Viaggio nelle praterie del West, di Washington Irving, ed. Spartaco

Viaggio nelle praterie del west_washington_irvingLeggere questo libro è stato difficile, per me. Più volte ho avuto la tentazione di chiuderlo: quasi a metà, dopo la metà, un po’ prima della fine. Ho tenuto duro perchè descrive gli spazi aperti del west, quella zona ai piedi delle Montagne Rocciose, dove spesso sono ambientati anche i romanzi di McCarty, o alcuni racconti di Faulkner.
Ma la lettura è stata lenta, bradipica, sofferta. Non per lo stile di Irving, che è molto frizzante, quasi salgariano. Ma -be’, sì- perchè è un libro che prima delle praterie, prima del cielo, prima dei cavalli, parla della “nobile arte della caccia”.

Bisogna avere sicurezza in se stessi per leggerlo senza cedimenti.
Spartaco Edizioni ne ha riproposto una versione aggiornata con una prefazione furbetta ma ben fatta di Roberto Donati e una non meno furba nota di Paolo Graziano.
Il volume era stato pubblicato in Italia nel 1934, nella collana “Resurgo” dalla A.B.C. di Torino, con il titolo di Viaggio nelle praterie del Far West. L’impostazione e la traduzione erano evidentemente a tutto favore dei nativi americani e contro il conquistatore bianco.

Parole come “negro”, “sangue misto”, “razza”, percorrono disinvoltamente tutto il racconto, e seppure Irving non tace il fatto che ai nativi venga riservato un trattamento disumano, carico di disprezzo e incomprensione, egli stesso se ne rende complice prendendo parte alle spedizioni di cacciatori che assoldavano guide indiane.

Ciò che di brutto può capitare a un classico è di rimanere con i piedi nel proprio tempo: Irving lo è, almeno in questo libro. Non lo è più in La leggenda della valle Addormentata, e in Rip van Wikle, che non per nulla sono i suoi racconti più noti.
In molti compiono un errore fatale: posticipare la vita di Irving di oltre un secolo, appaiandola ad altri noti padri della letteratura americana, come Thoreau, Emerson o Whitman.
Ma Irving nacque pochi anni prima della Rivoluzione Francese, e visse nel periodo in cui i giardini europei abbandonavano il barocco per abbracciare il Neoclassicismo e il landscape garden.
Thoreau non sarebbe mai andato a caccia di bisonti, ma avrebbe -come ha fatto- camminato e disobbedito, costruito una casa da solo con un’ascia prestatagli dal padre delle sorelle Alcott, piantato fagioli, descritto i cambiamenti di colore della superficie di un lago freddo e torbido, osservato e ascoltato, senza “toccare” troppo.

Irving era un uomo del suo tempo. L’ “epopea del west”, quella che ci hanno raccontato John Ford, Sergio Leone, Stephen King, e dal lato “trascendentalista”, Thoreau, Whitman, McCarthy, Least Heat-Moon, fa sempre e comunque capo a lui.
Il periodo dei primi, primissimi colonizzatori inglesi, è poco amato dagli americani, perchè gli USA erano ancora una colonia. Ecco perchè Hawthorne non ha mai goduto del favore popolare come Thoreau o Emerson.
Ai tempi di Irving, per scoprire la prateria, dovevi metterti in sella ad un cavallo e cacciare daini e bisonti, per mangiare, e raccogliere l’acqua piovana, per bere.
Non c’erano strade blu, verdi o gialle, da percorrere, nessun camioncino dentro cui passare la notte, nessuna cavallina d’acqua con cui affrontare il Mississippi. Non c’era niente.

Se volevi sopravvivere dovevi mangiare gli animali, e cacciarli da te, perchè il primo McDonald’s avrebbe aperto dopo duecento anni.
Non si faceva tanto caso a scrivere “afroamericano” invece di “negro”. La vita dell’esploratore non concedeva molto spazio alla gentilezza, nè verso gli uomini nè verso gli animali.

Viaggio nelle praterie del west_W.Irving_caccia

Sia come sia, Irving ha gettato le fondamenta al mito del west, in tutte le salse che conosciamo, dalla barbecue a quella di soia.
Ciò non toglie che il pensiero che questo libro sia stato scritto da una delle persone meno discriminatorie dell’epoca, mi ha fatto sprofondare in una cappa di depressione.

Allora perché leggere questo libro, molto amato in patria? Se osserviamo in maniera molto distaccata la letteratura statunitense, troveremo due grossi phyla: uno urbano e uno paesaggistico. Gli stessi autori americani fanno risalire “l’americanità” (meglio sarebbe dire “l’usonianesimo”) a quello paesaggistico, di cui Irving è il padre riconosciuto. In buona sostanza ogni autore americano ha dovuto misurarsi con l’eredità letteraria di Irving.

Non è poco per un libretto da 200 pagine a 12 euro.

prateria washington irving

Annotazione sulla cura del volume: grave lacuna sull’apparato iconografico, a mala pena un paio di riproduzioni di disegni originali, stampate in modo inqualificabile.

12 pensieri su “Viaggio nelle praterie del West, di Washington Irving, ed. Spartaco

  1. Pingback: Liebster Award: anche gli invalidi di lavoro sono “amabili” ! | (forse) Si.Può.(ri)Fare!

  2. Ecco… allora avevo ragione io quando dicevo che anche un libro brutto o meno attraente in qualche modo apporta qualcosa (..frase originale di Plinio il Vecchio). Dai contrasti nascono le riflessioni.
    Complimenti per la ricca relazione (bello il riferimento alle “strade blu”), meriterebbe scalzare le banali recensioni della stampa di settore… evviva il Libraggio Irregolare!
    PS: Visto che nessuno ha reagito e che siamo in tema, ti lascio una delle risposte al quiz. Mi sembrava ti incuriosisse “..un viaggio attraverso gli States a bordo di un rottame vagante”. Effettivamente si tratta un viaggio motorizzato ante litteram, prima di WL Heath-Moon e prima delle scorribande beat, con Fitzgerald e Zelda come protagonisti (“…e con un protagonista che le nuove generazioni considerebbero una creazione della Nintendo…”).
    “La crociera del rottame vagante” si legge in un due ore, niente di incredibile, ma credo valga la pena.

  3. rivendico la parola negro ,afroamericano è patetica e abbasta co sto politcamente corretto .un negro se gli chiedono che ne pensi dell italia ?risponde spaghetti mafia,totti,baggio…mica michelangelo,colosseo ,marconi..sicchè io nn dovrei dargli del negro ?

    • Negli anni verdi della mia coscienza sociale ho pensato anche io che “nero” o “di colore” , per non parlare di “extracomunitario”, fossero appellativi come si suol dire “politicamente corretti”, ingiustificati dal punto di vista grammaticale e logico.
      per quanto riguarda i termini “nero”, “negro” e “di colore”, direi che sono da evitare. Derivano infatti da “Nigger”, “Black” e “Coloured”, tutti appellativi che in USA sono dispregiativi nei confronti della minoranza afroamericana. Per loro fu una conquista passare da “Nigger” a “Black”, mentre “coloured” rimane un appellativo usato dai bianchi. I neri non si riconoscono in tali termini. È molto probabile che non si riconoscano neanche nel termine “afroamericano”, anche quello sgangherato dal punto di vista grammaticale e non perfettamente esatto. Io credo che i neri chiamino se stessi “americani”. Queste distinzioni sono fortemente sentite dove c’è una grande multietnicità. Che poi ci sia comunque l’insulto o il disprezzo, non toglie che bisogni essere rispettosi per il prossimo.
      Non credo siano solo i neri che ci chiamano “spaghetti e mandolino”, forse loro meno degli altri. ma non per questo li chiamerei “negri” o “cioccolatini”.

      • Mah.. io personalmente ho ricondotto da anni la disputa sul “negro” ad una riflessione sulla volgarità di un appellativo che risponde a basi genetiche. Partendo dal presupposto che ovviamente non si può discriminare una manifestazione del fenotipo, considero che è ugualmente discriminatorio “chiamare” qualcuno, negro, bianco, giallo, moro, cosí come alto, basso, tettona, nano, talassemico, albino, mogoloide, biondo, rosso, orecchie a sventola, calvo etc…
        Figuratevi essere biondi e che ogni volta che parlino di voi partano definendovi un biondo, sposato con una gialla che vive in Lombardia…

        Tra gli scrittori americani Stephen King mi ha sempre sorpreso perchè più volte ha costruito un intero romanzo su di un personaggio di cui non definisce mai il colore. Si può solo capire che forse è un americano di colore per alcuni dettagli della sua vita privata, tradizioni etc.. o quando occasionalmente qualcuno per umiliarlo lo chiama “negro”. Un esempio tra tutti Phil Bushey in “The Dome”.

        • Apriamo un intero mndo di discriminazioni, dal defome al malato, dalla donna allo spazzino, dal vecchio al brutto. Io odio, detesto le discriminazioni. Il colore dei capelli, degli occhi, è una occasionale variatio. Dire di una persona “quel nano”, o “la grassona”, o “quel mingherlino bianco come una mozzarella”, paiono anche a me cadute di intelligenza e mancanza di solidarietà umana.

  4. Tornando alla letteratura (ma non solo): a proposito di paleowestern, qualcuno ricorda La prateria del Giacinto di Sealsfield (in realtà un austriaco, mi pare)? Ne ho un ricordo vago e confuso, ma avevo apprezzato il senso vertiginoso dello smarrimento del narratore appunto nella prateria, senza punti di riferimento… un europeo in quella situazione!
    Mi pare un autore interessante; in seguito avevo letto un suo libello antiasburgico che solo un esiliato in America poteva allora scrivere.

    • No, mai sentitDevo ancora capire se sesite un libro che non hai o che non hai mai letto. Libreria universitaria l’ha miracolosamente in catalogo. Domani mi ricarico la cartina e lo compro.

      • Guarda, non mi mitizzare! La mia formazione è all’insegna del “non tutto ma di tutto” (rubrica Rai della mia infanzia), altro che… si, mi incuriosiscono autori o argomenti marginali o eccentrici, ma poi ho una abissale ignoranza dei classici. Mi ricordo ancora la faccia tosta con cui ho risposto al mio correlatore di tesi(ed eravamo in ascensore, a quattrocchi) che sì, avevo letto Proust!
        Era un Centopagine Einaudi, spero che non costi troppo, mi sentirei in colpa per l’ennesima volta!

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