Beati i poveri di spirito, perchè loro è il regno dei Cieli

Già, ma chi sono questi benedetti (in tutti i sensi) “poveri di spirito”?
Stando al wiki-catechismo:

I poveri di spirito, secondo il Vangelo, sono quelli che hanno il cuore distaccato dalle ricchezze; ne fanno buon uso, se le posseggono; non le cercano con sollecitudine, se ne sono privi; ne soffrono con rassegnazione la perdita, se loro vengono tolte.

Cioè, secondo il wiki-catechismo tutta la faccenda dei poveri di spirito sarebbe incentrata sui soldi?
Il povero di spirito è:
a) uno che se i soldi ce li ha li usa bene
b) se i soldi non ce li ha, non se li va a cercare
c) se li perde si rassegna

Io ho fatto -credo- in tutta la mia vita due lezioni di catechismo. Non ricordo di essere arrivata mai ad una terza. Temevo e avevo orrore del catechismo più delle iniezioni. E ai miei tempi mica c’era pic indolor, c’erano quelle siringhe di vetro, che le dovevi bollire per sterilizzarle e che ci avevano un ago grosso come un palo della luce, perciò quando dico che avevo terrore/orrore del catechismo, non dico semplicemente che mi ci dovevano portare a forza, come a scuola, ma che dovevano legarmi mani e piedi alla sedia e ficcarmi un fazzoletto in bocca per non farmi strillare.
Quindi chiedo lumi a chi è più catechizzato di me. E’ vero? E’ tutta ‘na faccenda de soldi, ‘sta cosa dei poveri di spirito?
Allora diciamo i poveri di soldi, e basta, ché facciamo prima.

Detto ciò, penso che la Bibbia non sia totalmente da buttare, neanche il Nuovo Testamento, la parte più taroccata e farlocca della religione cattolica.
E questa cosa dei poveri di spirito mi ha sempre incuriosita. Ovviamente dobbiamo pur pensare che la Bibbia è stata scritta molti secoli fa. Non duemila anni come ci dicono, ma certo mille e passa di sicuro. Perciò è ben possibile che per “povero di spirito” significasse semplicemente “beato quello che si cala qualsiasi dogma dall’alto e non fa domande, va a zappare la terra, viene a pregare e fa tutto quello che diciamo noi” , ove quel “noi” sta per i ministri della Chiesa in tutte le loro sfumature, varianti e assortimenti di monaci, preti, pastori, monache, monsignori e don.

Facendo le proprozioni, eliminando tutta la parte marcia della mela, tenendo per buono il nòcciolo, scartando l’interpretazione del wiki-catechismo incentrata su li sordi, e rapportando ad oggi questa frase, allora chi sarebbero i poveri di spirito?
“Povero di spirito” oggi mica suona tanto bene, e neanche ieri suonava bene. Dà l’idea di un ignorante, di un gretto, di un meschino, di uno che non sa elevare il proprio spirito alle bellezze del mondo, alla grandiosità dello spirito umano, della creatività, della musica, della poesia, di uno altro che non li cerca, li sordi, di uno che te li ruberebbe dalla tasca, se potesse.
Nella migliore delle interpretazioni si dice che uno è “povero di spirito” quando è un buon ignorante, un povero matto, un bonaccione che non capisce quello che fa, un ritardato.
Esiste è vero, il mito del “buon ritardato”, ce lo siamo trovato davanti in ogni minestra, dalla letteratura alla tv, al cinema alle fiction. Ma dobbiamo credere che per accedere al Regno de’ Cieli occorra essere mentalmente menomati? Non è certo questo il significato, nè antico, nè contemporaneo di questa frase. Dostoevskij dovrebbe aver qualcosa da dire in proposito.

Una volta lo chiesi a mio padre e lui mi disse: il povero di spirito è colui o colei che crede nella buona fede delle persone.
E vedete come rimaniamo in ambito religioso anche con la terminologia usata: “buona fede”?
E penso che questa sia la definizione più prossima ad una verità solida, sociale, laica, realmente umana.
Non so francamente se alla povertà di spirito -intesa come enunciato sopra- possa essere disgiunta una certa dose di “pruppaggine” *, cioè di ingenuità. Una ingenuità che a volte ci conduce a ricevere delle delusioni, spesso anche aspre, ma che fa parte integrante del carattere di alcuni tra noi. Un’ingenuità incolpevole, un’ingenuità che non significa stupidità o remissività, ma semplicemente una naturale predisposizione a credere che il tuo prossimo non sia “cattivo”, che le azioni compiute da chi ti è vicino non abbiano lo scopo di danneggiare alcuno, e che se danni vi sono stati, siano da imputarsi alle complesse interazioni sociali della moderna civiltà.
Un povero di spirito non va a “sfruculiare” **, non “sprova” *** le persone.

Mi considero un po’ migliore dopo quella conversazione. Un po’ più povera di spirito e po’ più ricca di spirito. Una ricca e povera, insomma.
Per concludere questo post disarticolato, che mi ballava in pancia da non so quanto, penso che questo genere di povertà sia un po’ carente al giorno d’oggi. Tutti dovremmo esercitare la nobile arte della filantropia e fare più spesso “voto” di quel genere di povertà, nella vita vera soprattutto.

Sappiate che su Facebook non conta.

* pruppaggine: termine dialettale calabrese per indicare una persona semplice, ingenua, facile da raggirare. Deriva da “pruppo”, cioè “polpo”, il quale si avvinghia alle braccia del pescatore e viene semplicemente tirato su e messo nel secchio. “Pigghjiari nu pruppu” ha un significato ironico, simile al detto “scoprire l’acqua calda”.
** sfruculiare: punzecchiare, sollecitare, tormentare volontariamente e con cattiveria, anche fisicamente. Ricercare nel torbido, in eventi trascorsi, nei segreti di una persona, raggirarala facendole confessare le proprie pene e i propri sentimenti per poi correre a divulgare la notizia.
*** sprovare: mettere alla prova la sincerità o la falsità di una persona, tramite tranelli verbali, con o senza la complicità di altre persone. Il termine deriva dal registro culinario, in cui “sprovare” si usa per definire l’atto di controllare lo stato di cottura delle carni con un lungo spiedo di acciaio.

Affermazione del sè tramite la negazione dell’altro

Una guerra con le parole, consumata a distanza, vendetta fredda o calda, tanto violenta quanto immateriale.
E’ l’affermazione del sè attraverso la negazione dell’altro.
Sempre esistita, ma non dappertutto. In Africa alcune popolazioni segregano i litiganti perchè non infastidiscano la tribù.

Ma è la grossolana strategia mediatica ad essere la novità: la perpetrazione dell’atto, immorale, violento, antietico, disumano, avviene attraverso dei giganteschi monumenti all’ego creati sui social-network, su forum, sui blog. Monumenti sgraziati, fragili e imperiosi, senza potere e onnipotenti, bidimensionali e pericolosi.
Non è un’allusione a Grillo, qui parliamo di roba molto più piccola, e neanche agli scacchi. Non tiriamo fuori gli scacchi per favore. E’ un disonore ad una spettacolare tenzone di intelligenza e furbizia. Sì, gli scacchi sono il gioco più violento che esista, ma pochi lo sanno giocare.

Ho un amico, che amo molto, con cui spesso facciamo lunghe chiacchierate telefoniche. Amo quest’amico perchè mi ha aiutata in molti modi. Mi ha curata, si è preso la responsabilità, per quello che poteva, del mio benessere, e della mia felicità. Dove lo trovi un amico così?
Entrambi condividiamo l’idea che il valore del sè non è una negazione dell’altro. Anzi, negare l’altro è la peggiore cosa che si possa fare a se stessi, poichè equivale a togliere valore a se stessi.

Valgo anche perchè ho buoni amici. Il tuo valore diventa il mio.

La guerra noi la combattiamo ogni giorno, e questo non ci fa onore, deprezzando non già le idee degli altri, non già la loro libertà d’espressione o di giudizio (questo è il meno), ma il loro status di esistenza. Negando l’esistenza, fisica o virtuale.
E la rete virtuale che ci collega tutti e che secondo alcuni ha liberato il mondo, nel liberarlo lo ha posto in catene. Queste inimmaginabili possibilità che ci hanno messo a disposizione le multinazionali del digitale, che ci consentono di espanderci come mongolfiere, di sentirci dei tra gli uomini, non son altro che le nuove asce, le picche, le zagaglie con cui combattiamo una guerra borghese.

Drammatico dialogo Shoshoni in tre atti, di Lidia Zitara

Dramatis personae:

Grande Capo Estiquatzi, che già abbiamo conosciuto sciamano e capo della tribù, dotto in ogni cosa che riguarda il Cielo, la Terra e gli Spiriti

Squaw Pelle di Rana, giovane ragazza bruttina e un po’ ottusa

Venditore al mercato:

Giornata mite di primavera, il Grande Capo Estiquatzi e la giovane squaw Pelle di Rana si recano al mercato dei fiori ad acquistare delle piantine per una trasmissione televisiva.

Squaw Pelle di Rana: che magnifica giornata, Grande Capo, ecco, guarda lì, il venditore di piantine olandesi, tra quello di cellulari usati e pignatte per fagioli.
Grande Capo Estiquatzi: mia giovane e ingenua squaw, continui a dimenticare che noi non sappiamo dell’esistenza dell’Olanda, e che i cellulari non sono ancora stati inventati, come i tablet e l’iPad. Ma ti passo le pignatte solo perchè oggi la giornata è così carica di aspettative e promesse della buona stagione.
Squaw Pelle di Rana: oh, Grande Capo, scusami. Avviciniamoci, se vuoi, al venditore di piantine oland…di fiori…

Il Grande Capo Estiquazi e la giovane squaw si avvicinano al venditore di fiori, il quale li blandisce e gli recita i prezzi delle piantine. Si rivolge direttamente al Grande capo senza timidezza.

Venditore: ehi, ragazzo, guarda che cos’ho qui per te! Solo cinque euro. Guarda, questa puoi tenerla sia dentro che fuori e ha anche i bocciolini. Se vuoi la puoi anche appendere! Ehi, ragazzo, lo sai il nome, lo sai? Sì, che lo sai, tu sei ferratissimo.

Grande Capo Estiquatzi: ma certo che conosco il nome di questa pianta: è un Aeschynanthus lobbianus, finalmente una pianta delle nostre parti, anche se questa è evidemente importata dall’Oland…ehm, da un altra tribù. E’ conosciuta dagli incolti come “pianta dei rossetti”. Nel dire queste parole il Grande Capo Estiquatzi getta uno sguardo a squaw Pelle di Rana la quale porta le mani al petto e volge il viso a terra.
Il venditore al mercato rimane irritato dalla precisione del Grande Capo Estiquatzi, così, pensando di tendergli un tranello di difficile risoluzione prende una piantina di
Helleborus niger, dai fiori curiosamente enormi, rosa pallido, ma sciupata dal caldo.

Venditore: questa è una bella piantina, ragazzo! Dieci euro! E’ l’Iberis! Sai perchè i fiori sono così grandi? Assenza di ossigeno.
Grande Capo Estiquatzi: grazie, prenderemo le margherite.

Una volta allontanatisi il grande Capo Estiquatzi procede a passo pesante, con le dita intrecciate davanti al corpo:

Squaw Pelle di Rana: cosa ti accade Grande Capo, come mai avanzi lentamente e sei così pensieroso? Ora possiamo registrare la trasmissione in tv!
Grande Capo Estiquatzi: mia giovane squaw, so che un giorno scopriranno la dislessia, ma è possibile confondere il suono della parola “elleboro” con quella di “iberis”?
Squaw Pelle di Rana: non saprei: non mi sembrano suoni simili.
Grande Capo Estiquatzi: c’è solo da averne dolore comunque.

Solo chi vuole, vive e muore da solo (Terrore dallo spazio profondo)

Ho sentito spesso quest’affermazione: “Perchè, che ci piaccia o no, viviamo e moriamo soli”.
Ma da dove è partita ‘sta stronzata, mi chiedo?
Io non difendo la religione cattolica, negazione totale del culto cristiano per il quale nutro un certo rispetto; ma questa cosa del nascere e morire da soli è l’opposto della filosofia cristiana e socialista (come dire la stessa cosa) che sono alla base dell’organizzazione sociale delle comunità più stabili e “felici”, indipendentemente dal culto religioso.
Probabilmente c’è di mezzo la solitudine dell’uomo moderno, la paura della libertà, Freud, Fromm, Marx, e compagnia cantante.

Ma voglio dire una cosa: solo chi vuole (e vuole per nuocere inconsapevolmente a se stesso e scientemente agli altri) vive e muore da solo, c’è anche chi vuole vivere e morire con gli altri.
Siamo tutti interlacciati, dire che siamo soli o che da soli dobbiamo “farcela”, è una cazzata. Dire che dobbiamo “pensare a noi stessi” è una cazzata. Dovremmo pensare un po’ agli altri, altro che storie!
Dire che dobbiamo sgomitare, anche in famiglia, per ottenere anche delle piccole conquiste, è non solo una cazzata, ma una pietosa cazzata, ed è orribile.

No, non me, non mi prenderete, maledetti, io resisterò!

Dialogo Shoshoni in sette righe, di Lidia Zitara

Dramatis personae:
Grande Capo Estiquatzi, sciamano e capo della tribù, dotto in ogni cosa che riguarda il Cielo, la Terra e gli Spiriti
Squaw Pelle di Rana, giovane ragazza bruttina e un po’ ottusa

Grande Capo Estiquatzi: osserva giovane squaw, come l’albero è in fiore: ogni fiore è un frutto e ci darà molte provviste per l’inverno.
Squaw Pelle di Rana: sì, Grande Capo, io amo molto la frutta: mi piacciono le banane.
Grande Capo Estiquatzi: Squaw Pelle di Rana, sei forse impazzita? Questo non è un albero di banane, le banane non sono state ancora scoperte, questo è un albero di prugne! Non vorrai mica confrontare prungne con banane, o noci con kiwi? Squaw Pelle di Rana, devi imparare che ogni cosa ha un suo valore e che non puoi usare le noci per andare di corpo o le prugne per gli Omega3!
Squaw Pelle di Rana: non ho capito Grande Capo, vuoi dire che alcuni paragoni non hanno valore ?
Grande Capo Estiquatzi: certo che non lo hanno, mia giovane e improvvida squaw, se non per far ridere la tribù! Sia lode agli Spiriti!
Squaw Pelle di Rana: sia lode agli spiriti, Grande Capo, le banane sono buone!

Seconda edizione per “Elogio delle vagabonde” di Gilles Clément

Seconda edizione DeriveApprodi, collana habitus
Seconda edizione DeriveApprodi, collana habitus
Ripubblicato, per i tipi DeriveApprodi, la seconda edizione di Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo, del notissimo giardiniere e archi-star Gilles Clément, nonchè mio personale amico.

Immutato il testo, con una prefazione di Andrea di Salvo, di cui compaiono le recensioni su Vìride-Alias, leggermente compattato il formato, forse per essere reso più tascabile.

Mi duole eccepire sulle copertine. La prima, avvantaggiata dal formato slanciato, era molto più semplice ed elegante, anche se non originale; la seconda appare come una bustina di semi di nigella con qualità da cellullare (nel senso di ammanettamento e trasporto in galera per il grafico, di cui non faccio il nome, Andrea Whor).
E’ mai possibile, mi chiedo, con gli strumenti fotografici e di composizione grafica oggi in dotazione anche ai pc domestici, produrre delle copertine così anonime e mal fatte?
Evidentemente sì, e non è un merito.

Invece è interessante l’inserimento nela collana habitus. Sul termine “habitus” i filosofi hanno discusso in maniera approfondita e una interessante riprova è il volume di Venturi Ferriolo Percepire paesaggi. “Habitus” è dunque non solo il comportamento, ma il luogo che determina tale comportamento. Comportamento, luogo, nicchia ecologica (habitat) e paesaggio che funge da grande scatola contenitore, si fondono insieme in una riflessione non solo giardinesca o botanica, ma anche sociale e biologica.
elogio delle vagabonde_erba delle pampas
Clément ha letteralmente sconvolto l’establishment del giardinaggio mondiale con il suo “Manifesto” e i suoi paesaggi planetari. Mi chiedo cosa ne diranno tra due o tre secoli i giardinieri del futuro e come ne saranno influenzati.
Ormai non si può prescindere dalle sue idee: e come si potrebbe? Clément rappresenta per il giardinaggio ciò che per l’economia sono stati Rifkin e Klein. In un mondo che tende alla globalizzazione non si può ignorarare che questo avviene anche per le piante, gli animali, i parassiti, le avversità, le malattie (e non parlo solo di quelle delle piante, basti pensare alle influenze pandemiche).

Clément è stato il primo giardiniere a porre un forte accento su questo aspetto, e a sfruttarlo, esteticamente ed eticamente nei suoi giardini. Sottolineo “eticamente” perchè il giardinaggio di Clément non vuole essere solo un “bel lavoro, gradevole e ben fatto”, ma un buon lavoro, che gratifichi chi lo compie e chi lo osserva non solo con il senso del gusto estetico impermanente, ma anche con quello più profondo del gusto estetico rafforzato dalla bontà etica.

Se mi è consetito, è proprio in questo la vera rivoluzione di Clément, che al di là della piacevolezza alla vista, propone dei giardini che rappresentino anche un atteggiamento etico e morale nei confronti della Terra e dei suoi abitanti, che siano uomini, cani, insetti o microrganismi.

Insomma una riunione di ciò che il Postmodernismo aveva conclamatamente disgiunto: il buono col bello (il vero essendo uscito dalla scena molto tempo addietro. Cfr. I Trascendentali traditi, di Claudio Sottocornola).

Giardini sì, dunque, ma non con la sprezzante superbia di un Russel Page o la spocchia di una Vita Sackville-West, giardini per tutti e giardini che potenzialmente possono trasformarsi in tutto, grazie alla quantità di biodiversità che li costituisce. Non giardini immoti, come quelli mummificati dell’ Ottocento inglese o del Barocco francese, da ammirare e su cui costruire splendide analisi critiche, ma giardini che rappresentino non tanto una aleatoria ontologica giardinità – se ci è consentito usare temini platoneschi- ma le potenzialità della terra e della Terra.

Confesso che dopo l’infatuazione iniziale con il celbre “Manifesto” ho avuto per Clément sentimenti contrastanti, anche per via degli accesi dibattiti che abbiamo costruito assieme, ma i suoi libri sono imperdibili. E se avete lisciato la vecchia edizione di Elogio delle vagabonde, non perdete questa.
Nonostante la copertina.

Prima edizione, più lunga e stretta, in uno stile cahier
Prima edizione, più lunga e stretta, in uno stile cahier

A priori

Il prossimo libro di filosofia (del giardino, del sushi, del calcio), in cui leggo le parole “a priori”, gli do fuoco.

Basta, basta, avete rotto le scatole con questo “a priori”. Ma a priori cosa, cosa?
A priori semmai non ti rivolgere a me con quel tono, sai, perche, a priori non ti rispondo neanche.
A priori non mi offrite caramelle di liquirizia, perche a posteriori mi viene da vomitare.

“A priori”. Ma vi rendete conto di quanto ormai è superato questo concetto? Ce lo siamo inventato circa trecento anni fa, io adesso a priori me lo sono un po’ scocciato.
E uno come Simmel, dico, Simmel, che non mica il primo venuto, che riesuma dalla tomba la mummia estetica di Kant per continuare a tenere in vita lo zombie della metafisica.

A priori, non se ne può più.

Ma che ve lo dico a fare?

Foto scattata qualche giorno fa col mio telefonino a Siderno, 4 mt sul mare, zona USDA 10a/10b, AHZ Zone 9/10
Foto scattata qualche giorno fa col mio telefonino a Siderno, 4 mt. sul mare, zona USDA 10a/10b, AHS Zone 9/10

E buon natale, ma solo a chi se lo merita (davvero).

Scrivere il Curriculum

Scrivere il Curriculum.

L’articolo di colore che mette tutto grigio su grigio

Vengo subito al punto: su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera di due domeniche fa (14 ottobre), intravedo un lungo articolo sui giardini.
Campeggia una gran foto del giardino di Daniel Spoerri a Grosseto, con la statua “Continuo” di Roberto Barni.
Titolo dellla pagina: “Il dibattito delle idee”.
Occhiello: “Costume: La vita agreste è divenuta una fede. Per un mutamento non solo interiore”.
Titolo dell’articolo: Contro le aiuole benpensanti.
Sommario: “La rivoluzione ora si fa sul balcone o in campagna. E per chi non ha il pollice verde: teoria e rieducazione”.
Firma: Mariarosa Mancuso

Che dire, con questa tavola imbandita di delicatessen ci aspettavamo minimo minimo un trattatato di sociologia del paesaggio. Invece ci troviamo di fronte al solito artico “verde”, messo lì perchè il “verde” è di moda, ma fa anche architecture style, home, craft, way of life, interior design, outdoor…e aspetta che forse mi scappa una parola in italiano.

Dopo un cappello non tanto comprensibile sulla risibilità di filosofia e poesia, l’articolo si addentra nel suo compito: una carrellata dei libri di giardinaggio che hanno fatto più discutere negli ultimi anni (il mio non c’è, lo dico subito per toglierci il pensiero).
Si parte, ovviamente, con il libro novità già diventata culto, E il giardino creò l’uomo di Jorn de Précy.
Quanto deve essersi divertita Mariarosa a leggere la nostra discussione su CdG dalla quale ha potuto trarre ispirazione per il suo allegro articolo!
Non è gentile neanche con l’inciuciatissima Pia Pera, la nostra Mariarosa, e se la mette sottogamba, ricordando a tutti (avevamo tentato di rimuoverlo) che ha scritto Il diario di Lo, su cui per fortuna si sta stendendo l’oblio. Poi le fa pubblicità, a lei e pure al Perazzi, i cui libri sono un “segno sicuro che tra i giardinieri-filosofi sono già incominciate le lotte intestine, le scissioni, le punzecchiature. Leggere per credere Giardini e no di Umberto Pasti[…]dove si celebrano i “giardini del benzinaio”.

Prima obiezione: Perazzi e Pera filosofi? e da quando? da quando sono caduti dall’albero?
Le “lotte intestine” forse Mariarosa non sa neanche che cosa siano. Oggi c’è una totale omologazione del pensiero giardinesco ed estetico in genere.
Lotte ben più aspre che quelle tra Pasti e le sciure milanesi si sono consumate in passato, quando filosofi del calibro di Pope, Shaftesbury, Burke, per non citare il nostro Rosario Assunto, parlavano di giardini DAVVERO.

E vi prego, ti prego, Mariarosa, leggi bene questa parola: davvero.
Parlavano veramente di giardini, di quel che sono, o potrebbero essere, e di quel che rappresentano per noi, di quello che ci vediamo dentro, e ne hanno -cosa impossibile- tentato una definizione assoluta.
Durante il Settecento si è combattuta una grande battaglia tra filosofi veri che erano anche dei giardinieri. Nulla di paragonabile alla conformaziome estetica di adesso, contro la quale basta scagliare qualche sassolino perchè i media gridino al miracolo e si scrivano parole come “resistenza” “contromanuale”, “controcorrente”, qualsiasi cosa, purchè sia contro qualcosa.
Chi poi segue quel “contro” a sua volta crea una moda, esattamente come è successo per gli orti comuni, gli orti in terrazza, la città verde, la bioagricoltura, la permacultura, l’orto biodinamico, l’orto biologico, l’orto vegan, e mi taglio le vene e do il sangue alle rape, ecc.

Ammiccamenti sul “flep” di Serena Dandini (nè un flop, ma neanche un flip, diciamo una via di mezzo), su cui non capiamo nè se il libro le è piaciuto oppure le ha prodotto una scarica del letame da cui poeticamente “nascon i fior”. Quel che sembra di capire è che l’ha trovato inutile.

Per il resto Mariarosa continua nel suo lungo articolo di “cultura”, deridendo con un velo di spocchia di colei che questi libri neanche li legge poichè li ritiene del tutto superflui (ma intanto li recensisce). A dirla tutta sembra che anche Kant e Schopenauer risultino un po’ superflui per una cultura accettabile secondo l’apparente metro di Mariarosa, quindi non sappiamo immaginare che tipo di libro legga, forse Heiddeger o Wittgenstein, così, la sera, tanto per passare un po’ di tempo prima di dormire, nelle ore morte che le lascia la costruzione della sua astronave che la riporterà dal pianeta dal quale proviene, e su cui ci sono i giardini più belli della galassia.

Continuando con una infilata di luoghi comuni giardinicoli che sembra uno spiedino pronto da mandare sul barbecue, Mariarosa tira fuori dal cilindro l’arcinoto video di Moretti che parla coi gerani (“più acqua, meno acqua?”), che in “tempi meno lagnosi erano fiori da piccola borghesia”, Maria Antonietta che giocava a fare la lattaia, l’elogio delle erbacce e la pazienza del giardiniere.

L’unico libro che non conoscevamo è Diario intimo di una donna giardiniere suo malgrado, delle famigerate edizioni Albatros.
Il solo testo davvero da studiare, secondo Mariarosa, è il nuovo Breve storia del Giardino del mio amico Gilles, che a stento vale come fonte per i licealini di Wikipedia.

“Gran spreco di citazioni illustri”, dice lei.
Gran spreco di carta. Dico io.

Ma la cosa che non ti perdono, no, Mariarosa, è di avermi costretta a scrivere questo pezzo. Perchè sai che significa questo pezzo? Che gli intellettuali, voi, i giornalisti, quelli che scrivete sulle grandi testate, siete senza idee, e vi attaccate al web per avere qualche spunto per scrivere di cose di cui date l’apparenza di non conoscere nulla. Che per rendere spiritosi e leggibili i vostri articoli li rendete amorfi e inutili, intercalati da qualche battutina di scarto e da un tono derisorio che invece di apparire umoristico rende la lettura quantomai deprimente.
Non ti perdono, no, di non aver messo neanche una tua idea in quel pezzo, ma di aver solo fatto finta di commentare i libri presentatai. Hai scritto un articolo basato sulla frode culturale.
E quello che più di ogni altra cosa non ti perdono, no, Mariarosa, è di aver costretto me a commentatare il tuo incommentabile articolo. Perchè il tuo articolo incommentabile lo è. Ma io qui devo stare attenta alle suggestioni che voi che siete gli arbitri del potere mediatico avete nelle mani, e mettere in guardia quella manciata di lettori che ho.

Come concludi il tuo pezzo, Mariarosa? “Basterebbe accettare le storture del mondo e non ci sarebbe bisogno di consolarsi con la potatura. Basterebbe rinunciare a qualche corso di autostima e non avremmo bisogno di una grandinata sulle petunie per imparare l’umiltà”.

Penso che questo finale sia amorfo e piatto più del resto dell’articolo, che per un giornalista è un’onta, perchè il finale deve essere esplosivo.
Penso che in queste frasi ci siano scritte un mare di cazzate. E penso che tu le abbia scritte perchè eri a corto di idee.
Le storture del mondo vanno combatutte, con la politica e con la cultura, non accettate. Forse volevi usare il termine “contraddizioni”? In quel caso forse ti consiglierei un dizionario migliore del Thesaurus di Word.
E l’umiltà è una strada tutta in salita, si può imparare da una grandita sulle petunie o da un caporedattore che ti straccia il pezzo.