Arredare Country

Arredare Country è per me quella tipica cosa che vorrei nella bara quando mi seppelliranno.

Mio padre, un uomo molto anziano,  ieri osservava come la mia generazione, se deve pensare a qualcosa di bucolico e naturale, pensa allo stile country. E’ dannatamente vero.
Però quanto ho sognato su quei cinque volumi. Mi è sempre piaciuto lo stile country, e quando la De Agostini pubblicò queste dispense, mi abbonai.
Ricordo che all’epoca studiavo a Roma, sarà stato il ’91, ’92, e le telefonate non erano come adesso, che ti chiami pure per sapere se c’è il sole o è notte. Un’interurbana alle 10 del mattino costava una scheda da 2.000 lire, e ci parlavi un minuto. Ci si telefonava la sera dopo le 10, sapevamo che mezz’ora costava 6.000 lire. Ci sarebbero state tante cose da dire, ma io chiedevo sempre a mia madre se mi pagava i bollettini e se mi metteva da parte i fascicoli.
Poi quando tornavo era la prima cosa che facevo “a casa”. Dopo baci, abbracci, notizie, doccia, pranzo, mi mettevo in camera di mia sorella e mi sedevo sul pavimento per mettere in ordine tutti i fascicoli arrivati in tre o quattro mesi.
Per un topo di biblioteca come me è uno dei ricordi più belli della mia gioventù.

Se devo sognare un salotto, io solitamente sogno questo:
salotto country

E quando sono allo stremo delle forze e desidero solo essere trasportata via in una dimensione alternativa, questa è la biblioteca in cui sogno di poter leggere al tramonto, col tè, gli scones, e tutti gli ammennicoli essenziali.
sala di lettura

Questo è un bagno in stile edoardiano:

E’ un bagno che non è solo un bagno, è uno stile di vita rilassato, che implica una vita modesta esteriormente, opulenta nella realtà.
Una vita dannatamente comoda e bella per chi la può vivere.


E qui per stare il pomeriggio, a godersi i nipotini che giocano sul prato, prendendo il tè. Ogni tanto ci sia alza per vedere cosa fanno le rose o per dare una sbirciata alla partita di tennis che i cugini giocano sul retro.
Tutto meravigliosamente Ivory-Merchant prima che scoppino le tragedie rituali di quei film.

Arredare Country non è solo una raccolta a fascicoli: è un mondo da sognare con gli occhi aperti, che un po’ è la mia specialità.

Strade Blu

Un tempo sulle cartine stradali americane le strade secondarie erano segnate in blu (come da noi quelle provinciali).
William Least Heat-Moon (un nome navajo che significa pressappoco “il Minore della Luna della Calura”) ha semplicemente preso su, messo un po’ di roba in un furgoncino, ed attraversato l’America ad anello.
Sulla Kentucky 53 (pag 16 dell’edizione Einaudi Tascabili), un tale dice: “Ciò che faccio [il lavoro] non ha nessun valore. Qualunque cosa io faccia non ha alcun futuro: e non mi riferisco all’inevitabile obsolescenza delle cose. Quel che faccio inizia e finisce ogni giorno. Non c’è alcun rapporto tra ciò che so e ciò che faccio. E ancor meno tra ciò che faccio e ciò che voglio sapere”.

Io quando lavoro mi sento così. Il mio lavoro ha sensibilmente peggiorato la mia scrittura: mi ha reso trascurata. Volevo lasciarlo, volevo lasciarlo a tutti i costi, ma è lui che non lascia me.

Starde Blu
Strade Blu

Avant Gardeners?

E’ uscito da poco il volume Avant Gardeners della famosa casa editrice italiana 22Publishing che ha pubblicato i libri di Gilles Clément e altri volumi sul paesaggio, l’arte e la sociologia (a proposito, ringrazio Marco Tatarella per le segnalazioni e per l’omaggio ricevuto).

E’ un volume a cui va certamente prestata una grande attenzione, non foss’altro per il prestigio della casa editrice.
Ci sono raccolte un centinaio di opere di un gruppo di progettisti chiamato “Avant Gardners”, cioè, insomma, circa su per giù, “giardinieri d’avanguardia”.
Il bello di questi libri è che se anche non condividi alcune cose, perlomeno ti fanno riflettere.

Guardate questa foto di un progetto di Claude Cormier:
Claude Cormier

Il richiamo alla Pop Art è esplicito e dichiarato.
Ma perchè solo la Pop Art? perchè non altre correnti storiche, come, ad esempio, il rococò? Forse, con un richiamo al Pop, al Visual, sembra di essere molto moderni, ma è roba di 60 anni fa, signori.
Tra 60 e 160 che differenza c’è? Non c’è nessun merito, a mio avviso.

Prendiamo questo progetto di Ken Smith per il tetto del MoMa:
Tetto del MoMa

E’ un giardino fatto di materiali inerti, come vetri rotti, pezzi di marmo, polveri colorate, materiale di recupero. Non c’è nessun elemento naturale, ma anzi cose poco costose, perchè il tetto è inaccessibile e nessuno avrebbe pagato molto per i materiali di un giardino dove nessuno sarebbe mai entrato.
Devo confessare che sono molto dubbiosa: un giardino in cui non puoi entrare…beh, non saprei.
L’architettura e l’architettura dei giardini condividono un elemento fondamentale, direi quasi ontologico, cioè il fatto che contengono i nostri corpi.
“Gardens are for people” dice qualcuno. Questo giardino è certamente fatto per la gente, tutto è fatto per la gente, se vogliamo essere puri linguisti. E’ fatto per essere osservato dall’alto, con l’elicottero, ma quanti potranno permetterselo?
“Gardens are for people” e bisognerebbe aggiungere “gratis et amore Dei”.

Molto di più mi piace il Diana Memorial, di Kathryn Gustafson:
Diana Memorial

Mi spiace non potere mettere la bella immagine ricevuta con il pdf inviatomi da Marco Tatarella, in cui lungo quel percorso d’acqua c’erano alcune persone con i piedi a mollo.

L’avanguardia del giardinaggio è secondo me non nelle scelte più bizzarre di colori, o nell’utilizzo di materiali “impropri”, o nella stravagante sistemazione delle piante.
E’ nella artistica ed emozionante disposizione di tutti gli elementi propri del giardino, in modo che questi possano essere goduti dalle persone nel modo che meglio rappresenta le più elevate qualità dell’Uomo, e che consenta un accrescimento se non culturale, almeno emozionale.

Daniel Burnham

Pare che Daniel Burnham, l’architetto che progettò il Flatiron Building, si suicidasse dopo aver realizzato -ad opera finita- che aveva dimenticato di inserire nell’edificio le toilette per i signori.

Un caso raro, di solito chi si suicida sono i poeti, i musicisti e i pittori.

Domanda:  perchè gli architetti non hanno questa romantica e memorabile abitudine?