Brucia la Grecia e poi cos’altro ancora?

Brucia la Grecia, facendo tremare l’euro. La Spagna declassata. Crollano le borse. Miliardi di euro vaporizzati nel nulla. I grandi dell’Europa con facce preoccupate davanti ai flash dei fotografi.
Tra quanto toccherà a noi?
Oggi ho letto un articolo ma non ci ho capito niente. Niente.
Qualcuno mi spiega che sta accadendo?

Edit: mi spiego meglio. Come fanno a guadagnarci se giocano al ribasso? Insomma sembra che questa crisi sia stata orchestrata a tavolino dalla Goldman Sachs per evitare il fallimento. Ma come conta di guadagnarci? Pensa di ricomprare i titoli una volta crollati e poi farsi pagare l’intero dalla Spagna? E per qualche miliardo di dollari inginocchierebbero Grecia, Spagna, Portogallo e sicuramente anche l’Italia?
Insomma, ho capito bene?

Sogno di un giorno di fine aprile

A volte mi viene da sognare.
Sogno che Siderno sia una bella cittadina pulita, ordinata, con poco traffico, con tante casette col giardino davanti e negozi con insegne pubblicitarie in legno verniciato.
Di più di più mi viene da sognare soprattutto di più quando osservo il colore degli alberi in questo tumulto di verdi primaverili.
Il sogno che faccio in questo periodo riguarda la via Carrera, una vecchia e strettissima strada che anticamente era fuori dai confini del paese e serviva solo ai carri merci, mentre oggi è stata per metà ampliata e resa uno stradone a otto corsie che segna i confini del circuito viario di Siderno.
Quel che rimane della via Carrera è un viottolo che tra nuovi casermoni e vecchie mura è fiancheggiato da vecchie querce.

La vecchia parte della via Carrera

Sogno che in passato, un sindaco di buon cuore e dotato di intraprendenza naturalistica, un sindaco col panciotto amante delle passeggiate in campagna con cane e bastone, vista la bellezza della via Carrera, avrebbe acquisito per il comune le due fasce che le corrono ai lati, preservandole dalla speculazione edilizia.
Sogno che questo sindaco, grazie alle sue conoscenze botaniche, decidesse di piantare degli alberi a ridosso della stradella, in modo che le chiome si congiungessero in alto, formando una volta verde.
Sogno alberi profumati, come le robinie e le mimose, oltre che degli aranci piantati qua e là, non troppo fitti. Questo sindaco col panciotto avrà anche pensato di mischiare alle querce preesistenti, allora giovani, qualche albero da fiore, come dei Prunus avium, e magari, magari, forse…sarebbe stato troppo soverchio ed abbondante un Prunus x subhirtella ‘Pendula Rosea’?

Il 'bianco viale delle delizie'

La via Carrera sarebbe potuta essere simile al Bianco Viale delle Delizie di Anna dai Capelli Rossi, piantato da un eccentrico coltivatore ai fianchi dei suoi possedimenti. Non chiediamo al nostro buon sindaco un’altrettanto grande sforzo di fantasia, ma immaginiamo che il risultato sarebbe potuto essere simile.

Dorothy Perkins

Le vecchie case avrebbero avuto glicini e rose rampicanti morbide e flessuose, come la ‘Dorothy Perkins’, caprifogli rosa e Philadelphus profumati. Qualcuno -scocciato da tutto questo tripudio di romanticherie- avrebbe piantato invece passiflore a fiore grande, che nel tempo sarebbero diventate enormi e fioritissime.
I contadini, ai margini degli orti, avrebbero piantato siepi di pisello odoroso in tutte le varietà di colore allora disponibili, e il camminare per la via Carrera in primavera sarebbe stato come veleggiare in un sogno.

La via Carrera in una notte stellata

Naturalmente la bellezza porta sempre con sè la magia, e una volta piantati alberi che dessero rifugio agli animali e cibo agli uccelli, sarebbero arrivate anche le fate. Fate con piccole lanterne che danzano tra i prati nelle radure delle piantate, che trovano rifugio nei tronchi più grossi degli ulivi secolari, e che volteggiano tutta la notte confondendosi con le lucciole.

Cosa sarebbe bastato? Un sindaco intraprendente.

Antonia lotta contro l’avocado

Mia madre mi fa paura.
Ha passo felpato e urla potentissime.
Odia il gelso e l’avocado: sporcano.
Oddio, ora non immaginatevi la solita signora che litiga coi vicini se l’albero di confine fa foglie. Mia madre è molto passionale, ama la natura, è pittrice e poetessa, ha intuito, istinto, fuoco, arte, amore.

Però detesta l’avocado.

Questo periodo è una nemesi per lei: l’avocado fa la cascola naturale dei fiorellini, verdi e poco significativi se presi singolarmente, ma che sull’albero, quand’è tutto fiorito, fanno un effetto “verde giovane” molto intenso.

Fiorellini dell'avocado

I fiori dell’avocado cascano in masse da soli e al primo soffio di vento. E’ una gran bella pioggia. Se avete la fortuna di avere un tetto in lamiera o in coibentato sotto cui stare, il rumore della pioggia di fiori di avocado caduti sul metallo è persino più bello di quello dell’acqua. E’ qualcosa di zen, di mistico. Se non esistessero i cellulari, si potrebbe stare ad ascoltare gli avocadi per ore.

Una volta caduti in terra, fanno un tappeto color verde mela di una delicatezza insospettabile, un tappeto su cui viene voglia di toglierti le scarpe per passeggiare a piedi scalzi.
E’ contro questo tappeto che mia madre ingaggia la sua lotta più che quotidiana. Dalle tre alle sette volte al giorno esce a ramazzare il giardino. Non riesco bene a capire se lo faccia perchè consideri sporcizia quel tappeto o se lo faccia per non essere additata come una cattiva padrona di casa. O entrambe le cose.
A volte esco io a pulire il cortile, anche se mi dispiace spostare quel tappeto.
Ecco cosa esce fuori dopo una buona ramazzata.

Dato che ne abbiamo tanto, io lo uso come pacciamatura e lo getto ai piedi di una Thunbergia lì accanto, che mi viene proprio vicina vicina, e che negli anni ha molto beneficiato di questo trattamento.

L’avocado, poi, ha un’altra qualità: quella di essere profumato. Non profuma tanto “di fiore”, quanto “di foglia”. Ha un profumo d’erba che si sente particolarmente forte nelle sere tiepide ed invitanti.
Un profumo che forse si dovrebbe meglio classificare come “odore”, ma cos’è un profumo se non un tipo particolare di odore?

Giardini e no, di Umberto Pasti

Giardini e no, Bompiani
E’ di recente uscita per i tipi Bompiani il volume Giardini e no di Umberto Pasti, che nel titolo vorrebbe riecheggiare il ben noto e drammatico Uomini e no di Elio Vittorini, presumibilmente per indicare ciò che secondo l’autore è un giardino e cosa non lo è.
In questi tempi frastagliati, in cui la bellezza non si riconosce più quando c’è, o la si vede quando non c’è, ci sarebbe stato davvero il bisogno di un libro (di tanti libri) che aprissero gli occhi a molti giardinieri. Purtroppo Umberto Pasti si limita ad un catalogo piuttosto banale di non-giardini e di giardini costruiti per dimostrare uno status symbol, per una forma di speculazione economica (il caso delle rotatorie) o anche solo per una profonda, inveterata, inammissibile e ingiustificabile ignoranza.
Il catalogo analizza varie tipologie di “soggetti giardinicoli”: dal miliardario milanese alla signora-bene in calore, dal collezionista psicopatico agli amanti del design a tutti costi.
Tutti soggetti che non comprerebbero mai un libro, e di certo non un libro del genere.
A chi si rivolge allora questo volume? Ovviamente al giardiniere appassionato, che su queste cose riflette ogni giorno della sua vita, con passione sincera, trovando spesso idee e soluzioni più profonde e originali di Pasti, che si libra sui problemi più centrali del giardino e del giardinaggio con una estrema superficialità, componendo pezzi “di colore” banali e senza nessun vero stimolo per una crescita culturale, progettuale, fattiva. Laddove poi lo stile si affloscia un po’, Pasti inserisce “qualche” ben congegnato riferimento sessuale che immaginiamo alzerà il tasso delle sue vendite.

In realtà il libro è più che altro un prodotto per la buona borghesia dei salotti milanesi, torinesi e romani, dove sciure e mandamin si sentiranno come vergini scoperte durante i loro primi giochetti erotici.

Come è sempre stata pratica usuale delle persone di cultura elevata disprezzare l’arte prodotta dalle élite, anche Pasti sottolinea la bellezza dei “giardini del benzinaio” (a quanto pare i giardini poveri stanno avendo una sorta di vendetta su quelli ricchi!), ciononostante per la correzione della nomenclatura botanica si avvale della collaborazione di Anna Peyron, una tra le vivaiste più chic d’Italia (collaborazione che peraltro non ha garantito l’assenza di qualche svarione nella tassonomico).

Tale tipo di letteratura, sulla cui qualità non ci pronunciamo, è certamente deteriore per la crescita della consapevolezza della pratica del giardinaggio e per l’arte della creazione dei giardini.
La sua inutilità è comprovata dal fatto che risulta difficile persino farne una disamina accurata, poichè c’è ben poco da esaminare.

Lodevoli invece le descrizioni dei giardini nordafricai minacciati dalla cementificazione selvaggia, così come l’impostazione grafica che è riuscita a rendere gradevoli anche le brutte illustrazioni di Pierre Le-Tan.

Non posso che concludere rimandando ad una discussione del Forum della CdG, dove qualcuno ha trovato le esatte parole per descrivere questo libro.

Più interessante invece l’intervista da Fazio a Che tempo che fa, che rimane comunque un programma che consacra al pubblico persone che non ne avrebbero bisogno, invece di essere portavoce di una cultura lontana dai processi digestivi del mercato culturale.
In questa intervista Pasti parla brevemente del regionalismo e della riscoperta dei valori estetici localistici, a volte vernacolari, che è senza dubbio una delle strade più interessanti e sulla quale si sono mossi molti grandi architetti, come Whright e Terunobu Fujimori.
Il problema è che molte zone d’Italia non hanno più un volto caratteristico, locale, ma hanno un’assoluta mancanza di elementi che le contraddistinguano.
Allora in questo caso come si fa? Ci si potrebbe inventare uno stile, come fece Haussmann? O si recupera il recuperabile e al resto il bacio dell’addio? o che altro?
Avremmo voluto sapere anche questo da Pasti, che sembra avere le idee tanto chiare.

Garden of Eden, a cura di H. Walter Lach

Gli erbari e le raccolte di florilegi non sono rari, ma costano veramente tanto. Taschen pubblica una raccolta di 100 capolavori dell’illustrazione botanica ad un prezzo accessibilissimo, appena 20 euro per seicento pagine di tavole disegnate dai più grandi plant-hunters e botanici dall’epoca bizantina agli anni più recenti, fino a contemplare alcune fotografie.
L’opera è stata scritta sotto gli auspici della Österreichische Nationalbibliothek ed è presentata in tre lingue, il tedesco, il francese e l’inglese.
Questa cospicua raccolta si configura come un vero e proprio viaggio nell’illustrazione botanica. Considerando che il volume più significativo in proposito è quello di Wilfrid Blunt (che su Amazon.com raggiunge l’inspiegabile prezzo di 130 dollari – e che io ho preso a 10) che è un volumetto piccolo con scarse illustrazioni di cui molte in bianco e nero, questo volume sembra una vera vendetta per chi ha sempre sognato uno di quei bellissimi erbari senza poterli avvicinare per via dei prezzi.

Alcune delle illustrazioni sono molto famose, come quelle del Codex Amiciae Julianae (con scritte in greco e in arabo) o quelle di Pierre Joseph Redoutè che sono diventare un simbolo della Restaurazione dopo le guerre napoleoniche; altre sono meno famose, ma egualmente sorprendenti.
E’ un dato di fatto che il computer non è riuscito ad invadere questo campo con i suoi vettori e i suoi filtri. L’illustrazione botanica rimane territorio di ciò che è squisitamente manuale, artigianale, di ciò che è mestiere sublimato dall’arte. Per fare una buona illustrazione botanica non è solo necessaria una grande competenza tecnica ( anzi, forse quella meno di altro), ma è indispensabile saper comporre la tavola, individuare gli elementi suscettibili di discriminazione tassonomica, e trascurare pure quelli irrilevanti. Un bravo illustratore botanica disegnerà spesso, oltre al fiore, i frutti, le radici, gli organi sessuali, i semi, le capsule portasemi. Tutto questo composto in pagina con gusto, levità ed eleganza.
Complessivamente, questo libro è un modo per programmarsi le sorprese: una pagina dopo l’altra gli occhi vi diventeranno grandi come piattini da caffè.

Sfogliandolo si rivive il gusto e il cambiamento delle tecniche di illustrazione scientifica. Dai disegni più semplici delle piante officinali degli antichi erbolari, alle raccolte di tutta la flora indigena in xilografia, come quella di Pier Andrea Mattioli, ai disegni a colori, a tempera o acquerello, tecnica che è da sempre legata all’illustrazione botanica.
Uno degli ultimi disegni, datato 1986, nel momento in cui le fotografie avevano soppiantato il lavoro dell’illustratore botanico, che rimaneva come lato “artistico” di una attività che prima era scientifica, sembra quasi destinata ad un racconto di fate, e risente molto dell’influenza di Brian Froud. Siamo negli anni ’80, all’illustrazione botanica era richiesta ancora la scientificità e la precisione della descrizione, ma la seriosità per molti era diventata opzionale. E naturalmente è giusto che sia così, perchè le arti seguono e stimolano l’evoluzione dei mezzi con cui si esprimono.
Un gran bel libro, se siete appassionati di illustrazione botanica non potete non comprarlo.
Cliccate qui per aprire la pagina del sito Taschen dedicata al volume

Nel reticolo: Maclura pomifera

Maclura pomifera, illustrazione di C. K. Schneid

In Prateria, William Least Heat-Moon scrive circa undici pagine sulla Maclura pomifera, che qui da noi è considerata al più una curiosità botanica. Nelle sue peregrinazioni, Least Heat-Moon desiderava procurarsi un bastone fatto di legno di Maclura, e da tempo cercava un ramo che si prestasse a quell’uso: “lungo un metro e spesso un pollice” (strana commistione di diverse unità di misura).
Cercando un ramo di quella lunghezza e di quello spessore, Least Heat-Moon finisce per esplorare i confini della contea, “finendo, per così dire, nella mente di Thomas Jefferson” e trovando anche un orologio che sfruttava la corrente galvanica data dall’acido della Maclura.

In Kansas la pianta di Maclura viene detta anche “siepe”, un po’ come da noi i fichi d’india sono detti “sipale”. Ma il nome più comune è “arancio Osage” dal nome della tribù che lì viveva prima che i caucasici la sterminassero.
Il frutto della Maclura è commestibile, ma non è buono, tanto che anche gli indiani Osage lo snobbavano. Dire di una persona che vale meno di una “palla di siepe” è dire che è totalmente inutile.
La Maclura è arrivata nella Chase County poco dopo la Guerra Civile, con i primi pionieri fermamente intenzionati ad evitare che i loro campi agricoli fossero brucati dal bestiame (ancora il conflitto pastori-contadini). Per recintare ottanta acri di campo occorreva un gallone di semi di Maclura.

“I primi pionieri non avevano né il tempo né i soldi per costruire muretti con le pur numerose pietre dei campi (pochi posti oltre alla Chase County hanno pietre così ben squadrate che sembrano fatte apposta per costruire muretti), né potevano contare sul legname perché gli alberi del fondovalle erano sufficienti solo per la legna da ardere e per costruire le case e i granai: recintare quaranta acri di frumento con uno steccato era impensabile. Il filo di ferro, a quei tempi non spinato era un materiale così inaffidabile – cedevole in certi punti e fragile in altri- che il caldo, il freddo, o una mucca caparbia potevano romperlo facilmente. I pionieri, come dimostravano le numerose lettere ai giornali, erano convinte che la civiltà non seguisse il bestiame lasciato libero al pascolo, bensì l’aratro a versorio, e che dovesse essere per forza preceduta da un buon recinto. Prima o poi, per delimitare la terra, per appropriarsene, per strapparla agli Indiani, per reclamarne il diritto di proprietà e per renderla produttiva, la recinzione era non meno necessaria dell’aratro. Ben prima che lo dicesse Robert Frost, i pionieri credevano che soltanto i selvaggi si opponessero alle recinzioni – dimora del diavolo secondo i cristiani-. E credevano pure che i recinti non favorissero solo un buon vicinato ma anche il progresso della comunità. E sapevano che i recinti separavano animali e colture ma univano la gente in un vincolo utilitario. Una terra ricca ma impossibile da recintare per mancanza di materiali, era sempre l’ultima ed essere rivendicata, e i contadini impararono presto che il rapporto tra recinti e profitti era diretto: si raccoglieva solo ciò che si poteva proteggere, e un aratro senza recinto era come un martello senza chiodi o un fucile senza pallottole.

I contadini dell’Illinois centrale, che furono i primi a praticare l’agricoltura in un territorio vasto e fertile ma quasi privo di alberi e pietre, dopo aver tentato invano di recintare la terra con muretti di zolle d’erba o con fossi ad alzaia, tornarono all’idea delle siepi dei loro avi inglesi: ma per usare le siepi avevano bisogno di una pianta che, oltre ad avere la capacità di resistere al clima capriccioso della prateria, fosse tanto compatta da essere a prova di maiale, tanto alta da essere a prova di cavallo, e tanto robusta da essere a prova di toro. Essi tentarono col salice, col noce nero, col pioppo, con la robinia, col gelso, col ligustro, con l’uva spina, col rovo, col melo selvatico, con la thuja e con parecchi tipi di rose, ma sempre con scarso successo. Nel 1839 il professor Jonathan Turner di Jacksonville, Illinois – un predicatore dall’animo mistico e scientifico al contempo – affermò che il Creatore non poteva avere commesso l’evidente errore di creare le praterie senza un materiale per cintarle e cominciò a fare esperimenti con una pianta originaria della regione compresa tra i tratti intermedi dell’Arkansas River e del Red River. Nel 1847 Turner cominciò a propagare e vendere quella pianta, fino ad allora nota come il miglior legno da archi del Nord America – e forse di tutto l’emisfero boreale-, un albero che i cacciatori francesi di pellicce chiamavano bois d’arc e che tuttora alcuni abitanti delle Ozark Hills chiamano bodark o, rovesciando i due termini bowdark o bow wood (legno per archi); ma oggi i nomi legati alle recinzioni hanno generalmente sostituito quelli antichi derivati dagli archi indiani. Per una sorta di strana combinazione quell’albero, mentre forniva archi e bastoni che aiutavano gli Indiani a difendere il territorio, consentiva anche ai pionieri bianchi di recintare la terra. Il professor Turner propose di chiamare la Maclura siepe della prateria e disse: – È la nostra pianta, Dio l’ha fatta per noi e noi la chiameremo col nome dell’ «oceano verde» che è la nostra casa.

Meriwether Lewis la descrisse per la prima volta con il nome di «melo Osage» in una lettera del 1804 indirizzata aThomas Jefferson, cui allegò alcune talee prese da un albero del vivaio di St Louiscurato da Pierre Chouteau, un famosissimo bianco dedito al commercio con gli Indiani che cinque anni prima aveva piantato i semi della Maclura comprati da un indiano Osage venuto da una zona distante trecento miglia. Oggi abbiamo fondati motivi per credere che molti degli aranci Osage diffusi nel nord-est degli Stati Uniti discendano dal vivaio di Chouteau, a quel tempo meta di molti viaggiatori: John Bradbury e Thomas Nuttal, ad esempio, lo descrissero nei loro diari. In un messaggio rivolto al Congresso due anni dopo la lettera di Lewis, Jefferson accennò alla possibilità di usare quella siepe per cintare la terra. Poiché la suddivisione del territorio in contee – il grande reticolo americano, espressione tipica del razionalismo settecentesco – era un parto della sua mente, Jefferson aveva compreso quale importanza poteva avere l’arancio Osage nel rafforzare il dominio agricolo e poilitico dei bianchi, e nell’estenderlo alle regioni dell’America situate a ponente degli Appalachi.

Dopo aver letto i rapporti della spedizione di Lewis e Clark, Jefferson si rese conto che nelle pianure il suo sistema territoriale aveva bisogno di una pianta come la Maclura, cioè di una pianta che fosse l’incarnazione vivente della suddivisione territoriale della nuova civiltà americana: un elemento essenziale come la costituzione per il governo, o come una pattuglia di polizia per un quartiere, una cosa che definisce, delimita e impone il rispetto della legge.

Thomas Nuttal, il cosiddetto padre della botanica americana, descrisse la pianta nel 1811 e la chiamò con il nome del suo ricco amico William Maclure, un geologo filantropo che visse per un certo tempo a New Harmony, Indiana, culla della scienza nel West e sede della Geological Survey, l’ente governativo deputato al frazionamento territoriale. Gli anelli della catena che lega la Maclura a William Maclure e alle contee di Thomas Jefferson mi sembrano largamente casuali, ma le strette interconnessioni tra gli archi Osage e la suddivisione territoriale derivano dalla natura stessa dell’albero.

La Maclura pomifera è un monotipo, vale a dire che in tutto il mondo è l’unico membro del proprio genere; però nell’era preglaciale molte specie le erano affini. Come abbiamo già visto nel caso della radice del pane, anche qui i nomi comparativi in lingua volgare sono forvianti perché la Maclura non è un arancione un melo (talvolta chiamato melo dei cavalli), ma è un piuttosto lontano parente dell’albero del pane e del gelso. (Nel XIX secolo durante i tentativi di impiantare l’allevamento del baco da seta nel Kansas orientale, i contadini diedero ai bruchi la foglie della Maclura ma ottennero una seta di qualità scadente). Mentre le foglie somigliano a quelle dell’arancio, il frutto, così affascinante per chi lo vede la prima volta o per un bimbo che voglia giocare con una palla, è grande come un pompelmo e quando è maturo ha un colore intermedio tra il limone e la limetta. Ma il legno interno del tronco ha uno stupendo color ocra screziato dal quale deriva un altro nome della pianta, legno giallo. Pare che le palle da siepe scaccino gli insetti (a tal fine si mettono in cantina e in cucina), ma le quaglie, gli scoiattoli e i topi di bosco ne mangiano il nocciolo dopo averne bucato la spessa polpa intrisa di una linfa lattea e resinosa. Durante la grande spedizione del 1819-20 nei territori del West guidata da Stephen Long, il botanico Edwin James scrisse della linfa: «Eravamo tentati di mettercela sulla pelle dove formava una vernice sottile e flessibile che ci dava, pensavamo, una certa protezione contro le zecche». Nel 1828 Timothy Flint, probabilmente per spiegare l’effetto repellente della linfa, disse del frutto: «All’aspetto è molto attraente, ma al gusto è la mela di Sodoma». Insomma, dire che una palla di siepe è inutile significa ignorare che serve a segnare il tempo, a sfamare gli animali selvatici, a scacciare gli scarafaggi e a proteggere dalla febbre causata dalle zecche, per non parlare del seme che produce un albero insuperabile per costruire gli archi e per realizzare la suddivisione territoriale ideata da Jefferson. Ma in quanto a palla da gioco, anch’io sono d’accordo che la mela da siepe non vale una cicca come il vecchio Jack Tal dei Tali.

Il legno della Maclura che gli uomini hanno ammirato per migliaia di anni, e fra i più pesanti d’America: un metro cubo allo stato naturale pesa più della metà di un metro cubo di calcare, ed è quasi altrettanto duro perché smussa rapidamente le punte da tornio e le lame da sega; inoltre, pur essendo prodigiosamente flessibile, è due volte e mezzo più resistente del legno di quercia: un arco di arancio Osage, fatto con una pianticella ben stagionata e flesso con un tendine di bufalo, può scagliare una freccia di corniolo con tanta forza da farla penetrare in un bisonte fino alle penne, e tutt’oggi alcuni arcieri considerano il suo legno superiore al celeberrimo tasso usato per gli archi inglesi. Nel 1811 John Bradbury, incoraggiato da Jefferson, fece un viaggio di esplorazione lungo il Missouri River e disse che il prezzo di un arco di Maclura era elevatissimo poiché ammontava ad un arco e ad una coperta.

I bianchi erano disinteressati agli archi, ma coi tronchi sufficientemente dritti degli aranci Osage facevano gli assali dei carri, i mozzi delle ruote, le pulegge, i manici degli attrezzi, i pali del telegrafo, gli isolatori, i manganelli e le traversine ferroviarie: un esperimento della Pennsylvania Railroad dimostrò che le traversine di quercia, castagno e catalpa marcivano in due anni, mentre quelle di Maclura dopo venticinque anni erano ancora sane e sembravano praticamente nuove. La Maclura servi anche a costruire la chiglia e le centine di almeno un battello a vapore e il primo vagone-mensa del mondo. Il legno dell’arancio Osage, pur così duro, resistente agli insetti e imputrescibile da servire in certi casi a pavimentare le strade in blocchetti gialli, è tanto morbido ed elastico che i rabdomanti ne usano i rami a forcella per cercare l’acqua. Grazie al suo potenziale calorico, i contadini hanno insegnato ai pionieri a usare il legno e le sue radici poco profonde, arancioni come una carota lavata, per preparare certe tinture con cui ancora all’inizio del secolo si coloravano le divise grigioverdi dell’esercito.

Ma per un certo periodo l’arancio Osage è stato molto utile agli agricoltori americani insediatisi fra il Wabash River e il 100° meridiano grazie ad un’altra caratteristica, e precisamente grazie alle spine. Non tozze e uncinate come quelle delle rose né lunghe e micidiali come quelle della robinia – che dopo la puntura fanno male per ore-, le spine dell’arancio Osage, pur modeste, sono abbastanza lunghe e robuste da respingere sia gli uomini che gli animali senza danneggiarli (a parte i topi catturati e infilzati sulle spine dall’averla maggiore Una volta mi sono imbattuto in una piccola Maclura ornata di minuscoli teschi di roditori: sembrava il territorio segnato da una tribù di omuncoli cannibali). Se le spine dell’arancio Osage sono strumenti perfetti, è quasi perfetta anche la sua capacità di adattarsi al clima e al terreno della prateria, di crescere da semi o pianticelle economicissime e di resistere agli insetti. La pianta, una volta che abbia messo radice, reagisce alla potatura infoltendo i contorti rami laterali e crescendo in altezza di oltre un metro l’anno. I tronchi più grossi servono a fare pali o legna da ardere. I contadini dicono che i pali di cedro, di catalpa, di robinia, e di albero del caffè, usati per i recinti di filo spinato, durano una vita, ma che i pali di Maclura possono durare due vite. E dicono pure che un tempo i cowboy, certi della longevità di quel legno, nascondevano ogni anno una bottiglia di whiskey – indispensabile nelle lunghe notti della prateria – dentro il buco di un palo malfermo di arancio Osage.
Poiché la Chase County si trova a nord della zona originaria della Maclura, in tempi preistorici queste colline ne erano prive, ma oggi, soprattutto sulle alture sudoccidentali, la prateria è disseminata da lunghe e scure file di siepi. Ogni tanto questi alberi costeggiano le strade ombreggiandole – uno stupendo regalo per chi ci cammina in luglio-, in altri casi formano un segno netto nel verde, simile alla firma minuta di un contadino defunto che , apposta in calce ai suoi campi, ne rivela ancora i confini. L’arancio Osage, importato nella contea dopo il 1870, decretò la fine dei muretti di pietra e delle annose dispute fra contadini e allevatori di bestiame sfociate negli incentivi alla recinzione e nelle leggi sul bestiame: gli incentivi consistevano in sovvenzioni di 128 dollari per ogni miglio di recinto a siepe, e le leggi consistevano nelle disposizioni che imponevano agli allevatori l’obbligo di contenere il bestiame. Occorsero però molto tempo e molte azioni legali prima che gli abitanti del Kansas si decidessero a seguire l’esempio dell’Inghilterra dove non erano i contadini a dover proteggere le colture bensì gli allevatori a dover cintare gli animali. Tuttavia la Chase County non adottò mai una legge sul bestiame, e di conseguenza i contadini furono quasi sempre costretti a proteggere i campi; ma con l’andar del tempo alcuni allevatori progressisti compresero che un robusto recinto proteggeva il bestiame sia dagli incroci indesiderati con tori randagi di altra razza, sia dagli animali portatori della febbre del Texas causata dalle zecche.

Le file di siepi tuttora esistenti non sono soltanto il risultato dell’antica battaglia fra coltivatori e allevatori di bestiame. I diari scritti dai primi uomini che avevano esplorato la prateria e le grandi pianure indussero i pionieri a pensare che quelle terre fossero prive di alberi proprio perché non avevano alberi: infatti i bianchi, consapevoli della notevole umidità prodotta da un boschetto per traspirazione, immaginarono che un aumento di alberi avrebbe favorito le precipitazioni aumentando l’umidità (senza pensare minimamente all’assorbimento e alla dispersione del vapor acqueo dovuta ai venti quasi costanti). Di conseguenza la gente si convinse che le siepi di aranci Osage avrebbero portato la pioggia. Dei quattro fattori essenziali alla crescita del seme – sole, terra, acqua, protezione – due erano garantiti dalla terra e gli altri due potevano essere garantiti dalle siepi di Maclura, che peraltro servivano anche da barriera antivento. Queste idee si rafforzarono perché, dopo l’insediamento dei primi pionieri nel Kansas orientale, la media delle precipitazioni aumentò con una certa frequenza. Il primo storico della Chase County, H. L. Hunt, elogiando l’agricoltura bianca che aveva reso fertili quelle inutili vastità desolate scrisse: «Dal tempo dei primi insediamenti la nostra contea ha subito un deciso cambiamento climatico provato dalle dichiarazioni unanimi dei vecchi pionieri: costoro infatti dicono che , appena arrivati qui, non potevano coltivare le patate senza coprire la terra con qualche materiale protettivo che mantenesse l’umidità , e che il mais cresceva con mote difficoltà». Quei coloni, nuovi della regione, avevano pensato che la grande siccità del 1860 fosse una cosa normale anziché una breve pausa del più vasto ciclo pluviale.
Le siepi della Chase hanno ormai più di un secolo, ma non servono più a recintare i campi: queste strisce alberate, non potate da anni e quindi alte dodici metri e piene di buchi (spesso dovuti agli alberi tagliati per fare i pali del filo spinato), non recingono più nulla, ma sono preziose come barriere antivento e come rifugio degli animali selvatici. Oggi gli agricoltori le maledicono perché, cresciute a dismisura anche per la ragione che più nessuno ne taglia le radici, fanno ombra alle colture e assorbono l’acqua fino a otto metri all’interno del campo inaridendo due acri di terra per miglio di siepe, mentre i cowboy si lamentano che nei pomeriggi d’estate il bestiame smette di pascolare e si ripara all’ombra delle siepi dove l’erba è scarsa. Una volta Slim Pinkston mi ha detto: – Per allontanare un bue accaldato dall’ombra delle siepi, dove non mangia né ingrassa, bisogna fare i salti mortali.

Nei primi tempi la siepe richiede molte cure. Per ottenere un recinto efficiente ci vuole molta fatica, e occorrono cinque anni prima che una siepe sia cresciuta abbastanza per trattenere il bestiame. La fila di pianticelle alte trenta centimetri che ho piantato anni fa in Missouri, malgrado le mie assidue cure, non è ancora in grado di fermare un infante. Le piante giovani patiscono la siccità, il fuoco, il bestiame e i roditori come il vitello. E’ una siepe che debba fungere da barriera va compattata continuamente e potata una volta all’anno anche quando è già grande.

All’inizio nella prateria le siepi di arancio Osage si moltiplicarono rapidamente, ma l’epoca del loro utilizzo come strumento agricolo finì più in fretta di quella dei battelli a ruota: come la locomotiva soppiantò i battelli fluviali, così il filo spinato decretò la fine delle siepi che, seppur piacevoli e cariche di storia, divennero anacronistiche. Probabilmente il filo spinato non venne inventato per caso nell’Illinois, non lontano dal posto in cui il professor Turner aveva dimostrato che l’arancio Osage era un’ottima siepe da prateria; e sembra inoltre che Joseph Glidden, autore dell’invenzione brevettata nel 1874 da cui discende l’attuale filo spinato, avesse preso l’idea da un ramo spinoso di Maclura (la natura crea e l’uomo elabora: dalla zucca è nata la borraccia).

Anche dopo la diffusione degli efficienti ed economici recinti di filo spinato, gli abitanti della contea (spinti, presumo, da un bisogno da un bisogno profondo che il filo spinato – la corona del diavolo – non avrebbe mai potuto soddisfare) continuarono a piantare gli aranci Osage: infatti la siepe alberata dava un irrinunciabile senso di protezione ai coloni che erano ancora molto legati alle foreste e che, anche nelle successive generazioni, avrebbero trovate minacciose, oppressive e tutt’altro che rassicuranti quelle vaste distese d’erba. I romanzi di Willa Carter, ambientati nella prateria, sono intrisi di un’onnipresente atmosfera oppressiva. Una fattoria col viale d’ingresso nettamente delimitato da siepi poteva ricordare una confortevole e sicura cascina inglese, e la famiglia di pionieri, guardando la distante fila di alberi che segnava la proprietà, aveva sott’occhio tutta la terra cui aveva dedicato la vita e vedeva ben protetto il suo capitale effettivo, il suo investimento, la sua difesa contro l’infido mondo esterno. L’arancio Osage, non meno di un documento legale, evidenziava la proprietà e segnalava al mondo la posizione raggiunta dalla famiglia e il suo contributo alla civiltà. I confini della proprietà erano invisibili, mentre una fila frangivento di aranci Osage, immobili come guardiani, costituiva una barriera tangibile.

Inoltre i recinti disciplinarono il territorio. Prima delle recinzioni, ciascuna famiglia di pionieri, per andare al villaggio, in chiesa o dai vicini, seguiva il sentiero più comodo, e quindi la prateria era intersecata da un groviglio di strade. Ogni famiglia aveva bisogno di attraversare il torrente o la collina in un certo punto, e quindi tutti sconfinavano nella proprietà altrui. Un sistema funzionale di ponti e di strade e il rispetto della proprietà richiedevano un’organizzazione ben più complessa di quella esistente ai tempi in cui bastavano pochi sentieri collinari e poche strade sul fondovalle: ci voleva il sistema ideato da Jefferson. Le siepi, come i marciapiedi urbani, disciplinarono la prateria, delimitarono man mano le strade, incanalarono il traffico e tracciarono uno schema viario così determinante che la gente cominciò a costruire le case rispettando il nuovo e tangibile reticolo e a disporre i mobili –credenze e letti – contro pareti rigorosamente orientate secondo i quattro punti cardinali, col risultato che ancora oggi la Chase County dorme in direzione nord-sud o est-ovest. E siccome le stanze rettangolari sono in quadro col mondo esterno, i dormienti sono ben allineati come una colonna di cifre su un registro contabile: così il loro sonno è perfettamente compartimentato secondo il grandioso reticolo territoriale di Tom.

I cittadini possono dormire tranquilli sapendo che all’esterno dei muri corrono linee divisorie capaci di difenderli da una natura così rigogliosa e invadente da costituire una minaccia costante di prevaricazione e disordine. Per questo motivo, secondo me, la gente conserva le visibilissime siepi di aranci Osage e taglia, diserba, brucia e sradica a forza di ruspe le Maclura debordanti che invadono disordinatamente i pascoli in cui le erbe originarie e anonime predominano da sempre. Ed è anche parzialmente per questo che gli abitanti della contea, magari senza averne coscienza. Fanno la fila sulla Broadway di Cottonwood Falls sotto un temporale estivo per mangiare un pezzo di bisonte alla brace cotto sui vecchi pali di arancio Osage.

E forse questo spiega pure come mai, in un martedì d’autunno, un viaggiatore del Missouri possa mettersi a cercare per ore un arancio Osage adatto a fare un bastone da passeggio; come mai, dopo averlo finalmente trovato, si scortichi tutte le braccia per prendere e come mai infine lo spunti, gli tolga le spine, lo lisci e lo unga fino a renderlo lustro. E questo spiega anche perché, con quel bastone in mano, costui si aggiri nella contea con una sensazione un po’ diversa da prima: infatti l’arnese cui s’appoggia non è soltanto un bastone ma una sineddoche del posto.”

Apprezzatemi, ho trascritto tutto questo testo a mano perchè con l’OCR veniva male.

Glicine, cipresso, palma

Glicine, cipresso, palma, cipresso, glicine

Il glicine. Il glicine ha forse il monopolio di queste settimane. Profumo, colore, vigoria, tutto contribuisce a farne il re della metà di aprile.
Il più delle volte è un rampicante contenuto lungo la ringhiera di una villetta (immaginamoci le potature annuali per limitarne la crescita, i fastidi dei vicini, i borbottii dei passanti). E’ sinonimo di eleganza, raffinatezza, capacità colturali, di lustro sociale. E’ insomma utilizzata dalla società borghese per definire il suo status.
A volte è utilizzato come una graziosa mantovana per ornare balconi e tettoie.
mantovana

Oppure per fare da ghirlanda fiorita al parapetto dei balconi-bene.
Ghirlanda

Mi viene in mente Hermann Hesse e la descrizione dell’Araucaria, che considerava pianta borghese per eccellenza. Il cedro, l’Araucaria, il glicine, la Washingtonia, la Phoenix, la Cycas e il loro seguito di palmizi assortiti, sono tutte piante che nel contesto delle periferie urbane delle province italiane, hanno finito per adornare le case di quel tipo di borghese che descriveva Dostoevskij in L’Idiota, quando parlava del generale Ivolguin, o George Eliot in Middlemarch.

Glicine del benzinaio

Questo è un glicine non potato e lasciato libero di correre sugli alberi, che è quello che il glicine dovrebbe fare. Qui sono cipressi, i cipressi del benzinaio, che con il loro fogliame scuro rendono in qualche modo lugubre il colore del glicine.
Foto di gruppo con palma
La palma c’è, ma in questo caso smorza la tetraggine del fogliame del cipresso. Sembra stare lì per pura combinazione, senza nessun atto di premeditata orticoltura.
Libero finalmente
Il glicine corre finalmente libero di esprimere tutta la sua vocazione. Dato che abbiamo tanti cipressi nei cimiteri, perchè non piantarci al piede qualche glicine? O semplicemente, perchè non lo piantiamo lì dove può essere piantato, senza costringerlo con potature in spazi angusti, come se fosse un rampicante da niente, piccolo come una clematis, docile come un pisello odoroso?
Ci ostiniamo a volerlo avere a tutti i costi, perché è bello, perchè è terribilmente romantico, perchè anche gli altri ce l’hanno, per non essere da meno.
Dovremmo pensarci due volte prima di piantare un glicine in giardino, capire dove andrà a finire e se saremo costretti a tagliarlo alla base il giorno che l’ENEL ci dirà che dà fastidio durante le operazioni di manutenzione ai cavi della corrente. Vogliamo avere una trina color malva sul cancello d’entrata? Bene, dovremo stare attenti che non se lo divori.
E vissero per sempre felici e contenti

Una cortina di alberi o un’alta siepe, non necessariamente privata, ma perchè no, anche comunale, sono un supporto ideale per un glicine, che potrà cessare di essere quel barboncino tosato e con la coda a pouf, e tornare ad essere l’animale selvaggio che è.
Cazzo, lasciate battere il cuore del glicine.

Nube tossica e file interminabili

Ancora con le file interminabili agli aeroporti, con questa nube di polveri, col vulcano che ha paralizzato l’Europa e ha persino fatto slittare la Formula Uno.
I tg non fanno altro che farci vedere scene di persone in fila, o mezze addormentate sui sedili delle sale d’attesa degli aeroporti, ad intervistare gente che cerca disperatamente un treno per tornarsene a Zurigo. A ogni ritardo, ad ogni volo cancellato i giornalisti fanno salti di gioia: così hanno tanto da parlare nelle edizioni di mezzogiorno, mettendo in secondo piano la crisi governativa.
Sembra che ne facciano una missione personale, una maratona di quanti più giorni è possibile, non si stancano mai, poco importa se ormai da tre giorni non fanno che ripetere le stesse frasi.
Ci propinano scene come questa:
e qualche simpaticone ha pure promosso l’iniziativa di ribattezzare il color grigio “Fumo di Londra”, “Fumo d’Islanda”.
Ma venissero qui, a vedere le file che si fanno ogni giorno alla posta: altro che addormentarsi! Una volta io mi sono letta tutto Il Signore degli Anelli mentre aspettavo di prendere la pensione! Venite qui, giornalisti, oppure fate un giro alle poste della periferia, tipo quella di via dell’Acqua Bullicante a Roma, altro che materassi!

...numero 108! chi è il 108?

Tre cose comuni-non comuni

In questo periodo c’è molto in giro da vedere e da annusare. C’è un mondo di fiori in esplosione, ma le cose che mi colpiscono dritte dritte al cuore sono tre: il verde scintillante delle nuove foglie di tiglio, il piccolo profumo del nasturzio e quello del legno di cipresso bruciato.

Il tiglio viene regolarmente capitozzato, ma i capitozzatori si spingono raramente nelle periferie del paesone che è Siderno, per cui alcuni esemplari stanno gettando adesso, mentre altri hanno già una chioma ben formata. Quel verde è uno stato di grazia: è un verde verde, allegro, giovane, come poteva essere il verde creato da Yavanna Kementàri alle origini di Arda.

Tropaeolum 'Milkmaid'
Il profumo del nasturzio non è noto quanto dovrebbe. Sa di miele con quel tanto di pepato che non lo rende svenevole e intossicante. E’ bello in giardino, dove però si perde un po’, ma è soprattutto bello in casa, vicino al telefono. Così, mentre si deve chiacchierare di cose inutili con i parenti, si annusa un po’ di nasturzio, e ci si sente trasportare via in un mondo di api, coccinelle, forfecchie e altri insetti.

Il terzo, il legno di cipresso bruciato. Nessuno brucia più i detriti, li gettano vicino alla spazzatura oppure i più civili chiamano il potatore e il camioncino, pagando lo smaltimento in discarica.
Altri li bruciano in giardino. Ho raramente qualcosa in contrario: è una pratica contadina rispettabile che garantisce l’eliminazione dei rifiuti quando non è possibile fare altrimenti. Se non viene bruciata gomma, e se non c’è vento e il fumo non si disperde nelle vicinanze, spesso si sentono buoni profumi di legna bruciata.
I nostri vicini bruciano le potature dei cipressi e nell’aria si spande un meraviglioso profumo d’incenso. Ci si sente rinascere e si aprono i polmoni. Allora non ti stupisci più di come questi aromi venissero usati come disinfettanti durante le pestilenze.