Il ritorno di Sherlock Holmes

The Dubliners, The rocky Road to Dublin (qui eseguita da Luke Kelly)

In the merry month of June from me home I started,
Left the girls of Tuam so sad and broken hearted,
Saluted father dear, kissed me darling mother,
Drank a pint of beer, me grief and tears to smother,
Then off to reap the corn, leave where I was born,
Cut a stout black thorn to banish ghosts and goblins;
Bought a pair of brogues rattling o’er the bogs
And fright’ning all the dogs on the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

In Mullingar that night I rested limbs so weary,
Started by daylight next morning blithe and early,
Took a drop of pure to keep me heartfrom sinking;
Thats a Paddy’s cure whenever he’s on drinking.
See the lassies smile, laughing all the while
At me curious style, ‘twould set your heart a bubblin’
Asked me was I hired, wages I required,
I was almost tired of the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

In Dublin next arrived, I thought it be a pity
To be soon deprived a view of that fine city.
So then I took a stroll, all among the quality;
Me bundle it was stole, all in a neat locality.
Something crossed me mind, when I looked behind,
No bundle could I find upon me stick a wobblin’
Enquiring for the rogue, they said me Connaught brogue
Wasn’t much in vogue on the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

From there I got away, me spirits never falling,
Landed on the quay, just as the ship was sailing.
The Captain at me roared, said that no room had he;
When I jumped aboard, a cabin found for Paddy.
Down among the pigs, played some hearty rigs,
Danced some hearty jigs, the water round me bubbling;
When off Holyhead wished meself was dead,
Or better for instead on the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

Well the boys of Liverpool, when we safely landed,
Called meself a fool, I could no longer stand it.
Blood began to boil, temper I was losing;
Poor old Erin’s Isle they began abusing.
“Hurrah me soul” says I, me Shillelagh I let fly.
Some Galway boys were nigh and saw I was a hobble in,
With a load “hurray !” joined in the affray.
We quitely cleared the way for the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down
the rocky road and all the way to Dublin,
Whack follol de rah !

Al guardacielo

Ve’ che ho ripescato?!

Taxon, basta la parola

Antonio Tassone, detto “Il Sesquipedale”, o più affettuosamente “Taxon, uomo della mia vita” è stato tanto carino da dedicarmi un po’ del suo TG locale.
Qui su Youtube c’è il video. Era il 5 ottobre. Lo pubblico solo ora perchè me lo sono dimenticato.

…semplice: un artista

Helen Mirren

Jean-Paul Sartre sosteneva che l’arte non sia -come viene spesso detto- il prodotto di una società com’è, ma della società che verrà subito dopo.
Dunque l’artista non descrive quello che una società è, ma quello che una società dovrebbe essere. E’ insomma un anticipatore, o nei casi più fortunati, un ispiratore. Si potrebbe dire -mutuando qualche espressione del linguaggio informatico- che è una sorta di “interrupt”, un interruzione di un processo pe via di un elemento che richiede attenzione.
Per questo credo che debba essere teso verso l’innovazione ogni sforzo dell’artista. Anzi, credo che l’artista vero vi si diriga inconsapevolmente.
In effetti, se uno ci pensa, la storia dell’arte si configura come un insieme continuo di infrazioni a regole precedentemente scritte.
Esiste l’elemento individuale, imprevedibile, che attraverso la sua personale sensibilità e il proprio peculiare modo di vedere il mondo e di interagire con la realtà, esplicita ed interpreta un desiderio collettivo.

Che l’arte sia una forma di conoscenza, a me, non restano dubbi.
E meno ancora me ne rimangono se il giardinaggio autocosciente sia o no una forma d’arte. Lo è senza dubbio per il suo carattere formidabilmente conoscitivo.

Con buona pace di Pietro Puccio.

E mo’ s’attaccamo tutti arca’

Niente di più vero. Una conferma -come se ce ne fosse bisogno- di quanto le tendenze estetiche, anche quelle che sembrano dettate da spiriti puri, siano sempre più legate al mondo del popolare e del massivo. Ne sono un esempio la moda Punk, del Vintage, dei tatuaggi e del piercing.
Un tempo erano gli arbiter elegantiarum a dettare le mode, oggi gli stessi arbiter si devono confrontare con le nicchie che diventano masse, e che sono sempre meno genuine e meno originali, meno istintive e creative.
E’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda.
E ora? Ora s’attaccamo a chi viene viene, basta che ci dica qualcosa di nuovo.

Faccio pratica con Ash

Un giardino color “maglione ceruleo”

Vi chiederete: cosa c’entra il giardinaggio con il maglione color ceruleo del Diavolo veste Prada?
Questa scena, in una manciata di secondi e con un’arguzia non raggiunta dal resto del film, spiega piuttosto bene il ciclo di vita dei prodotti del mercato, e quindi anche delle piante.

Siete quel genere di persona che si rifiuta di accettare che le piante siano -come ogni cosa venduta, acquistata o scambiata- soggette alle regole del mercato? Allora probabilmente vivete in una dimensione illusoria in cui l’uomo è padrone del suo destino, in cui ogni scelta è autonoma, assolutamente privata e personale, non influenzata dalla società e dalle pressioni del mercato.
Come ho scritto qui nessun giardino è neutrale. Il giardino è una posizione estetica che esterniamo nei confronti del mondo. La vera apragmosyne (in origine disinteresse alla vita politica, sanzionato con la morte) nel giardinaggio è non fare un giardino.

Le piante, nè più nè meno che gli oggetti di moda, hanno un loro ciclo di vita. Dapprima vengono acquisite dai consumatori “pionieristici” o élite intellettuali (come ad esempio lo sono stati i cibi poveri e la cucina tradizionale qualche anno fa), poi si estendono ad una fascia molto più larga di consumatori che li acquista dopo aver constatato che sono stati adottati dalle élite culturali. Successivamente si estendono ad una fascia ancora più estesa di persone che le acquisiscono semplicemente perchè se le trovano un po’ dappertutto, sulle riviste, nei vivai, sui cataloghi. Infine vengono più o meno abbandonate: un maglione basta gettarlo, ma con una pianta è più difficile, data la sua longevità e lentezza nel crescere, ecco perchè la mia antipatia per la bordura inglese, che meglio si presta allo shopping sfrenato, al cambio e ricambio stagionale, alla conformazione con il nuovo colore dell’intonaco.
A volte può accadere che vengano riscoperte dalle avanguardie artistiche, dagli arbiter elegantiarum e dalle fasce più alte di consumatori colti (e ricchi). E’ successo ad un milione di cose: ai film di Lino Banfi e Fantozzi, ai nani da giardino, al design degli anni ’50.

Siamo dunque al “limite del comico” quando compriamo questa o quella pianta pensando di aver compiuto una scelta “al di fuori delle proposte della moda”.
Quindi in effetti ognuno di noi indossa un giardino che è stato per lui selezionato da un gruppo esclusivo di persone… in mezzo ad una pila di piante.

Spirit e Opportunity

Summertime – Tempo d’estate

Solo Summertime potrà salvarmi.

E’ una nenia, una fiaba della buonanotte.
Si sarebbe tentati di tirare fuori Norbert Elias e i suoi studi sulla società aristocratica (in questo caso un’aristocrazia commerciale americana fondata sulla vendita del cotone). Ma per Summertime farò un’eccezione. Penserò a tutte le belle cose che avrei voluto avere che ho solo potuto sognare, da piccola (e da grande).

Solo Summertime potrà salvarmi.

Summertime,
And the livin’ is easy
Fish are jumpin’
And the cotton is high

Your daddy’s rich
And your mamma’s good lookin’
So hush little baby
Don’t you cry

One of these mornings
You’re going to rise up singing
Then you’ll spread your wings
And you’ll take to the sky

But till that morning
There’s a’nothing can harm you
With daddy and mamma standing by

Summertime,
And the livin’ is easy
Fish are jumpin’
And the cotton is high

Your daddy’s rich
And your mamma’s good lookin’
So hush little baby
Don’t you cry

Levi’s Engineered Jeans

Questa è la mia pubblicità preferita di sempre. Credo di averla vista dozzine di volte, fino allo sfinimento. E’ una delle pubblicità più di successo, e -cosa da annotare- il cui successo si è mantenuto più longevo nel tempo.
Quando è stata prodotta, credo fosse la fine dei ’90, non c’erano tutte le diavolerie moderne che consentono di registrare direttamente in digitale, e solo chi ha armeggiato anche una sola volta con tutta la massa di cavi che occorre per trasportare un filmato VHS in un formato digitale, capisce lo scomodo che si sono prese queste persone che l’hanno fatta approdare su youtube o emule.
Disgraziatamente la qualità è oscena, ma questo è un altro discorso.
E’ una pubblicità “storica”, una delle migliori di sempre, di certo la più famosa e vista della Levi’s. Ne ricordo poche che possano avvicinarla, ma non me ne viene in mente nessuna che la superi. E’ tanto complessa che qualche audace studente di critica televisiva o di sociologia potrebbe tranquillamente farci su una tesi di laurea.

E’ una pubblicità, e come tale mira a vendere qualcosa, cioè -in parte- ad imbrogliare, quindi usa comunque dei luoghi comuni, degli stereotipi, tra l’altro abbastanza elementari, come la lotta tra l’uomo e la donna. Il fatto che sia la ragazza la prima a spiccare il volo non è un caso. In questa pubblicità la donna viene raffigurata come una figura sociale arretrata, che in pochi “metri” (leggi: decenni) si è rimessa al passo (letteralmente, i due giovani, quando sono appaiati, vanno al passo), per poi arrivare insieme all’uomo alla frattura finale (la distruzione del muro perimetrale esterno della casa) e quindi superarlo e “involarsi” per prima.
Questo è evidentemente un’interpretazione del livello più basso.

Ciò che rende questa pubblicità così coinvolgente è principalmente la musica (Sarabande, di Haendel) che accompagna le immagini e le trasfigura in un mondo sospeso tra l’iperrealistico e l’immaginario.

L’edificio: una casa senza mobili, senza nessun mobile, definirla minimalista è sbagliato: è semplicemente vuota. Eppure in qualcuna delle stanze c’è la carta da parati, che nessuno usa più ormai. Ci sono abat-jour e nel corridoio c’è una scala che farebbe pensare più ad un edificio pubblico, come una scuola, o a un albergo, che ad una casa privata.
Il muro perimetrale esterno è fatto di una texture di mattoni grigi, del tutto anonimi, come quelli delle case dei fumetti di Topolino. Ed altrimenti non avrebbe potuto essere, perchè quest’edificio deve essere universale, non particolare, deve essere l’idea di un edificio.
I due giovani stessi hanno volti comuni, nessun segno particolare, nessun abbigliamento distinguibile. Sono rappresentazione di un’idea platoniana di uomo e donna, di amico e nemico.

Vedendo questo spot si è talmente coinvolti che si desidera poter fare le stesse cose dei due protagonisti (quando un libro, un film, o uno spot riescono a far questo è la vittoria assoluta). Si viene colti da un irrefrenabile desiderio di fuggire dal luogo comune, di spezzare ogni legame, di volgere il proprio sguardo là dove nessuno è mai giunto prima.
Ma non è solo induzione, è rappresentazione. Quello spot era diretto alle persone che in quel momento avevano la mia età, classe ’70-’75, diciamo. Persone che sono cresciute da genitori che hanno fatto il ’68, con valori spesso anarcoidi mal diretti (gli stessi che per distruggere il brutto vanno magari a fare i guerriglieri verdi). Persone che vedevano e capivano dov’erano i mali della società, ma che non avevano le possibilità, le capacità o il coraggio di combatterle.
In questo spot si vedono due persone che hanno avuto il coraggio di ribellarsi allo status quo, di compiere quei passi, anche violenti, di rottura (ma non criminali: la casa è vuoti, solo i muri vengono distrutti, è una lotta di valori, non fisica), e di guidare l’umanità verso ciò che la rende una razza che merita di non estinguersi. Non a caso, a mio avviso, fuori dalla casa c’è un mondo naturale e selvaggio, un bosco di alberi altissimi, attraverso cui si può arrivare a concretizzare un’utopia.
E badate bene, una volta che i due giovani corrono nel cielo, ciò che si vede è la Terra, mica Marte.
Il vero motivo per andare tanto lontano, e che da tanto lontano hai una più precisa percezione della tua posizione nell’universo, e della condizione umana in generale.
Sono insomma due giovani che hanno risposto positivamente alla fiducia che la generazione del ’68 ha posto nei propri figli. I due ragazzi dello spot non si sono conformati alle regole (entrare ed uscire dalle porte) imposte da una società che non rispetta più la libertà morale di un uomo, ma hanno avuto la forza di abbattere i muri eretti dal conformismo vacuo e sempre uguale a se stesso (l’edificio), che sembra non finire mai (le stanze tutte uguali si susseguono quasi senza fine), fino a recuperare lo spirito vero dell’uomo, che risiede nella natura. E’ un clichè, per carità, ma non dimentichiamo che è una pubblicità.