Il prossimo libro di filosofia (del giardino, del sushi, del calcio), in cui leggo le parole “a priori”, gli do fuoco.
Basta, basta, avete rotto le scatole con questo “a priori”. Ma a priori cosa, cosa?
A priori semmai non ti rivolgere a me con quel tono, sai, perche, a priori non ti rispondo neanche.
A priori non mi offrite caramelle di liquirizia, perche a posteriori mi viene da vomitare.
“A priori”. Ma vi rendete conto di quanto ormai è superato questo concetto? Ce lo siamo inventato circa trecento anni fa, io adesso a priori me lo sono un po’ scocciato.
E uno come Simmel, dico, Simmel, che non mica il primo venuto, che riesuma dalla tomba la mummia estetica di Kant per continuare a tenere in vita lo zombie della metafisica.
Ecco il primo libro del 2013: Margery Fish, Fare un giardino, ed. Pendragon , Bologna 2010.
All’inizio del Novecento Margery Townsend incontrò Walter Fish tra gli uffici del Daily Mail, dove entrambi lavoravano. Dopo sette anni Margery ricevette un invito a cena e i due si sposarono, andando a vivere in campagna.
E’ così che nacque il giardino di East Lambrook Manor, considerato ad oggi uno dei più belli d’Inghilterra e uno dei più splendidi esempi di cottage garden inglese.
Margery non sapeva una cippa lippa di giardinaggio quando arrivò a East Lambrook, se non quel tanto di cui ogni inglese è imprintizzato, così come noi italiani siamo imprintizzati dalla cucina o dal calcio.
Il libro ha un inizio molto godibile, costruito con quell’umorismo del narrato semplice e piano, sulle vicissitudini della coppia con le operazioni di consolidamento dell’edificio e degli annessi, con i muratori, i fabbri, i lattonieri, con le pietre -che sono una costante di tutto il libro- e che finiscono prima lì, poi là, poi di nuovo lì, poi ho perso il conto.
East Lambrook sarebbe stato certamente diverso senza tutte quelle pietre, che Margery usò in tutti i modi possibili e immaginabili.
Le piccole e delicate fioriture tra le pietre erano una sua debolezza. Divenne bravissima nell’ottenere pavimentazioni fiorite. Credits RHS
Nel raccontare le vicende di East Lambrook, Margery riesce a dare delle informazioni tecniche di buon livello, anche se niente di paragonabile a un libro di progettazione. Ma lo fa con garbo, non con insistenza, come l’ossessiva Celia Thaxter nella sua lotta alle limacce. Racconta i suoi errori, dei consigli ricevuti, dei litigi col marito per come si dovesse sistemare il giardino, seguiti sempre da un’ammissione di torto.
“Naturalmente aveva ragione Walter” e frasi analoghe scorrono in tutto il testo, e anche quando -già all’inizio- capiamo che Walter è morto, Margery continua a dargli ragione, non per un partito preso, ma perchè sa che è vero, e a raccontarci cosa avrebbe fatto lui al suo posto, o a rammentarci un ammonimento, un consiglio, a volte anche un ordine, ricevuti in passato.
Insomma, a dirla tutta questo Walter Fish doveva essere un gran scassaballe, ma lei lo amava. Non lo dice mai, nel pieno stile di fredda compostezza inglese, ma si percepisce fortemente in tutto il libro, e anche il titolo originale “We made a garden” lo conferma.
Quel “noi” è una presenza fissa nel libro, tanto che spesso il testo è scritto alla prima persona plurale (cosa molto rara nei romanzi e ancor meno nei saggi o saggi poetici)
Gesù, salva il mondo dalla brodura mista!
Anche se poi, una volta morto il marito, ha definito il giardino secondo la progettualità estetica che preferiva lei e non Walter. La sua idea era quella tipicamente inglese, cioè la creazione di un giardino che presentasse punti d’attrazione e fioriture lungo tutto l’arco dell’anno.
Effettivamente il risultato è notevole.
Nei punti più selvatici e meno domestici i giardini inglesi sono insuperabili. Margery aveva buon gusto e una capacità innata di visualizzare un particolare “finito”.
Bulbose a piene mani
Margery racconta anche di questa o quella pianta, si sofferma brevemente a dirne le caratteristiche più apprezzabili, e il motivo per cui lei le ha scelte. Non dice “usate questa pianta in questo modo!”, non è mai categorica, mai pragmatica nè poetica. E’ bilanciata, un’osservatrice attenta, paziente e una gran lavoratrice.
Anche se il risultato a me non convince in molti punti, non si può negare che il giardino di East Lambrook rappresenti una pietra miliare per i giardinieri cottageschi.
datemi un taglierbe, per favore
E se il libro è diviso in capitoli che portano tutti titoli tecnici (pavimentazioni, giardino roccioso, lastricato, ecc), Fare un giardino è la storia di come Margery e suo marito iniziarono a lavorare a East Lambrook, una storia apparentemente semplice dietro la quale il giardiniere sa o può immaginare la fatica e le attese necessarie. Ma nel libro non vengono mai raccontate, appena accennate qualche volta. “La pazienza del giardiniere” viene data (e dovrebbe esserlo) per scontata, così come il duro lavoro e lo sterminio delle limacce, senza che la cosa diventi un’ossessione compulsiva.
E se Fare un giardino ha meriti per quel che dice, ha meriti anche per quel che non dice, cioè il superfluo. E di questo ringraziamo.
E’ ufficiale: domani la compagnia dell’Anello entrerà a Moria dopo il fallimento al Cancello Cornorosso.
Dall’illustrazione del libro I viaggi di Frodo, di Barbara Strachey, si evince chiaramente che attrorno al 10, 11, e 12 di Gennaio, i nostri cercarono di atrraversare le Montagne nebbiose da sopra. Il 12, secondo Strachey, tornarono indietro per ridiscendere il fianco occidentale fino ad arrivare più vicino possibile al Cancello di Moria (la decisione fu di Gandalf, non di Frodo, come visto nel film).
Nonostante questo subirono un attacco dei lupi prima di raggiungere il sentiero più agevole lasciato del fiume Sirannon ormai prosciugato (cosa che sorprese molto la compagnia).
Il 13 si trovavano prorpio di fronte al Cancello costruito dai Nani, un portale dalla forma rozza e pesante, su cui erano incise dellerune elfiche visibili solo alla luce della luna, l’Ithildin.
In genere tutte le edizioni della Compagnia dell’anello riportano l’illustrazione che ne fece Tolkien all’epoca e lo stesso film la ripropone in maniera fedele.
Tolkien raccontò che fu molto difficile farla non tanto per la complessità delle scritte o delle linee, ma perchè la casa editrice gli chiese una copia in negativo per effettuare poi la conversione in positivo, per cui Tolkien dovette annerire tutte le parti che nell’illustrazione sono bianche, cioè la maggior parte del foglio, facendo la massima attenzione a non coprire le rune (non c’era il correttore, all’epoca).
Una delle più belle illustrazioni che ricordo di questo passaggio, oltre quelle fatte da Tolkien, è una di Alan Lee nel suo periodo d’oro, in cui la necessita di verosimiglianza degli anni Novanta non lasciava posto all’infantile disegno di Tolkien, e il cancello è raffigurato come una semplice parete piatta. I cancelli di Moria
particolare del gruppo
In questo dettaglio ci si rende perfettamente come Alan Lee, lavorando su carta d’acquerello (presumibilmente Arches o Canson) di dimensioni non enormi, riesca comunque a dare una dettagliata particolarità dei personaggi: Gandalf che indaga con la mano in cerca di indizi, Aragorn attento e di guardia, Legolas e Boromir intenti ad osservare Gandalf, e così Gimli, poco visibile e seminascosto tra Frodo e Sam,preoccupato per il pony Bill. Infine i due giovani hobbit Merry e Pipino, come sempre distratti e intenti a confabulare.
L’iscrizione sui portali è questa: Le Porte di Durin, Signore di Moria. Dite, amici, ed entrate. Io, Narvi, le feci. Celebrimor dell’Agrifogliere tracciò questi segni.
La soluzione dell’enigma iscritto sui portali è semplice: basta dire “amico” (mellon) per poter entrare. Un tempo in cui nani ed elfi non erano così sospettosi tra loro.
La frase intera pronunciata da Gandalf per aprire il portale è:
Annon edhellen, edro hi ammen!
Fennas nogothrim, lasto beth lammen!
Questo è il commento di Strachey alla cronologia degli episodi.
Da sinistra a destra Orcrist, Sting, Glamdring Dopo l’uscita al cinema dell’Hobbit, speravo di avere materiale per una recensione da postare sul blog. Ma non sono riuscita a trovare che pochi appigli per dire qualcosa di già detto e ho lasciato perdere.
Così ne ho cercate in rete, sperando che qualche blog, magari semisconosciuto, in coda alle classifiche, dicesse qualcosa di intelligente.
Forse non ho cercato abbastanza, ma l’essere un’anima tolkieniana mi fa sentire il dovere di dire qualcosa io: soprattutto di mandare a cagare i blog che hanno scritto interi poemi sugli aspetti tecnici della riprese in trepernoveventisette, quelli che hanno scritto che Lo Hobbit è “una fiaba” o “una favola per bambini” ( augurandogli crampi e violenta dissenteria) e gli altri che hanno incensato il film dicendo : “Dopotutto, Il signore degli anelli è irripetibile”.
Be’, anche Mrs. Dalloway è irripetibile, ma non per questo Virginia Woolf non scrisse Le onde.
Tolkien nella sua vita da “famoso” ne ha subite tante di traslazioni del suo pensiero, di critiche che l’hanno fatto fluttuare dal nazifascismo alla cristologia, accuse di essere aduso alle sostanze stupefacenti per inventarsi tutte quelle robe lì; dopo il ciclo di flebo del dottor Jackson i suoi personaggi sono diventati figurine Panini e sorprese dell’uovo di pasqua, e “tesssoro” un intercale comune, e in ultimo, con questa ulteriore dose di Ringer con bicarbonato (per la digestione), è diventato “uno scrittore di favole per bambini”.
Trascurando la non ovvia differenza, anche se meno consistente nel sud mediterraneo, tra “favola” e “fiaba”, Lo Hobbit non è né l’una né l’altra. Spiacente per chi lo crede, spiacente per chi l’ha scritto, oltremodo spiacente per chi l’ha letto e continua a crederlo.
Molti recensori si sono soffermati proprio su quest’aspetto: “è meno maturo del Signore degli Anelli”, “si capisce che il target è meno adulto”, “se non l’avete letto a otto anni non vi entusiasmerà”, “dopotutto si capisce che nasce dai racconti per i suoi figli”. Ecc. ecc.
Ma che vogliono, mi chiedo a questo punto, i ragazzi (e con questo termine abbraccio dai nativi digitali fino ai quarantenni) al cinema quando vanno a vedere un fantasy? Draghi sgozzati, orchi bavosi, lupi mannari che dilaniano gli avversari, orde di barbari che calano su cittadelle fortificate, teste mozzate, villaggi dati a fuoco, donne stuprate, effettacci speciali con milioni di comparse digitali tutte identiche, muscolature alla Boris Vallejo, vampiri e vampire, magari con un buon contorno se non proprio di tette e culi, almeno di begli occhietti e belle labbruzze da immaginare di baciare con la lingua(leggi: Lyv Tyler e Cate Blanchett)?
Devo dedurre che se non ci sono guerre, città messe a ferro e fuoco, omicidi, sangue grondante un po’ ovunque, ampia varietà di mostri urlanti, un film fantasy “è una favola per bambini” ? Cribbio, ma l’avete mai visto The princess bride? E It? It, nonostante i mostri e il sangue È una favola.
No, dico, li avete letti Il Visconte dimezzato, Il Cavaliere inesistente e il Barone rampante? E immagino che, visto che sua moglie era solo una casalinga e non una diva su youporn o una vampira ninfomane, anche Marcovaldo sia “una roba per bambini”. E via, dentro alle fiabe per bambini anche le Interviste impossibili di Calvino, i romanzi di Mark Twain e di London.
E avanti così, perché di questo passo Jane Austen e Virginia Woolf diventeranno “letteratura rosa” e Moby Dick e Lord Jim “romanzi marinareschi”.
D’altra parte di che mi lamento: alla Hoepli di Milano il giardinaggio sta sotto “casa e tempo libero”, esattamente come su Amazon e IBS.
Sarò antiquata, ma “per bambini” erano le fiabe di Gianni Rodari, I Quindici, erano i giochi di parole e gli indovinelli da fare in classe, i libri da colorare.
“Per bambini” significa “destinato ad un pubblico che deve crescere”. Mentre devi essere ben cresciuto per leggere Lo Hobbit.
Lo Hobbit non nasce, come pensano i blogger col naso all’insù, dalle Lettere di Babbo Natale o da Mr. Bliss o da vari ammennicoli essenziali che Tolkien disegnava per i suoi figli. Nasce casualmente, perlomeno così ci tramanda la critica, dall’invenzione estemporanea del nome “hobbit”. Ciò condusse Tolkien a fare ciò che faceva sempre, sin da quando era marconista sulla Somme: a creare una lingua, una geografia e una storia per un popolo inventato. Nacquero così “la Contea” e la sua geografia, e la stessa Contea fu inquadrata nel più vasto territorio della Terra di Mezzo e delle sue dinamiche.
Io lessi felicemente per la prima volta Lo Hobbit nei lontani anni Ottanta, non trovandolo affatto una fiaba. E mi chiedo se chi lo definisce tale ha mai letto i vasto corpus di fiabe europee pubblicate credo nei Novanta dalla Oscar Mondadori, piccoli tesori per noi studenti, allora resi finalmente accessibili a prezzi modesti. Mi chiedo se abbiano letto i testi di Norma Lorre Goodrich, o il Mabinogion, o Chrétien de Troyes.
I Nibelunghi, il Voluspä, l’Edda in prosa, l’Edda poetica, la Saga di Ragnarr, Beowulf, Sir Galvano e il Cavaliere Verde.
MA CHI HA VISTO QUESTO FILM, LO SA O NO COS’È L’ARAZZO DI BAYEUX?
Ragazzi, è da questo che viene Lo Hobbit, non dai disegni dei francobolli finti per i sui figli!
Se l’idea di scrivere un romanzo per i suoi bambini può certamente essere esistita nella mente di Tolkien, questa non si materializzò con Lo Hobbit. È innegabile che il pubblico infantile ne fu affascinato, ma noi non rimaniamo affascinati anche da 20.000 leghe sotto i mari ? Eppure non è una fiaba. È un gran romanzo, e come tutti i gran romanzi, se si è apprezzato da piccoli, si continuerà ad apprezzarlo da grandi.
Tolkien scrisse sempre per i suoi figli. Anzi, riuscì a completare Il Signore degli Anelli, dopo un lungo momento di blocco creativo (Pipino e Gandalf che corrono verso Minas Tirith su Ombromanto), grazie al supporto che gli dava il figlio Christopher, all’epoca aviere al fronte, a cui spediva i capitoli e da cui li riceveva annotati e corretti.
Nello Hobbit, nel suo linguaggio, nella definizione dei personaggi, ci sono delle evidenti ricerche di ricreare quell’atmosfera grottesca e popolaresca dei Racconti di Canterbury. Tutto questo è stato raccolto da regista come un invito ad usare battute e motti di spirito (a dire il vero poco divertenti) e portare sopra le righe ogni personaggio (senza però riuscire nel compito più arduo: differenziare i nani, che nel romanzo hanno una caratterizzazione molto evidente).
Ciò che distingue fondamentalmente Lo Hobbit dal Signore degli Anelli, per il lettore, è proprio qui. Nello Hobbit ogni personaggio ha un suo perché e una sua motivazione d’essere, la sua resa come personaggio è dinamica, sferica, completa. Non confonderesti mai Kili con Dori, o Bombur con Gloin. Mente Il Signore degli anelli, per necessità, vede un appiattimento caratteriale dei personaggi fino a renderli oggetti narrativi funzionali alla trama (e qui i preti ci sono andati a nozze).
Lo Hobbit è, anche senza Il Signore degli Anelli, un’opera compiuta (e a detta di molti, ben più compiuta del suo seguito) che vive in maniera del tutto autonoma e racconta di vicende che hanno una loro indipendenza estetica dal contesto del corpus tolkieniano.
Per quello che riguarda me posso dire che è un libro decisamente più riuscito del Signore degli Anelli, sia per l’originalità che per la freschezza stilistica.
Da ultimo, ma giusto per darvi qualche informazione extra, i blogger più attenti hanno detto che per allungare il Ringer fino a portarlo a tre litri, uno l’anno ogni natale, l’infermiere Jackson ha attinto a piene mani dalle Appendici del Signore degli Anelli.
Non è del tutto esatto. La maggior parte delle informazioni infilate in bolo nel Ringer non si trovano affatto nelle Appendici, ma nel volume Racconti Incompiuti, nella fattispecie a partire da pagina 425 e segg. La cerca di Erebor, una vera miniera di informazioni su tanti “retroscena” che non ci saremmo mai aspettati.
Come regalo per l’Epifania, Giardinaggio Irregolare, ascoltata la Commissione e valutate le candidature, annuncia gli attesi premi:
-per la Categoria Elettroencefalogramma piatto: Elizabeth Strout, Olive Kittrige, Fazi
con la seguente motivazione: “Una volgare operazione commerciale a partire dalla copertina (un particolare dell’ormai Kitschizzato Hooper): una serie di racconti che nulla hanno da dire in sè, e in cui compare occasionalmente il personaggio eponimo. Una inconcludente massa di carta su cui si è fatto gran battage pubblicitario”
-per la Categoria Rocco Tarocco: Elizabeth Strout, Olive Kittrige, Fazi
per la motivazione si veda sopra.
-per la Categoria Orchite: Anna Marchesini, Di mercoledì, Rizzoli
con la seguente motivazione: “Anna Marchesini, sfruttando la sua celebrità, scrive un libro raccapricciante nella lungaggine e nella infelicità dello stile. Trama scontata, linguaggio contorto. Perdibilissimo”
-per la Categoria Photoshop: Jabbour Douaihy, San Giorgio guardava altrove, Feltrinelli
con la seguente motivazione: “Se San Giorgio guardava altrove, di certo anche il grafico”
-per il Premio Speciale Green Guignol: Alex Mitchell, L’orto sul balcone, Corbaccio
con la seguente motivazione: “Alex Mitchell propone delle indicazioni per la coltivazione sul balcone di una certa utilità, ma nulla che possa rendere questo libro migliore del già canditato testo di Massimo Acanfora. Ma il dramma non sono le indicazioni, più o meno tirate per adattarle a coltivazioni che poco si presterebbero per loro natura, ma le foto che accompagnano il testo, che mostrano un lieto mondo urbano, in cui piselli e fagioli possono essere coltivati con glamour, o con quello stile vintage che piace tanto oggi. Insomma, Alex Mitchell assembla un po’ di vecchie latte da collezione e le riempie di erbe aromatiche, non pensando che al rosmarino non basterà la confezione da 100 grammi di tè, o che la salvia desidererà qualcosa in più di una tazzina sbeccata. Alex Mitchell ci ammonisce di stare attenti alla sicurezza, prima d’ogni cosa, e poi nelle foto usa vecchi appendiabiti cadenti, che sembrano usciti dal cassonetto, su cui attacca indefessa cestini di piante e fiori. Anzi, i fiori. Sono quasi più i fiori che mostra nelle foto, specie i nasturzi. Forse perchè, loro sì, si prestano ad ogni tipo di vessazione e fanno bella figura in fotografia? La domanda a questo punto sorge spontanea: ché stai a piglà per culo?
L’orto in terrazzo o sul balcone è un tema delicato, sia dal punto di vista orticolo che estetico, la Mitchell lo archivia con delle foto di pomodori a cascata (probabilmente gli unici di quell’annata) e tre fiori di ipomea. In poche parole deve “vendere” il suo prodotto (un libro magari buono), ma lo deve fare “alla grande”, con foto strepitose (…) e da lasciare di stucco. Cioè compiendo nè più nè meno che un’opera di falsificazione. Tutto, dallla veste grafica alla carta patinata, lascia pensare ad un libro pensato solo per chi pensa di farsi un orto sul balcone, ma non si rovinerà mai il french style alle unghie”.
-per il Premio Alberto Forni : Rebecca Coleman, La scuola dei giochi segreti, Dalai Editore
con la seguente motivazione: “Di cose che ci ossessionano ne abbiamo già parecchie, dalla TARSU all’IMU. Grazie, ma preferiamo fascette meno esaltanti”.
-per la Categoria Potemkin: Stephen King, 22/11/’63, Sperling&Kupfer
con la seguente motivazione: “Ogni libro di King è sempre un’operazione mediatica e il più delle volte cinematografica. Questo libro non convince, la sua mole è del tutto ingiustificata se non intesa come una ormai deteriorata capacità narrativa di King. Le teorie esposte sull’omicidio di Kennedy sono abbastanza fantasiose, in più il finale buonista fa cadere le braccia”.
Per il premio Selezione dal pubblico verrà aperto un sondaggio che durerà sette giorni solari.
Questo è la prima e unica edizione per il prestigioso Premio “Amore al Risciacquo”. Il prossimo anno mi riservo di dire quali sono stati il migliore e il peggiore libri letti nel 2013.
Spero che a qualcuno servano.
Scadono il 31 gennaio.
Buono sconto di 4 euro per ordini di almeno 39 euro in film, dischi, giochi e tempo libero. Cumulabile con altre promozioni presenti nel sito.
CODICE: YYXV9FLM7X99LX
Buono sconto di 8 euro per ordini di almeno 79 euro in film, dischi, giochi e tempo libero. Cumulabile con altre promozioni presenti nel sito.
CODICE: JDSL4WJ2EWDXV8
Istruzioni:
nella pagina del carrello inserisci il codice scelto
aggiorna carrello
concludi l’acquisto.
——–
“L’era glaciale 4”
2 euro di sconto sul dvd
codice: FX2EG4
3 euro di sconto sul blue-ray
codice: FX3BEG
5 euro di sconto sul blue-ray 3d
codice: F5EG3D
Istruzioni:
nella pagina del carrello scrivi il codice scelto, clicca “aggiorna carrello”, concludi l’acquisto.
Eccomi qui, al solito, il 3 di gennaio, per fare gli auguri di buon compleanno a J.R.R. Tolkien, autore semisconosciuto ai miei tempi, oggi oggetto del merchandising più frizzante e autore-culto in questa e in numerose altre galassie.
Strano, devo dire, che nessuno dei miliardi e miliardi, e miliardi, e miliardi, di fan del Professore si sia ricordato che l’anno scorso ricorreva il centoventesimo anniversario della sua nascita. Avrei immaginato che la concomitante uscita nelle sale del primo episodio della nuova Jackson-trilogia dello “Hobbit” sarebbe stata colta come lieta accoppiata giornalistica per propagandare ancora di più questa flebo filmica da parte del dottor Jackson.
Mah, possibile si rifacciano quest’anno che è il quarantennale della morte.
Misteri della Pubblicità.
Quest’anno mi va di pensare quasi ad una rubrica dedicata al viaggio dei personaggi durante le vicende del Signore degli Anelli.
Avrei dovuto iniziare il 23 settembre, il giorno della partenza di Frodo da Casa Baggins, ma ho più volte citato questa data nel blog (se ricercate questa data nel blog, troverete numerosi post).
Ma visto che c’è un compleanno da festeggiare…dov’erano, più o meno, i nostri amici il 3 gennaio?
Ebbene, dopo aver passato il Natale a Rivendell ed essere da lì partiti il 26 dicembre, ripercorrendo in parte i loro passi, si sono diretti verso sud (“L’Anello va a sud”) lungo il versante occidentale delle Montagne Nebbiose.
Su questo sito ho trovato una illustrazione molto schematica delle Montagne Nebbiose: Schema delle Montagne Nebbiose (dovete cercare Redhorn Gate)
Molto più raffinata e studiata la mappa realizzata da Barbara Strachey in I viaggi di Frodo, testo ormai introvabile e di cui la casa editrice ha perso i diritti.
Il commento dell’autrice:
Ai primi di Gennaio ancora la Compagnia stava viaggiando ai piedi delle Montagne, su un terrendo freddo, duro e accidentato, laddove, molto tempo prima si stendeva l’Agrifogliere, un terriorio ricco di vegetazione e acqua. L’Agrifogliere era popolato da Elfi ed è qui che furono forgiati i tre anelli elfici. Le versioni su come/dove fu forgiato -e da chi- l’Unico Anello, sono diverse e le lascio agli studiosi.
A partire dall’8 di gennaio la Compagnia inizia a salire verso il Passo Cornorosso (“Redhorn Gate” nella mappa), ma l’inverno e Saruman impedirono loro di arrivarci, e superare le Montagne Nebbiose da su, costringendoli ad attraversarle da dentro, cioè dalle Miniere di Moria.
“Il Caradhras li aveva sconfitti”, così scrive Tolkien.
John Howe, uno dei più grandi illustratori di Tolkien, rappresenta la scena in un disegno che è stato sicuramente fonte di ispirazione per il dottor Jackson, tanto che la clip video che segue lo ricalca in tutto e per tutto. John Howe, approaching the Caradhras
Diamo un’altra chance all’agricoltura di collina e montagna
Monte LiminaNegli ultimi trent’anni, l’agricoltura italiana ha cambiato volto.
I numeri parlano chiaro: dal 1982 a oggi circa la metà delle imprese agricole hanno chiuso i battenti (- 48,2 % le unità censite) e la superficie totale gestita e accudita dagli agricoltori italiani è diminuita di oltre 5,3 milioni di ettari.
Questa evoluzione non ha un andamento omogeneo: ad esempio, la montagna nello stesso periodo ha perso quasi il 60% delle sue aziende agricole.
Da una recente ricognizione svolta dalla Commissione UE sull’agricoltura di montagna (2010), l’Italia occupa il secondo con 4,3 milioni di ettari classificati di montagna che rappresentano però oltre un terzo della Sau totale nazionale e il 16% delle aree montane Ue. Prima di noi c’è solo la Spagna.
Se da un lato è vero che, come dimostrano i dati censuari, le aziende di montagna rimaste tendono a ingrandirsi, il problema principale è rappresentato dai redditi agricoli, soprattutto se confrontati con il livello degli aiuti comunitari.
Misurato in termini di valore aggiunto per unità di lavoro, la media del reddito agricolo nelle aree montane dell’Unione Europea è di 13.777 Euro annui, inferiore del 28% al reddito medio delle aree non svantaggiate, pari a 18.878 Euro annui e in Italia questo divario è molto più accentuato.
Se andiamo a vedere il livello degli aiuti comunitari, mediamente, nelle aree di montagna l’aiuto è di 613 Euro annui per addetto, contro i 1.303 delle altre aree svantaggiate e i 1.540 Euro delle zone di pianura.
Certo, esistono le misure del cosiddetto II pilastro della Pac, ma i dati dicono che non bastano ad arginare l’abbandono delle aree rurali più fragili del nostro paese.
Alcune regioni come l’Emilia-Romagna hanno fatto sforzi notevoli per ripartire equamente almeno le risorse del PSR e tentare di ridurre tale divario di competitività, ma ciò non ha impedito né l’abbandono dell’agricoltura in montagna e collina, dove le superfici coltivate dal 2000 al 2010si sono ridotte rispettivamente del 20% e del 10%, né il forte calo – 31% in dieci anni – delle piccole e medie imprese, non è riuscito a diminuire la contrazione delle colture arboree e viticole e neppure il parallelo aumento delle coltivazioni estensive. Le naturali conseguenze di questi fattori sono state la diminuzione del presidio idrogeologico, dell’attività di cura dei suoli e del controllo dell’erosione e la dispersione di una qualità paesaggistica creata nei secoli precedenti.
Oggi il tema della crisi e della disoccupazione sono costantemente alla nostra attenzione, ma nessuno ha evidenziato che la contrazione del settore agricolo ha visto la perdita in un trentennio di oltre 350 milioni di giornate di lavoro l’anno: i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Si tratta di 1.250.000 posti di lavoro potenziali, di cui 273 mila dispersi nell’ultimo decennio e che potrebbero essere in gran parte recuperati con l’attivazione di un programma generale di manutenzione territoriale in cui le aziende agricole attuali sarebbero coinvolte direttamente o indirettamente, anche per tentare di invertire una rotta già delineata per il territorio nazionale, nel quale meno del 10% degli operatori agricoli ha oggi un’età inferiore ai 40 anni.
Quando si parla di agricoltura montana e collinare si parla di una realtà che, oltre a produrre alimenti, ha funzioni sociali e ambientali molto importanti, quali a esempio esempio la conservazione di un paesaggio rurale tradizionale, importantissima anche per le altre attività economiche di quel territorio, turismo in primis.
Risulta, inoltre, ancora largamente sottovalutato l’apporto che l’agricoltura appenninica e alpina fornisce alla prevenzione del rischio idrogeologico. La gestione delle superfici coltivate e non, dei pascoli, ma soprattutto delle aree boscate contribuisce in maniera significativa a rallentare il deflusso delle acque dopo abbonanti piogge. Per garantire queste funzioni laddove sono ancora vitali e ripristinarle dove l’abbandono è già una realtà consolidata sono necessarie delle misure politiche particolari, volte al governo territoriale nel suo complesso.
Le misure agroambientali si sono rivelate importanti nella gestione delle aziende agricole in montagna e contribuiscono tuttora a mantenere le funzioni non strettamente produttive, quali il mantenimento del paesaggio agrario e la tutela della biodiversità, ma non sono sufficienti per finanziare un programma di prevenzione del rischio idrogeologico che coinvolga anche la ripresa in carico degli ambiti ancora rurali ma non più agricoli.
MIA Multifunzionalità in Agricoltura ®
Lineaverde srl – Via Emilia Est 435 P1 int.1 – 41100 Modena – p.Iva 02565450364 info@mia-agricoltura.it – Telefono 051 96.25.02 – Fax 051 96.22.85 – http://www.nemetonnetwork.net
PROMOVERDE
Via Edoardo D’Onofrio, 57
00155 Roma
Tel. +39.06.4070.778
Fax +39.06.4070.750
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)