Legame covalente polare

“Ponti ad idrogeno, al nemico che fugge”!

A dispetto delle differenze tra giardino e giardino, tra dimensioni, stili, necessità, praxis, technè, scopi, finalità, oggetti e soggetti, tutti i giardini sembrano avere almeno un punto in comune: la mediazione della tensione tra gli opposti, come scrive peraltro Luigi. M. Lombardi Satriani.
Non necessariamente opposti ontologici, assoluti, ma opposti dati da una determinata cultura, ad esempio per la nostra: vita e morte, animato, inanimato, privato, pubblico, domesticato, selvatico, naturale, artificiale, dentro e fuori, personale e impersonale, comune e individuale, ordinato e caotico, statico e dinamico.
Questa mediazione assume diverse forme per una risoluzione, o anche solo una chiarificazione, o più spesso una preferenza, anche attraverso l’estremizzazione o la tensione artistica.
Il giardinaggio, come altre forme d’arte, può incorniciare un dibattito altrimenti conducibile in termini teorici o verbali.
Ecco perchè è una forma d’arte, a mio giudizio. Di arte “maggiore”, per intenderci.
Tutti i giardini, consapevolmente o no, sono un tentativo di dare una soluzione a questo contrasto di opposti, a fornire una mediazione tra le tensioni che dilaniano le nostre esistenze.
A me sembra, anche se penso che questo non possa essere accettato da tutti, che il giardino, per quanto limitato possa essere, non è solo una dichiarazione di potere su ciò che ci circonda, ma una forma di ‘rifiuto’ dei termini in cui la vita ci costringe ad accettarla e la fissità dei termini secondo cui si dovrebbe svolgere la nostra esistenza.
E questo è un atto di speranza.
Una forma di vita di chi realmente non vive, come ho detto molte volte.

Et bien, mon Moleskine

Non me ne intendo molto di Moleskine, li ho sempre snobbati come uno dei tanti accidenti della moda. Facevo le mie interviste su carta di recupero, mentre gli altri avevano dietro il loro bel Moleskine molto vissuto, gonfio di foglietti che spuntano fuori, l’elastico rotto.
Una volta mi è stato detto (con simpatia) che potevo essere una di quelle ragazze che si innamorano del tipo intellettualoide, un po’ rampantone, “di quelli col Moleskine”.
Da allora ho iniziato a far caso a chi lo usa.
Qui, giornalisti a parte, non ne conosco. Non è un gadget molto apprezzato dagli indigeni locali. Il che vuol dire che non hanno niente da scrivere. Se non hanno niente da scrivere ancor meno leggono.
E questo ne dice abbastanza.

Tuttavia penso che -giornalisti a parte- chi lo compra si illude di poterlo riempire con versi e racconti alla Hemingway, ma che il più delle volte sono solo insulse banalità. Absit iniuria, ognuno ha diritto alla propria banalità, ma proprio perchè di Hemingway non ne nasce uno l’anno, non credo che i Moleskine che circolano in giro a Siderno abbiano vita felice.
Altrove sono sicura saranno ormai merce inflazionata dal gusto, espressione di una piccola borghesiola falso-intellettuale, o forse peggio, non so. Sarei grata se qualcuno mi raccontasse dei Moleskine che circolano dalle sue parti.

Sono comodi, per via della copertina rigida che aiuta a scrivere anche in piedi, e sono carini. Sono come la cioccolata. Ne vorresti sempre uno diverso.
Questo tale si è fatto la “ricarica”. Un temperamento ecologista…

Il potere taumaturgico dell’arte (e dei tuberi)

Steven King, nel suo libro On writing, autobiografia di un mestiere, dice che la scrivania di uno scrittore deve stare nell’angolo, a ricordare come non sia la vita sostegno per l’arte, ma il contrario.
Zio Steve ne sa qualcosa, perchè quando un camioncino l’ha investito, frantumandogli gamba e bacino, è riuscito a tirarsi fuori dalla angoscia anche grazie al suo mestiere.
Non invento oggi nulla e vi porgo un pensiero banale: piantare dalie mi fa bene alla salute, anche se piove un po’.

Sto meditando su questo benedetto lavoro, sul mio futuro, e mi chiedo (come quella faccia da moccioso di Muccino) “che ne sarà di me?”
E tutte le risposte mi spaventano.
Ed ora? Ora lavarsi i capelli bagnati dalla pioggia, cambiare la maglia, caffè, e poi a scrivere un bel redazionale sulla grigliata mista per il ponte del 25 aprile.
Tutta vita, signori.

I Guerriglieri Verdi

Avevo promesso di inserire alcune considerazioni sulla questione dei Guerriglieri Verdi, Green Guerrillas, o Guerrilla Gardening.
Data la lunghezza e l’assenza di foto so già che non lo leggerà nessuno.
…pazienza.

A quanto ho potuto notare esistono due fazioni contrapposte: alcuni non li apprezzano per via dell’implicazione “violenta” del termine “guerrilla”, altri invece considerano questa forma di giardinaggio una sorta di via salvifica per affermare la volontà del popolo contro l’esaurimento delle risorse terrestri e la progressiva invivibilità dei grandi centri urbani.
Non ho mai considerato le vie di mezzo approssimative, e personalmente ritengo che entrambe le fazioni abbiano torti e regioni in egual misura.
I Guerriglieri Verdi sono nati negli anni Settanta, nelle sterminate, angoscianti, periferie delle grandi metropoli americane, dove la vita è vita solo a metà, la violenza è all’ordine del giorno. In quel periodo “il mercato del mattone” viveva una forte crisi, e molti quartieri venivano letteralmente abbandonati, diventando fatiscenti, rifugio per operazioni malavitose, prostituzione, spaccio di droga, violenze, stupri, omicidi e fatti delinquenziali di ogni sorta.
Sotto la spinta dell’ecologismo allora nascente, e per reagire all’inerzia delle istituzioni pubbliche, gruppi di attivisti si sono riuniti per restituire dignità a questi quartieri, costruendo degli orti da dare in gestione a chi fosse interessato. Nacquero anche piccoli parchi dove far giocare i bambini sotto lo sguardo dei genitori, al riparo dalle automobili a da malintenzionati.
Gli orti urbani in seguito si trasformarono in strumento di politica sociale, ma questa è un’altra storia.
L’istanza dei Green Guerrillas deriva dal fatto che le istituzioni e gli enti pubblici erano del tutto sorde alle richieste della gente. Il fatto che il nome sia in spagnolo fa quantomeno sorgere il sospetto che queste periferie fossero abitate perlopiù da ispano-americani, per i quali il governo centrale aveva poco interesse, dato che si tratta di frazioni non votanti della popolazione (Obama a parte).
I Guerriglieri verdi dell’epoca sono riusciti a tirare fuori interi quartieri da una situazione di miseria sociale, non diversamente da come il vecchio protagonista di L’uomo che piantava gli alberi ha fatto per la sua terra. Una nobile storia, che non implica necessariamente azioni furtive e illegali.

In Italia e in epoca contemporanea un guerrigliero verde “vecchio stile” è se non altro fuori posto. E’ vero che gli enti pubblici sono inefficienti, che i “giardinieri” comunali hanno appena qualche nozione di orticoltura, che le nostre periferie sono trascurate e neglette, ma alla maggior parte di questi problemi si può dare un contributo se non direttamente, in modo individuale, perlomeno con un associazionismo funzionante e regolamentare.
Non lo dico -personalmente- perchè abbia in ispitto chi agisce contro le regole, ma perchè queste forme sono più efficaci e se ben condotte, portano a dei risultati gradevoli e duraturi, e a volte anche di un certo pregio.
Purtroppo il lato più fortemente negativo di queste iniziative, è che la borghesia intellettuale paesana se ne impadronisce e le porta regolarmente all’affondamento. Come ad esempio accade nel paese dove vivo, Siderno, dove un’iniziativa simile proposta dall’ATA Club, è fallita causa il fatto che le signore impellicciate e le mogli dei medici non volessero rompersi le unghie scavando nella terra o portare un sacchetto di sabbia per 100 metri (oltre alla inconsistenza delle loro conoscenze orticole, che farebbero rabbrividire qualsiasi appassionato).
Se non si vuole trasgredire un regolamento a cui nessuno fa caso, meglio a questo punto chiedere di poter gestire singolarmente (o in piccoli gruppi) una piccola aiuola comunale e basta.

Dall’altro lato sembra esserci un piacere modaiolo, piuttosto incolore e frutto di un’epoca contemporanea in cui la trasgressione delle regole è diventata consuetudine, nel crearsi un’attività illegale ma non dannosa, nella quale sia contemplata una idea di ribellione e un pensiero bellicoso o belligerante, ma solo nel termine e non effettivo.
Spesso sono giovani intelligenti, cresciuti con i telefilm americani , dotati di coscienza ecologica, ma che non riescono a capire che le loro attività sono solo la dimostrazione di come ci sia un distacco sempre più crescente tra la società e le istituzioni, un’incomunicabilità invalicabile che prevede, di prassi, il sopruso o la questua per ottenere un proprio diritto.