Riflessioni sulla Natura

Da “la Riviera” del 31 dicembre 2004, nonostante alcuni possano pensare che io abbia cambiato parrocchia.

Vita Sackville West

Per caso in questi giorni mi sono ritrovata a rileggere qualche brano di una raccolta di articoli di Vita Sackville-West, che in Italia è stata pubblicata da Muzzio Editore, con il titolo di Un giardino per tutte le stagioni, 16 euro. Vi consiglio caldissimamente l’acquisto di questo volume, per una gran quantità di motivi. Il primo è che se siete dei dilettanti pigri che non si prendono la briga di cercare le piante sui dizionari botanici o su internet (della qual cosa dovreste vergognarvi immensamente poiché non si può fare giardinaggio serio senza conoscerne la materia prima), questo libro vi costringerà a farlo, perché i nomi e le specie di piante che cita sono innumerevoli, e fa sorgere spontaneo il desiderio di informarsi maggiormente sulle piante menzionate. Il secondo è che lo stile con cui è scritto è quanto di meglio la letteratura specializzata possa offrire. Vita Sackville-West era scrittrice, romanziera e poetessa, e non era certo una persona che potesse avere dubbi o confusioni linguistiche, o che si impaperasse con le parole. Il suo stile è asciutto e appassionante al tempo stesso, e non si fa fatica a leggerlo. Il terzo è che i consigli che offre sono più preziosi dei diamanti. Questo è difficile da spiegare solo con le parole, ma se leggete il libro ve ne accorgerete voi stessi man mano che proseguirete la pratica del giardinaggio, innalzando sempre più i vostri obiettivi e le vostre ambizioni. Vita aveva una personalità dirompente, aveva numerose amanti e cornificava allegramente suo marito non solo con le donne, ma spesso anche con uomini. Settanta anni fa era senza dubbio molto più libera di quanto non lo siano oggi molte donne.
Questa sua personalità energica l’ha tutta riversata nel suo giardino, rinnovando le acquisizioni pregresse ed introducendo numerosi concetti originali. Alla fine dell’800 il giardinaggio inglese viveva uno dei suoi periodi di maggior prestigio per l’influenza che esercitava su quello europeo con i suoi modelli romantici e liberamente bucolici, consolidati nel passare degli anni soprattutto da Gertrude Jekyll.
Vita Sackville-West fu una vera innovatrice, ed apportò al giardinaggio nuove conoscenze teoriche e pratiche, l’uso di specie selvatiche erroneamente considerate di scarso valore ornamentale, lo studio di progetti prospettici più formali e di forte impatto visivo, di cromatismi del tutto originali e audaci; inoltre sperimentò associazioni tra piante che fino a quel momento non erano neanche state prese in considerazione. Viene ricordata soprattutto per la sua aiuola bianca e grigia, ma forse quella fu una delle cose meno rilevanti che fece. Aprire a caso questo suo libro è sempre una sorpresa, sia per l’emozione di leggere uno stile così pulito e semplice, sia per il modo umile e pratico di dare consigli, sia per la qualità delle indicazioni pratiche fornite, e non da ultimo, per le profonde riflessioni sulla Natura che ci indice a compiere. Vita conosceva la natura, ma non la idealizzava scioccamente e stolidamente come spesso si è portati a fare, specie se non si è adeguatamente dotati di senso critico e di cultura. Aveva le sue idee e correva dei rischi nello scriverle; diceva: “…chi scrive articoli di giardinaggio deve avere il coraggio di dichiarare le sue opinioni”, cosa della quale sono fermamente convinta anche io e che ho sempre cercato di fare in questo piccolo spazio settimanale.
Nel giardinaggio e nella vita non bisogna mai farsi prendere da falsi modi democratici e buonisti, dal qualunquismo e dall’indolenza. Bisogna giudicare. So che la Bibbia impone il contrario, ma a rischio di una scomunica io credo che il giudizio sia un evento quotidiano e comune della vita umana. Ogni pensiero in fondo è un giudizio personale su qualcosa o qualcuno, e le nostre azioni una reazione a quel giudizio. Ciò che bisogna fare prima di giudicare è acquisire il maggior numero di informazioni possibile (perciò non mi stancherò mai di ripetere di comprare un buon dizionario delle piante ornamentali).
La natura è senza vie di mezzo la più grande alleata e la peggior nemica del giardiniere. Il compito del giardiniere è di migliorarla e talvolta superarla (follia? Non direi).
Le esperienze che gli scritti di Vita Sackville-West ci mettono a disposizione sono di valore inestimabile, è una lezione che non è possibile ignorare.
Ci si può trovare in disaccordo con le opinioni, ma non con il senso critico che le anima e che le ha rese così importanti per tre generazioni di giardinieri.

“Tenendo innanzi frutta” di Isabella Dalla Ragione

Tenendo innanzi frutta
“Non crescono sull’albero” era un detto che stava già scomparendo quando io ero piccola. “I soldi non crescono sull’albero” aveva un sapore postmodernista che sottolineava il pensiero corrente di allora che le vicende della vita umana e della natura fossero ormai definitivamente separate.
Avere un albero da frutta in giardino era per lo più un caso, raccoglierne i frutti era retaggio di un’indole contadina mai domita in molte zone periferiche dell’Italia, e veniva considerato quasi stigma di povertà. “Perché, non ha i soldi per comprarsi le mele al supermarket?” .
Le famiglie-bene di provincia lasciavano al più un albero di limoni o di qualche altro agrume, tradizionalmente considerati frutti “nobili”, ma gli altri frutti erano scacciati perché “proletari”.

Parallelamente la grossa industria di produzione agricola selezionava la frutta non per la sua qualità ma per altre proprietà, strettamente connesse alla produzione e alla vendita: la resistenza ai parassiti, l’abbondanza della produzione, la conservazione in magazzini di stoccaggio.
Nel corso di cento anni sono uscite di produzione centinaia di varietà frutticole, alcune delle quali sono però rimaste in antichi orti o frutteti, e molte altre sono state perdute per sempre.

Per preservare questo ricco patrimonio di biodiversità, negli anni ’60, Livio dalla Ragione ha fondato il frutteto botanico “Archeologia Arborea” in Umbria, ora portato avanti da sua figlia Isabella. Ed è proprio Isabella, che beneficiando dell’esperienza del padre e dei suoi studi di agronomia, ha pubblicato il volume “Tenendo innanzi frutta”. Si parte da una considerazione apparentemente semplice: durante il Rinascimento era la Natura (natura naturans) ad essere la fonte principale di ispirazione per il pittore, e dalla prescrizione di Giorgio Vasari: “tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo”, Isabella dalla Ragione ricava il principio per cui gli affreschi dell’epoca ritraessero varietà di frutti realmente in coltivazione. Affidandosi alle pitture murarie delle ville delle famiglie Vitelli e Bufalini, nella zona dell’Alto Tevere, e al cospicuo archivio della famiglia Bufalini, Dalla Ragione è arrivata a identificare e catalogare decine e decine di varietà orticole e a ricostruire gli usi a cui erano destinate.

Susina 'regina Claudia' con fiori di Althaea; susine

Queste varietà di frutta sono state estromesse dal mercato internazionale perché erano poco produttive su scala globale. Ma in tempi in cui gli orti, sia dei Papi che dei ricchi signori erano orti produttivi e non decorativi, la grande varietà di cultivar offriva -oltre ad una continua diversità di sapori- una produzione durante buona parte dell’anno e la conservazione durante l’inverno, garantendo così la sopravvivenza di molte famiglie contadine.

Uva

Come ben scritto nella postfazione di Antonio Cianciullo, non si tratta di una mera celebrazione del mondo contadino, ma dello studio filologico di un mondo in cui si sfruttava la natura ma senza impoverirla, una capacità che da tempo abbiamo perso e che sembra poter permanere solo al margine della cultura di largo consenso.

Storie dei Sette Sapienti

Storie dei Sette sapienti, di Carlo Beneduci, con illustrazioni di Lidia Zitara, Ed. Pellegrini, 2000

Foxglove: guanti per volpe

Foxy Lady!J.R.R. Tolkien ebbe una fitta corrispondenza con il suo secondo figlio, Christopher, che attualmente è curatore dell’ intero corpus del padre.
Fu attraverso la corrispondenza con il figlio durante il suo servizio come aviatore che Tolkien trovò l’ispirazione per andare avanti con Il Signore degli Anelli, dopo l’interruzione al punto in cui Gandalf e Pipino corrono verso Minas Tirith.
In una di queste lettere, Tolkien, professore di lingua inglese e di filologia, autore del Dizionario Oxford e di vari saggi di linguistica e mitologia, trovò anche l’agio per dire due parole ai giardinieri.
In una lettera a Christopher Tolkien (24 dicembre 1994 -FS70) Tolkien nota che il figlio ha scritto Harebell e poi corretto in Hairbell. Secondo Tolkien (è chiaro, dice) il nome antico è harebell (un nome di animale, come spesso sono i nomi di fiori in Inghilterra), e con questo nome -continua Tolkien- ci si riferiva al giacinto e non alla campanula (Endymion non-scripta). Bluebell non è così antico come harebell e venne coniato per la campanula (difatti le bluebell scozzesi sono le campanelle e non i giacinti). In Inghilterra (ma non in Scozia e nelle zone in cui i dialetti sono rimasti per lo più integri) il nome harebell cambiò in bluebell ad opera di “[…]botanici ignoranti (di etimologia) e pasticcioni di epoche recenti, sul tipo di quelli che trasformarono folk’s glove in foxglove!, e che ci hanno allontanato dalla retta strada. Quanto a quest’ultima parola l’unica parte dubbia è glove, non fox. Foxes glofa esiste anche in anglosassone, ma anche nella forma clofa: nei vecchi erbari sembra applicata abbastanza sconsideratamente a piante con foglie grandi e larghe , per esempio a burdock (bardana), chiamata anche foxes clife, clifwirt*=foxglove.
*Dato che clifan=fenditura, stecco, è chiaro che foxes clife e clifewyrt originariamente=burdock,bardana. Clofa è probabilmente un errore per glofa “.

Un po’ complesso, forse, ma in buona sostanza significa che la digitale ha delle foglie brutte, larghe e ispide. E non si potrebbe dire altrimenti.

Taxon, basta la parola

Antonio Tassone, detto “Il Sesquipedale”, o più affettuosamente “Taxon, uomo della mia vita” è stato tanto carino da dedicarmi un po’ del suo TG locale.
Qui su Youtube c’è il video. Era il 5 ottobre. Lo pubblico solo ora perchè me lo sono dimenticato.

Studere, studere, quid valere? Melius asinus remanere!

Mukaroski è un filosofo che si fa una domanda e si dà una risposta. A differenza di Burke, Hume, Hutcheson ed altri che pongono domande ma evitano accuratamente di dare una risposta.
Domanda: che cos’è l’estetica?
Risposta: la scienza della funzione estetica.
Che cos’è la funzione estetica?
Il rapporto dell’uomo con la vita.

Grazie signor Mukaroski, iddio ti benedica mille volte.
Questo libro è appassionante come un romanzo giallo, ad ogni pagina un’illuminazione: e sono solo all’inizio.
E pensare che il giorno mercoledì 24 Settembre del 2008, alle ore 12:14 un tale mi ha detto …contento per Lei, Sig.ra Lidia. Sulla base del solo studio, saremmo tutti uguali….
Come spiegare a persone di questa risma, che hanno -per loro fortuna- la testa al fresco, che è proprio la conoscenza delle cose che ci rende più partecipi della vita, più indipendenti dalle opinioni degli altri, maggiormente in grado di affrontare e risolvere i problemi che la vita ci pone, senza contare che ci rende ogni esperienza molto più ricca e piacevole?
Probabilmente l’autore di questa frase legge solo “Tv Sette” e “Pomeriggio 5” gli sembrerà un programma di approfondimento.

E ovviamente si terrà ben lontano da libri che non siano gli annuari del campionato di serie A.

I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens

Bollati Boringhieri ha lanciato tempo fa una collana di giardinaggio dal titolo poco fantasioso di “oltre i giardini”. I titoli sono molto promettenti e si preannuncia di diventare per le generazioni più giovani una sorta di viatico per il giardinaggio.
Ho acquistato il volume di Michela Pasquali I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens per leggerlo durante il viaggio di ritorno da Milano a Siderno.
Ha svolto il suo lavoro, ma confesso di essermi pentita di non aver preso anche un libro di fantascienza alla Hoepli di Milano.
Intanto, nel mio feticismo linguistico, devo subito premettere che nel titolo c’è un errore grammaticale. In italiano le parole straniere non fanno plurale. Perciò si sarebbe dovuto scrivere “garden” e non “gardens”.
Il libro è leggibile, ben scritto con uno stile limpido, pulito e non sovrabbondante. Anzi, a dire il vero piuttosto piatto e per nulla appassionante.
Dopo un breve ma interessante exursus storico sulla nascita del movimento dei Green Guerrilas e dei Guerrilla Gardens, il libro analizza più che altro le vicende amministrative che hanno coinvolto i giardini di Losaida e di altri sobborghi di Manhattan, e seppur senza risultare pedante, esamina dati e statistiche dell’attività edilizia che ha minacciato i giardini ricavati da i piccoli lotti abbandonati (vacant lots) .
Poco o nulla di antropologico o filosofico viene estrapolato dal complesso storico. Appena sfiorate le tematiche ecologiste che storicamente si accompagnano ai guerrilla garden, per nulla invece quelle econimiche e di gusto.
Rimangono aperte molte domande, alle quali possiamo dare solo risposte parziali attraverso un ragionamento induttivo.
Qual è lo stato attuale dei guerrila garden? Quelli di Manhattan possono essere abbastanza rappresentativi dei giardini occidentali? Le persone che in un qualche modo si occupano dei guerrila garden, se ne impossessano con l’animo di sottrarre qualcosa allo stato per un proprio vantaggio o per salvare un po’ di natura alla speculazione edilizia? In che modo la mercificazione si è infiltrata – e in questo caso quanto- all’interno dei guerrilla garden? Quanto l’amministrazione comunale utilizza i guerrilla garden come propaganda politica?
Può darsi che Michela Pasquali abbia scelto di tenere l’argomento fuori da queste questioni, ma dato che i guerrilla gardens nascono come movimento di rinnovamento politico e sociale, nonchè come offerta di una diversa prospettiva economica, tenere fuori la questione da questi argomenti di assoluta pregnanza significa lasciare l’opera fatta a metà.
Posso tentare una risposta alla domanda sulla mercificazione e imborghesimento del gusto: già la copertina mostra un vecchio tenement e in primo piano una rosa che ha tutta l’aria di essere ‘Constance Spry’. In altre pagine vediamo vasi sospesi con petuniette e giardinetti così ben tenuti che sembrano usciti da un manuale di John Brooks sui piccoli giardini. A questo punto c’è un fattore che va analizzato: è evidente che i giardini vengono tenuti non da persone che ritrovano una propria dignità sociale e umana nella coltivazione dell’orto e del verde, com’era stato all’origine dei vari movimenti guerrilla gardens, nell’intento di riqualificare una zona emarginata e malfrequentata, ma da persone che amino fare del giardinaggio e usino i vacant lots per poter praticare il loro hobby. E’ quindi parzialmente perduta la spontaneità e l’ingenuità dei giardini residuali, mantenuti da persone le cui nozioni di orticoltura sono (erano) ereditate, non acquisite per mezzo dei libri o della televisione, che escludeva quindi tutte le sollecitazioni del mercato di massa, poichè si trattava -appunto- di masse povere, fuori dalla massa borghese e dal circuito del commercio.
Un vero peccato che il libro di Michela Pasquali, che in Italia è uno dei pochi che affronta questo tema, sia rimasto così in superficie. Avrebbe potuto diventare un punto di riferimento, invece si limita ad essere un catalogo.
Peccato. Un’altra occasione sprecata nella nostra Italia giardinicola.

Ancora paesaggi e fiori in “Alice nel Paese delle Meraviglie”

Il mestiere di aspettare

Fare la fila e aspettare il proprio turno sono due veri e propri mestieri.
Bisogna essere pratici, non fare come fanno tutti, lì in piedi a guardare se la porta si apre o se chi è di turno ha finito.
Se si va a fare la fila con un libro, tutto magicamente si aggiusta, e il tempo perso non sembra più tanto perso: ed in effetti non lo è.

Aspettare è un mestiere
Aspettare è un mestiere

Per ora sto leggendo questo:

Il significato dell'estetica
Il significato dell'estetica

Una delle cose che può accadere quando si legge mentre si fa la fila, è che la mente sia più distratta e corra più facilmente verso altri pensieri. Improvvisamente, mentre leggevo, sollecitata da una parola, sono stata trafitta da un’idea: che fa la borghesia?

Che fa la borghesia?
Che fa la borghesia?

La borghesia, che sempre è stata fonte di rinnovamento politico, sociale, economico, morale, artistico, sembra essersi assopita, adagiata sul luogo comune, vendibile, o sul linguaggio accademico. Sembra aver perso il suo ruolo di innovatrice.
Se questo è vero per la politica e l’economia, è anche più vero per quanto riguarda il giardinaggio. L’élite intellettuale è quasi interamente di tipo accademico, a servizio presso il “principe” di turno (in questo caso il giardino “ricco”, da rivista, in tutte le sue declinazioni più o meno apprezzabili ).
Gli intellettuali innovatori sono soffocati da questo vecchio regime o annaspano alla ricerca di un posto a sedere in mezzo a coloro che sono al servizio del “principe”.
E tutti gli altri guardano…e intanto che guardano comprano.

23 Settembre

Oggi è il 23 settembre. Una data che a molti non dice granchè, eccettuato l’inizio dell’autunno e la fioritura delle Clivia.
Ma oggi parte Frodo dalla Contea, com’era partito anche Bilbo, per il giorno del loro compleanno.
E’ una data nodale per il calendario astronomico, è uno dei due punti in cui il piano di rotazione della Terra e del Sole si intersecano, l’angolo di illuminazione alla tangente dell’equatore è 90°, il giorno in cui dì e notte hanno la stessa durata e in cui il Sole sorge esattamente ad Est e tramonta esattamente a Ovest.
E’ in fondo l’inizio e la fine di tutto.
E’ sempre stata una giornata importante per me, peccato ieri sia stata orribile, mercè due bibliotecarie fannullone e un armadio da smontare e rimontare.
Quand’ ero ragazza cercavo di “festeggiare” a mio modo…in quei modi sciocchi e delicati carichi di romanticismo individuale, senza importanza. Perlopiù leggevo brani del Signore degli Anelli, quando Frodo lascia Casa Baggins.
Poi per anni più nulla, neanche dopo il film-successo di Jackson che ha portato Tolkien alla ribalta delle scene del consumismo.
Giorni fa, senza apparenti ragioni, e senza tutti gli orpelli romantici e ingenui di cui mi circondavo un tempo, ho iniziato a rileggere IL Signore degli anelli, proprio partendo dal punto in cui Frodo lascia la Contea.
Ho detto: ne leggo un po’, tanto per rinverdire i vecchi tempi.
Poi sono andata avanti ed ora mi ritrovo senza accorgermene a non riuscire più a staccarmi dalla lettura. So già che non lo finirò: il solo pensiero di dover inseguire orchetti durante tutto il secondo volume mi annebbia il cervello.
Insomma, sto leggendo la parte “hobbitica”, più lenta, la meno apprezzata dai tolkieniani. Che è poi sempre stata la mia preferita.

Per chi volesse soffermarsi e abbia un po’ di tempo da perdere leggendo, riporto l’addio a Casa Baggins e l’arrivo in Tuclandia dal capitolo In tre si è in compagnia.

Il sole tramontò. Casa Baggins pareva triste, tenebrosa e devastata. Frodo girovagò per le stanze familiari, e vide la luce del tramonto scolorire sui muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Lentamente il buio inondò la casa. Egli uscì, scese per il sentiero fino al cancello, e fece pochi passi sulla Strada della Collina. Si aspettava quasi di vedere Gandalf salire verso di lui nel crepuscolo.
Il cielo era sgombro e le stelle cominciavano a scintillare. “Sarà una bella notte”, disse ad alta voce. “È un buon principio. Ho voglia di camminare, non ce la faccio più ad aspettare senza far niente. Io parto, e Gandalf mi seguirà”.
Si stava voltando per tornare sui propri passi, quando sentì delle voci venire da dietro la svolta di via Saccoforino. Si fermò. Una delle voci era senz’alcun dubbio quella del vecchio Gaffiere. L’altra non la conosceva, e suonava sgradevole. Non riusciva a capire ciò che diceva, ma sentiva le risposte del Gaffiere alquanto stridule. E il vecchio gli sembrò seccato.
“No, il signor Baggins è partito, è andato via stamani, e il mio Sam è andato via con lui. E comunque anche tutta la sua roba è partita. Sì, venduta e spedita via, vi dico. Perché? Non sono affari miei, e nemmeno vostri. Dove si è trasferito? Non è un segreto: a Buckburgo, o qualcosa del genere, laggiù da quelle parti. Sì, c’è un bel po’ di strada; io personalmente non ci sono mai stato: c’è della gente strana, lì nella Terra di Buck. No, non posso trasmettere nessun messaggio. Buona notte!”.
I passi si allontanarono giù per la Collina. Frodo si chiese come mai gli fosse di gran sollievo il fatto che non la risalissero. “Suppongo che sarò stufo di tutte queste domande e di questa curiosità ml mio conto”, pensò. “Che ficcanasi sono!”. Ebbe una mezza dea di andare a chiedere al Gaffíere chi gli aveva fatto tante domande, ma poi ci ripensò e tornò in fretta a Casa Baggíns.
Pipino era seduto sul suo fagotto nel portico, Sam non c’era. Frodo fece qualche passo nell’atrio buio: “Sam!”, chiamò. “Sam! E’ ora!”.
“Arrivo, signore!”, fu la risposta che giunse da molto lontano, seguita dopo qualche attimo da Sam, che si asciugava la bocca. Si stava congedando dal barile di birra in cantina.
“Hai fatto una buona provvista?”, chiese Frodo. ‘
“Sissignore, mi terrà su per un bel po’, signore”.
Frodo chiuse a chiave la porta rotonda e diede la chiave a Sam.
“Corri a portarla a casa tua, Sam”, disse, “poi taglia per via Saccoforino, e raggiungici al più presto davanti al cancello del sentiero al di là dei prati. Non attraverseremo il villaggio questa sera. Ci sono troppe orecchie tese e troppi ficcanasi”. Sam corse via a tutta velocità.
“Eccoci finalmente in marcia!”, disse Frodo. Si caricarono i fagotti sulle spalle, raccolsero ognuno il proprio bastone, e girarono l’angolo occidentale di Casa Baggins. “Addio! “, disse Frodo, guardando le buie finestre inanimate. Fece con la mano un cenno li saluto, quindi voltandosi si affrettò a raggiungere Peregrino (seguendo ignaro le tracce di Bilbo), giù per il sentiero del giardino. Saltarono la siepe in un posto dov’era più bassa e presero per i campi, attraversando l’oscurità come un fruscio nell’erba. In fondo al pendio occidentale della Collina, giunsero al cancello che si apriva su un piccolo sentiero. Si fermarono per aggiustare le cinghie dei loro fagotti. Infine apparve Sam, trotterellando veloce e respirando rumorosamente, col suo pesante fardello ben saldo sulle spalle, e con in testa un grosso e sformato sacco di feltro che chiamava cappello: al chiaro di luna rassomigliava molto a un Nano.
“Scommetterei che avete dato a me tutta la roba più pesante”, protestò Frodo. “Compiango le lumache e tutti quelli che si trasportano la casa sulle spalle”.
“Io posso portarne ancora, signore. Il mio fagotto è molto leggero”, mentì coraggiosamente Sam.
“No, no, Sam!”, disse Pipino. “Gli fa bene. Non ha altro da portare che ciò che ci ha ordinato d’imballare. È stato un po’ in¬dolente in questi ultimi tempi, e sentirà meno il peso del fagotto quando avrà smaltito un po’ del suo”.
“Sii buono con un povero vecchio Hobbit”, disse Frodo ridendo. “Sarò sicuramente più esile di un fuscello quando arriverò alla Terra di Buck. Ma stavo dicendo delle sciocchezze. Ti sospetto di averne preso più di quanto ti toccasse, Sam, e lo verificherò alla prossima sosta”. Riprese il suo bastone. “Ebbene, ci piace a tutti camminare nella notte”, disse, “perciò facciamo ancora qualche miglio prima di coricarci”.
Seguirono il sentiero verso ovest per qualche centinaio di passi, quindi l’abbandonarono per voltare a sinistra e prendere silenziosamente la via dei campi. Camminarono in fila indiana lungo le siepi e le bordure di piante cedue, e la notte li inghiottì. Nei loro mantelli scuri erano invisibili, come muniti ognuno di un anello magico. Essendo tutti Hobbit, e poiché si studiavano di essere silenziosi, il rumore che facevano era talmente impercettibile che nemmeno uno Hobbit l’avrebbe sentito. Passavano inosservati persino davanti agli animaletti selvaggi nei boschi e alle bestiole nei campi.
Dopo un bel po’ di tempo attraversarono l’Acqua, a ovest di Hobbiville, su uno stretto ponticello di tavole. In quel punto il corso non era che un nastro nero e contorto, orlato da ontani scuri. Qualche miglio più a sud, attraversarono veloci la grande strada del Ponte sul Brandivino; erano giunti in Tuclandia. Voltarono verso sud-est in direzione del Paese dalle Verdi Colline. Quando ebbero percorso i primi passi di salita, si voltarono per vedere le luci di Hobbiville brillare in lontananza nella dolce valle dell’Acqua. Ma ben presto sparirono tra le falde delle colline immerse nella notte. Intravidero anche Lungacque, accanto al suo lago grigio. Quando finalmente la luce dell’ultima fattoria sparì nell’oscurità, Frodo, guardando furtivamente fra gli alberi, agitò la mano in segno d’addio.
“Chissà se guarderò mai più giù in quella valle”, mormorò pensoso.
Dopo circa tre ore di cammino, si fermarono per riposarsi. La notte era chiara, fresca e stellata, ma spirali di nebbia salivano dai ruscelli e dagli umidi prati, simili a fumo, arrampicandosi lungo le falde dei colli. Le betulle semispoglie si dondolavano sulle loro teste a un debole venticello, stagliandosi come una rete nera contro il cielo sbiadito. Dopo un pranzo molto frugale (per degli Hobbit), proseguirono, giungendo presto a uno stretto cammino che andava su e giù, diventando di un grigio pallido nell’oscurità davanti a loro: era la strada che portava a Boschesi, Scorta e al Traghetto di Buckburgo. Si arrampicava lontano dalla strada maestra e dalla valle dell’Acqua, attorcigliandosi su per le falde delle Verdi Colline, fino a Terminalbosco, un angolo selvaggio del Decumano Est.
Percorse ancora un paio di miglia, s’inoltrarono in un viottolo tagliato profondamente nella roccia, a cui sovrastavano grandi alberi che lasciavano stormire le foglie secche nella notte. Era perfettamente buio. Prima cantarono, o fischiettarono assieme una melodia, essendo ormai lontani da orecchie indiscrete; quindi_ proseguirono in silenzio e Pipino cominciò a rimanere indietro. Infine, allorché si misero a scalare una pendice ripida e scoscesa, si fermò e sbadigliò: “Ho tanto sonno che fra poco crollo in mezzo alla strada. Avete intenzione di dormire in piedi, voi? È quasi mezzanotte”.
“Credevo che ti piacesse camminare di notte”, disse Frodo. “Ma non c’è tutta questa fretta; Merry ci aspetta dopodomani, perciò abbiamo altri due giorni a disposizione. Ci fermeremo al primo posto adatto”. “Il vento soffia da ovest”, disse Sam. “Se andiamo dall’altro lato di questo colle, troveremo un posto abbastanza comodo e ripa¬rato, signore. Se la memoria non mi tradisce, un po’ più avanti dovrebbe esserci un bosco d’abeti non troppo umido”. Sam conosceva bene il paese nel giro di trenta miglia da Hobbíville, ma quello era il limite delle sue conoscenze geografiche.
Poco oltre il colmo della collina videro il bosco d’abeti. Abbandonarono il viottolo e si inoltrarono nel buio resinoso degli alberi, raccogliendo pezzi di legno, rami morti e pigne per fare un fuoco. Presto in mezzo a loro, ai piedi di un abete secolare, crepitò un’allegra fiamma; rimasero seduti fin quando le teste incominciarono a dondolare. Poi, ognuno nel proprio cantuccio fra le radici del vecchio albero imponente, si raggomitolarono avvolti in coperte e mantelli, e caddero subito in un sonno profondo. Non fecero turni di guardia: persino Frodo non temeva alcun pericolo, poiché erano ancora nel cuore della Contea. Qualche piccolo essere incuriosito si avvicinò a osservarli quando si fu spento il fuoco. Una volpe, che attraversava il bosco per affari suoi personali, si arrestò qualche minuto ad annusare.
“Hobbit!”, pensò. “Incredibile! Avevo sentito dire che avvenivano strane cose in questo paese, ma trovare addirittura degli Hobbit che dormono all’aria aperta sotto un albero! E sono in tre! C’è sotto qualcosa di molto strano”. Aveva perfettamente ragione, ma non riuscì mai a scoprire che cosa.

Questa è la mappa dell’inzio del viaggio disegnata da barbara Strachey nel suo I viaggi di Frodo

I viaggi di Frodo, Barbara Strachey
I viaggi di Frodo, Barbara Strachey

Un altro dei miei pezzi preferiti è la partenza da Crifosso e la descrizione della grande Siepe, dal capitolo La Vecchia Foresta:

Frodo si svegliò improvvisamente. Era ancora buio nella stanza. Merry era lì in piedi che teneva con una mano una candela e batteva con l’altra sulla porta. “E va bene! Che succede?”, chiese Frodo, ancora scosso e confuso.
“Che succede!”, esclamò Merry. “È ora di alzarsi. Sono le quattro e mezza e c’è molta nebbia. Vieni! Sam sta preparando la colazione, persino Pipino è in piedi. Io ho già sellato i pony e ho portato qui quello da impiegare come portabagagli. Sveglia quel poltrone di un Grassotto! Si deve almeno alzare per salutarci e vederci partire”.
Poco dopo le sei, i cinque Hobbit erano pronti per partire. Grassotto Bolgeri stava ancora sbadigliando. Sgusciarono silenziosamente fuori casa; Merry, che era il capofila, conduceva un pony carico: presero un sentiero che attraversava un folto d’alberi dietro la casa e poi percorsero parecchi campi. Le foglie degli alberi brillavano e finanche il più piccolo ramo gocciolava: l’erba pareva grigia sotto una coltre di fredda rugiada. Tutto era tranquillo e i rumori molto distanti sembravano chiari e vicini: polli che schiamazzavano in un cortile, qualcuno che chiudeva la porta di una casa lontana.
Nella stalla i pony aspettavano: erano piccoli animali vigorosi, del tipo che piace tanto agli Hobbit, non veloci ma adatti al faticoso lavoro di una lunga giornata. Vi saltarono in groppa e qualche minuto dopo cavalcavano nella nebbia che pareva riluttante ad aprirsi davanti a loro e che si richiudeva repellente alle loro spalle. Dopo aver cavalcato lenti e silenziosi per circa un’ora, videro improvvisamente ergersi la Siepe. Era alta, imponente e intessuta di ragnatele argentee.
“Come farete ad attraversarla?”, chiese Fredegario. “Seguitemi”, disse Merry, “e lo vedrete”. Girò a sinistra e, dopo aver costeggiato la Siepe per qualche passo, li condusse in un punto dove essa si curvava verso l’interno seguendo l’orlo di un fossato. Il terreno era stato scavato a qualche distanza dalla Siepe, muri di mattoni, che da ambedue í lati del pendio si innalzavano severi e verticali, s’inarcavano improvvisamente, formando un tunnel che si tuffava in profondità sotto la Siepe per sbucare nel fossato dall’altra parte.
Qui Grassotto Bolgeri sii fermò. “Arrivederci, Frodo!”, disse. Desidererei tanto che tu non andassi nella Foresta. Spero solo te non abbiate bisogno di soccorso prima dell’alba. Comunque, buona fortuna, oggi e sempre!”.
“Se la Vecchia Foresta è la peggiore delle avventure che ci aspetta, allora siamo davvero fortunati”, disse Frodo. “Di’ a Gandalf che si affretti a seguirci sulla Via Est: noi la raggiungeremo fra breve e la percorreremo a spron battuto”.
“Addio!”, gridarono e, cavalcando giù per il pendio, il tunnel li inghiottì, sottraendoli alla vista di Fredegario.
Era buio e l’aria umida. All’altra estremità un cancello dalle sbarre di ferro grosse e pesanti chiudeva il tunnel. Merry smontò, aprì il catenaccio che lo teneva chiuso, e quando furono passati tutti lo riaccostò. Il cigolio dei gangheri e il clic della serratura suonarono minacciosi.
“Ecco fatto!”, esclamò Merry. “Avete lasciato la Contea. Adesso siete fuori, ai margini della Vecchia Foresta”.

Ted nasmith, Leaving the Shire
Ted nasmith, Leaving the Shire

Benchè sia un disegno un po’ aspro e duro, qualità tipiche dell’acrilico, è molto fedele: si percepisce l’aria umida del primo mattino, l’atmosfera di attesa e di tensione, si vede perfino Fredegario Bolgeri che saluta e torna sui suoi passi, e in altro a sinistra, le ragnatele nella Siepe.