Prendendo un libro dalla scaffalatura mi scivola a terra un piccolo libriccino regalatomi tempo addietro. Una scena da film…sapete quando il protagonista cerca un libro e tirandolo fuori scivola via una foto compromettente, un testamento, una vecchia lettera d’amore?
Mi sono dunque detta: è il destino, devo leggere questa cosa che ho trascurato per mesi.
Il piccolo pamphlet è -tra le altre cose- una discussione attorno ai giardini. Vi si trovano numerose osservazioni scritte con stile bello e leggiadro. Lo stile, quando si parla di giardini, è essenziale. Si possono dire anche delle grandi sciocchezze quando si scrive bene. Non è solo il contenuto del messaggio ad avere valore, ma anche la forma e il mezzo con cui viene trasmesso, che diventa esso stesso contenuto (altrimenti il noto volume Esercizi di stile dovrebbe totalizzare zero sull’asse Y del grafico Pritchard).
A parte un paio di prescrizioni artistiche poco convincenti e per nulla solide, le mie obiezioni circa questo pamphlet sono dunque sostanzialmente solo di carattere etico, se vogliamo usare questa parola.
Ciò che ricaviamo da questa breve lettura è che il giardino deve essere “nostro”. Deve rappresentare quindi un individuo, essere fatto su misura come un abito dal sarto, una sorta di seconda pelle, il distillato della nostra identità, il precipitato umano del nostro io.
Il giardino deve rispondere alla qualità della terra e del clima, ma a parte questo -sostiene il pamphlet– la distinzione è data dal giardiniere, che deve adattare alla sua personalità il giardino.
Il “tuo” giardino deve sapersi far capire e tu devi essere in grado di capire lui, come in un matrimonio. Il giardino non deve avere uno stile preciso per essere bello e armonioso: deve essere il “tuo”. Il giardino racconta di te meglio della tua biografia, descrive i tuoi gusti, le tue inclinazioni, le tue fantasie. Insomma il giardino riesce a parlare al cuore di tutti quando è “il tuo giardino”.
Questo è senz’altro vero, anche se il risultato di questo racconto sarà spesso impietoso.
Ma -mi chiedo- se uno non volesse un giardino “suo”, ma per la gente, per gli altri, per la moltitudine, ton pollon?
In fondo non è molto diverso da ciò che fanno molti progettisti e proprietari di giardini privati che però sono aperti al pubblico.
Io non desidero un giardino “mio”, che rispecchi me stessa, il mio carattere, il mio romanticismo, le mie passioni, le mie fantasie. Anzi, vi dirò, quello che ho mi va già benissimo, ma voglio che il mio giardino rispecchi la mia idea che il giardini possono e devono diventare fulcro di aggregazione e incontro sociale, che debbano essere un bene realmente democratico. Un giardino privato può farlo, basta pensare a Parc Monceau dove Phlippe l’Egalité incontrava i rivoluzionari contro l’ancien régime. Ma Parc Monceau ora è un parco pubblico.
E’ normale o anormale, o solo insolito, o magari dovrebbe essere la normalità, pensare che il giardino non sia altro che una propaggine della propria identità (magari della propria casa), ma che possa accogliere altre istanze?
Bauman dice che è ciò che gli altri danno a noi a renderci consci di essere degni di essere amati, che siamo soggettivamente responsabili di una responsabilità oggettiva. Voglio caricarmi addosso la responsabilità dei miei simili, voglio amare i loro giardini come il mio.
Articolo 1: L’Italia è una repubblica fondata sulla disoccupazione e sulle carte.
Le carte, come molti altri oggetti, possiedono una propria volontà. A differenza di altri oggetti però hanno una caratteristica individuale e non ripetuta: la capacità di proliferare come un tribolo.
Per ottenere una carta ne occorrono in media altre venti, quindi la progressione non è neanche aritmetica, ma esponenziale.
Mettiamo un’ipotesi: per avere diritto ad una ricevuta servono quattro attestati, per ottenere ciascuno dei quali occorrono venti fogli e tre giorni di file interminabili.
Considerando che in Italia occorre una carta anche per avere il diritto di evacuare, con semplici formule matematiche otterrete che il tempo necessario per svolgere le normali attività quotidiane è un asintoto che tende ad infinito.
La Legge di Parkinson (1958) spiega come un’organizzazione cresca indipendentemente dalla quantità di lavoro che deve svolgere. In un’epoca in cui le riduzioni di personale sono un frequente strumento per far crescere i profitti (e le fusioni, acquisizioni o concentrazioni si traducono quasi sempre in “tagli” di struttura) accade anche il contrario: cioè che le dimensioni delle organizzazioni diminuiscano per motivi non funzionali – e spesso senza correggere il sovraccarico di funzioni inutili e ingombranti. Questa bizzarra mescolanza di bulimia e anoressia è uno dei malanni più gravi che affliggono le organizzazioni (pubbliche o private) e specialmente le più grandi.
Ma più che l’enunciato della “legge” contano le molte acute osservazioni di Cyril Northcote Parkinson sui difetti e sui problemi delle organizzazioni. Il suo libro merita una rilettura attenta nella situazione di oggi. Oltre a essere profondamente serio nei contenuti è anche una lettura piacevole e divertente.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)