Se le regole d’oro per potare ce le insegnano i giornalisti…

da Scirocco.news la potatura degli alberi di via Pola a Siderno

Crolla la volta del MuSaBa di Mammola, richiesta d’aiuto da parte di Hiske Maas

Pubblicato su Strill.it

11/11/2011 Hiske Maas, Musaba Mammola,

Geco di Nik Spatari, foto di Claud' su Flickr
Geco di Nik Spatari, foto di Claud su Flickr
MAMMOLA – Si denuncia l’avvenuto crollo della copertura dell’antica terme-cisterna romana nel chiostro del Museo (Musaba – Mammola) il 9 novembre 2011, impedendo ogni accesso al Complesso Museale. Il mancato intervento per il restauro e consolidamento da parte della Regione Calabria (intervento finanziato dall’ex assessore Saverio Zavettieri nel lontano 2004 – fondi POR Calabria 2000/2006 – Asse II Beni Culturali) ha comportato il crollo della copertura dell’antica terme-cisterna romana all’interno del chiostro dell’antico complesso, oggi Museo, danneggiando gravemente l’opera d’arte momentale dell’artista austriaco “Lancia” del 1988. Il crollo impedisce l’ingresso ai numerosi visitatori autunnali (tedeschi, olandesi, austriaci, ecc.), che rimangono delusi perché non possono accedere alla principale attrazione del Parco Museo “Il Sogno di Giacobbe”, opera monumentale tridimensionale all’interno della Chiesa. Sono anni che subiamo sgarbi istituzionali, perché le richieste non vengono onorate, perché c’è una slealtà obiettiva nei rapporti, contro ogni ipotesi di collaborazione con MuSaBa. E poi progetti finanziati, anche per lavori urgentissimi, come questo, che attengono alla salvaguardia e alla sicurezza, non vengono avviati per motivi incomprensibili. Nel corso di questi 40 anni è stato offerto dalla Fondazione un permanente centro di ricerca e formazione artistico-architettonica ottenendo piccoli contributi scemati nel tempo. Dal 2008 la Fondazione non percepisce nemmno quei minimi contributi. L’urgenza del problema strutturale del MUSABA, progetto a lungo termine, unica possibile realtà per cambiare questa terra, NON può essere un alibi per l’immobilismo regionale. Speriamo che la società civile scriva un nuovo appello, per MUSABA, per la forza vivifica dell’arte, per tutti voi figli del MUSABA. È un diritto umano non subire le sopraffazioni, il patrimonio della propria esistenza, la possibilità di scegliere e reagire con una propria coscienza che proviene dai contatti umani, dalla memoria dalla storia. Spatari, trascinante con la sua energia, con quella luce negli occhi che possiede solo chi crede in un progetto diventato ragione di vita, lancia un messaggio venato di amara solitudine ma allo stesso tempo carica di speranza e di voglia di continuare instancabilmente nel portare avanti il suo progetto. Per Nik, la pittura è un’ossessione. Fu la sua tenacia a consentirgli di sfuggire al provincialismo reggino, di scappare prima a Losanne e poi a Parigi ed incontrarsi con André Malraux, Jean Cocteau, Le Corbusier, Max Ernst, Picasso, Sartre, Montale, Argan, Warhol, Levi, Zevi, Bonito Oliva, Portoghesi, Apollonio, Burri, che riconobbero il suo talento. Per me, la passione per l’arte, già da piccolissima, ha avuto il sopravvento su tutto; così ho iniziato a vivere per l’arte, mentre l’arte sembrava essere fatta per la mia esistenza. Incomincia la generazione ‘beat’, prima ad Amsterdam, Londra, Parigi e poi New York. Mi spostavo di continuo apprendendo nuove strade. Dopo l’incontro con Nik a Parigi, abbiamo aperto a Milano la nostra galleria privata al cuore di Brera. Cercavamo comunque di convertire l’attività “commerciale” in culturale, affinando poco per volta un progetto che alla fine (dopo 40 anni) è diventato il Parco Museo Laboratorio Contemporaneo Musaba. Nel ’69 per Nik è il ritorno al sud (per me una sfida) per lavorare in luogo appartato, assolato e silenzioso – Mammola. Dedicarsi all’arte e all’architettura in Calabria lontano dai centri nevralgici del sistema ed esposta a perenne rischio di scivolare nel provincialismo, ha significato per noi sposare una causa spesso difficile da sostenere, condurre una battaglia costantemente esposta a rischi di sconfitta o di scoramento. In senso di impotenza, l’alternanza di fiducia e amarezza, speranza e dubbio. Non abbiamo mai rinunciato al nostro sogno, alla nostra utopia, di seminare e far crescere il germe della cultura e della sensibilità verso il contemporaneo in un territorio che spesso sa solo vantarsi (a parole e non nei fatti) dei suoi talenti, ma senza sposarne fino in fondo la causa e comprendere veramente i messaggi. Il percorso dei 40 anni delle attività culturali del MUSABA è segnato non solo dalla consapevolezza di un banco di prova della trasformazione del rudere e del paesaggio, ma anche di opportunità offerta agli artisti, agli architetti, ai giovani di diversi continenti di elaborazione di nuovi linguaggi, di sperimentazione sul campo. La condizione dei tanti risultati è stata la fortunata assenza, o quasi, o meglio latitanza dei poteri delle istituzioni, che hanno programmaticamente ignorato il loro ruolo di organicità con il mondo della cultura contemporanea. Questa cecità politica ha aumentato le nostre difficoltà operative, ma anche garantito piena libertà delle sudditanze politiche. I nostri programmi sono il passato e il presente: incrementare il rapporto tra arti e mestieri, tra innovazione e tradizione, per salvaguardare il patrimonio culturale del popolo del mediterraneo dai tentativi della loro cancellazione. La contiguità tra la “storia” e quella contemporanea consiste nel restauro innovativo artisticoarchitettonico e recupero funzionale dell’antico complesso monastico. Un dialogo non autoreferenziale e decorativo, ma analitico teso a raggiungere una perfetta sintesi tra spazio, luce e colore. Un processo di riduzione all’esistenza delle cose, una fusione tra artearchitettura- paesaggio. Certo abbiamo avuto pentimenti e ripensamenti, ma siamo certi che alla luce di questa esperienza rifaremmo il nostro percorso. I valori che sono l’onestà, l’impegno, il coraggio di spendere la vita per rendere migliore ciò che ci circonda e ciò in cui crediamo. Siamo creatori dal nulla che abbiamo migliorato e arricchito il nostro tempo e la terra della Calabria. Hanno raccontato tante cose insulse, peccato, ma non ha importanza tutto questo è fango che va via con la pioggia. Una vita fuori dall’ordinario così intensa con tutte le avversità e vicissitudini che ci ha riservato, non può non attirare critiche, certo, anche altro sono invece le ingiurie. La nostra attenzione, oggi, si posa su quanto c’è ancora da lavorare per la nostra Calabria e per il completamento del MUSABA che non nasce in poco tempo né si afferma. Possiamo dare le linee generali di indirizzo di progetto, saranno le future generazioni ad arricchirla, stratificare le varie situazioni, è un compito che viene affidato a loro…. che viene affidato a chi resta, che spetta a tutti noi.

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Citazione per i posteri

Il cane è un asintoto che conduce alla felicità infinita

Lidia Zitara, canara del XXI sec.

Il mithos fondativo di Lavinia Taverna

Un blog è un blog: una recensione di un libro può essere di “pancia” e personalissima. Mi sento quindi autorizzata nel recensire a mio modo la riedizione del libro di Lavinia Taverna Un giardino mediterraneo.

Il vecchio testo del 1982

Il libro di Taverna è stato per tantissimo tempo fuori catalogo. Introvabile già quando ero alle prime armi, anche su siti “potentissimi” come AbeBooks. In precedenza era stato pubblicato da Rizzoli nella celebre collana “L’Ornitorinco” diretta da Pizzetti, che ne fece a suo tempo l’introduzione.
Quest’anno la Pendragon, casa editrice che ormai ha al suo attivo una solida esperienza con i giardini, ha deciso di ripubblicarlo, cosa per cui si merita la mia personale gratitudine, come credo di tutti coloro che non sono mai riusciti a trovarlo o leggerlo.
Per dovere di cronaca ne dico i difetti subito subito, così ce li togliamo dai piedi: 1)copertina amorfa, generica e non particolarmente gradevole o attrattiva, leggermente sfuocata, mal ritoccata. Grossa pecca nella confezione del libro. Tuttavia vedo dalla rete che la copertina dev’essere stata cambiata in una successiva ristampa: ottimo. 2) Mancanza di un’introduzione che riepilogasse la storia del volume, del suo successo editoriale e della sua scomparsa dalle librerie, che raccontasse la figura della Marchesa, della sua amicizia con Pizzetti e Page, della sua influenza sullo stile italiano di molti giardini contemporanei. 3) La mancanza di una postfazione dedicata ai Giardini della Landriana, dai suoi fasti al suo innegabile decadimento, fino ad arrivare alla Fiera omonima e ai suoi molteplici aspetti.

Quante me ne hai combinate!

Per il resto ho solo una cosa da dire: ho capito quanto sia stato importante questo libro per me, pur non avendolo mai letto, solo adesso, appunto, leggendolo. Su questo libro si appoggia il mithos fondativo che alimenta la mia storia di giardiniere e buona parte di quella di essere umano. Questo tanto per dire di che potere sia animato questo libro, che ha influenzato le giovani leve del giardinaggio italiano che magari non ne conoscono neanche l’esistenza.

Il giardino della Landriana e l’ormai mitizzata figura della Marchesa Taverna sono stati una sorta di iniziazione viatica per me, e mi hanno accompagnato per molti anni, e mi accompagnano ancor oggi. Molte delle persone che ho conosciuto e conosco hanno gravitato nella sfera della Marchesa: Sandra, direttrice dei giardini, che ho conosciuto sotto lo pseudonimo di Alahambra, che oggi è la proprietaria del forum di CdG. Quando seppi che era lei la responsabile dei giardini ne fui immensamente colpita, perchè allora ero giovane e implume, non mi riusciva di capire che il mondo del giardinaggio è in fondo molto piccolo, e non pensavo di poter arrivare a conoscere un personaggio così in vista. Lucilla, amica della Marchesa, che ne vede ogni tanto lo spirito, o forse immagina di vederlo, soprattutto nelle serate con la luna.
Gabri, che del giardino della Landriana ha preso a modello molti aspetti, rimaneggiandoli poi secondo il suo gusto personale. Gabri che cucina, fa la marmellata di cipolle di Tropea e accudisce i nipoti teneramente.
Maurizio, cioè Noor, l’ispiratore di tutto il mio mondo giardinicolo, e mia musa. Amico, nemico, ostacolo o spalla su cui piangere, confidente, affinità elettiva, amico tra gli amici, con il quale ci siamo accapigliati, scontrati, schiaffeggiati, dato la morte civile, per poi riprenderci, ritrovarci, ridarci sberle, parlare per ore al telefono, tenerci il muso, mandarsi sms. Per me Noor è -e sarà sempre- l’incarnazione stessa del giardino, e del mio amore per esso. Racchiude in sé, come giardiniere e come persona, tutti i misteri, le contraddizioni del giardinaggio e del fare i giardini, le domande senza risposta di cui sono da anni sulle tracce. Per lui ho dei sentimenti che vanno al di là della semplice amicizia e della collaborazione professionale, sentimenti più accomunabili alla fratellanza, alla geminità. Noor ama molto la Landriana, e l’ha sempre evocata come spirito di perfezione e ispirazione. Quando da giovanissimo approdò sul forum di Giardinaggio.it, capii subito che era fatto di una pasta diversa, di quell’amalgama speciale che il padreterno tira fori solo ogni tanto dal suo fuoco creativo. Diamante, gomma arabica e ardesia, poco zucchero.
Noor possedeva quel libro nell’edizione Rizzoli, lo lesse e Lavinia lo imprintizzò. Noor ha poi imprintizzato me e molti altri nel forum, sia in G.it che in CdG. Fu così tramite della lezione di Lavinia Taverna presso i due più importanti forum italiani. Certo non è stato solo per questo che la lezione di Lavinia è arrivata ovunque, in Italia, dove ci fossero le condizioni climatiche ed economiche perchè si sviluppasse un giardino di tenore stilistico elevato. Altri libri, guide, articoli, gli stessi giardini conformati sul modello Landriana, hanno ispirato altri giardinieri.
Oggi molte cose -come direbbe Lucilla- sono andate di moda: la bordura grigia, più appartenente all’Ottocento che al Novecento, a Gertrude Jekyll e a Vita Sackville-West che non a Christopher Lloyd o Piet Oudolf. Le piante grigie sono ancora oggi uno degli “articoli” più amati del giardinaggio, ma si badi bene, di un giardinaggio ormai fatto di grandi numeri, seriale.
Altri problemi che lei sollevava, come il difficile lavoro sul rosso, sono stati poi abilmente risolti da Christopher Lloyd con il suo “espressionismo pop” (cit. Giudo Giubbini).
Alberi a parte ho avuto nell’arco di un decennio metà delle piante di cui parla, di cui conosco la metà delle cose che sapeva lei. Ma la verità è che ogni pianta che lei descrive mi parla, mi parla dei vecchi amici del forum che non ho più riincontrato, Kathleen Harrop, Zia Lilli, Alex da Ferrara, Chiarina la spammer, Pietro Puccio, e altri che ancora sono rimasti nella CdG ma un po’ discosti, Chicca, Lucia, Paola. Ricordo l’emozione nello scoprirle, per conto mio o su suggerimento dei forumisti, la fatica per mettere da parte le cifre per acquisti all’estero, la gioia di averle nel mio giardino, i confronti con gli altri, i consigli dati e ricevuti, la disperazione quando non ho più avuto acqua e tutto, pian piano, si è perso.
Senza saperlo mi sono trovata per le mani un libro che è un viaggio a ritroso nella mia vita, che mi riporta al passato, alla freschezza di quando un narciso appena sbocciato stillava gocce di pace nella mia anima.
Ora che il giardino è diventato un mestiere o un mezzo mestiere, parecchia della sua carica emotiva si spegne in quella razionalista, e questo è un bene solo a volte. La riedizione della Pendragon mi ha portato all’acquisizione di un tassello mancante nella mia vita e a capire che questo libro racchiude tra le sue pagine buona parte del mio cuore. In sostanza un atto gnoseologico. Una agnizione.

Ma il mio riflettere non termina qui, in una mera rievocazione didascalica dei miei ricordi, che non sono neanche tanto importanti.
Il titolo, che dà forma al contenuto, cioè “un giardino mediterraneo”, è secondo me errato. O lo era allora e lo è oggi, o lo è oggi alla luce di una maggiore e più diffusa informazione, di una rinnovata attenzione al territorio e al “localismo” .
Il giardino della Landiana, nel tempo, ha iniziato a incarnare tutti gli stilemi compositivi che dalla grandezza della Taverna e di Page sono percolati nella cultura di massa, contro i quali ho dichiarato aperta battaglia aprendo questo blog. Il giardino di Lavinia Taverna è sostanzialmente inglese e per nulla mediterraneo, se non nel clima, mite ma non troppo, di Tor San Lorenzo, che sarà una USDA 9/b, massimo massimo 10a. Con inverni più freddi dei nostri e piogge più regolari, che permettono la crescita di molte piante che qui in estete soffrirebbero l’arsura.
E’ naturale che il gusto della Marchesa si sia formato sulle letture d’oltremanica, e che abbia cercato di adattare quei principi compositivi al clima più caldo della costa laziale.
Ma ciò non ne fa un giardino mediterraneo. Dubito che un giardino mediterraneo possa esistere al di fuori della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Basilicata, forse della Campania.
Un giardino mediterraneo è improntato nello spirito alla sicilianità. Nè credo si possa ricostruire a piacere, ma solo conservare quei pochi esemplari che ne sono rimasti, ignorati, non catalogati, negletti. Un giardino mediterraneo è una comunicazione di spazi, prima di ogni cosa, spazi vissuti e posseduti da diverse famiglie. Non può dunque prescindere dagli edifici che ne costituiscono le abitazioni, da passaggi, camminamenti, viottoli, sentieri, da muri, cancelli, separazioni e recinti come in una mappa catastale. Viottoli stretti quel tanto per passare che sbucano su stradine sterrate ai cui lati ci sono siepi fiorite. Campi e pascoli in declivio ombreggiati da limoni e altri alberi di agrumi, da cui si domina la casa nobiliare o la serie di edifici collegati. Muri a secco, alti, che proteggono coltivazioni, canalette per l’irrigazione, dotate ognuna della sua “ghigliottina”, per “tagliare il solco” e deviarlo verso altri campi. Un’economia comunitaria, una vita non principesca e raramente ornamentale, basata su un’economia prima di sussistenza e poi destinata alla vendita.
Un giardino mediterraneo è prima di tutto un orto, racchiuso tra mura, separato dal contesto scenografico e ricco nel quale si ricevevano gli ospiti nelle calde sere estive.

Certo, il nucleo dell’operare della Marchesa Taverna fu proprio la scelta delle piante adatte al clima della costa Laziale, a differenza di quelle che crescono con facilità nell’umido clima britannico. Il che a volte è un handicap, ma altre volte un vantaggio. Ci permette, avendo a disposizione un po’ d’acqua e buona terra, di coltivare piante esoticheggianti in giardino, accosatte ad altre più tradizionali. Ecco il motivo della “mediterraneità” del suo libro e del suo agire. Storicamente purtroppo non confermabile.

Notate qualcosa di diverso?

Ehi, da pochi minuti non notate qualcosa di diverso nel blog? Eh? Eh?

Senza titolo

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Cosenza: “Le strade del paesaggio” V Edizione

Cosenza: “Le strade del paesaggio” V Edizione.

P.K. H.P. U.K.

Qualche volta i libri ti tolgono un po’ di magia.
Per anni mi sono domandata per cosa stavano quelle lettere puntate accanto ai nomi degli scrittori che leggevo da ragazza.
H.P. Lovecraft, Philip K. Dick, Ursula K. Le Guin.
Qualche giorno fa un’enciclopedia mi ha tolto l’ultima possibilità di immaginare per cosa stesse la K. di Le Guin.
Grazie.

Dice il saggio…(dialogo filosofico di Lidia Zitara in un solo attimo)

Dramatis personae:

Poco Confusio, maestro e alto dignitario della filosofia orientale
Molto Confusio, discepolo un po’ disattento e poco portato al ragionamento

la scena si svolge all’aperto, di giorno, in un bel paesaggio o in un giardino. Poco Confusio è sdraiato sotto un albero, Molto Confusio gli è vicino, seduto sull’erba con le gambe incrociate

Molto Confusio: Maestro, un giardino serve per piantarci fiori?
Poco Confusio: no
Molto Confusio: a cosa serve allora?
Poco Confusio: a niente
Molto Confusio: e quindi?
Poco Confusio: e quindi niente, goditi la giornata

Eva e la rosa di Claudia Gualdana

Eva e la rosa. Storie di donne e regine di fiori
Una delle principali risorse delle piccole case editrici e motivo di sopravvivenza di libri poco pubblicizzati o al di fuori del grande circuito delle letture, è la presenza sullo scaffale.
Questo è vitale per un libro che non può contare su un gran battage, fascette o altro, ma solo su un ufficio stampa deciso e tenace.
Ho trovato Eva e la rosa sullo scaffale della mia libreria: una sola copia, era evidentemente destinata a me.
L’autrice non la conosco, si chiama Claudia Gualdana, chiedo lumi a Lucilla. Sulla bandella di quarta si dice che è giornalista e che si occupa di spiritualità, filosofia, storia e orientalistica. Vorrei conoscerla, la sua voce è forte nella lettura e fa simpatia, mette curiosità. Claudia, se ci leggi, fatti sentire.

Voglio partire a raccontare questo libro dalla veste grafica, semplice, pulita, dimensioni di un quaderno spesso, di formato tascabile e grazioso, con una bella copertina bianca di carta spessa e un’immagine un po’ vintage virata sula rosa.
Attraente.
L’autrice si introduce da sola con voce sicura: il libro nasce quasi come una curiosità che finisce per diventare occasionalmente una passione ossessiva, soprattutto quando le notizie sulle donne citate si fanno poche, misteriose e soprattutto, conservate all’estero.
Eva e la rosa racconta di donne, anzi di muse, alcune delle quali hanno avuto tanto a che fare con questo fiore da esserne riconosciute le madrine (come Giuseppina), altre a cui le rose sono state dedicate, come Rosamond Clifford.
Che posso dire? Il libro mi è romanticamente piaciuto. E’ come una sortita nello scaffale dei romanzi rosa, ma senza doversi sentire un po’ sceme per avere preso un romanzo di Barbara Cartland o di Geogette Heyer.
Eva e la rosa ha la capacità di trasportare e far veleggiare l’immaginazione e il sentimento, e questo è dovuto allo stile forse prolisso, a volte troppo mieloso, ma sempre gradevole, dell’autrice. Le informazioni non vi sono incuneate come zeppe in una porta, ma sono inglobate così bene nella narrazione da diventare favola esse stesse, leggenda, mito.
Indimenticabile il suo capitolo su santa Ildegarda di Bingen, per la quale l’autrice nutre una vera adorazione, pieno di sentimento, carico di umanità.
Anche personaggi un po’ fastidiosi come Donna Marella Agnelli, descritti dalla sua penna diventano interessanti. Alcune curiosità sono davvero delle godurie, come l’attestazione di disprezzo di Vita Sackville-West nei confronti di Wallis Simpson (forse perchè dell’americana dagli occhi azzurri si diceva che possedesse delle doti amatorie eccezionali, o forse per gelosia nei confronti del suo rinomato giardino azzurro, o forse, come suggerisce l’autrice, per l’imborghesimento pesante della Sackville-West, che nell’ultimo periodo della sua vita si comportava da reazionaria).
L’unica cosa su cui si attestano le mie perplessità sono le informazioni botaniche sulle rose. Non coincidono con quello che so io, ma questo potrebbe essere un mio demerito, tuttavia per la frequentazione che ho con il mondo delle rose, qualcosa non mi torna. Mi riprometto di inviare questo testo a un esperto che potrà valutarne i pregi e difetti di classificazione botanica. E naturalmente voi sapete già che sto parlando di Maurizio Usai, il quale credo avrà un’impennata di diabete nel leggere questo libro (in verità non è tanto un libro per maschietti).
Tuttavia mi sento di consigliarne la lettura, io l’ho affrontata come un diversivo dai soliti manuali, ma potrei essermi sbagliata, tutto dipenderà dalla precisione e dall’accuratezza delle informazioni. Una volta verificate queste, il libro si potrà tranquillamente collocare nella fascia più alta delle letture italiane del momento.