Sorprendente mancanza di conoscenza e distrazioni inenarrabili

Qualche giorno fa ho fatto ripetizioni con la mia cuginetta che fa la quarta o la quinta elementare, e che da grande vuole diventare famosa come Hannah Montana.
Tra un karaoke e un siparietto sono riuscita a inculcarle la forma interrogativa in inglese, e -forse- a farle avere una vaga idea di come ruota la Terra.

Per esperienza e per come mi ricordo che studiavo io alla loro età, è più facile mandare a memoria che capire. La Forza Forte della Memoria è potente a quell’età, non altrettanto la forza debole dell’analisi. Sanno tutta la pappa con le parole del libro, ma “ripeti a parole tue” è la cosa più terribile che possano sentirsi chiedere.

Bene. Ripetevamo il sistema solare e mia cugina sapeva tutti e nove i pianeti in fila, senza sbagliarne uno…ma un momento…cos’ho scritto? Nove? Nove pianeti?

Chiedo scusa ma Plutone non è stato declassato già nel lontano 2006? I pianeti non sono otto? Nessuno ricorda più la “due giorni delle stelle” che fecero i giornalisti, quando l’Unione Astronomica Internazionale era andata fuori di melone perchè non sapeva cosa fare di Plutone, Caronte e Cerere (più un altro paio di cosette che circolano nel nostro Sistema)?
Accidenti, devo essere la sola a ricordare che i pianeti sono otto. Ma certo, una cosa così inutile… a chi vuoi che interessi? E poi certamente gli insegnanti non sono tenuti a saperlo, e neanche i corsi di aggiornamento possono proprio aggiornarli su tutto tutto, no?

E di questo, che vogliamo dire?

Doodle di Google in occasione dell'allunaggio della Missione Apollo 11, non 13...

Ma benedettoiddio, ci hanno fatto pure il film e lo sanno anche i banchi di scuola che l’Apollo 13 fu così sfigato da non riuscire ad allunare. Il film è tratto da Lost Moon, che vuol dire “Luna perduta”, ergo, se l’hanno perduta, non ci sono arrivati.
Che clamorosa distrazione. Sarebbe successo con Manzoni? Non credo. L’italia dà ancora troppo valore alle materie umanistiche su quelle scientifiche.
Errori, dimenticanze, misconoscenze come queste ci danno la misura della vastità dell’ignoranza degli italiani in materia di scienze. Sappiamo declamare poesie sulla Luna, ci scriviamo canzoni, e preghiere, ma a stento sappiamo cos’è.

Limina all’incrocio per Fabrizia

limina 3

Qualche giorno fa, prima della paura per il Burian e per il gelo, in una giornata che sembrava non troppo fredda ed era nata come luminosa, abbiamo deciso di andare alla Limina. Il Passo della Limina è il punto che separa l’Aspromonte occidentale da quello orientale, con una lunghissima e vecchia galleria da film dell’orrore, che sembra stia per crollarti addosso da un momento all’altro.
E’ facilissimo trovare tempo peggiore sul lato tirrenico, mentre sul lato ionico splende quasi sempre il sole. Insolito è il contrario, ma rarissimo il fatto che le condizioni climatiche si equivalgano dall’uno e dall’altro versante.

Pensavo sinceramente che il “tempo” (cronologico), fosse più avanti. Il sottobosco è in accenno di ripresa, con foglie di ciclamino, euforbie, ellebori, che fanno a gara per trovare il loro spazio contro la profonda lettiera di foglie di faggio.

Gli alberi erano spogli. Contro lo sfondo plumbeo del cielo i rami sembravano arzigogoli di china su carta ruvida, di quelli che faceva Arthur Rackham.

C'è passato Arthur Rackham

In qualche punto si può guardare a valle, una staccionata che non serve più a niente funge da parapetto.

In limine

La bruma si alzava dai fondovalle, come nei racconti di Tolkien: ti senti volare in un altro mondo.

Far over the Misty Mountains cold

Ad un certo punto ha iniziato a nevischiare e abbiamo preso la via del ritorno,

Nevischio

ma non senza aver prima trattenuto con noi il ricordo di una preziosa gemma, ancora non del tutto sbocciata. La prima, forse, di tutta la montagna.

Limina, il mio album su Flickr

Wendy, sono a casa amore!

Ciao tesoro, sei a casa, finalmente!

Intervista ad Antonio Falcone

Antonio Falcone
Dal sito di Giovanni Certomà, intervista al cinefilo Antonio Falcone

Violette di Parma, storia e gloria

Da noi le violette sono gli umili fiori che si coltivano nei giardinetti di periferia, i cui fiori si mettono in vasetti sfaccettati dinanzi alle foto di chi non c’è più.

mazzolino di viole di parma

Altrove le violette hanno storie diverse. Ad esempio in Francia sono famose per essere state il simbolo della casata dei Bonaparte. Prima di essere esiliato all’Elba, Napoleone promise di ritornare “quando le violette fossero state nuovamente in fiore”, e dopo la sua morte, nel suo medaglione furono trovate delle violette raccolte dalla tomba di Giuseppina, la sola donna che forse avesse davvero amato. Nel suo medaglione furono anche trovate delle viole di Parma, che Giuseppina coltivava alla Malmaison, raccolte dalla tomba dell’ex moglie.
L'Imperatrice Giuseppina

Sebbene questo possa sciogliere in lacrime anche il cuore meno sensibile, non si può non sottolineare il curioso fatto che due tra le violette di Parma più famose, la ‘Marie Louise’ e la ‘Duchesse de Parme’, portano il nome della seconda moglie di Napoleone, Maria Luisa d’Asburgo.
La giovane Maria Luisa d'Asburgo

ventaglio in avorio, seta e madreperla, appartenuto a Maria Luisa d'Asburgo, decorato con violette

Con la Restaurazione le violette furono messe al bando, portate all’occhiello solo dai fedelissimi dei Bonaparte, ma ritornarono velocemente di moda con Luigi Napoleone e la moglie Eugenia Montijo, che ne fece furbescamente uno dei suoi simboli.

Eugenia Montijo tra le sue dame di corte, alcune delle quali indossano sul decolleté grandi mazzi di violette

Gli Inglesi le considerano in maniera molto più pragmatica, e hanno fatto con loro quello che fanno solitamente quando si ritrovano davanti ad un genere così ricco di specie e varietà: le hanno divise in categorie. “Fancy Pansy”, “Viola” e “Violetta”, sono le tre classi derivate dalla Viola tricolor, quelle che hanno “le bizzarre facce da gatto di velluto ciancicato”, come diceva Vita.

Ma a noi interessa di più la classe delle “Violet” che deriva dalla Viola odorata.
Alle “Violet” appartiene anche la sottoclasse delle famose violette di Parma. L’origine di tale denominazione è ormai sepolta sotto una gran confusione di nomi e di date, e si possono solo fare supposizioni, fermo restando che Parma non si è mai distinta nella storia dell’ibridizzazione della violetta, ma sembra piuttosto che in tale storia si sia introdotta in maniera elegantemente abusiva, collegando il suo nome all’estrazione del profumo.

saponette fatte a mano(non da me)

E’ stato suggerito da alcuni che le violette di Parma siano nate tutte in Italia, oppure ottenute da una mutazione di uno stock portato dall’Italia in Inghilterra. Alcuni le danno per mediorientali, e sostengono che siano arrivate in Italia con le navi genovesi e veneziane. Altrove si dice che approdassero in Spagna, portatevi dagli Arabi, dal Nord Africa e dall’Asia Minore, e dalla Spagna a Napoli, su richiesta della potente famiglia dei Borbone.
Questa violetta era chiamata in Inghilterra “di Napoli”, ed era la Viola odorata pallida plena (sin. V. suavis pallida plena italica). A Napoli era chiamata “Violetta Portoghese” ed in Francia “Violetta di Parma”, forse per onorare l’Imperatrice Maria Luisa, Duchessa di Parma. Nell’arco di un cinquantennio il termine “Violetta di Napoli” era ormai scomparso, sostituito dalla denominazione “Violetta di Parma”.
Filo color viola di Parma

Parma acquisisce così un merito che non ha mai realmente avuto, merito che spetterebbe più legittimamente alla città di Udine, dove il Conte Filippo Savorgnàn di Brazzà Sorreschian, giardiniere per diletto, compiva intorno al 1850 degli esperimenti di ibridazione sulle violette di Parma. Tra le mani di Filippo di Brazzà vide la luce la prima e unica viola di Parma doppia di color bianco puro.

Conte di Brazzà

Brazzà ne vendette in Inghilterra e in Usa, ma fu solo dopo l’invenzione della luce elettrica che le violette bianche ebbero successo. Le violette scure, in voga fino all’inizio del Novecento, rispondevano cromaticamente molto bene alla luce a gas, ma apparivano quasi nere a quella elettrica, e furono messe da parte in favore di quelle chiare
Nonostante la parte avuta dall’Italia nella storia della violetta, tutto ciò rimane abbastanza oscuro nel nostro paese, e le violette di Parma proseguono rapidamente la loro strada verso l’oblio.

Leggi anche Questo bell’articolo

Illusion Bouquet. I volti di Napoleone, Maria Luisa e del Re di Napoli, nascosti in un bouquet di violette

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un paio d’anni di gironi danteschi

E un giorno manca la pala, un giorno manca la merda

Finire all’inferno è una gran brutta cosa, soprattutto se è per l’eternità. Wilde diceva che il clima era migliore in paradiso, mentre la compagnia era preferibile all’inferno. Ma non credo che tra sollevamento massi, corsa attorno ai vulcani eruttanti, salti nel fuoco, nuotate nella pece, e altre attività corroboranti, ci sia gran tempo da dedicare alla conversazione.
Sta di fatto che non credendo nè all’inferno, nè al paradiso (se non alla torta paradiso, alla quale volgo i miei più devoti rispetti), è un po’ difficile dire a qualcuno che vuoi mandare all’inferno: “Ma va’ all’Inferno!”.

Però però però, ci sono alcune persone che meriterebbero se non una intera eternità, almeno un paio d’annetti in qualche girone dantesco. Facciamo tre.

Al primo posto metterei gli spammatori della posta. Quelli che ti dicono attento, il tuo conto paypal è stato sospeso, oppure quelli che ti mettono come oggetto “Hi”, tutte le réclame, le pubblicità, gli sconti, le raccolte punti, amici inesistenti che ti mandano inviti ad associarti a questo o quello.

Al secondo i giovani torturatori della lingua e gli anziani masturbatori dell’Italiano (stavolta sì, con la maiuscola). Uno sconosciuto che scrive xké e ke kazzo è forse meglio di un Augias che usa il piuttosto come congiunzione e non in forma opzionale, o di un Mirabella che si crogiola in fraseggi pseudo-dottorali? Sempre nel secondo girone ci piazziamo tutte le giornalistelle che scrivono frasette tipo nella splendida cornice dei giardini di Pippa de’ Pippis e i giornalistoni che scrivono frasoni del tipo il dialogo tra gli elementi compositivi della struttura ispira la redenzione e restituisce il precipitato di un senso di solennità.

Al terzo girone ci metterei i maniaci del cellulare e degli sms, i/le fashion victim, gli stilisti, i designer, i fotografi che fotosciopppano le modelle facendole diventare di plastica, quelli che si depilano le sopracciglia ad ala di gabbiano, quelli che hanno giardinetti tutti curati e carini, con le forbicette i guantini il grembiulino a quadri i cestini in vimini le pansè sul bancale il tetto in tegole rosse e la staccionata bianca.

Nel quarto girone i venditori di enciclopedie e di riviste a fascicoli.

Poi passiamo alle bolge.

Prima bolgia: Roberto Giacobbo. Esaurita solo per lui, non c’è più spazio. Tanto, una volta uscito, farà un’intera stagione di Voyager per parlarne, magari facendosi crescere il pizzetto.

Seconda bolgia: L’inventore dei call-canter, dei customer care, e delle catene di Sant’Antonio in power point.

Terza bolgia: Scrittori di best seller, tutto esaurito.

Quarta bolgia: Professoresse impellicciate il cui alito odora di naftalina, con collana di perle verdi, feudatarie di premi culturali. Assessori alla cultura. Assessori all’Ambiente.

Quinta bolgia: Professionisti che fanno perizie false a pagamento, università on-line, master, corsi d’aggiornamento, diplomi facili per lavorare, false università, diplomifici. Dottori in allegria.

Poi passiamo alle zone, quelle più tremende.

Prima zona: avvocati dei mafiosi

Seconda zona: politici (piano tutto occupato)

Terza zona: giornalisti e pubblicisti, telegiornalisti, mezzibusti, presentatori, conduttori televisivi e radiofonici.

Quarta e ultima zona: Editori.

Da AboutGarden nella rubrica “Maestri di carta”

Lidia e Pappiralfi

Lidia Zitara nella rubrica di About Garden “Maestri di Carta

I pubblicisti devono morire

I pubblicisti devono morire.

Il mestiere del pubblicista oggi

Marocchino rosso
Alla vigilia una tanto ipotetica (ma forse poi non tanto), quanto espressa in termini incomprensibili, riforma dell’ordine dei giornalisti, e dopo un illuminante colloquio con il mio caporedattore, mi sorgono spontanee alcune considerazioni.
La prima: ma chi cazzo me l’ha fatto fare?
La seconda: ma andate affanculo.
La terza: che vi venga un’ispezione della Guardia di Finanza.

1)Ma chi cazzo me l’ha fatto fare?
Già, chi me l’ha fatto fare? Solo il desiderio di una equiparazione di status con i miei colleghi. Il mio mestiere di pubblicista l’ho iniziato nell’ormai lontano ’99-2000, non avrei nulla da dimostrare, titoli da dover esibire, solo la mia capacità da far valutare agli editori. Dovrei essere apprezzata se merito apprezzamento, o rifiutata se non sono abbastanza brava. Tuttavia, in una delle tante, ridicole, riorganizzazioni di una redazione in cui lavoravo, al neonominato direttore responsabile venne riservato un trattamento economico diverso per avere la qualifica di pubblicista.
Per iscrivere la mia domanda al ruolo ho speso circa 350 euro, altrettanti ne ho spesi dopo, e pago una quota annuale di 100 euro, che quest’anno è stata aumentata a 110 euro. Sempre che non ci iscriva al sindacato, per il quale la tassa annuale è di circa 80 euro.
Per avere cosa? Un documento che qualsiasi grafico normodotato saprebbe falsificare? Per una vetrofania da attaccare al vetro dell’auto? Che cosa mi dà in solido questo titolo? Lo sconto su aerei su cui non viaggio perchè per raggiungere il più vicino aeroporto, qui in Calabria, dovrei viaggiare in bus tante ore quante me ne occorrerebbero per arrivare a Timbouctou?
Uno sconto sul cinema? Mai avuto. “Tutte le tessere sono sospese” è una frase magica che conosco bene.
Partita di pallone? Non so se lo sconto per i pubblicisti sia in vigore o no, ma non vado allo stadio, finchè non diventa una pista di pattinaggio su ghiaccio…
Maggiore potere contrattuale? I medici se ne infischiano del tuo tesserino e ti chiudono amabilmente la porta in faccia. Lo stesso vale per avvocati, magistrati, dipendenti delle amministrazioni, ecc. Potrebbe funzionare giusto con un bambino scappato dall’asilo.
Aumento del salario nel momento che il tuo giornale ti fa il co.co.co? Io prendo circa sei euro a pezzo, tanto che non mando neanche la richiesta di pagamento.
Garanzie da parte degli editori o un maggiore rispetto del caporedattore? ‘sti cazzi. Gli editori sfruttano i ragazzi che vogliono acquisire i due anni di tirocinio per ottenere il patentino, dopodiché non gli servi più. E dietro di te c’è una fila lunga chilometri di ragazzini pronti a farsi sfruttare.
I meno disonesti ti pagano da freelance. Il massimo mai dichiarato (ma mai, mai, mai, mai percepito) è di circa 50 euro a inchiesta. I caporedattori? I tuoi colleghi? se non ti occupi di politica o di cronaca giudiziaria sembra che tu sia trasparente, anzi, un intoppo.
Senza contare che per le modifiche ventilate dalla annunciata riforma 2012, sembra che i pubblicisti dovranno dare un esame. Non che la cosa mi spaventi, ma mi pare un’ingiustizia. Dopo aver subito per due anni la piaga dei caporedattori, degli editori e delle loro consorti, di professorine di scuola elementare, genitori incazzati e sindaci rimbambiti, di assessori svaniti, di mafiosi e para-mafiosi, e non ultima quella dei colleghi saccenti e degli impaginatori irascibili, devo tornare a essere valutata nuovamente per mantenere una qualifica che già ho?
E ancora sembra che questa benedetta riforma chieda al pubblicista un tot di articoli in un tot di tempo, pena la cancellazione dall’albo.
Questo significa chiaramente: prosecuzione dell’asservimento agli editori e mancanza di una adeguata corresponsione economica del proprio lavoro.
In tal modo il pubblicista, dopo tutti questi gironi danteschi di anni in cui è stato a scelta: cameriere, “semplice redattore”, fattorino, postino, barista, giullare, mozzo, si ritrova a pietire ancora una volta presso capiredattori la pubblicazione di un pezzo, non già per incassare i famosi 6,50 euro, ma per poter mantenere lo status già acquisito dopo due anni di tirocinio, corsi d’aggiornamento e sette-ottocento euro di tasse d’iscrizione.
Questo darà un enorme potere agli editori, che potranno tenere in una morsa d’acciaio i pubblicisti.
Parte del tuo pezzo viene sforbiciato? La colpa è tua. La foto che hai mandato non si trova? La colpa è tua. Hai per caso parlato di mafia e massoneria e il tuo pezzo non viene pubblicato? La colpa è tua. Hai espresso un’opinione? la colpa è tua. Hai un’opinione diversa da quella del caporedattore? La colpa è tua. Hai in genere un’opinione? La colpa è tua. Sempre tua, Lavorerai con sudore e partorirai con dolore.
A differenza di molti altri professionisti appartenenti a ordini diversi da quello dei giornalisti di cui sento spesso le lamentele (“io pago questo e questo, tasse e tasse, e l’ordine che cosa mi garantisce? Niente! Devo solo pagare!), io credo che se un ordine esiste, è perchè deve garantire non tanto chi vi è iscritto, ma anche chi vi usufruisce. Non mi interessa che il mio medico paghi tot euro l’anno per la sua iscrizione, purchè io sia ben curata. Non mi interessa pagare 200 euro l’anno, purchè io possa esercitare i miei diritti, che sono quelli della libertà di parola, d’espressione, d’opinione e di informazione. Quando le prime suole a calpestare questi diritti sono quelle dei tuoi colleghi o dei caporedattori, a questo punto non vedo a che scopo mantenere in vita un ordine che non garantisce nè chi vi appartiene, nè chi ne usufruisce, ma ha l’unico scopo di ingrassare le tasse dello stato.

2) ma andate tutti affanculo!
Il motore interno del giornalista è la sua curiosità, il suo desiderio che tutti sappiano di quella cosa -magari piccola, magari grande- di cui si è accorto lui, di condividere opinioni con gli altri, di intavolare confronti (che i caporedattori chiamano “polemiche”, perchè vivono perennemente con un manico di scopa ficcato su per il culo).
Il carburante di questo motore non sono i soldi: quelli servono per le necessità: il pane, le scatolette dei gatti, un libro, un paio di scarpe nuove. Il vero carburante è il riconoscimento per il proprio lavoro: quando c’è questo, il vero giornalista potrebbe lavorare anche nudo e digiuno. Ma il massimo del riconoscimento è essere apostrofati come “semplici redattori” “formiche con la tosse” o “battitastiere”.
Poi pensi: ma no, sono io che avrò sbagliato: confrontiamo con i pezzi dei miei colleghi più autorevoli. A parte le scatarciofate di grammatica ché ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia, v’è, nell’impeto dell’obbiettività, una totale inobbiettività. La donna finita sotto le ruote di un’autocisterna diventa “un pedone”: un pezzo sacrificabile degli scacchi, un codice a barre di Auschwitz. Speriamo si tratti solo di incompetenza: altro non potrebbe essere, nemmeno la mente più sublimemente diabolica riuscirebbe a coniugare tale mancanza di stile, sciatteria, disinformazione, ripetizioni, rozzezza espressiva a simili superni livelli.
Vuoi essere d’aiuto, anche gratuitamente? Nel giro di mezz’ora scrivi il miglior pezzo che la tua testata abbia visto dalla sua nascita e il direttore invece di inginocchiarsi verso oriente e ringraziare di averti con lui, ti dice serafico: se vuoi puoi venire a far pratica.
Pratica di cosa? A disimparare quello che con fatica e senza nessun aiuto ho imparato, da sola, e facendomi il culo in quattro? Solo perchè tu debba mantenere la tua posizione di prestigio? Per sei euro a pezzo, quando va bene? Ma c’è qualcuno fuori di testa o sono io?
Io del tesserino me ne sbatto le palle, se qualcuno mi chiede ancora più soldi di quelli che ho già dato, lo taglio in quattro e lo rispedisco all’Ordine.

3) che vi venga un’ispezione della Guardia di Finanza!
Ne ho viste di cose che voi umani non potereste neanche immaginare…e non aggiungo parola. Solo, se c’è una divinità buona nel mondo, fai fare un’ispezione finanziaria a tutti i giornali della Calabria, comprese le testatine locali. Poi vediamo chi si dà le testate nel muro.

La telefonata (non di Verdone, ma quasi)

-Pronto, salve, la signora Genoveffa de Pippis?

Silenzio. Dopo qualche secondo una voce femminile molto austera mi dice seccata: -Si?

-Salve, sono Lidia Zitara. Mi ha dato il suo numero il nosto amico comune a l’Havana.

Silenzio.

-Il nostro comune amico a l’Havana? Ha presente? Il suo numero me l’ha dato lui, per l’articolo suoi suoi campi di tabacco!
-Sì, sì, ho capito, ho capito benissimo chi è lei ma io non voglio che lei abbia niente a che fare con me! Nel suo libro lei ha paragonato la Carmen di Bizet a Berlusconi, beeene lo sapeva che mestiere faceva la Carmen? Era una sigaraia! Lei non si può permettere tali paragoni, io detesto Berlusconi, vedervelo accostato ad una sigaraia, al mio tabacco! L’ho trovato ingiurioso e sono molto offesa con lei!
-Ma signora, forse non avrà colto la sfumatura ironica del mio scritto. Vuol sapere qual era il mio nikname quando bazzicavo i forum i primi tempi? Carmencita!
– Ma quale Carmecita e Carmencita,la Carmencita fa il caffè, non le sigarette!
– Vabbè sono due vizi lo stesso, non è che magari adesso me la concede l’intervista?
-No!