Fenomenologia della nomenclatura dei fiori, con una dissertazione particolare sulle rose

Ho ricevuto ieri il catalogo Barni, che mi è arrivato incellofanato insieme a quello della Bakker. Segno di qualcosa?
Dato che non ho più nè soldi nè acqua per mantenere a bella vita le ottomila rose che vorrei, mi limito a fare come un’analfabeta e guardo le figure, ma dato che per coincidenza so anche leggere, mi capita di dare un’occhiata ai nomi delle cultivar.
Devo confessare una tremenda delusione, che si rinnova anno dopo anno, nello sfogliare il catalogo Barni e leggere i nomi delle rose. Sembrano -inesorabilmente, impietosamente- i nomi dei modelli delle camicie dei cataloghi di vendita per corrispondenza.
“Modello numero cinque, Giuditta”

Quest’anno in copertina abbiamo ‘Valentino’. E chi è?
Valentino Rossi? Rodolfo Valentino? Valentino Valentino, quello dell’haute couture(aridalle coi nobiloni e ricchi assortiti…ma un po’ meno pronisti no?)? Probabilmente quest’ultimo dato che la rosa è rossa.
Ma…sior Barni, “Valentino” è troppo generico, anche per essere Valentino Valentino, quello dell’haute couture. E’ un nome che dona poco ad una rosa. Se eri più furbo la chiamavi “Valentino Clemente Ludovico Garavani”, o meglio “Rosso Valentino”.
Avremmo capito tutti al volo.
I nomi italiani, poi, sembrano essere del tutto disprezzati dagli italiani stessi. Non si capisce perchè una rosa che si chiami ‘Primo Passo’ debba avere minor fortuna di una che si chiama ‘Sea Foam’. E se mi permettete, “Pietra di Luna” suona decisamente meglio di ‘Moonstone’, che sembra il nome di un fortino della Guerra di Secessione Americana.
Però che scarsa fantasia… ‘Occhi di Fata’ sembra il meglio che riusciamo a trovare, tant’è che ci buttiamo su nomi che suonano bene in qualsiasi lingua, tipo ‘Berenice’, ‘Dionisia’, ‘Romeo’, ‘Demetra’.
Sono nomi amorfi. Come dire: abito in via delle Magnolie 53 o in via degli Oleandri 21.
Nomi che non hanno carattere.
E se c’è una cosa che le rose non sopportano, sono i nomi senza carattere.

Santa Inquisizione

Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!
Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!

Giardini per sedie a rotelle

C’è la sedia a rotelle.
Generalmente noi siamo fuori dalla sedia a rotelle. Non c’è racconto o descrizione che valga a chiarire come cambia il punto di vista quando si è dentro una sedia a rotelle, o quando -più o meno da un giorno all’altro- ci si ritrova a doverla spingere.

I giardinieri sono tra le creature meno sensibili di questa terra al problema della sedia a rotelle.
Esistono certamente giardini compatibili con la sedia a rotelle o in cui la sedia a rotelle è un’ospite come tante o non è mal accettata. O giardini che si dotano di attrezzature per sedie a rotelle, magari perchè i loro proprietari sono costretti a farne uso ad una certa età.
Non so come funzionino le cose in America e in Giappone, dove pare che i progettisti siano un po’ più svegli, ma qui in Italia bisogna dire che funzionano proprio male.
Se un giardino si dota di passaggi e scivoli per le sedie a rotelle si tratta sempre di qualcosa in più e non di qualcosa per.
Solitamente poi gli scivoli sono rampe improvvisate, come quelle degli stabilimenti balneari o un percorso alternativo, diverso da quello dei pedoni. Come a dire “non ho niente contro la tua sedia a rotelle, ma se vuoi passare devi farlo per forza dall’entrata secondaria”.
Grazie.
Anche nei giardini più attrezzati, poi, non si può andare dappertutto. La parete rocciosa è abbordabile solo da chi ha gambe buone, vietata se è per questo anche ai malati di cuore. Il prato umido -ci potete scommettere- diventerà come le sabbie mobili, e se uno pesa più di venti chili la sedia a rotelle finisce per “infungarsi”, per sprofondare come in un pantano.
Il vialetto sarà sempre troppo stretto, e il tuo catetere potrebbe staccarsi e saltar via, e sicuramente ci sarà questo o quell’inceppamento nelle connessure del viale, sempre che il designer non abbia deciso di usare la ghiaia, già fastidiosa in un giardino comune, con il suo orribile scricchiolio, del tutto impraticabile per una sedia a rotelle.
Sarà bello fermarsi sul bordo del fiumiciattolo, che si attraversa solo zompettando da una beola all’altra. Sarà entusiasmante dover dire “Oh, beh, torniamo indietro” oppure “Vai tu, non importa”.

Non esistono giardini per le sedie a rotelle.
Come se questo fosse un’a privativa. Un giardino per le sedie a rotelle non può essere bello…perchè? ma è ovvio, perchè le sedie a rotelle sono brutte, ed evocano concetti di malattia, disagio, disabilità, incapacità.
Invece di essere sano stimolo alla creatività e all’estro.

Un tappeto in casa è un ostacolo insormontabile per una sedia a rotelle, figuriamoci un sasso in un prato…si perderebbe tutto l’elemento di naturalità e di mistero, tutta la multiplicatio et variatio universorum, tutti gli elementi di ricchezza di curiosità, di mistero, di divertimento. Via, insomma, chi ha la sedia a rotelle se ne stia a casa sua a guardare la tivvù, dopotutto…che vuole da me, io devo progettare un giardino perchè sia bello…altrimenti gli altri non ci vengono neppure.

Non tutti siamo Balduccio Sinagra, non tutti abbiamo i soldi di Pierre Passebon e di Jacques Grange, che hanno potuto permettersi di farsi fare il giardino da Louis Benech. Non tutti hanno Paloma Picasso e Yves Saint Laurent come amici.
Eppure il giardino presentato su questo numero di “Gardenia” , in pectore, qualche idea buona per una sedia a rotelle ce l’aveva. Peccato che a Louis Benech non fregasse un bel niente.

Dovremo attendere che qualche riccone diventi paralitico per avere un giardino per le sedie a rotelle?
Non c’è bisogno di lambiccarsi il cervello: la risposta è subito data, ed è un facile e chiaro “sì”.

Il Kitsch: dal principio all’effetto

Il Kitsch è l’arte che segue delle regole stabilite, proprio in un’epoca in cui tutte le regole artistiche sono messe in dubbio da ogni artista
Harold Rosenberg
La tradizione del nuovo

Parlando di Kitsch è sempre necessaria una certa dose di circospezione.
E’ un fenomeno che riguarda le arti e le arti applicate che si è imposto con vivacità sempre crescente dagli anni ’50 in poi, fino ad avere proprie connotazioni formali di stile o genere, esattamente come le hanno guadagnate due stili affini e per certi versi sovrapponibili come il Trash e il Camp (cfr. a tal proposito l’articolo di Marco Salvati sul sito “L’attimo fuggente” Perchè non possiamo dirci Trash?.

Continua a leggere “Il Kitsch: dal principio all’effetto”

Banzai! Lunga vita agli alberi nani!

Esistono due o tre luoghi comuni al mondo: uno è che i Vulcaniani siano solo logici e cerebrali, incapaci di poesia e trasporto. Due è che i Klingon siano un popolo esclusivamente feroce e bellicoso e che non sappiano nulla d’arte e romanticismo. Tre è che i bonsai siano una tortura per le piante.
Per i primi due lascio al lettore il piacere della scoperta, ma per il terzo indicherei come più recente apoteosi di tale punto di vista nella nostra italietta giardinicola l’articolo di Pia Pera in chiusura di Gardenia di questo mese ( agosto 2009, n°304, pag. 156).
Pia Pera è anche troppo per Gardenia, ma mi duole vedere come così preziose occasioni di dare un proprio contributo alla cultura del giardinaggio italiano vadano regolarmente sprecate. Una “bustina” alla fine di un mensile è qualcosa di troppo importante per scriverci banalità a fiotti. Passi per le divagazioni sentimental-descrittive con cui ci ingozza da tempo…e la libellula sul fiorellino, e le goccioline d’acqua, e il profumo dei prati fioriti… ma attenzione quando si va a toccare temi di tale portata estetica, artistica, filosofica, antropologica, senza dimostrare neanche una vaga conoscenza dell’argomento nè il benché minimo tentativo di comprendere ciò che si analizza.
Passi anche l’ignoranza a palate, o una presa di posizione partigiana e impermeabile (la critica doc -è noto- passa anche per questo) ma almeno sorprendici, facci divertire, facce ride’…
Niente. In questa “bustina” di chiusura c’era solo una sciatta e trasandata invettiva contro i bonsaisti, paragonati, con scarsa inventiva, ai sostenitori dei “piedini di giglio”.

Pizzetti liquidava il problema senza pensarci due volte: con un’alzata di spalle scriveva che le persone che trovano claustrofobici e orrorifici i bonsai proiettano sulla pianta problemi loro (Pollice verde, BUR, pag. 95).

Il bonsai non è per tutti, come non per tutti sono i palmizi vari, le orchidee colorate, i cactini fallici e pelosi.
Sono dei “sotto-mondi” all’interno di quello più vasto del giardinaggio. Ci sono gli adepti dell’erbacea perenne da fiore, la setta dei tropicalisti, i cactus-maniaci, i patiti delle orchidee, chi colleziona piante velenose, chi raccoglie piante “utili”, ecc.
Molte volte chi si chiude in questi mondi non si occupa per nulla degli altri, ignorandoli scientemente.
E’ quasi naturale, perchè i giardinieri vanno soggetti al collezionismo come i bambini alle malattie esantematiche (cfr. il vecchio postIl collezionista di fiori).

Trascuro di entrare nel merito sociale e antropologico della storia del bonsai, che sarebbe un atto di arroganza per un occidentale, ma mi voglio soffermare su quello estetico-filosofico e naturalistico, per così dire “ecologico”.
Viene rimproverato al bonsai di essere innaturale, un eccesso di artificio, crudele e turpe. Non si metta neanche in discussione il fatto che gli alberi così trattati possano “soffrire”: la sofferenza, la crudeltà e la turpitudine che aleggiano attorno al bonsai non sono rivolte agli alberi, ma all’uomo.
Con chi crede il contrario non ho nulla da dirmi.
Quindi, se l’offesa c’è, è arrecata alla sensibilità dell’essere umano, del proprio prossimo. L’alto valore simbolico delle piante ci permette di identificarci in esse, pertanto si vede nel bonsai un’ amputazione sadica, una castrazione immotivata.
Il che è evidentemente falso, poichè la potatura viene eseguita su qualsiasi pianta anche nel giardino occidentale, senza suscitare crisi di pianto da parte di nessuno, anzi, diventando “mestiere”.
Se poi si ritiene che la potatura in generale sia un’operazione crudele, raccomanderei chiunque ne sia convinto di tenersi lontano da qualsiasi cosa riguardi il giardino.

Per un orientale il bonsai ha a che fare con la religione e la meditazione, con l’educazione e la crescita umana, cose in cui non ho nè competenze nè l’ardire per addentrarmi.
Per un occidentale il bonsai è o potrebbe essere la perfetta risoluzione figurativa e plastica di uno dei problemi che caratterizza ogni estetica dell’arte e che ha assillato filosofi e critici per un paio di migliaia di anni: la mimesi della natura.
Mentre in Europa ci si dibatteva tra il massimo artificio delle stanze barocche e del giardino ancien régime e il minimo artificio (con minima spesa) del giardino Whigh e liberista del Settecento inglese, in Giappone, molto prima di allora, questo conflitto sembra essere stato risolto nel bonsai, in cui l’arte umana e quella della natura si fondono e si completano a vicenda per creare qualcosa che abbia una profonda bellezza e una potenza espressiva tanto forte (e racchiusa in una pianta così piccola) da riuscire addirittura ad annichilire chi la guarda.
E’ -in poche parole- la sintesi perfetta tra natura e artificio, c’è un intero universo racchiuso nel vaso di un bonsai, le nostre stesse vite.

Chiaramente stiamo parlando di bonsai veri, non di quegli scopazzi che vendono nei mercatini, a 10 euro l’uno, 8 se ne prendi tre. La domanda ci è lecita: è forse a questi scopazzi che si riferisce Pia Pera? Ma, buon dio, quelli non sono bonsai, non più di quanto il posacenere a forma di Colosseo non sia il Colosseo stesso!
Queste “cose” sì sono turpi e crudeli, poichè al solo beneficio dell’incasso si violenta e si offende un’arte millenaria, per di più straniera, con il risultato di un vago razzismo serpeggiante in questa sorta di “prodotto”. Ed uso le virgolette solo perchè si tratta di creature viventi, altrimenti non esiterei a definire questi scopazzi dei semplici oggetti d’uso.
Si tratta -lo dico per chi non lo sapesse- di giovani arbusti potati alla base, da cui si lasciano rinascere rametti disordinati: in tutti è infatti ben visibile il taglio del ramo centrale più grande.
Siamo davanti a dei falsi, di qualcosa che non ha più nulla a che fare nè con le piante nè con l’arte nè col Kitsch, ma con la truffa e il raggiro, con azioni non solo non-artistiche, ma immorali, che dovrebbero essere penalmente sanzionate.

Naturalmente ad ognuno è lasciato il proprio giudizio: se non vi piacciono i bonsai, fatti vostri, al massimo potrò compiangervi. Ma denigrare ciò che si dimostra così ampiamente di non conoscere e di non aver compreso, paragonandolo alla messa in piega, per di più non certo in un luogo banale come un forum o un blog, ma nella rivista “di massa” più importante d’Italia, definisce un certo modo se non altro miope, poco accorto e poco acculturato di vedere le cose del giardinaggio.

E per giunta senza neanche un briciolo di humour.

Il pozzo e il pendolo

Da quando ho smesso di parlare di tecniche orticole all’interno della mia rubrica settimanale sulla Riviera, sono diventata meno popolare. Mi toccherà fare un passo indietro.
La gente apprezza solo i miei pezzi orticolturali e non quelli culturali.
Mi fermano solo per discutere di pratiche più o meno personali e fantasiose sulla coltura delle piante più anonime e comuni.
Dopo un mio articolo sul gelso nero, un tale mi ha sequestrata per più di un quarto d’ora per raccontarmi la sua strategia per farlo crescere (ancora di più di quanto fa normalmente? oibò) e narrarmi le sue peripezie terrazzautiche: tutti i suoi meravigliosi, regali geranei di color rosso semaforo sono stati sostituiti da non ricordo quale albero. Pino, forse.
Per dare l’illusione del bosco in terrazza, mi spiego?
Mi ha anche raccontato di come lui sia stato in grado di misurare la profondità precisa alla quale doveva essere scavato il suo pozzo per l’irrigazione. Probabilmente un calcolo differenziale complicatissimo, roba da Swaami Brachamutanda, il grande matematico indiano. Il suo vicino -racconta- voleva batterlo e andare ancora più giù, per rubargli la vena, ma invece, cos’ha trovato? L’acqua salata del mare, e le piante irrigate sono tutte morte.
La considerazione che ne deriva è che tristemente il giardinaggio, come anche la cultura e mille altre cose, è per molti una forma di prevaricazione sociale nei confronti del prossimo.
Il giardino, il giardinaggio e le attività ad essi connesse sono mezzo per dimostrare il proprio status.
Così mentre il mio interlocutore si sentiva molto furbo, io mi sentivo svenire.

Architetture e paesaggi in Labyrinth di Jim Henson. Matrici del gusto di un cult movie

Labyrinth (Dove tutto è possibile, recita il sottotitolo italiano) è un cult-movie per gli amanti del fantasy e per gli illustratori. Possiamo dire che tutto il resto delle persone non lo conosce affatto.
Ma come diceva Santayana, non importa a quanta gente piaccia una cosa, ma quanto piace a coloro a cui piace. Il che è una grande stronzata. Scusi senor Santayana.

Labirynth comunque non è un filmucolo passato alla storia con dubbi meriti, per puro ghiribizzo del caso. E’ invece un film ricchissimo di suggestioni, con una forte caratterizzazione estetica, in cui citazioni, fonti e rimandi sono vari e diversificati e nascono evidentemente da un gusto colto e raffinato, arguto, sottile. La matrice del gusto è molto strutturata e complessa.
Per questo è un cult-movie presso noi illustratori, anche per quelli che non hanno inclinazione al fantasy.
Farne una critica compiuta non è affatto semplice, ho raccolto in questo articolo i fotogrammi che ritenevo di maggior interesse, ma il lettore mi scuserà se ho tralasciato qualcosa.

scena iniziale labirynth
La scena iniziale, che a tradimento ha fatto immaginare a tutti di trovarsi in un mondo fatato del tipo Legend o The Princess Bride, è solo un inganno. Sarah “gioca alle fate”. La scelta del paesaggio è sottilissima. Un paesaggio più selvatico non sarebbe poi potuto passare per un parco cittadino, uno più caratterizzato architettonicamente non sarebbe passato per un mondo fantasy.
Occorre molto occhio per fare scherzetti del genere.
La scena è molto simile a quella iniziale di Alice, ma meno decorata, più “classica” (o meglio “neoclassica”…). Un prato verde e leggere pendenze, un ponte di pietra, un lago, un cigno: elementi classici delle fiabe, senza tempo. Eidos. O se vogliamo clichè.

Suonano le 7
campanile labirynth
e veniamo a scoprire che ci troviamo “quando” nel 1986, e da subito, anche “dove”, perchè la torre dell’orologio, costruzione tipica di ogni città americana, ha le fattezze caratteristiche di quelli del New England, come d’altra parte anche il paesino in cui Sarah corre. Le architetture sono neo-vittoriane e neo-georgiane. In veste più antica ed austera le abbiamo viste mille volte nei quadri di Edward Hopper e nei film di Hitchcock, come Gli uccelli o Psyco.
paese labirynth

pesino labirynth

paese labirynth

Gli interni della casa di Sarah sono molto eleganti, ben al di sopra di una normale “famiglia americana”, seppur benestante. C’è gusto, anche se la decorazione non manca, non è mai soverchia o pacchiana. L’elemento più distinguibile è l’arco d’entrata, di tipo ellittico, molto usato durante il periodo Liberty. L’arredo lascia vedere con chiarezza elementi elaborati nei muri (una mensoliera incassata con volta a platte-bande, delle sedie in stile Shakers tinte di scuro.
interno casa di sarah

La carta da parati è di colore non comune (un verde salvia piuttosto spento) con disegni tipici dell’Arts & Crafts di William Morris e John Ruskin.
carta da parati casa di sarah

L’arco ribassato, stile Liberty, di grande profondità dovuta allo spessore dei muri, è tipico delle case del New England che imitavano lo stile europeo fin de siécle. Anche qui notate i parati in stile Liberty.
arco ribassato

La cameretta di Sarah invece indulge al country, la coperta patchwork ne è l’esempio migliore.
sarah's room
Lo scaffale e le pareti affollate sembrano quelle dei racconti illustrati di Boscodirovo, di Jill Barklem, che ama disegnare scaffali stipati di cianfrusaglie e oggetti di ogni genere.
Alla parete si vede già un poster di Escher, dentro cui Sarah finirà alla fine del film. Un prodromo.

Cambiando scena arriviamo all’esterno del Labirinto.
esterno del labirinto
Il paesaggio è quasi cimiteriale, con tozze steli che rimandano agli storicismi ottocenteschi (per capirci, tra gli altri, la mania di avere i “reperti” egizi in giardino)

Hoggle

L’architettura è di un gotico muscolare, pesante, non manierato. Non rozzo, ma semplice, razionale, quasi rivisitato da un le Corbusier nel suo più felice periodo brutalista.
In alcuni punti il brutalismo è più evidente:
mano che indica
In altri punti invece la visione d’insieme potrebbe essere un bozzetto per il disegno del castello della Bella e la Bestia.
esterno del labirinto
I fiori sono radi, tutti bianchi, al massimo con una accennata sfumatura rosata. Questo per contrastare con il colore di fondo del muro e per essere il più visibili possibile. Sono radi, mai in gruppi, per non essere sdolcinati e romantici, e per avere un aspetto “medievale”. Insomma, un paesaggio che sembra uscito dalle tele di un Johmn Everett Millais che volesse dipingere il giardino di Ginevra.

All’interno textures indefinite e ancora muscolarismo, con il muro che si rastrema, per dare un’idea di maggiore solidità.
labirinto
Nei muri del labirinto i conci sono visibili, un accenno neomaya?
labirynth

labirinto

Cambio di scena: cambia anche il materiale con cui è composto il labirinto, stavolta si tratta di siepi.
labirynth
Rimangono le steli di tipo egizio, ma qui sono più che altro un escamotage ottico per “ancorare” l’occhio alla base.

labirynth
Scena molto complessa da analizzare. Il labirinto è di tipo “tradizionale”, cioè cinquecentesco-seicentesco, di chiara ispirazione francese e “versaillesiana”, ma se fate attenzione le alte sentinelle di pietra sembrano il Soldatino di stagno (1838) o lo Schiaccianoci (1816). Siamo già nel periodo del revival degli stili storici e nell’Eclettismo Ottocentesco. In Inghilterra una scena così composita potrebbe (forse) ricordare The Lilac Fairy Book di Andrew Lang, ma qui in Italia ricorderebbe certamente I quindici e qualche divagazione Luzzatiana su Italo Calvino.
Ma a ben guardare l’altra figura femminile a sinistra dimostra chiaramente delle influenze contemporanee, certamente di Moore e Modigliani. Eppure non stona affatto, anche in virtù del fatto che il materiale e il colore è identico alle statue dei soldati con colbacco.

Qualche maschera
maschere labirynth

maschere labyrinth

maschere labirynth
che più che far pensare ai costumi veneziani rimanda alla barocca fantasia di William Shakespeare e alle caricature di Leonardo. Brian Froud, santone internazionale dell’illustrazione, guru delle fate e degli gnomi, ha qui certamente messo una delle parti più belle della sua magica matita, e le grottesche deformazioni dei nasi e dei visi diventano quasi zoomorfismo, andando a toccare i momenti più delicati e al contempo terrorizzanti di Arthur Rackham e dei Racconti di Mamma Oca. Come vedete anche qui la matrice del gusto è Arts & Crafts, Liberty, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento.
maschera david Bowie

Sarah ha un vestito da principessa delle fiabe come ce lo siamo sempre immaginato tutte da piccole, cioè con le maniche a sbuffo dell’Ottocento e la crinolina. Mentre all’inizio del film aveva un vestito di tipo medievale, più “Marion Zimmer Bradley”. Una diversa visione della fiaba di fate si è alternata nel film.
sarah labirynth
Il decoro nei capelli è vettoriale, alla Victor Horta. Ancora Liberty.
sarah labyrinth ball

La città di Goblin non è come ce l’aspetteremmo, immersa in una foresta, con case sugli alberi come in Tolkien o in Dragonlance (mi scusi Professore per quest’accostamento profano), ma è un borgo medievale, di tipo centro-europeo, di campagna. Insomma, per farla breve, un paese come quello dei Quattro musicanti di Brema. Ci sono finanche galline.
città di Goblin
Le figure scolpite sul pozzo (cuore di ogni paese medievale) sono di carattere gotico, francofono.
città di goblin
Nella sua interezza la Città di Goblin sembra un diorama di un presepe. C’è un sacco di Hans Christian Andersen e di Fratelli Grimm, qui dentro.
città di Goblin, piazza

La parte finale è quella più semplice da spiegare ed è anche quella che più facilmente viene compresa anche da chi ha poche conoscenze d’arte, essendo le stampe surreali di Escher molto diffuse anche negli studi medici e nelle salette d’attesa dei politicanti.
labyrinth escher

La conclusione di questo articolo mostruosamente lungo è che Labyrinth è guidato da un’estetica Liberty e romantica, filtrata attraverso il personalissimo segno del genio pittorico di Brian Froud, che con questo film realizza un vero e proprio piccolo capolavoro, in cui ogni scena si risolve in una raffinata illustrazione tridimensionale.

Rosario Assunto , Judith Levine e il giardino per i cani

Se è vero, come sostiene Rosario Assunto, che il giardino è l’ordinamento spaziale in cui l’Uomo deposita il suo rapporto con la natura, creandone infine una struttura, devo desumere che in questi anni il mio rapporto con la Natura è molto cambiato.
Da che consideravo la natura la migliore amica e contemporaneamente la peggior nemica del giardiniere, oggi la considero solo come una sorella con cui viaggiare insieme per un tratto della vita.
Mi disinteresso di lei, lei si disinteressa di me. Mi limito ad osservarla, a volte ad incoraggiarla con un po’ d’acqua, ma in un anno credo di aver comprato sì e no quattro piante. Due margherite, una rosa ed una verbena. E di tutte e quattro mi sono pentita.
Io non compro, direbbe Judith Levine (e ringrazio Francesca Schirò Zambrano per l’avermelo regalato, una delle mie migliori letture). Non mi interessa più l’acquisto. Una forte componente deriva dal fatto che per me un acquisto dedicato al giardino è diventato un lusso, e che tutte le mie risorse sono concentrate sulla stirpe animale che vive con me. Non desidero trovarmi da Priola con diecimila euro da spendere, credo che allora avrei i conati di vomito. Stavo male ieri nel supermarket, davvero male. Davanti alle distese di succhi di frutta e al bancone dei surgelati per poco non svenivo. Mi vedevo come uno zombi che infilava la monetina nel carrello.
Mi sento così davanti ai cataloghi illustrati. Solo quando riesco ad astrarmi perfettamente, posso immaginare le rose in un giardino non mio, e a goderne finalmente.
Non desidero possedere, ma solo osservare.

Se potessi, farei un giardino per i cani. Assunto mi ucciderebbe. Detestava i cani nei giardini, figuriamoci i giardini per i cani. Li avrebbe trovati semplicemente senza senso.
Farei una zona bella ombrosa, con un bell’albero dal fogliame rado e mobile, come un albicocco. Magari un tiglio o una robinia. Oppure un sempreverde, una quercia, un olivo, un carrubo. Non le magnolie, i Ficus, la Melia o i pini. Un angolo con la terra sempre smossa dove fare fosse e sdraiarsi d’estate. Un acciottolato o un piastrellato per prendere il sole in inverno, un bunker di sabbia dove rotolarsi e seppellire ossa, e delle piante che li attraggano, sulle quali sdraiarsi. Nasturzi e Tulbaghia gli piacciono davvero tanto, forse perchè le foglie hanno un sapore pungente e scacciano i parassiti.
Sulle lavande invece si grattano, ed amano anche le spine più grosse dei cacti a candelabro.
Se la fortuna mi assisterà vorrei fargli una piscinetta bassa, coi gradini, facile da pulire e da cambiargli l’acqua. E una fontana dove abbeverarsi con acqua in movimento continuo.
Direi che il mio rapporto con la natura, in questi anni, invece di cristallizzarsi in un ordinamento spaziale formale o formativo (Pareyson), come il giardino, è diventato riflessione sulle altre forme di vita senzienti, assolutizzate (ontologizzate e teleologizzate) nel cane e nel gatto.
Una gran sfiga per un giardiniere.

Fiori e paesaggi in “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Walt Disney

Per una galleria ancora più completa, cliccare qui

La mia formazione televisiva è di impronta marcatamente giapponese, i vari Hanna & Barbera o i cartoni della Warner Bros mi hanno sempre lasciato tiepida e indifferente.
Tuttavia la Walt Disney, quando il patròn campava, ha scritto pagine della storia del cinema di animazione che non possono essere dimenticate.
Ora la qualità è crollata vertiginosamente e solo la collaborazione con la Pixar -recentemente interrotta- è riuscita a tirare la Disney fuori dall’empasse in cui si era cacciata, senza peraltro neanche avvicinarsi alla bellezza delle vecchie produzioni.

Alice nel Paese delle Meraviglie è uno dei miei cartoni Disney preferiti, sia per la qualità del disegno che per l’esuberanza della narrazione.
Chi ha letto i romanzi di Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio e quel che Alice vi trovò, sa quale magica fusione narrativa tra i due il cartone animato sia riuscito ad ottenere, e quanto differente esso sia dai romanzi, che non imita pappagallescamente, ma INTERPRETA.
Alice nel Paese delle Meraviglie è tra le poche trasposizioni cinematografiche che possano dirsi pari al romanzo da cui sono state tratte.

In Alice il paesaggio è molto composito e di ispirazione variabile.
Ad esempio la scena iniziale, sulla quale si potrebbe anche scrivere un trattatello, mostra un esempio di giardino paesaggistico all’inglese:
Paesaggio alice nel paese delle meraviglie disney
Ad un esame meno superficiale il paesaggio appare quasi finto, artefatto, con nulla della selvatichezza dei paesaggi di Blenheim o Stowe, ma con in compenso un carico di romanticismo decorativo e manierato tipico di un certo gusto di una borghesia ricca ma poco raffinata.
Un paesaggio che nasce dal gusto eclettico della fine dell’Ottocento, che rispecchia il decorativismo esagerato dell’epoca in cui furono scritti i romanzi (contro il quale essi si schierano), e in cui nascono anche i grandi parchi dei divertimenti nella capitali europee, come Chelsea a Londra.
Parchi dei divertimenti di che hanno la diretta paternità di Disneyland, che a questi fotogrammi si ispira.

casa del cappellaio matto
Qui siamo alla casa del Bianconiglio, un cottage rurale inglese, un’icona dell’Inghilterra rurale, che qui viene resa senza mezzi termini, con uno stile assolutamente da cartolina.

nel bel meriggio d'oro, alice
Questo è il punto che ogni appassionato di fiori segue con più attenzione. A parte alcuni svarioni (un lillà chiamato girasole, i narcisi asfodeli), è un momento importante per capire quale fosse il gusto che guidava i disegnatori Disney.
Nessun fiore, in Alice, è disegnato con le modalità stilistiche vittoriane, nessuno. La linea stilistica è propria degli anni ’50 (il film è del ’51) e dei cataloghi illustrati di vendita per corrispondenza quel periodo.
zinnie

piselli odorosi
Non mancano, come nel libro, rimandi e citazioni, in questo caso ai copricapi dei primi colonizzatori, dei Padri Pellegrini (o meglio, Madri Pellegrine). Il pisello odoroso si presta per la sua forma a questa “trasformazione”, ma l’interpretazione della vocazione storica di questa pianta è perfetta, anche se non lontana da alcuni cliché (la timidezza, l’essere una pianta “della nonna”).

La signora Iris
iris
è poi una perfetta rappresentazione di una dama vittoriana, al contrario della sorella maggiore di Alice, vestita sì da dama vittoriana, ma con delle fattezze da pin-up della pubblicità della coca cola.
sorella di alice

Andiamo poi dal Brucaliffo
brucaliffo paesaggio
Qui la decorazione del fogliame è una rivisitazione in chiave post-modernista dello stile Arts and Crafts, lo stesso paesaggio molto lussureggiante è un rimando al Naif e a suggestioni rousseauiane.
Come anche lo strano crocevia dove Alice incontra lo Stregatto Astratto.
crocevia alice

Proseguendo incontriamo un paesaggio romantico alla Wagner
Bosco di Tulgey
e citazione escheriane
labirinto

I paesaggi e i fiori in Alice si ispirano dunque a diversi stili, che diventano unitari e coesi attraverso il filtro del gusto degli anni ’50, che rende omogenee le diverse suggestioni stilistiche.
E’ un film che, forse inconsapevolmente, fa in parte rivivere -per chi vuol coglierli- quei pericolosi attacchi alla morale borghese che lanciò Carroll alla fine dell’Ottocento. Un film in cui il paesaggio più surreale e da fumetto
ostrichette curiose
è felicemente unito alla visione più celebrativa del paesaggio agreste e bucolico della campagna inglese senza incoerenza e impurità formale.
Un film che rimanda e cita, confonde e stuzzica, esattamente come il libro, ma che a differenza di questo non vuole essere una polemica al gusto e ai costumi del proprio periodo, ma che anzi, li esalta e ne trae “maniera”.

Da Alessandro-Koki: “Che sia solo egoismo?”

Oggi Alessandro mi ha inviato questa mail, mi pare un punto di vista interessante, sul quale ciascuno può darsi la sua risposta, perciò trovo giusto metterlo a disposizione di tutti:

Ultimamente penso che, in fondo, il giardinaggio sia un’attività egoistica. E il giardino, quando è voluto per se, c’ha una bella fetta di egoismo dentro, quando non è tutta la torta. Così per farlo e curarlo ti ci devi chiudere dentro e gli altri che stanno fuori ti rompono solo le scatole. M’è venuta in mente anche domenica, vedendo mio figlio giocare a pallone sul prato di amici, al che ho pensato che nel mio prato tra un po’ non si potrà giocare a pallone senza rischiare di rovinare il mio lavoro (si vede la faccia di Smeagol?).
Non mi pare edificante.
Con questo sono fortemente attratto dall’aspetto di utilità dello spazio esterno attorno alla casa, che, per chi ha la passione del giardino, è una cosa piuttosto sottovalutata.
“Utile” vs “Bello”, saranno mica due tipi diversi di bellezza? Se così fosse è necessario educarci alla bellezza dell’utile, senza costringerci a buttar dentro delle cose “belle” per renderlo “Bello”…mah!