nella rete giardinicola.

Agnizione

Un paio di giorni fa, girellando su internet, ho avuto come un’agnizione. Era a dire il vero qualcosa che avevo sotto gli occhi da molto, molto tempo, e che forse mi sono ostinata a non vedere per ragioni personali.
La cosa è questa: chi ha un giardino in genere sta abbastanza bene economicamente.
Parliamo della gente comune, lasciamo stare i vari ricconi assortiti.
Saltellando tra blog e blog, da un sito all’altro, quando qualcuno posta l’immagine di un fiore (di una rosa, solitamente), tutti dietro a sbavare e a dire: “Oh, ma che colore magnifico, la voglio, la voglio, chi la vende?”. Penso che se ognuno comprasse davvero tutte le rose che ha dichiarato di voler “fare sue” durante la primavera, in autunno avrà i suoi bei conti da fare con le bollette e l’affitto.
Un’altra cosa: sempre in giro per internet, ho letto degli appuntamenti che ci si danno non solo per visitare le fiere orticole e per ritirare le piante prenotate, ma che sono parecchie le persone che approfittano del viaggio per vedere qualche mostra artistica, per partecipare a qualche soirée, per vedere altri giardini o per fare semplicemente dello shopping non giardinicolo. Questo implica fermarsi magari una notte, pagare un albergo se non si sta da amici. Addizionando a questo il costo del biglietto e delle numerose piante ordinate, una gitarella al Messer Tulipano può costare dai 500 euro in su.
Tutto questo per il piacere di incontrasi, di far parte di un gruppo (esclusivo o meno), perché le piante basta ritirarle per posta.
Qualche centinaio d’euro speso in più per albergo, biglietti, taxi, viaggio e shopping significa che comunque quella cifra sarà sottratta dal tuo budget per il giardino oppure per altre spese. Evidentemente chi lo fa può farlo (beato lui).

Ne consegue -evidentemente- che un giardino ricco di tutte quelle ricercatezze botaniche che si trovano solo alle fiere, sarà un bene destinato non certo alle masse piccolo-borghesi, che al massimo beneficiano di piante da supermercato e rose in cartone, ma ad una porzione di società più alta e più ristretta (cosa confermata anche dalla predilezione per eventi culturali), anche se non ancora “alto-borghese” .

Quindi per avere un giardino che chiameremo genericamente “bello” (nel senso che qualsiasi visitatore, dai gusti più o meno raffinati dirà: “però, che bel giardino!”) occorrono (anche) soldi. Non solo quelli ovviamente, ma anche quelli.

Le masse meno abbienti invece si dividono sostanzialmente in due categorie: coloro ai quali il giardino interessa poco se non come spazio introduttivo all’abitazione e che quindi viene a stento tenuto pulito e sgombro, oppure coloro i quali non concepiscono neanche l’idea che in Italia possano esservi expo floricoli e che pensano che il mondo delle piante sia la somma di quelle possedute dagli altri e di quelle vendute nei mercati. Non sempre escono bei giardini da queste persone, soprattutto nel momento in cui scimmiottano il giardino dell’avvocato. Ma la maggior parte delle volte, dove il movimento peristaltico del mercato si fa sentire di meno, ne esce il distillato di un luogo e del suo rapporto con la natura, con l’estetica e con il prossimo.

Insomma, per dirla francamente mi sono sentita scollegata da un mondo che credevo fosse anche il mio. Leggo dialoghi che non sembrano appartenermi più, come di persone che si raccontino a vicenda dei loro acquisti di marca.
Una vera e propria agnizione. Ho capito di non aver mai fatto parte di questo mondo, ma di averlo solo sfiorato.