Viaggio nelle praterie del West, di Washington Irving, ed. Spartaco

Viaggio nelle praterie del west_washington_irvingLeggere questo libro è stato difficile, per me. Più volte ho avuto la tentazione di chiuderlo: quasi a metà, dopo la metà, un po’ prima della fine. Ho tenuto duro perchè descrive gli spazi aperti del west, quella zona ai piedi delle Montagne Rocciose, dove spesso sono ambientati anche i romanzi di McCarty, o alcuni racconti di Faulkner.
Ma la lettura è stata lenta, bradipica, sofferta. Non per lo stile di Irving, che è molto frizzante, quasi salgariano. Ma -be’, sì- perchè è un libro che prima delle praterie, prima del cielo, prima dei cavalli, parla della “nobile arte della caccia”. Continua a leggere

Le attese premiazioni del prestigioso Premio “Amore al risciacquo”

Come regalo per l’Epifania, Giardinaggio Irregolare, ascoltata la Commissione e valutate le candidature, annuncia gli attesi premi:

-per la Categoria Elettroencefalogramma piatto:
Elizabeth Strout, Olive Kittrige, Fazi
con la seguente motivazione: “Una volgare operazione commerciale a partire dalla copertina (un particolare dell’ormai Kitschizzato Hooper): una serie di racconti che nulla hanno da dire in sè, e in cui compare occasionalmente il personaggio eponimo. Una inconcludente massa di carta su cui si è fatto gran battage pubblicitario”

-per la Categoria Rocco Tarocco:
Elizabeth Strout, Olive Kittrige, Fazi
per la motivazione si veda sopra.

-per la Categoria Orchite:
Anna Marchesini, Di mercoledì, Rizzoli
con la seguente motivazione: “Anna Marchesini, sfruttando la sua celebrità, scrive un libro raccapricciante nella lungaggine e nella infelicità dello stile. Trama scontata, linguaggio contorto. Perdibilissimo”

-per la Categoria Photoshop:
Jabbour Douaihy, San Giorgio guardava altrove, Feltrinelli
con la seguente motivazione: “Se San Giorgio guardava altrove, di certo anche il grafico”

-per il Premio Speciale Green Guignol:
Alex Mitchell, L’orto sul balcone, Corbaccio
con la seguente motivazione: “Alex Mitchell propone delle indicazioni per la coltivazione sul balcone di una certa utilità, ma nulla che possa rendere questo libro migliore del già canditato testo di Massimo Acanfora. Ma il dramma non sono le indicazioni, più o meno tirate per adattarle a coltivazioni che poco si presterebbero per loro natura, ma le foto che accompagnano il testo, che mostrano un lieto mondo urbano, in cui piselli e fagioli possono essere coltivati con glamour, o con quello stile vintage che piace tanto oggi. Insomma, Alex Mitchell assembla un po’ di vecchie latte da collezione e le riempie di erbe aromatiche, non pensando che al rosmarino non basterà la confezione da 100 grammi di tè, o che la salvia desidererà qualcosa in più di una tazzina sbeccata. Alex Mitchell ci ammonisce di stare attenti alla sicurezza, prima d’ogni cosa, e poi nelle foto usa vecchi appendiabiti cadenti, che sembrano usciti dal cassonetto, su cui attacca indefessa cestini di piante e fiori. Anzi, i fiori. Sono quasi più i fiori che mostra nelle foto, specie i nasturzi. Forse perchè, loro sì, si prestano ad ogni tipo di vessazione e fanno bella figura in fotografia? La domanda a questo punto sorge spontanea: ché stai a piglà per culo?
L’orto in terrazzo o sul balcone è un tema delicato, sia dal punto di vista orticolo che estetico, la Mitchell lo archivia con delle foto di pomodori a cascata (probabilmente gli unici di quell’annata) e tre fiori di ipomea. In poche parole deve “vendere” il suo prodotto (un libro magari buono), ma lo deve fare “alla grande”, con foto strepitose (…) e da lasciare di stucco. Cioè compiendo nè più nè meno che un’opera di falsificazione. Tutto, dallla veste grafica alla carta patinata, lascia pensare ad un libro pensato solo per chi pensa di farsi un orto sul balcone, ma non si rovinerà mai il french style alle unghie”.

-per il Premio Alberto Forni :
Rebecca Coleman, La scuola dei giochi segreti, Dalai Editore
con la seguente motivazione: “Di cose che ci ossessionano ne abbiamo già parecchie, dalla TARSU all’IMU. Grazie, ma preferiamo fascette meno esaltanti”.

-per la Categoria Potemkin:
Stephen King, 22/11/’63, Sperling&Kupfer
con la seguente motivazione: “Ogni libro di King è sempre un’operazione mediatica e il più delle volte cinematografica. Questo libro non convince, la sua mole è del tutto ingiustificata se non intesa come una ormai deteriorata capacità narrativa di King. Le teorie esposte sull’omicidio di Kennedy sono abbastanza fantasiose, in più il finale buonista fa cadere le braccia”.

Per il premio Selezione dal pubblico verrà aperto un sondaggio che durerà sette giorni solari.

Questo è la prima e unica edizione per il prestigioso Premio “Amore al Risciacquo”. Il prossimo anno mi riservo di dire quali sono stati il migliore e il peggiore libri letti nel 2013.

Chi ha paura dell’avverbio cattivo?

L’avverbio cattivo

Esiste una norma di scrittura, ripetuta in manuali di auto-aiuto, testi letterari, biografie di autori e giornalisti, ecc, che se ascoltata e fedelmente messa in opera, come credo sarà, vedrà la scomparsa dell’avverbio da tutti i romanzi.

Gli avverbi sono la particella grammaticale più odiata dagli editor, appena ne vedono uno, zac, lo cancellano con un tratto di rosso come si spiaccica una mosca con la paletta.
Sono diventati il lupo cattivo dei romanzi, degli articoli di giornale, dei comunicati stampa, di ogni cosa scritta. Tra un po’ spariranno anche dalle etichette e dai cartelli.
Viuuulentemente mia diverrà “Ti farò mia con la violenza”.

…ma roba da pazzi.

La norma di evitare avverbi è saggia e quasi santa nell’articolo di giornale, ma è tutta da rivedere nel romanzo. Prima d’ogni cosa è una norma che ci viene dagli anglofoni, che hanno moltissimi avverbi con la desinenza -ly.
Killing me softly.
Certo, direte voi, noi abbiamo quella stupida desinenza: -mente che tra l’altro si presta a mille giochi di parole e fraintendimenti.
Qual è il contrario di “abbondantemente”? “A Berlino Petrarca dice la verità”.

Ma non tutti gli avverbi inglesi finiscono in -ly nè tutti quelli italiani in -mente. Quelli sono gli avverbi cattivi, gli altri sono avverbi buoni, che possono essere usati come parole normali.
Vado spesso al mercatoVado al mercato frequentemente.

Ecco un editor terrorizzato dall’entrata nella frase di un avverbio cattivo:

Wendy, sono a casa amore-volmente!

L’avverbio buono, che non finisce in -mente, ha un aspetto piuttosto anonimo, impersonale, non minaccioso e quasi professionale.

L’avverbio buono

Un altro terrore degli editor sono le ripetizioni, che cancellano ossessivaMENTE con tratti di penna rossa, sostituendole con i sinonimi più assurdi pescati nel Grande dizionario dei sinonimi e dei contrari per l’editor di case editrici di provincia, edizioni WhallaWhalla, oppure col Thesaurus di Word.

…in effetti fanno paura anche a me

L’avverbio in sè per sè non è nè buono nè cattivo, ma è quello che gli sta intorno a renderlo pericoloso.

contesto pericoloso

Così gli editor si aggirano per le pagine dei libri e cancellano tutti gli avverbi cattivi e le ripetizioni, mettono gli aggettivi dietro ai sostantivi, come in un dettato per le elementari, e sono sospettosi nei confronti anche degli avverbi buoni, quelli che non finiscono con -mente. Zio Steve chiama swifty il verbo seguito da un avverbio cattivo.
Disse lui rudemente.
“Non fatelo, oh, vi prego, non fatelo! – La cosa migliore è scrivere ‘Disse George, disse Helen’ “, prescrive il Vecchio Steve.
Ergo Lo salutarono amichevolmente è uno swifty, va eliminato. Lo salutarono con amicizia.
A me sembrano due concetti diversi, ma evidentemente la Leggibilità è la divinità dell’editor. A furia di cancellare i cattivi swifty, gli editor perdono la vista, e iniziano a cancellare qualsiasi cosa che non sia un sostantivo o un verbo, pertanto un romanzo per loro dovrebbe essere più o meno così composto. Egli andò, lei tornava, il cane esiste, Dio c’è. Con un punto interrogativo sulla particella pronominale “ci” di “c’è” che trasformerebbero volentieri in “è”.

E così si perde mezzo romanzo e una buona quantità di sfumature stilistiche e narrative. Sull’altare della Leggibilità (che significa solo Vendibilità), muoiono avverbi cattivi, avverbi buoni, aggettivi e particelle pronominali, il registro parlato, i corsivi, le interiezioni, i puntini di sospensione, la punteggiatura insolita, trattini, gli a capo, e tutto ciò che richiede un minimo sforzo al lettore. Insomma, un’ecatombe

…te l’avevo detto che facevi una brutta fine


Perchè il romanzo deve essere ingollato come uno sciroppo, a cucchiaiate, liscio, rosato e dolce, altrimenti l’editor s’incazza

l’editor mentre corregge il tuo libro


Tutto deve avere un’apparenza discreta, ci devono essere solo sostantivi, verbi e aggettivi, come in una famiglia normale.

Una frase tipo: egli andava in albergo


Insomma, la strada per scrivere un libro senza avverbi cattivi e molto dura e lunga, a volte confusa

taglio, non taglio, cambio verbo, fammi prendere il grande dizionario, aspetta, tolgo la frase, la pospongo, la anticipo, no, la tolgo…

Non è un caso che libri di pessima qualità, da elettroencefalogramma piatto, passino per essere “stilisticamente raffinati” perchè gli editor hanno cancellato tutti gli avverbi cattivi e messo gli aggettivi davanti ai sostantivi.
Un miserabile esperimento di scrittura – Un esperimento di scrittura miserabile. Ma cos’è miserabile, l’esperimento o la scrittura, editor, fammi capire. Ma soprattutto, editor, non avere paura. Il peggio che può succedere è che quel libro non venga pubblicato.
E forse è un bene.

ma editor non aver paura di lasciare un avverbio cattivo, non è mica da questi particolari che si giudica uno scrittore…