Il fiore, immagine simbologia e società

Desidero ringraziare la signora Sandra Santolini che ha promosso e curato l’intero progetto, l’ente che l’ha finanziato e la città di Forlì per l’ospitalità. Un ringraziamento a parte per i miei amici della zona romagnola, che mi accolgono sempre affettuosamente e mi fanno sempre sentire a casa mia.

Introduzione

Borchardt, nel suo Il giardiniere appassionato dice senza parafrasare che applicare ai fiori una simbologia rallenta enormemente il loro percorso verso l’essere. Questo è vero se ci limitiamo a banalità come “le rose gialle significano gelosia”, “le violette timidezza”, “la pervinca ricordo”, ecc, fino a comporre una sorta di smorfia napoletana dei fiori.
Ma bisogna sapere vedere oltre questo schermo opaco: nella storia dell’uomo, infatti, i fiori hanno per secoli rivestito valore simbolico. La domanda che dobbiamo porci non è “che cosa significhino”, ma “perché significano?”. Sempre stando a Borchardt, che analizza l’argomento con grande sensibilità e profondità di pensiero, il fiore è semplicemente simbolo di se stesso: di una vita che rivive, forse non domani e forse non il prossimo mese, ma di certo la prossima stagione, e la prossima ancora, indipendentemente dal nostro volere o dal nostro capriccio, indipendentemente anche dalla nostra esistenza.
E’ dunque il fiore non un simbolo carnale, come spesso si sente dire anche piuttosto a sproposito, ma un simbolo vitalistico dell’esistenza umana, dei nostri struggimenti e delle nostre passioni, una autoaffermazione di se stesso, e quindi di noi stessi.
Oltre a questo simbolismo apparentemente così elementare ma difficile da individuare se non dopo una attenta riflessione, c’è attorno al fiore una immensa stratificazione culturale e sociale.
La mostra intitolata semplicemente “Fiori” che si è tenuta a Forlì dal 24 gennaio e si è conclusa il 20 giugno 2010 ne è un perfetto esempio.
Abbiamo un arco temporale da percorrere, che comprende circa due secoli in cui si sono succeduti tre movimenti artistici e culturali: il Barocco, il Neoclassicismo-Illuminismo, il Romanticismo.

Fiori come simbolo
Se in periodi anteriori, agli albori della civiltà, la simbologia dei fiori, delle erbe, degli alberi, era associata a racconti mitologici o cosmogonici, e più tardi a quella che viene chiamata dottrina delle signature che curava il male con il simile (ad esempio una pianta a fiori gialli guarirà dai problemi di bile, una che produce latte aiuterà le madri che allattano, ecc), nel periodo successivo alla scoperta delle Americhe l’umanità si avviava, grazie anche ai progressi scientifici emergenti e all’incipiente dominio borghese, a battezzare una nuova forma di simbologia, cioè quella culturale.
In molti dipinti o sculture, affreschi e decorazioni, i fiori diventavano quindi dei simboli ben precisi, tali che attraverso la loro presenza o la loro assenza, il pittore o il committente voleva enunciare in maniera non verbale un concetto molto specifico.
Vedremo più avanti degli esempi.

Copia colorata di una incisione del 'De Florum Cultura' di G.B. Ferrari. Come si vede nella dicitura, il fiore era battezzato 'indicum' per via delle sua provenienza dalle Indie Occidentali
Partiamo dalla scoperta dei fiori americani , un momento di rottura non solo nella storia, ma anche della storia dei fiori.
Osservando le cose dal nostro punto di vista, fino alla scoperta delle Americhe gli unici fiori conosciuti erano quelli dell’Europa, dell’areale del mediterraneo e dell’Impero Turco, oltre a qualche pianta importata dall’estremo oriente in tempi molto antichi.
Attratti dalle ricchezze del nuovo mondo gli Europei colonizzarono l’America a prezzo di enormi atrocità nei confronti dei nativi, per impossessarsi delle loro terre e delle loro ricchezze territoriali e naturali, quindi anche dei fiori. Il mercato dei fiori era infatti sempre stato molto vivace in Europa, e si può parlare dell’esistenza dei vivai già dall’epoca dei Romani. Introdurre nuovi fiori era sempre un affare vantaggioso.
Fu dal 1620 in poi che gli Inglesi iniziarono una colonizzazione massiccia dell’America del Nord, portandosi dietro tutto l’armamentario di erbe officinali che conoscevano. Era demandato alla donna, custode della casa, di curare l’orto produttivo e officinale, tanto che il sapere botanico si trasmetteva più di madre in figlia che non di padre in figlio.
Giardino in stile cottage
Alle erbe officinali europee si affiancarono quindi le piante da fiore native delle Americhe, girasole, calceolaria, bella di notte, zinnie, tagete, tropeoli, petunie, verbene, aster, oltre che le dalie.
Queste piante furono regolarmente inviate in Europa, dove erano considerate esotiche e di moda, oggetto di collezionismo, simbolo di ricchezza e potere. Pian piano però vennero naturalmente sostituite da altre scoperte, come quelle che venivano dall’Africa, dall’Australia o dal più lontano Oriente.
Ebbero però un momento di gloria durante la seconda metà dell’Ottocento, durante la quale la moda vittoriana li riportò in auge quali simbolo del potere nazionale (in quel momento l’Inghilterra era l’Impero Britannico) e della tenacia e dell’intraprendenza dei suoi pionieri, che seppero addomesticare una natura selvaggia.
Vennero quindi piantate nei cottage garden, nei giardini di campagna come piante comuni, autoctone, senza considerarne la storia avventurosa. Anche da noi piante come il geranio (proveniente dal Sudafrica) o il girasole (Sudamerica) sono considerate nostrane, addirittura i girasoli sono divenuti un simbolo in Toscana (anche i Guascogna se ne piantano molti per via della produzione dell’olio) e i gerani della Liguria. Le petunie ormai sono diventate internazional-popolari e sono cosmopolìte.
Nessuna pianta come il girasole passò dal simboleggiare il potere temporale ad una simbologia del tutto opposta, cioè quella della semplice ruralità e della campagna. Oggi è considerato una pianta country, adatta per jardin-potager, molto regalata tra fidanzatini

Oggi queste piante sono quindi divenute simbolo, in verità un po’ forzato, di una felice condizione agreste passata e a cui spesso si auspica un ritorno.

Questo era il genere di illustrazioni che circolava prima dell'arrivo della Passiflora in Europa. Il noto botanico Parkinson si dimostrò molto scettico riguardo alla simbologia cattolica contenuta nel fiore della passiflora
Un’altra pianta proveniente dalle Americhe su cui si è molto fantasticato è la Passiflora, in cui vi erano ravvisati i simboli della Passione di Cristo, dunque il nome. La pianta fu descritta da Nicolas Monardes col nome generico di maracot sul finire del 1500 ma arrivò in Europa molto più tardi, nel 1620, dove fu portata a Roma, a Palazzo Farnese. Lo stilo era il palo della fustigazione, lo stigma i tre chiodi, i filamenti della corolla la corona di spine, i dieci petali e sepali i dieci discepoli presenti alla crocifissione.
“Tutto vero come il mare brucia” scrisse il noto botanico Parkinson.

Illustrazione di Parkinson nel suo erbario 'Paradisus Terrestris'. La rosa centifolia è quella in alto a destra
Ma il fiore che più di altri è riuscito ad incarnare molti simboli differenti, dalla vanità alla santità, dalla pace alla guerra, dalla robustezza all’evanescenza, è la rosa.
La rosa è sempre stata conosciuta, amata e coltivata in tutto l’areale del mediterraneo, ma c’è una classe particolare di rose, le Centifolia, che per il loro aspetto globoso e ricco di petali attrassero la fantasia dei pittori fiamminghi. Non si conosce l’origine delle Centifolia, che spesso vengono definite cabbage-roses. Nel 1620 (anno in cui abbiamo visto approdò in Italia la Passiflora e in America il vascello Mayflower), veniva introdotta in Francia una nuova varietà di rosa Centifolia, la ‘Quatre Saisons’, che aveva una fioritura ripetuta. Mazzi impossibili con rose, tulipani, peonie ed altri innumerevoli fiori, divennero di gran moda presso la ricca borghesia protestante olandese. Un po’ come noi compriamo quadri per il salotto, i ricchi borghesi acquistavano tele in cui le rose e altri fiori erano una sorta di bizzarro trionfo della natura e in cui era presente una sorta di simbolismo occulto. Erano i cosiddetti “quadri di stanza” in cui non c’era l’ ispirazione mistica che aveva guidato l’arte religiosa (cattolica) dei secoli precedenti. Anzi, a volte esistevano elementi paganeggianti occultati da una esteriorità cristiana. Non vi erano illustrati dei sentimenti amorosi, non si evocavano i donatori o il lusso del loro domicilio (il più delle volte si percepiva appena il contenitore). Erano dunque degli oggetti d’arte così intesi, apprezzati dai loro committenti per la loro bellezza, per esteriorizzare la loro conoscenza botanica e per dare sfoggio di eleganza nelle loro abitazioni.
Jacob van Walscappelle, fiori in un vaso di pietra

La simbologia della rosa è molto antica e legata al culto della Grande Madre Celeste. La stessa espressione Sub rosa indica che si trasmette un informazione nel più grande segreto.

Quidquid sub rosa fatur
Repetitio nulla sequatur.
Sint vera vel fincta
Sub rosa tacita dicta

E’ un detto del 1400, periodo in cui si soleva attaccare un mazzo di rose al soffitto delle locande o avvolgerne i boccali, per garantire che le notizie raccontate non fossero propalate.
La rosa è spesso associata a Cristo, se rossa, se bianca invece alla Madonna, come d’altra parte anche il giglio; quelle gialle ai Magi (che portarono l’oro) e quelle rosate al Bambin Gesù.
La sua struttura concentrica ha evocato anche l’idea della ruota, del tempo che scorre, dell’eterno ciclo vita-morte, e non a caso l’oculo a raggiera nelle facciate delle cattedrali si chiama rosone. Le rose erano consacrate ad Iside, e per secoli simboleggiarono l’ermetismo (per il loro nascondere il centro, tipico delle rose antiche), l’amore sacro e l’amor profano.
Nel 1615 si sviluppò in Europa un movimento ermetico detto “Rosacrucianesimo”. E’ probabile che la nascita fu dovuta ad un fraintendimento, infatti l’autore anonimo del volume Riforma generale e universale che diede inizio a questo movimento voleva prendere in giro gli esoteristi, che invece credettero a tutti i contenuti bizzarri del libro. Su quest’onda fu pubblicato un altro testo, Le nozze chimiche che narrava dell’iniziazione a sette esoteriche non ben precisate da parte di un giovane cavaliere chiamato Rosacroce. La Massoneria in seguito si impadronì dei simboli rosacruciani, e il termine rosacroce oggi indica semplicemente un grado di iniziazione massonica.

L'Annunciazione dipinta da Dante Gabriele Rossetti. la modella era sua sorella
Il giglio è , tra tutti fiori senza dubbio quello che -dopo la rosa- è più carico di simbologia antichissima, arrivataci fino ad oggi. E’ simbolo non solo virginale ma anche di molti santi, tra tutti Sant’Antonio da Padova, ma anche di altri venti tra santi e sante. Era simbolo di fecondità per la sua capacità di riprodursi e per via della sua natura ctonia, quindi consacrata alle divinità femminili preelleniche, ma anche perché i sei petali simboleggiavano i sei raggi del sole, quindi simbolo di fecondità. Tra le altre cose è stemma araldico della monarchia francese, anche se alla base di questo stemma c’è un errore: il giglio a cui ci si riferiva era una sorta di arma a forma di lancia con due uncini: una specie di stemma araldico già disegnato.
Luigi XIV
In realtà il giglio di Francia è un iris. Pare che il primo ad adottarlo fosse Luigi VII (siamo nel 1100) perché in una battaglia vittoriosa vide degli iris, così il fiore fu battezzato Fleur-de-Louis. In seguito il nome venne storpiato in Fleur-de-Lys, fiore di giglio. Si tratterebbe quindi di una metamorfosi fonetica.
Anche Firenze, d’altra parte, prese a suo stemma il giglio, che in realtà era un Iris, fatto confermato dal nome comune del fiore chiamato “giglio di Firenze”, che botanicamente è un Iris florentina.

Tulipani
Nel Seicento un’altra pianta famosissima fu il tulipano, che fu la pianta non alimentare o medica più importante della storia. Fu un vero e proprio fenomeno di new economy ante litteram, poiché non era necessario dimostrare di possedere fisicamente i bulbi. La passione per i tulipani univa i ricchi ai poveri, in molti vendevano i loro possedimenti per acquistare anche solo un bulbo e poi rivenderlo a prezzo maggiorato.
Jan Bruegel il Giovane, satira della tulipomania 1600

Ma a noi qui interessa solo il tulipano nero. Oramai esistono molte varietà scure dall’aspetto quasi nero, ma allora il tulipano nero era il sogno degli ibridatori. Un anziano signore olandese, che viveva tutto solo, riuscì ad ibridarne uno per puro caso. Gli furono fatte numerose offerte ma egli rifiutò per presentarlo ad Haarlem, dove si riuniva la società di ibridatori di tulipani, la quale gli offrì 1500 fiorini. Una volta ottenutolo gettarono la pianta in terra e la distrussero.
“Perché?”, chiese l’anziano signore.
“Perché anche la nostra società ha ottenuto e riprodotto il tulipano nero –gli spiegarono- e la tua creazione toglie l’unicità alla nostra, ecco perché può esistere un solo tulipano nero”.
Qui un fiore diventa simbolo della gelosia tra ibridatori e del collezionismo più miope ed egoista. Tratti che sarebbero ancora ben vivi tra gli ibridatori moderni se non fosse che le nuove tecnologie rendono disponibile alle persone una grande e varia offerta.
Il Tulipano nero è anche un romanzo di Alexandre Dumas figlio, in cui si racconta una vicenda ambientata in Olanda alla metà del Seicento e della rivalità tra due ibridatori.
Il libro è però di epoca più tarda, del 1850, periodo in cui i tulipani erano ancora amati ma non così in auge come due secoli prima, scritto per tenere impegnato nella lettura un pubblico amante delle avventure e poco incline all’approfondimento. In quest’ultimo caso Il tulipano nero potrebbe assurgere a simbolo letterario e culturale, cioè di quella cospicua parte della letteratura d’intrattenimento che ha preso il via durante il Romanticismo e che oggi rappresenta la quasi totalità del prodotto internazionale.

Il Settecento fu un’epoca molto strana per quanto riguarda le piante: c’era forte contrasto tra la povertà dei molti e la ricchezza dei pochi, inoltre nacque in quel periodo il giardino paesaggistico inglese che non amava molto la vivacità cromatica dei fiori.

Madame de Pompadur
Sotto Luigi XV (1710-1774) nacque a corte la moda dei femme fleurs i fiori delle favorite, allora le varie Pompadour, Montespan, Mme du Barry, lanciavano mode che si succedevano con grande velocità. Si preferiva ora il gelsomino, ora la rosa. Alla corte di Francia fu molto apprezzato anche il bergamotto poiché con il suo penetrante profumo riusciva a coprire anche gli odori più sgradevoli che purtroppo erano diffusissimi a Versailles per via della carenza delle strutture igieniche.
Ma i fiori che hanno legato il loro fascino a questo secolo sono senza dubbio le violette e le camelie. Le violette, che nel linguaggio dei fiori significano modestia, erano curiosamente usate dalle giovani donne come mazzolino per le serate di gala. Erano già molto conosciute ed appezzate durante l’ancien régime, che aveva nutrito per loro quasi una sorta di mania. Si racconta che un gentiluomo, durante il periodo rococo (1720) dedicasse l’intera sua vita alla coltivazione di violette per poter offrire ad un’attrice di cui era innamorato, un mazzolino ogni sera per trent’anni. Quest’attrice poteva quindi farsi un infuso di violette ogni sera.
Goethe ne portava sempre dei semi in tasca per contribuire alla bellezza del mondo.
GiuseppinaA cavallo tra il Settecento e l’Ottocento le violette divennero simbolo della casata dei Bonaparte, Napoleone stesso apprezzava questi fiori per via della passione che per essi nutriva Giuseppina, che le fece ricamare sul suo abito di nozze, e le amava tanto da circondarsene. Si può dire che tutta la vita di Giuseppina fu scandita dalla sua passione per le violette. Napoleone stesso promise (e mantenne) di tornare dal suo esilio dall’Elba quando “le violette sarebbero state nuovamente in fiore”, inoltre aveva un medaglione con dentro alcune violette raccolte dalla tomba di Giuseppina. “Le père Violette” o “Caporal Violette” erano una sorta di parola d’ordine per i bonapartisti. Quando poi Napoleone divorziò e sposò Maria Luisa d’Asburgo, questa ne fece subito uno dei suoi simboli, tanto che alcune delle viole più belle portano il suo nome.
L'Imperatrice Eugenia circondata dalle sue dame. Le violette si trovano in mazzi e nelle acconciature delle dame, e il viola è un colore molto amato
Le violette furono bandite durante il periodo rivoluzionario e ritornarono però velocemente di moda con la restaurazione e la moglie di Napoleone III, Eugenia Montijo. Quando Napoleone III morì in Inghilterra, masse di violette furono spedite oltremanica.
Il viola era un colore di gran moda, tanto che si parla di un’era del mauve.
Le camelie furono un’altra pianta importantissima nel Settecento, non solo per via della loro bellezza, ma perché da esse si ottiene il tè. Fino al 1792 le camelie erano conosciute solo come pianta da infuso. Anzi, pare che siano approdate nel continente europeo perché i Cinesi –a cui gli Inglesi avevano chiesto delle piante di tè per poterle coltivare- gli rifilassero delle camelie da fiore anziché da foglia. Erano piante tanto sconosciute agli europei che furono trattate come delicate e quindi messe in serra, dove ovviamente morivano. Pare che un gentiluomo collezionista, Lord Petre (1738), morisse di crepacuore dopo la perdita di una pianta di camelia. Le prime camelie furono acclimatate in Italia nel 1760 a Caserta portate dalla potente famiglia dei Borbone di Napoli.
Le camelie sono anche simbolo di una certa sensualità femminile, questa simbologia nasce dal famoso romanzo di Alexandre Dumas Padre La signora delle camelie che per 25 giorni al mese si appuntava al petto una camelia bianca, e per gli altri cinque una camelia rossa. Margherite Gautier era ammalata di tubercolosi, che in quel periodo (siamo nel 1848) era come dire “di moda” presso un certo tipo di letteratura che voleva eroine belle e dannate. Tra l’altro la camelia ben si addiceva a Marguerite perché in Giappone (da dove viene la varietà da fiore) simboleggia la caducità della vita per il fatto che il fiore, una volta aperto, non sfiorisce ma cade.
Il romanzo funse da palinsesto per la Traviata di Verdi, la cui protagonista però si chiama però Violetta Valery.
La Traviata

Frutti di Maclura pomifera
C’è un’altra pianta di cui tengo molto a parlare, ed è la Maclura pomifera, un arbusto oriundo dell’America del nord. Si tratta non di un albero da fiore, ma da frutto: un frutto a dire il vero piuttosto inutile. Gli stessi indiani Osage coniarono il detto “inutile come una palla di siepe”. La Maclura ha una storia intrigante, che troviamo ben spiegata nel superbo libro Prateria di William Least Heat-Moon. Durante la colonizzazione del west, nella prateria, era impossibile tenere separate le mandrie dai campi, poiché non c’erano alberi per fare le recinzioni. Fu dall’idea di un vivaista che si diffuse l’uso di questa pianta come recinzione per i campi. La Maclura veniva piantata in reticoli perfettamente ortogonali che l’ideale massonico-neoplatonico di Jefferson (1743-1826) aveva concepito. La gente era tanto abituata a queste siepi perfettamente squadrate che costruiva le case in asse e disponeva anche il letto simmetricamente. Per cui quando il Kansas va a dormire, dice Least Heat-Moon, lo fa ancora in direzione nord-sud o est-ovest.
Questo è quanto scrive l’autore:

la Maclura era l’incarnazione vivente della suddivisione territoriale della nuova civiltà americana: un elemento essenziale come la costituzione per il governo, o come una pattuglia di polizia per un quartiere, una cosa che definisce, delimita e impone il rispetto della legge

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Se nel Seicento la caccia alle piante era un’attività collaterale di esploratori e nel Settecento quella di amatori entusiasti, fu nell’Ottocento che si affermò la figura del “plant hunter” , il cacciatore di piante, generalmente un botanico professionista con doti di illustratore. Associazioni prestigiose come quella di Kew stipendiavano esperti perché passassero mesi ed anni in mare alla scoperta di nuove terre e nuove piante, meglio se utili o medicinali, ma anche quelle da fiore erano enormemente apprezzate per il loro valore economico.
I trasporti più veloci e la diffusione di magazinese riviste per giardinieri, favorirono il ricambio sempre più veloce delle mode.
L’Ottocento fu non a torto chiamato “secolo dei fiori”. I nobili e l’alta borghesia che viveva more nobilium andava assolutamente pazza per i fiori, al punto di dipingerli sulle carte da parati, sui tendaggi, ricamarli sulle stoffe, appuntarli nelle acconciature, sui vestiti, sulle gonne, sui cappelli e sul decolletè.

Boldini dipinse la società agiata di fine Ottocento, ritraendola in momenti quotidiani o di relax. Per il suo modo di lavorare affettato fu coniato il termine 'boldinismo'

Nell’Ottocento si diffuse anche il cosiddetto linguaggio dei fiori, che era stato introdotto già a metà Settecento da una nobildonna inglese moglie dell’ambasciatore a Costantinopoli. In realtà il selam era un messaggio non composto solo da fiori, ma anche da oggetti ed altri elementi, ma in Europa la moda del selam ebbe come oggetto solo i fiori e le piante. Uno dei testi più importanti è Il linguaggio dei fiori di Charlotte de Latour, probabilmente uno pseudonimo. Il libro ebbe una storia editoriale molto complessa e non si sa bene chi l’abbia scritto.
Le dame dell’epoca vivevano in una società agiata e un po’ fatua e per impiegare il loro tempo si divertivano a mandarsi complessi messaggi floreali e a comporre sciarade. L’educazione di una dama comprendeva lezioni di pittura botanica all’acquerello perché potessero comprendere la bellezza e la grazia. Abbiamo tutti presente la Emma di Jane Austen che era completamente immersa in una atmosfera romantica fatta di pic-nic e pensieri d’amore.
Niente evoca meglio il periodo ottocentesco come la rocambolesca vicenda della Victoria amazonica, una sorta di grandissima ninfea che vive in Sudamerica.
La Victoria era conosciuta sin dal 1801, ma in tutto il continente europeo c’era solo un fiore conservato sotto spirito. Dovette arrivare il 1837, anno in cui la giovane regina Vittoria era appena salita al trono diciottenne, e fu chiamata Victoria regia in suo onore. I giardini di Kew dove c’era la sede della società botanica inglese, e quelli di Chatsworth se la contendevano, ma il capo giardiniere di Chatsworth, Joseph Paxton riuscì a farla prosperare e fiorire per primo, ed ottenne così l’incarico di costruire la grande serra vetrata del Crystal Palace per l’Esposizione Internazionale del 1851. Anche qui c’è una competizione per arrivare primi nel mondo dell’orticoltura, una competizione tra scienziati e tra artisti. Ma c’è anche un desiderio di consacrare, attraverso la celebrazione di un fiore, la gloria politica dell’impero inglese, che a quell’epoca era molto potente grazie ai suoi possedimenti in India.
Dietro alla fama della Victoria venne poi la moda delle ninfee e dei loti. A fine secolo nessuna sala da bagno rispettabile poteva fare a meno di un decoro con ninfee. In buona sostanza la ninfea fu l’equivalente del melograno per il Cinquecento e delle rose per il periodo rococo.
Victoria amazonica

Un’altra pianta di cui voglio parlare come simbolo di uno stile del giardino che si affermò in epoca romantica, è la Calceolaria. La Calceolaria è forse tra le piante più brutte che ci siano, e all’epoca ebbe una sorta di doppia vita. Da un lato divenne un fiore da fiorista, cioè da ibridatore, e ne furono creati esemplari con venature e screziature sempre più appariscenti. Dall’altro invece ha rappresentato un modo borghese e poco colto di fare del giardinaggio. Non so se qualcuno di voi ha mai letto Il giardino di Elizabeth di Elizabeth von Arnim, alla quale non era concesso, per la sua posizione nobiliare di praticare del giardinaggio (in questo senso le classi povere erano molto più libere). Tutto era messo nelle mani del suo giardiniere, quando lei gli chiese di fare un giardino giallo, lui le fece una striscia di sole calceolarie gialle. Insomma, la calceolaria è stata una pianta molto usata per parterre geometrici di ispirazione italiana e per lo stile cosiddetto gardenesque o per il jardin fleuriste francese.
gardenesque style da Vulgare net

Fiori di ciliegio in una stampa giapponese
L’ultimo fiore che prendiamo in considerazione in questa dissertazione è il fiore di ciliegio, che in Giappone chiamano “sakura”. Mi sembra importante concludere con un fiore proveniente dal Giappone perché alla fine dell’Ottocento il Giappone fu una inesauribile fonte di ispirazioni artistiche e di nuove soluzioni formali. Gli impressionisti stessi non hanno taciuto il loro debito nei confronti dell’arte dell’Ukio-e.
Il ciliegio era conosciuto in Europa sin dal I secolo avanti Cristo portatovi pare da Lucullo da Kerasunte nel Ponto (odierna zona nordorientale della Turchia), donde il nome kerasos e il nome volgare “ceraso”.
In Europa è stato un albero importante nelle cerimonie del periodo tra Natale e la Befana (Albania), bruciandolo e poi fecondando la vigna con le ceneri, e in Francia era utilizzato nel periodo di Calendimaggio come simbolo di amore. In Giappone, che ha una cultura estremamente stratificata e complessa, c’è tutta una ritualità legata al fiore del ciliegio che simboleggia la perfezione assoluta, ma anche l’impermanenza della bellezza e la transitorietà dello stato di perfezione. Inoltre il fiore rosso, per la sua evidente connotazione cromatica, simboleggia il samurai. Quando tra aprile e maggio fioriscono in Giappone i fiori di ciliegio, i giapponesi si riversano nelle località dove sono piantati questi alberi (Prunus serrulata, non Prunus avium), tra cui spiccano le falde del monte Yoshino, non distante dalla vecchia capitale Kyoto, e fanno dei pic-nic sotto gli alberi. Gli uffici chiudono, fanno festa anche i sararimen e le hana office, le impiegate. Spesso i gitanti si lasciano andare e abusano di sakè, facendo chiasso. Già un poeta del Seicento si lamentava della maleducazione dei gitanti, oggi si beve coca cola e si mangiano hamburger.
Hanami

Le stampe giapponesi influenzarono tutta l’arte successiva e primariamente il Liberty, in cui il fiore diventa il principale motivo decorativo, tanto che viene detto “periodo del Floreale”.

Il giglio come elemento decorativo. Mucha

Antonia lotta contro Mafalda

Abbiamo una biscia in giardino. L’abbiamo sempre avuta, da che mi ricordo io. L’estate si fa vedere qualche volta e noi saltiamo su e ci spaventiamo, ma poi diciamo sempre: “Ma che vuoi che sia, una biscetta d’acqua, mangia i topi e le zanzare” e poi concludiamo con la proverbiale frase: “Ha più paura lei di noi che noi di lei”.
Con il caldo il giardino è quotidianamente frequentato da mio padre e dai fisioterapisti, che ce lo portano per irrobustirlo. La signora ha visto la biscia e si è spaventata: ha un’idea di giardino diversa dalla nostra.
Mia madre, colpita nel vivo di buona padrona di casa, si è sentita in dovere di eliminare la biscia, o perlomeno di limitarne la libertà. Ha perciò deciso di radere al suolo le erbacce, i rimasugli dei nasturzi, le foglie secche dell’agave, di abbattere i malvoni, gli acanti, i cardacci e gli altri fogliami, di rastrellare le arance e le more cadute, le foglie secche per l’arsura.
Io la lascio fare, tanto so che l’anno prossimo ci sarà nuova vegetazione, e se Gilles Clément volesse vedere un giardino in vero movimento, che venisse a casa mia: basterebbe solo mia madre per fargli venire un giramento di testa.

Mia madre parla della biscia chiamandola “Mafalda”.
“Mafalda ha fatto i piccolini”, “Mafalda si è ingrassata: ha mangiato un topo intero”, “Ma lo sai che Mafalda è anche il nome della moglie di Giulio…ah, no, la moglie di Giulio si chiama Adelaide”.
Mafalda qua, Mafalda là.
Mafalda è un argomento di conversazione a casa mia.
A dire il vero non so se la Mafalda dei miei tempi è la stessa Mafalda di adesso: non so quanto campi un serpente.
Mafalda. Ma che razza di nome.

Love me tender, Gardenia

Leggo “Gardenia” sempre con grande ritardo, in questo periodo poi ho trascurato tutte le letture perché sto preparando una conferenza a Forlì il 16 di giugno (anche per questo ho lasciato il blog un po’ negletto).
Di solito ammucchio “Gardenia” su un cesto che sta in bagno, e ogni tanto leggo qualcosa. Non trovando il numero corrente ho ripreso quello di maggio, che avevo letto a balzelloni (mi è molto piaciuto l’articolo sul cutting garden) e ci ho trovato una bellissima sorpresa, ma che dico, un gran regalo!
Me lo fa un insospettabile Carlo Contesso, nelle sue pagine di progettazione del giardino.
Si tratta di come realizzare una siepe di melo nanizzato, esattamente come nel sogno giardinicolo che descrivo nel capitolo Storia di un’aiuola: un giardino sul retro del mio libro. Perciò capirete che quando me lo sono visto spiegato e illustrato dalla bella mano di Massimo Demma, mi ha preso un infartino. Ho accuratamente ritagliato le pagine, spillate, segnato la data, e chiuse dentro al mio libro.
Per una volta, grazie “Gardenia”, grazie di avermi fatto vedere il mio sogno con gli occhi aperti.

Intanto vengo a scoprire come si chiama questo tipo di piantagione: step over, cioè “scavalcalo”. In effetti a seconda di quanto in basso si piega l’astone, si ottiene un cordone più o meno basso, scavalcabile.
E’ di certo una derivazione della coltura dei fruttiferi a cordone, a palmetta o a spalliera, già in uso ai tempi del Re Sole negli orti di Versailles, ma questo cordone si fa con dei portainnesto nanizzati, altrimenti non esce.
Si comprano astoni giovani, di un anno di età, e poi si curvano durante tutto il periodo di crescita, fino a ottenere un angolo di 90° e infine si legano ad un filo teso tra due paletti.
La pianta tradizionale per lo step-over è il melo, ma Contesso sostiene che si possa usare anche il pero, seppur usando maggiore cautela nel piegarlo perchè è meno elastico. Questo è buono per noi che viviamo in zone calde dove gli inverni sono miti e il melo soffrirebbe. Inoltre il pero in piena fioritura è sempre uno spettacolo.
Non so che altre piante possano essere usate in questo modo, ma credo anche altre. I meli nani si trovano con una certa facilità anche in un buon vivaio locale (ce li ha anche la Bakker, veramente), ma spesso sono impalcati diversamente. Se volete suggerimenti e consigli, l’indirizzo che viene dato a cui rivolgersi è i Vivai Belfiore, a Lastra di Signa (FI), 055-8724166, info@vivaibelfiore.it.
Le piante vanno piantate testa-piede per evitare competizioni radicali, ma se ne piantate a coppie, magari come delimitazione dell’orto, le potete piantare anche specularmente.
Durante la crescita e l’allungamento del cordone, vanno accorciate a 5 cm tutte le ramificazioni laterali, soprattutto quelle che vanno verso il basso. Questa operazione -dice Contesso- va fatta quando il ramo inizia a lignificare, dunque quando ha una lunghezza di 20-30 cm). Si continua ad accorciare le successive crescite fino a 2 cm per tutta la stagione .
Quando il getto orizzontale raggiunge la lunghezza desiderata (circa un metro e mezzo), allora si accorcia ad una gemma laterale, che ramificherà e porterà dei frutti.
In inverno si procederà ad una manutenzione bassissima, sfoltendo i rami troppo vicini.

Ad aprile è così

Come si vede nel progetto, c’è una striscia di prato in cui sono state fatte crescere aromatiche molto basse e decorative, come il prezzemolo riccio e l’erba cipollina, ma anche zafferano. Più in là il prato fiorito con le pratoline. Se il terreno è umido e fresco si può invece piantare della fragola (io però preferisco la prima soluzione).
Inframmezzati al prato dei narcisi del tipo giunghiglia.
Questi sono i fiori di aprile:

1) Erba cipoolina 2)pratolina 3)zafferano 4)Narciso \’Pueblo\’, tipo giunghiglia

Potete anche optare per un prato di camomilla da lasciare andare a fiore. Contesso sceglie quella doppia, ma anche quella comune è estremamente decorativa.
Per continuare l’effetto campagna sono stati seminati dei papaveri rosolacci e dei fiordalisi.

In estate è così

Mentre le mele maturano, fioriscono papaveri e fiordalisi.
Sconsigliata per i giardini abitati da cani maschi, questa combinazione è molto gradita ai bambini, che raccolgono la frutta ad altezza d’occhio.
Noi -dal canto nostro- speriamo anche che questo insieme così fresco, profumato, semplice e campagnolo ci porti anche le visite di insetti e farfalle.
Questi i fiori dell’estate:

1) Centaurea \’Polka Dot\’, nana 2) Chamaemelum nobile \’Flore Pleno\’ 3)Prezzemolo riccio 4)rosolaccio comune

Adesso aggiungo dei suggerimenti miei che ripesco dal mio libro.
Io non mi farei mancare dei gagofani, sia del tipo semplice che pieni come il ‘Cranmere Pool’, l’importante è che siano dei Pinks, cioè garofani da bordura, non Dianthus caryophyllus, che sarebbe troppo alto e andrebbe sostenuto.
In una fila un po’ più arretrata ci vedrei bene della lavanda, magari la stoechas o un’altra qualunque a portamento basso, e della santolina, ma la cultivar a fiore giallo crema, la S. pinnata susp. neapolitana ‘Sulphurea’. Se il clima non è arido anche delle Phlox paniculata nelle zone più arretrate, e tra le tappezzanti il Tanacetum parthenium ‘Golden Moss’.
Invece del comune rosolaccio, scegliete la serie Shirley o il miscuglio ‘Angel Choir’. Già questi da soli basterebbero, ma se riuscite a seminarci dentro qualche fiordaliso, tanto di guadagnato.
Ovviamente non bisogna affollare troppo l’insieme, che più semplice è meglio sta. Sarebbe particolarmente bello il prato lasciato libero e falciato dopo la sfioritura delle annuali (in modo che possano liberare i semi), come intermezzo tra il cordone step-over e un muro (che può esser quello dell’orto o di casa), su cui far crescere delle rose rampicanti e arbusti profumati, oltre che piselli odorosi e Lathyrus latifolius. Un altro utilizzo splendido è usarlo per riquadrare il cutting garden, o semplicemente come siepe per “annunciare” una coltivazione intensiva di piselli odorosi in filari.

E’ un dolce sogno per me, e queste tre pagine di “Gardenia” mi fanno un effetto lenitivo, io le uso per farmi le coccole prima di andare a nanna.

Un’altra cosa che aggiungo per ultima ma alla quale dedico molta partecipazione: questo tipo di piantagione può essere ottimamente usata nei giardini per le sedie a rotelle. Si possono raccogliere i frutti semplicemente allungando una mano, da seduti, ed anche praticare le comuni manutenzioni non sarà difficile, tenendo in grembo le cesoie e un sacchetto per i residui di potatura.
Unico problema: per potersi avvicinare a sufficienza sarà opportuno ridurre al minimo la piattabanda di prato e aromatiche, in modo che non ci si debba sporgere troppo dalla sedia. In secondo luogo è importante che la superficie sia liscia abbastanza da permettere una comoda andatura delle ruote, ma non troppo scivolosa. Terzo, è essenziale che sul bordo della pavimentazione ci sia un cordolo sottile e sufficientemente alto per evitare che una ruota scivoli nella terra, provocando cadute accidentali.Il cordolo può essere anche un mattone messo di taglio, o un asse di legno, magari sagomato.
Attenzione agli interstizi, se volete evitarli, meglio una colata in comune calcestruzzo ben lisciato.

“Italian Garden” (?)

Vi ricordate che vi segnalai il blog di Tom Barbey e Olivier Cazin, Vulgare.net che sta anche nel mio blogroll?
E’ uno dei blog che controllo quotidianamente per l’originalità e innovatività dei due autori.
Qualche giorno fa è stato pubblicato questo articolo titolato Italian garden at David S. Lynch Memorial Park. Ne sono rimasta a dir poco sorpresa. Tanto poco è conosciuta in USA l’arte dei giardini italiani da confondere questa volgare contraffazione con un giardino italiano? Siamo finiti tanto nel dimenticatoio che persino due artisti come Cazin e Barbey si imbrogliano su un concetto tanto semplice?
Come ho scritto nel mio messaggio di commento (pubblicatomi con difficoltà), c’è forse qualche sfumatura che non sono riuscita a cogliere? C’è sotto un umorismo che mi è sfuggito? Mi auguro di sì.

Quello illustrato non è certo un giardino all’italiana, ma uno stile decisamente moderno, almeno  Ottocentesco, che proviene dal “Gardenesque” di Loudon e Pükler e dal “jardin fleuriste” francese, in cui le piante erano disposte in ampi parterre ribassati, con gli angoli esaltati alberetti, spesso rosai standard.
Man mano che i giardinieri si rendevano conto che le piante da fiore potevano stare fuori anche in inverno, vennero composti questi parterre fioriti in cui alcune piante erano anche esposte come oggetti di collezione.
Questo stile esiste ancora oggi, molti parchi sono improntati a questo tipo di composizione, anzi, potremmo dire che in genere è esattamente questo tipo di stile, colorato e sfavillante, che ci si aspetta da un giardino pubblico.
Benché non sia il mio stile preferito, ha comunque una sua identità e un suo valore storico, ancorché non sia più pensabile creare parchi pubblici di questo tipo.

Ma questo non ne fa certo un giardino all’italiana! Non basta certamente la copia “americanizzata” di un colonnato curvo, fantasiosa imitazione di quello di Villa Adriana, molto più vicino alla Monticello di Jefferson che all’architettura latina, a rendere “italiano” un giardino.
Questo colonnato sa un po’ di prosciutto di Parma comprato in Giappone, di vino inglese, di hot dog preso ad un chioschetto di Bologna.
Il giardino all’italiana è come il giardino zen giapponese, non è ricreabile altrove, dove mancherebbero le condizioni fisiologiche e sociali per la sua nascita e maturazione.
Perdonatemi, ma un giardino all’italiana nel Massachussets è un po’ come andare ad imparare il buon gusto a Las Vegas.

Sogno di un giorno di fine aprile

A volte mi viene da sognare.
Sogno che Siderno sia una bella cittadina pulita, ordinata, con poco traffico, con tante casette col giardino davanti e negozi con insegne pubblicitarie in legno verniciato.
Di più di più mi viene da sognare soprattutto di più quando osservo il colore degli alberi in questo tumulto di verdi primaverili.
Il sogno che faccio in questo periodo riguarda la via Carrera, una vecchia e strettissima strada che anticamente era fuori dai confini del paese e serviva solo ai carri merci, mentre oggi è stata per metà ampliata e resa uno stradone a otto corsie che segna i confini del circuito viario di Siderno.
Quel che rimane della via Carrera è un viottolo che tra nuovi casermoni e vecchie mura è fiancheggiato da vecchie querce.

La vecchia parte della via Carrera

Sogno che in passato, un sindaco di buon cuore e dotato di intraprendenza naturalistica, un sindaco col panciotto amante delle passeggiate in campagna con cane e bastone, vista la bellezza della via Carrera, avrebbe acquisito per il comune le due fasce che le corrono ai lati, preservandole dalla speculazione edilizia.
Sogno che questo sindaco, grazie alle sue conoscenze botaniche, decidesse di piantare degli alberi a ridosso della stradella, in modo che le chiome si congiungessero in alto, formando una volta verde.
Sogno alberi profumati, come le robinie e le mimose, oltre che degli aranci piantati qua e là, non troppo fitti. Questo sindaco col panciotto avrà anche pensato di mischiare alle querce preesistenti, allora giovani, qualche albero da fiore, come dei Prunus avium, e magari, magari, forse…sarebbe stato troppo soverchio ed abbondante un Prunus x subhirtella ‘Pendula Rosea’?

Il 'bianco viale delle delizie'

La via Carrera sarebbe potuta essere simile al Bianco Viale delle Delizie di Anna dai Capelli Rossi, piantato da un eccentrico coltivatore ai fianchi dei suoi possedimenti. Non chiediamo al nostro buon sindaco un’altrettanto grande sforzo di fantasia, ma immaginiamo che il risultato sarebbe potuto essere simile.

Dorothy Perkins

Le vecchie case avrebbero avuto glicini e rose rampicanti morbide e flessuose, come la ‘Dorothy Perkins’, caprifogli rosa e Philadelphus profumati. Qualcuno -scocciato da tutto questo tripudio di romanticherie- avrebbe piantato invece passiflore a fiore grande, che nel tempo sarebbero diventate enormi e fioritissime.
I contadini, ai margini degli orti, avrebbero piantato siepi di pisello odoroso in tutte le varietà di colore allora disponibili, e il camminare per la via Carrera in primavera sarebbe stato come veleggiare in un sogno.

La via Carrera in una notte stellata

Naturalmente la bellezza porta sempre con sè la magia, e una volta piantati alberi che dessero rifugio agli animali e cibo agli uccelli, sarebbero arrivate anche le fate. Fate con piccole lanterne che danzano tra i prati nelle radure delle piantate, che trovano rifugio nei tronchi più grossi degli ulivi secolari, e che volteggiano tutta la notte confondendosi con le lucciole.

Cosa sarebbe bastato? Un sindaco intraprendente.

Antonia lotta contro l’avocado

Mia madre mi fa paura.
Ha passo felpato e urla potentissime.
Odia il gelso e l’avocado: sporcano.
Oddio, ora non immaginatevi la solita signora che litiga coi vicini se l’albero di confine fa foglie. Mia madre è molto passionale, ama la natura, è pittrice e poetessa, ha intuito, istinto, fuoco, arte, amore.

Però detesta l’avocado.

Questo periodo è una nemesi per lei: l’avocado fa la cascola naturale dei fiorellini, verdi e poco significativi se presi singolarmente, ma che sull’albero, quand’è tutto fiorito, fanno un effetto “verde giovane” molto intenso.

Fiorellini dell'avocado

I fiori dell’avocado cascano in masse da soli e al primo soffio di vento. E’ una gran bella pioggia. Se avete la fortuna di avere un tetto in lamiera o in coibentato sotto cui stare, il rumore della pioggia di fiori di avocado caduti sul metallo è persino più bello di quello dell’acqua. E’ qualcosa di zen, di mistico. Se non esistessero i cellulari, si potrebbe stare ad ascoltare gli avocadi per ore.

Una volta caduti in terra, fanno un tappeto color verde mela di una delicatezza insospettabile, un tappeto su cui viene voglia di toglierti le scarpe per passeggiare a piedi scalzi.
E’ contro questo tappeto che mia madre ingaggia la sua lotta più che quotidiana. Dalle tre alle sette volte al giorno esce a ramazzare il giardino. Non riesco bene a capire se lo faccia perchè consideri sporcizia quel tappeto o se lo faccia per non essere additata come una cattiva padrona di casa. O entrambe le cose.
A volte esco io a pulire il cortile, anche se mi dispiace spostare quel tappeto.
Ecco cosa esce fuori dopo una buona ramazzata.

Dato che ne abbiamo tanto, io lo uso come pacciamatura e lo getto ai piedi di una Thunbergia lì accanto, che mi viene proprio vicina vicina, e che negli anni ha molto beneficiato di questo trattamento.

L’avocado, poi, ha un’altra qualità: quella di essere profumato. Non profuma tanto “di fiore”, quanto “di foglia”. Ha un profumo d’erba che si sente particolarmente forte nelle sere tiepide ed invitanti.
Un profumo che forse si dovrebbe meglio classificare come “odore”, ma cos’è un profumo se non un tipo particolare di odore?

Garden of Eden, a cura di H. Walter Lach

Gli erbari e le raccolte di florilegi non sono rari, ma costano veramente tanto. Taschen pubblica una raccolta di 100 capolavori dell’illustrazione botanica ad un prezzo accessibilissimo, appena 20 euro per seicento pagine di tavole disegnate dai più grandi plant-hunters e botanici dall’epoca bizantina agli anni più recenti, fino a contemplare alcune fotografie.
L’opera è stata scritta sotto gli auspici della Österreichische Nationalbibliothek ed è presentata in tre lingue, il tedesco, il francese e l’inglese.
Questa cospicua raccolta si configura come un vero e proprio viaggio nell’illustrazione botanica. Considerando che il volume più significativo in proposito è quello di Wilfrid Blunt (che su Amazon.com raggiunge l’inspiegabile prezzo di 130 dollari – e che io ho preso a 10) che è un volumetto piccolo con scarse illustrazioni di cui molte in bianco e nero, questo volume sembra una vera vendetta per chi ha sempre sognato uno di quei bellissimi erbari senza poterli avvicinare per via dei prezzi.

Alcune delle illustrazioni sono molto famose, come quelle del Codex Amiciae Julianae (con scritte in greco e in arabo) o quelle di Pierre Joseph Redoutè che sono diventare un simbolo della Restaurazione dopo le guerre napoleoniche; altre sono meno famose, ma egualmente sorprendenti.
E’ un dato di fatto che il computer non è riuscito ad invadere questo campo con i suoi vettori e i suoi filtri. L’illustrazione botanica rimane territorio di ciò che è squisitamente manuale, artigianale, di ciò che è mestiere sublimato dall’arte. Per fare una buona illustrazione botanica non è solo necessaria una grande competenza tecnica ( anzi, forse quella meno di altro), ma è indispensabile saper comporre la tavola, individuare gli elementi suscettibili di discriminazione tassonomica, e trascurare pure quelli irrilevanti. Un bravo illustratore botanica disegnerà spesso, oltre al fiore, i frutti, le radici, gli organi sessuali, i semi, le capsule portasemi. Tutto questo composto in pagina con gusto, levità ed eleganza.
Complessivamente, questo libro è un modo per programmarsi le sorprese: una pagina dopo l’altra gli occhi vi diventeranno grandi come piattini da caffè.

Sfogliandolo si rivive il gusto e il cambiamento delle tecniche di illustrazione scientifica. Dai disegni più semplici delle piante officinali degli antichi erbolari, alle raccolte di tutta la flora indigena in xilografia, come quella di Pier Andrea Mattioli, ai disegni a colori, a tempera o acquerello, tecnica che è da sempre legata all’illustrazione botanica.
Uno degli ultimi disegni, datato 1986, nel momento in cui le fotografie avevano soppiantato il lavoro dell’illustratore botanico, che rimaneva come lato “artistico” di una attività che prima era scientifica, sembra quasi destinata ad un racconto di fate, e risente molto dell’influenza di Brian Froud. Siamo negli anni ’80, all’illustrazione botanica era richiesta ancora la scientificità e la precisione della descrizione, ma la seriosità per molti era diventata opzionale. E naturalmente è giusto che sia così, perchè le arti seguono e stimolano l’evoluzione dei mezzi con cui si esprimono.
Un gran bel libro, se siete appassionati di illustrazione botanica non potete non comprarlo.
Cliccate qui per aprire la pagina del sito Taschen dedicata al volume

Glicine, cipresso, palma

Glicine, cipresso, palma, cipresso, glicine

Il glicine. Il glicine ha forse il monopolio di queste settimane. Profumo, colore, vigoria, tutto contribuisce a farne il re della metà di aprile.
Il più delle volte è un rampicante contenuto lungo la ringhiera di una villetta (immaginamoci le potature annuali per limitarne la crescita, i fastidi dei vicini, i borbottii dei passanti). E’ sinonimo di eleganza, raffinatezza, capacità colturali, di lustro sociale. E’ insomma utilizzata dalla società borghese per definire il suo status.
A volte è utilizzato come una graziosa mantovana per ornare balconi e tettoie.
mantovana

Oppure per fare da ghirlanda fiorita al parapetto dei balconi-bene.
Ghirlanda

Mi viene in mente Hermann Hesse e la descrizione dell’Araucaria, che considerava pianta borghese per eccellenza. Il cedro, l’Araucaria, il glicine, la Washingtonia, la Phoenix, la Cycas e il loro seguito di palmizi assortiti, sono tutte piante che nel contesto delle periferie urbane delle province italiane, hanno finito per adornare le case di quel tipo di borghese che descriveva Dostoevskij in L’Idiota, quando parlava del generale Ivolguin, o George Eliot in Middlemarch.

Glicine del benzinaio

Questo è un glicine non potato e lasciato libero di correre sugli alberi, che è quello che il glicine dovrebbe fare. Qui sono cipressi, i cipressi del benzinaio, che con il loro fogliame scuro rendono in qualche modo lugubre il colore del glicine.
Foto di gruppo con palma
La palma c’è, ma in questo caso smorza la tetraggine del fogliame del cipresso. Sembra stare lì per pura combinazione, senza nessun atto di premeditata orticoltura.
Libero finalmente
Il glicine corre finalmente libero di esprimere tutta la sua vocazione. Dato che abbiamo tanti cipressi nei cimiteri, perchè non piantarci al piede qualche glicine? O semplicemente, perchè non lo piantiamo lì dove può essere piantato, senza costringerlo con potature in spazi angusti, come se fosse un rampicante da niente, piccolo come una clematis, docile come un pisello odoroso?
Ci ostiniamo a volerlo avere a tutti i costi, perché è bello, perchè è terribilmente romantico, perchè anche gli altri ce l’hanno, per non essere da meno.
Dovremmo pensarci due volte prima di piantare un glicine in giardino, capire dove andrà a finire e se saremo costretti a tagliarlo alla base il giorno che l’ENEL ci dirà che dà fastidio durante le operazioni di manutenzione ai cavi della corrente. Vogliamo avere una trina color malva sul cancello d’entrata? Bene, dovremo stare attenti che non se lo divori.
E vissero per sempre felici e contenti

Una cortina di alberi o un’alta siepe, non necessariamente privata, ma perchè no, anche comunale, sono un supporto ideale per un glicine, che potrà cessare di essere quel barboncino tosato e con la coda a pouf, e tornare ad essere l’animale selvaggio che è.
Cazzo, lasciate battere il cuore del glicine.

Tre cose comuni-non comuni

In questo periodo c’è molto in giro da vedere e da annusare. C’è un mondo di fiori in esplosione, ma le cose che mi colpiscono dritte dritte al cuore sono tre: il verde scintillante delle nuove foglie di tiglio, il piccolo profumo del nasturzio e quello del legno di cipresso bruciato.

Il tiglio viene regolarmente capitozzato, ma i capitozzatori si spingono raramente nelle periferie del paesone che è Siderno, per cui alcuni esemplari stanno gettando adesso, mentre altri hanno già una chioma ben formata. Quel verde è uno stato di grazia: è un verde verde, allegro, giovane, come poteva essere il verde creato da Yavanna Kementàri alle origini di Arda.

Tropaeolum 'Milkmaid'
Il profumo del nasturzio non è noto quanto dovrebbe. Sa di miele con quel tanto di pepato che non lo rende svenevole e intossicante. E’ bello in giardino, dove però si perde un po’, ma è soprattutto bello in casa, vicino al telefono. Così, mentre si deve chiacchierare di cose inutili con i parenti, si annusa un po’ di nasturzio, e ci si sente trasportare via in un mondo di api, coccinelle, forfecchie e altri insetti.

Il terzo, il legno di cipresso bruciato. Nessuno brucia più i detriti, li gettano vicino alla spazzatura oppure i più civili chiamano il potatore e il camioncino, pagando lo smaltimento in discarica.
Altri li bruciano in giardino. Ho raramente qualcosa in contrario: è una pratica contadina rispettabile che garantisce l’eliminazione dei rifiuti quando non è possibile fare altrimenti. Se non viene bruciata gomma, e se non c’è vento e il fumo non si disperde nelle vicinanze, spesso si sentono buoni profumi di legna bruciata.
I nostri vicini bruciano le potature dei cipressi e nell’aria si spande un meraviglioso profumo d’incenso. Ci si sente rinascere e si aprono i polmoni. Allora non ti stupisci più di come questi aromi venissero usati come disinfettanti durante le pestilenze.

“Tenendo innanzi frutta” su Rosanova

Questo trimestre Rosanova ha pubblicato una recensione al libro di Isabella della ragione Tenendo innanzi frutta.
La foto è grande, forse ci vorrà un po’ per caricarla.

Tenendo innanzi frutta, da Rosanova