Brucia la Grecia e poi cos’altro ancora?

Brucia la Grecia, facendo tremare l’euro. La Spagna declassata. Crollano le borse. Miliardi di euro vaporizzati nel nulla. I grandi dell’Europa con facce preoccupate davanti ai flash dei fotografi.
Tra quanto toccherà a noi?
Oggi ho letto un articolo ma non ci ho capito niente. Niente.
Qualcuno mi spiega che sta accadendo?

Edit: mi spiego meglio. Come fanno a guadagnarci se giocano al ribasso? Insomma sembra che questa crisi sia stata orchestrata a tavolino dalla Goldman Sachs per evitare il fallimento. Ma come conta di guadagnarci? Pensa di ricomprare i titoli una volta crollati e poi farsi pagare l’intero dalla Spagna? E per qualche miliardo di dollari inginocchierebbero Grecia, Spagna, Portogallo e sicuramente anche l’Italia?
Insomma, ho capito bene?

Sogno di un giorno di fine aprile

A volte mi viene da sognare.
Sogno che Siderno sia una bella cittadina pulita, ordinata, con poco traffico, con tante casette col giardino davanti e negozi con insegne pubblicitarie in legno verniciato.
Di più di più mi viene da sognare soprattutto di più quando osservo il colore degli alberi in questo tumulto di verdi primaverili.
Il sogno che faccio in questo periodo riguarda la via Carrera, una vecchia e strettissima strada che anticamente era fuori dai confini del paese e serviva solo ai carri merci, mentre oggi è stata per metà ampliata e resa uno stradone a otto corsie che segna i confini del circuito viario di Siderno.
Quel che rimane della via Carrera è un viottolo che tra nuovi casermoni e vecchie mura è fiancheggiato da vecchie querce.

La vecchia parte della via Carrera

Sogno che in passato, un sindaco di buon cuore e dotato di intraprendenza naturalistica, un sindaco col panciotto amante delle passeggiate in campagna con cane e bastone, vista la bellezza della via Carrera, avrebbe acquisito per il comune le due fasce che le corrono ai lati, preservandole dalla speculazione edilizia.
Sogno che questo sindaco, grazie alle sue conoscenze botaniche, decidesse di piantare degli alberi a ridosso della stradella, in modo che le chiome si congiungessero in alto, formando una volta verde.
Sogno alberi profumati, come le robinie e le mimose, oltre che degli aranci piantati qua e là, non troppo fitti. Questo sindaco col panciotto avrà anche pensato di mischiare alle querce preesistenti, allora giovani, qualche albero da fiore, come dei Prunus avium, e magari, magari, forse…sarebbe stato troppo soverchio ed abbondante un Prunus x subhirtella ‘Pendula Rosea’?

Il 'bianco viale delle delizie'


La via Carrera sarebbe potuta essere simile al Bianco Viale delle Delizie di Anna dai Capelli Rossi, piantato da un eccentrico coltivatore ai fianchi dei suoi possedimenti. Non chiediamo al nostro buon sindaco un’altrettanto grande sforzo di fantasia, ma immaginiamo che il risultato sarebbe potuto essere simile.

Dorothy Perkins

Le vecchie case avrebbero avuto glicini e rose rampicanti morbide e flessuose, come la ‘Dorothy Perkins’, caprifogli rosa e Philadelphus profumati. Qualcuno -scocciato da tutto questo tripudio di romanticherie- avrebbe piantato invece passiflore a fiore grande, che nel tempo sarebbero diventate enormi e fioritissime.
I contadini, ai margini degli orti, avrebbero piantato siepi di pisello odoroso in tutte le varietà di colore allora disponibili, e il camminare per la via Carrera in primavera sarebbe stato come veleggiare in un sogno.

La via Carrera in una notte stellata

Naturalmente la bellezza porta sempre con sè la magia, e una volta piantati alberi che dessero rifugio agli animali e cibo agli uccelli, sarebbero arrivate anche le fate. Fate con piccole lanterne che danzano tra i prati nelle radure delle piantate, che trovano rifugio nei tronchi più grossi degli ulivi secolari, e che volteggiano tutta la notte confondendosi con le lucciole.

Cosa sarebbe bastato? Un sindaco intraprendente.

Antonia lotta contro l’avocado

Mia madre mi fa paura.
Ha passo felpato e urla potentissime.
Odia il gelso e l’avocado: sporcano.
Oddio, ora non immaginatevi la solita signora che litiga coi vicini se l’albero di confine fa foglie. Mia madre è molto passionale, ama la natura, è pittrice e poetessa, ha intuito, istinto, fuoco, arte, amore.

Però detesta l’avocado.

Questo periodo è una nemesi per lei: l’avocado fa la cascola naturale dei fiorellini, verdi e poco significativi se presi singolarmente, ma che sull’albero, quand’è tutto fiorito, fanno un effetto “verde giovane” molto intenso.

Fiorellini dell'avocado

I fiori dell’avocado cascano in masse da soli e al primo soffio di vento. E’ una gran bella pioggia. Se avete la fortuna di avere un tetto in lamiera o in coibentato sotto cui stare, il rumore della pioggia di fiori di avocado caduti sul metallo è persino più bello di quello dell’acqua. E’ qualcosa di zen, di mistico. Se non esistessero i cellulari, si potrebbe stare ad ascoltare gli avocadi per ore.

Una volta caduti in terra, fanno un tappeto color verde mela di una delicatezza insospettabile, un tappeto su cui viene voglia di toglierti le scarpe per passeggiare a piedi scalzi.
E’ contro questo tappeto che mia madre ingaggia la sua lotta più che quotidiana. Dalle tre alle sette volte al giorno esce a ramazzare il giardino. Non riesco bene a capire se lo faccia perchè consideri sporcizia quel tappeto o se lo faccia per non essere additata come una cattiva padrona di casa. O entrambe le cose.
A volte esco io a pulire il cortile, anche se mi dispiace spostare quel tappeto.
Ecco cosa esce fuori dopo una buona ramazzata.

Dato che ne abbiamo tanto, io lo uso come pacciamatura e lo getto ai piedi di una Thunbergia lì accanto, che mi viene proprio vicina vicina, e che negli anni ha molto beneficiato di questo trattamento.

L’avocado, poi, ha un’altra qualità: quella di essere profumato. Non profuma tanto “di fiore”, quanto “di foglia”. Ha un profumo d’erba che si sente particolarmente forte nelle sere tiepide ed invitanti.
Un profumo che forse si dovrebbe meglio classificare come “odore”, ma cos’è un profumo se non un tipo particolare di odore?

Giardini e no, di Umberto Pasti

Giardini e no, Bompiani

E’ di recente uscita per i tipi Bompiani il volume Giardini e no di Umberto Pasti, che nel titolo vorrebbe riecheggiare il ben noto e drammatico Uomini e no di Elio Vittorini, presumibilmente per indicare ciò che secondo l’autore è un giardino e cosa non lo è.
In questi tempi frastagliati, in cui la bellezza non si riconosce più quando c’è, o la si vede quando non c’è, ci sarebbe stato davvero il bisogno di un libro (di tanti libri) che aprissero gli occhi a molti giardinieri. Purtroppo Umberto Pasti si limita ad un catalogo piuttosto banale di non-giardini e di giardini costruiti per dimostrare uno status symbol, per una forma di speculazione economica (il caso delle rotatorie) o anche solo per una profonda, inveterata, inammissibile e ingiustificabile ignoranza.
Il catalogo analizza varie tipologie di “soggetti giardinicoli”: dal miliardario milanese alla signora-bene in calore, dal collezionista psicopatico agli amanti del design a tutti costi.
Tutti soggetti che non comprerebbero mai un libro, e di certo non un libro del genere.
A chi si rivolge allora questo volume? Ovviamente al giardiniere appassionato, che su queste cose riflette ogni giorno della sua vita, con passione sincera, trovando spesso idee e soluzioni più profonde e originali di Pasti, che si libra sui problemi più centrali del giardino e del giardinaggio con una estrema superficialità, componendo pezzi “di colore” banali e senza nessun vero stimolo per una crescita culturale, progettuale, fattiva. Laddove poi lo stile si affloscia un po’, Pasti inserisce “qualche” ben congegnato riferimento sessuale che immaginiamo alzerà il tasso delle sue vendite.

In realtà il libro è più che altro un prodotto per la buona borghesia dei salotti milanesi, torinesi e romani, dove sciure e mandamin si sentiranno come vergini scoperte durante i loro primi giochetti erotici.

Come è sempre stata pratica usuale delle persone di cultura elevata disprezzare l’arte prodotta dalle élite, anche Pasti sottolinea la bellezza dei “giardini del benzinaio” (a quanto pare i giardini poveri stanno avendo una sorta di vendetta su quelli ricchi!), ciononostante per la correzione della nomenclatura botanica si avvale della collaborazione di Anna Peyron, una tra le vivaiste più chic d’Italia (collaborazione che peraltro non ha garantito l’assenza di qualche svarione nella tassonomico).

Tale tipo di letteratura, sulla cui qualità non ci pronunciamo, è certamente deteriore per la crescita della consapevolezza della pratica del giardinaggio e per l’arte della creazione dei giardini.
La sua inutilità è comprovata dal fatto che risulta difficile persino farne una disamina accurata, poichè c’è ben poco da esaminare.

Lodevoli invece le descrizioni dei giardini nordafricai minacciati dalla cementificazione selvaggia, così come l’impostazione grafica che è riuscita a rendere gradevoli anche le brutte illustrazioni di Pierre Le-Tan.

Non posso che concludere rimandando ad una discussione del Forum della CdG, dove qualcuno ha trovato le esatte parole per descrivere questo libro.

Più interessante invece l’intervista da Fazio a Che tempo che fa, che rimane comunque un programma che consacra al pubblico persone che non ne avrebbero bisogno, invece di essere portavoce di una cultura lontana dai processi digestivi del mercato culturale.
In questa intervista Pasti parla brevemente del regionalismo e della riscoperta dei valori estetici localistici, a volte vernacolari, che è senza dubbio una delle strade più interessanti e sulla quale si sono mossi molti grandi architetti, come Whright e Terunobu Fujimori.
Il problema è che molte zone d’Italia non hanno più un volto caratteristico, locale, ma hanno un’assoluta mancanza di elementi che le contraddistinguano.
Allora in questo caso come si fa? Ci si potrebbe inventare uno stile, come fece Haussmann? O si recupera il recuperabile e al resto il bacio dell’addio? o che altro?
Avremmo voluto sapere anche questo da Pasti, che sembra avere le idee tanto chiare.

Garden of Eden, a cura di H. Walter Lach

Gli erbari e le raccolte di florilegi non sono rari, ma costano veramente tanto. Taschen pubblica una raccolta di 100 capolavori dell’illustrazione botanica ad un prezzo accessibilissimo, appena 20 euro per seicento pagine di tavole disegnate dai più grandi plant-hunters e botanici dall’epoca bizantina agli anni più recenti, fino a contemplare alcune fotografie.
L’opera è stata scritta sotto gli auspici della Österreichische Nationalbibliothek ed è presentata in tre lingue, il tedesco, il francese e l’inglese.
Questa cospicua raccolta si configura come un vero e proprio viaggio nell’illustrazione botanica. Considerando che il volume più significativo in proposito è quello di Wilfrid Blunt (che su Amazon.com raggiunge l’inspiegabile prezzo di 130 dollari – e che io ho preso a 10) che è un volumetto piccolo con scarse illustrazioni di cui molte in bianco e nero, questo volume sembra una vera vendetta per chi ha sempre sognato uno di quei bellissimi erbari senza poterli avvicinare per via dei prezzi.

Alcune delle illustrazioni sono molto famose, come quelle del Codex Amiciae Julianae (con scritte in greco e in arabo) o quelle di Pierre Joseph Redoutè che sono diventare un simbolo della Restaurazione dopo le guerre napoleoniche; altre sono meno famose, ma egualmente sorprendenti.
E’ un dato di fatto che il computer non è riuscito ad invadere questo campo con i suoi vettori e i suoi filtri. L’illustrazione botanica rimane territorio di ciò che è squisitamente manuale, artigianale, di ciò che è mestiere sublimato dall’arte. Per fare una buona illustrazione botanica non è solo necessaria una grande competenza tecnica ( anzi, forse quella meno di altro), ma è indispensabile saper comporre la tavola, individuare gli elementi suscettibili di discriminazione tassonomica, e trascurare pure quelli irrilevanti. Un bravo illustratore botanica disegnerà spesso, oltre al fiore, i frutti, le radici, gli organi sessuali, i semi, le capsule portasemi. Tutto questo composto in pagina con gusto, levità ed eleganza.
Complessivamente, questo libro è un modo per programmarsi le sorprese: una pagina dopo l’altra gli occhi vi diventeranno grandi come piattini da caffè.

Sfogliandolo si rivive il gusto e il cambiamento delle tecniche di illustrazione scientifica. Dai disegni più semplici delle piante officinali degli antichi erbolari, alle raccolte di tutta la flora indigena in xilografia, come quella di Pier Andrea Mattioli, ai disegni a colori, a tempera o acquerello, tecnica che è da sempre legata all’illustrazione botanica.
Uno degli ultimi disegni, datato 1986, nel momento in cui le fotografie avevano soppiantato il lavoro dell’illustratore botanico, che rimaneva come lato “artistico” di una attività che prima era scientifica, sembra quasi destinata ad un racconto di fate, e risente molto dell’influenza di Brian Froud. Siamo negli anni ’80, all’illustrazione botanica era richiesta ancora la scientificità e la precisione della descrizione, ma la seriosità per molti era diventata opzionale. E naturalmente è giusto che sia così, perchè le arti seguono e stimolano l’evoluzione dei mezzi con cui si esprimono.
Un gran bel libro, se siete appassionati di illustrazione botanica non potete non comprarlo.
Cliccate qui per aprire la pagina del sito Taschen dedicata al volume