Giovane, bello e quasi ricco. Dal TG1 “novità” sul giardinaggio

Ieri sera il Tg1 ha pensato bene di informarci che ci piace fare del giardinaggio.
Sentiti ringraziamenti.
Anche a marzo scorso il Tg1 aveva dedicato un servizio di cultura all’incremento della passione degli italiani per il giardinaggio.
Qualche settimana fa invece siamo stati incipriati di bellezza con un raccapricciante servizio sul décor d’interieur con fiori e fogliame.

Cosa dobbiamo dedurre dal fatto che la testata tv più vista d’Italia presenti almeno tre servizi di cultura dedicati al giardinaggio e alle piante, dopo aver per anni totalmente ignorato la questione?
Non certo che d’improvviso le amministrazioni comunali cesseranno di capitozzare a scalvare Cercis in piena fioritura, ma semplicemente che l’interesse per il mondo della natura, in Italia, è in forte aumento, grazie anche al diffuso mutamento culturale generato dalle nuove necessità ed istanze ecologiche. Il fenomeno non è rimasto solo di “colore”, ma è diventato un mercato il cui polso non sfugge all’analisi degli economisti. Secondo una statistica aggiornata a qualche anno fa, il giardinaggio è la terza voce di spesa per gli hobby degli italiani.

Sarà per questo che il Tg1 dedica tanto spazio alle piante?

Il ritratto fatto dalla giornalista è piuttosto chiaro: tra i 35 e i 40, con un lavoro ben avviato, pratica il giardinaggio per rilassarsi (come quello che ascoltava Mozart durante il tempo libero) o per avere un po’ di “natura” in casa. L’orto ritorna ad essere quello che era: una necessità e non un passatempo. In questo le persone più anziane sembrano essere più consapevoli dei giovani, che piantano le zucchette ornamentali e le insalatine nel prato per essere “di tendenza” più che per mangiarle realmente.
Altro dato sensibile: la riscoperta delle piante nostrane, autoctone e profumate o aromatiche, come lavande e rosmarini.
La riscoperta del primitivo, dell’originario, del naturale, del localismo, è un dato importante, perchè indica che si è stanchi dell’esterofilia anglosassone, e che si vuole intraprendere nuove strade, più vicine al sentiero di casa, che conducano insomma, alla riscoperta di se stessi.
Tutto questo si sta già tramutando in una moda, una moda per ora destinata alle persone di ceto medio con una autocoscienza giardinicola scarsa o in divenire.
Lo testimonia anche la superficialità dei servizi del TG1, che raffigurano una porzione di società in cui una buona parte degli appassionati di giardinaggio non si rispecchia, un po’ fatua e volatile. Per l’appassionato praticare del giardinaggio non è un hobby rilassante, ma una passione a volte anche stressante.

Di questo “effetto moda” è testimonianza il fatto che la pianta più cliccata in questi giorni sarebbe la Lithodora diffusa

Lithodora diffusa in ambiente naturale

…una pianta sicuramente amata per la travolgente fioritura azzurra e il portamento prostrato, che però non gradisce l’ambiente troppo ricco e umido dei vasi da balcone. Insomma, una pianta che si compra, si vede fiorire per poi spegnersi inesorabilmente. Magari l’anno dopo la si ricompra e si riparte daccapo, incuranti delle sue reali necessità di drenaggio, temperatura, acidità del suolo e umidità.

Alberature stradali: il caso di Bologna

Credits

L’articolo è stato scritto da Carlo Carcangiu grazie alla cui gentile concessione viene pubblicato

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Introduzione

Alberature stradali. Da Vulgare.net
L’importanza degli alberi in città è oramai confermata non solo dall’esperienza e dalla sensibilità dei cittadini, ma anche da numerosi studi che dimostrano quanto numerosi siano i benefici apportati dalle essenze arboree in un ambito poco salutare come quello cittadino, cosa vera sotto molti aspetti.

Le alberature stradali rivestono un ruolo di grande rilevanza nel regolare il microclima urbano. Attraverso un processo chiamato “evapotraspirazione” le foglie fogliari rilasciano vapore acqueo nell’ambiente, abbassando la temperatura dell’aria anche di un grado (ad 1,5 metri dal suolo). Tale fenomeno si riscontra maggiormente per le latifoglie caducifoglie, aventi lamine fogliari più ampie e quindi più capaci di operare questo scambio di energia. Una strada alberata quindi risulterà più fresca e capace di mitigare la calura rispetto a un viale che ne è privo.
Il ruolo dell’albero non si limita solo a mitigare la temperatura, ma svolge anche funzioni di filtro. La lamina fogliare è anche in grado di trattenere gli agenti inquinanti, come le micidiali microparticelle solide prodotte dagli scarichi delle autovetture chiamate con sigle spesso incomprensibili (PM6 o PM10).

Gli alberi giocano un ruolo molto importante anche nell’attenuazione dell’inquinamento acustico, creando una sorta di membrana isolante naturale.
Oltre a questi vantaggi l’alberatura stradale, se progettata adeguatamente usando gli stessi principi di associazione di colori e tessitura del fogliame con cui si creano i giardini, può diventare uno strumento per migliorare concretamente l’estetica della città.

Bologna, Fontana del Nettuno
In Italia, il caso di Bologna è interessante. La città ha un clima semi-continentale con inverni freddi e umidi ed estati calde e torride. La media delle precipitazioni si aggira sui 700 mm annui, caratteristica comune a tutte le zone del distretto a bassa piovosità che include Cuneo, Alessandria, Piacenza e tutte le città dell’Emilia-Romagna che giacciono sulla via Emilia. In questa macro-area le piogge estive sono sporadiche e comprese fra il 10 e il 25 % del totale annuo, fattore che mette a dura prova il verde cittadino.
Diversa è la situazione delle città situate a nord del Po che beneficiano di precipitazioni estive temporalesche più abbondanti. Il clima bolognese degli ultimi anni è stato alquanto particolare poiché le precipitazioni totali sono complessivamente diminuite (500 mm/anno), quelle primaverili sono state scarse e gli inverni molto miti. Ciò ha recato stress fisiologici agli alberi, costretti ad affrontare un ambiente più ostile di quello originario. Si verificano infatti disseccamenti, bruciature fogliari e dei tronchi, carenze idriche e colpi di calore, tanto da considerare ormai una necessità cambiare i metodi di scelta delle specie da impiantare ex-novo.

Alcune essenze al contrario si sono rivelate particolarmente resistenti, come se le condizioni climatiche più dure le avessero selezionate.
In questo breve resoconto si vuole raccontare la condizione di una grande città del nord Italia, valutando la situazione attuale del verde e proponendo interventi di miglioramento.

Situazione attuale

Le alberature esistenti sono ben distribuite e tutto sommato la città presenta una buona copertura verde.
Per una semplificazione del testo, data la vastità dell’argomento, si è operata una divisione fra latifoglie e conifere. Ogni genere meriterebbe un’ illustrazione molto più approfondita, che per motivi di opportunità non è possibile qui fare, si rimanda pertanto il lettore interessato a testi scientifici e universitari.

LATIFOGLIE

Curiosa alberatura, da Vulgare.net
Le latifoglie rappresentano la maggior parte delle alberature urbane con una ampia varietà.
Il genere Tilia è presente con diverse specie o ibridi: Tilia x europea (Tiglio europeo), Tilia platyphyllos (Tiglio nostrano), Tilia cordata (Tiglio selvatico).
Tutte queste essenze sono esigenti, richiedono clima fresco e possibilmente precipitazioni estive, requisiti che non si ritrovano in città e che causano problemi fisiologici legati a siccità ed eccessivo calore.
Esiste una specie, chiamata Tilia tomentosa, originaria dell’Europa orientale (dove si trova in boschi di roverella, cerro e farnetto) che è resistente all’aridità estiva; essa viene utilizzata come specie ornamentale nell’Europa centrale, in virtù anche della bella colorazione autunnale delle foglie.
Volendo installare nuovi impianti di tigli si dovrebbe perciò fare riferimento a questa specie (e aggiungerei anche Tilia x euchlora).
Oltretutto le due specie citate non sono affette dai problemi derivanti dagli afidi (es. “melata”) che aggrediscono invece altri tigli.

Carpinus betulus
Dei generi Carpinus ed Ostrya sono presenti le specie C. betulus (Carpino bianco) ed O. carpinifolia (Carpino nero).
Mentre il primo è esigente di fertilità del suolo, il secondo è sicuramente indifferente alla natura litologica del terreno e sopporta meglio la siccità. Laddove vi siano strade o cortili in ombra quest’ultima risulterà adattissima nel creare una quinta verde rinfrescante.
In città manca Carpinus orientalis e questa potrebbe essere una specie interessante, in quanto indifferente all’aridità e al calore estivo, oltre che essere di dimensioni contenute.
Fra i frassini ritroviamo il Fraxinus excelsior (Frassino maggiore o comune), il Fraxinus angustifolia (Frassino meridionale o ossifillo), e qualche Fraxinus ornus (Orniello).
Per le nuove alberature si fa spesso riferimento alla prima specie, F. excelsior. Erroneamente.
Il frassino maggiore, nel suo habitat italiano, lo ritroviamo a quote montane o sub-montane in posizioni settentrionali e di forra, i cosiddetti aceri-frassineti (alleanza fitosociologica del Tilio-Acerion). Si capisce dunque perché essi subiscano danni nei viali alberati, soprattutto sotto forma di bruciature fogliari o stress idrici.
Il frassino meridionale è invece un campione di resistenza ed è ormai ben diffuso in parchi e alberature. La cultivar ‘Raywood’ presenta una gradevole colorazione autunnale bronzata.
L’orniello invece non ha meritato ancora la diffusione che dovrebbe avere e ciò a torto. La sua fioritura è profumata e vistosa; la colorazione autunnale del fogliame è degna di attenzione; ha dimensioni proporzionate a viali e strade ed è una specie termofila e xerofila di rapido accrescimento giovanile, quindi idonea all’ambiente urbano. Se ne auspica una sua più corposa diffusione.

Acer shirasawanum Aureum
Gli Aceri presentano una situazione intermedia. Mentre Acer pseudoplatanus (Acero di monte), Acer platanoides (Acero riccio) e Acer saccharinum soffrono l’eccessivo calore; l’ Acer campestre è invece ben diffuso e orna strade, giardini e parchi, dimostrandosi una delle scelte più indovinate per questa situazione.
Se i tecnici guardassero maggiormente alle piante di casa nostra potrebbero trovare degno di attenzione anche l’Acer monspessulanum o acero minore, estremamente resistente alle scarse precipitazioni, al caldo, lento nella crescita e con una strabiliante colorazione autunnale rossa.
Anche l’Acer tataricum subsp. ginnala resiste perfettamente e sarebbe pertanto buona scelta.
L’esotico ma ampiamente naturalizzato Acer negundo si trova ultimamente a fare i conti con la mancanza di temporali estivi e ciò gli provoca la perdita o disseccamento della maggior parte del fogliame, rendendolo particolarmente povero in questa stagione. Che sia l’occasione giusta per frenare la sua invadenza in pianura padana?
L’olmo campestre (Ulmus minor) si ritrova frequentemente nei viali alberati, spesso con esemplari ormai annosi. La specie è resistente a qualsiasi stress, le annate siccitose non gli provocano danni e nemmeno le potature più selvagge lo mettono a disagio. La grafiosi dell’olmo fortunatamente non è presente in città.

Celtis australis
Il Bagolaro o Celtis australis è forse l’albero che più stupisce per la sua tenacia. Ad oggi non presenta alcun tipo di problema e nemmeno un minatore fogliare che è stato segnalato per la prima volta in Emilia Romagna gli crea difficoltà. Se dovessimo fare una classifica di resistenza e prestazione il bagolaro sarebbe sicuramente al primo posto. Come esemplare isolato e annoso stupisce per bellezza ed equilibrio della chioma. Il tronco e la corteccia sono molto apprezzabili, i frutti sono eduli e offrono cibo alla fauna avicola cittadina. Spesso ci si lamenta delle sue radici, tanto che nella tradizione popolare è chiamato “spaccasassi”, ma se non avesse tale apparato radicale come potrebbe sopravvivere alla carenza d’acqua in estate? E’ un albero a cui dovremmo fare un monumento!

Platani
I Platani (Platanus x acerifolia) sono gli alberi da alberatura urbana più bistrattati, e non se ne comprende il potenziale. Non sono idonei per viali alberati perché essenze troppo grandi e sproporzionate per gli spazi urbani. Spesso sono attaccati dal tingide del platano che fa ingiallire e cadere le foglie o ancor peggio dal cancro colorato. Tutto ciò a causa dell’inquinamento, delle capitozzature e della mancanza di disinfezione degli strumenti usati per operare il taglio.
I platani, fra cui anche Platanus orientale, sono alberi da usare nei grandi parchi, in posizioni isolate o vicino all’acqua. Un effetto sorprendente si potrebbe ottenere in pianura padana vicino ai fossati creando filari con questo genere, distanziando gli individui singoli fino a quaranta metri, senza operare potature.

Farnia (Quercus robur)
Il genere Quercus è molto vasto e generalmente ben rappresentato nelle alberature stradali.
Tuttavia alcune specie si dimostrano particolarmente affidabili; la farnia (Quercus robur) è un albero maestoso, principale componente della vegetazione potenziale della pianura padana (Querco-carpineti planiziari). Non è adatto alle alberature stradali a causa della sua chioma molto ampia, a meno che non si usi la cultivar ‘Fastigiata’, ben più ridotta nelle dimensioni. Per apprezzare ai massimi livelli questo albero è bene piantarlo isolato nei parchi o grandi spazi. Ultimamente soffre dell’abbassamento del livello della falda freatica, tanto che spesso le sue foglie ingialliscono leggermente in estate. Sovente è anche infestata da limacce e galle.
Più adatti per la città sono gli autoctoni Quercus cerris (cerro), Quercus petraea (rovere vera), Quercus pubescens (roverella), Quercus frainetto (farnetto), oltre che l’ormai affidabile leccio (Quercus ilex).
In particolare il cerro e la rovere, con la loro chioma dritta e slanciata, si adatterebbero in maniera ottimale alle strade più ampie.
La rovere inoltre, contrariamente a quanto si può pensare, si adatta bene all’argilla padana, nonostante il suo optimum edafico sia su suoli silicatici ben drenati a reazione sub-acida. Resiste inoltre molto bene alle estati secche.
Degna di menzione è Quercus x tourneri, ibrido fra farnia e leccio, che grazie al suo portamento conico-piramidale è una opzione ottimale.

Seedpod di Aesculus
L’ippocastano (Aesculus hippocastanum) è l’essenza che soffre maggiormente i cambiamenti climatici. Abituato com’è al suo clima fresco d’origine, le montagne di Albania e Bulgaria, non dobbiamo stupirci se questo albero maestoso patisca. Inoltre il parassita Cameraria ohridella e l’agente fungino dell’antracnosi fogliare peggiorano la sua situazione fitosanitaria. Questo non vuol dire che non possa essere usato nei grandi parchi, dove lo smog è in concentrazione minore e le escursioni termiche dovute all’asfalto non gli nuocciono. Oltretutto per diminuire l’azione dei suoi parassiti, senza ricorrere ai costosi interventi di endoterapia, basterebbe raccogliere in autunno le foglie, che sono il veicolo principale della loro diffusione.
Altra categoria da menzionare è quella dei pioppi. Essi vanno a costituire la tipica vegetazione azonale che si ritrova dove vi sia la componente acqua. Sono quindi piante idro-esigenti e se ne consiglia l’utilizzo vicino ai corsi idrici o in stazioni particolarmente umide.

Populs nigra italica
E’ interessante notare come il pioppo tremolo (Populus tremula) non sia mai stato utilizzato o contemplato per le alberature nonostante sarebbe una specie molto adatta in quanto rustica, frugale, slanciata e soprattutto emotivamente coinvolgente per il tremolio caratteristico delle sue foglie pubescenti. Per di più d’autunno assume una colorazione dorata attraente.
Alcune specie hanno dimostrato un perfetto adattamento e vengono adoperate sempre più spesso per i nuovi impianti: Sophora japonica, sorprendente per la sua indifferenza alla siccità, dalla quale sembra quasi che tragga vantaggio; Koelreuteria panicolata, un albero completo per tutto quello che sa offrire; Albizia julibrissin, piacevole per le sue contenute dimensioni; Eleagnus angustifolia, per il suo bel fogliame argentato; Cercis siliquastrum, per la sua fioritura sorprendente; Prunus pissardii ‘Nigra’ per la sua tenacia; Gleditschia triacanthos, con le sue cultivar ‘Inermis’ e ‘Sunburst’; Brussonetia papyrifera, per gli insoliti amenti grigio polvere.
Merita un appunto anche la comune mimosa, Acacia dealbata, che negli ultimi tempi supera agevolmente gli inverni bolognesi e fiorisce profusamente.
Infine la Robinia (Robinia pseudoacacia) e l’Ailanto (Ailanthus altissima), alberi che spesso vengono associati al degrado o, come direbbe Gilles Clemént, al “terzo paesaggio”. Ebbene queste due essenze devono essere viste con ottica differente e cioè come alberi da sfruttare per la loro capacità di resistere ad ambienti particolarmente inquinati. Mentre per la robinia si è già lavorato per ottenerne cultivar importanti, per l’ailanto c’è ancora molta strada da fare. Ad esempio sarebbe interessante una cultivar che produca frutti sterili o particolarmente colorati.

CONIFERE

Cedrus deodara
Dei cedri si è fatto abuso nel passato, piantandoli soprattutto nei giardini privati e condominiali. Fortunatamente non è stato così per il verde urbano, dove essi vengono usati con moderazione, con esemplari isolati e a piccoli gruppi. Recentemente non vengono più presi in considerazione, perché ci si affida maggiormente alle latifoglie a foglia caduca. Senza passare da un estremo all’altro ci si può servire di questo genere con intelligenza, dove siano presenti ampi spazi e servendosi della loro adattabilità.

Pinus pinea (pino da pinoli, pino comune, pino ad ombrello)
Il Pinus pinea continua invece a sembrare un pesce fuor d’acqua; cresce col tronco incurvato, con la chioma disarmonica e solleva il manto stradale. Sembra non volersi adattare al clima padano. Subisce ingenti danni da nevicate poiché i suoi rami facilmente si spezzano.
Punus pinaster (pino marittimo)
Il Pinus pinaster invece non è presente, nonostante sarebbe forse più adatto, tollerando maggiormente il freddo e l’umidità.
Un vero fallimento è rappresentato dall’utilizzo del pino laricio (Pinus nigra subsp. laricio), che vegeta perennemente in stato comatoso, con la chioma disintegrata dalla processionaria. I tecnici continuano a tenerli in piedi soltanto perché fanno numero nell’inventario degli alberi.

La conifera che ha avuto più successo è il tasso (Taxus baccata). Di dimensioni contenute è un albero delizioso in tutte le sue parti. Può fungere da sfondo per arbusti fioriti o con fogliame colorato, può essere potato in forme topiarie, è lento nella crescita e quindi adatto a piccoli spazi.

Una specie curiosa per la sua presenza in qualche esemplare è il pino silvestre (Pinus sylvestris). In viali alberati sulle colline, spesso battute dai venti secchi provenienti dall’Appennino, sarebbe perfetto. Bello nella forma, per la corteccia color cannella, rustico e frugale, non patisce assolutamente nei terreni poveri e regge tranquillamente la siccità estiva bolognese.

Distanze fra gli alberi

Parco degli Auditors, Barcellona
Alcuni impianti hanno ormai raggiunto una densità tale che occorrerebbero interventi di diradamento.
Esiste però un regolamento del verde ridicolo che impedisce l’abbattimento degli alberi se non per motivi particolari: se recano danno a proprietà o alla viabilità e se risultano vicini alla morte. Non è contemplato l’abbattimento a scopo di diradamento per lasciare una distanza adeguata tra un individuo e l’altro, cosicché spesso incontriamo essenze di statura notevole a una distanza di 5 o 6 metri.
I nuovi impianti non tengono conto di questa lunghezza e si continuano a piantare tigli o platani a 6 o massimo 10 metri l’uno dall’altro.
Tenendo conto che in città non è concepibile ottenere la distanza massima che le specie avrebbero a sviluppo completo sarebbe comunque auspicabile un compromesso fra queste due misure, oppure l’impianto di specie aventi dimensioni minori.
Questa considerazione ovviamente non è valida per le fasce boscate ai margini di certi parchi, dove invece una fittezza maggiore è richiesta come filtro contro l’inquinamento atmosferico e acustico.

Le potature

Albero 'potato' a Piazzale Clodio, Roma
In questo ambito, è utile riportare il pensiero di Sylvia Crowe dal suo Il progetto del giardino, in moda da acquisire un concetto importante sulle alberature urbane e sul loro aspetto: «Ancora peggio dell’inutile abbattimento di alberi è la loro mutilazione con una potatura incompetente. Un ramo tagliato in un troncone o un albero decapitato dapprima avrà l’aspetto di uno scheletro e poi, se il troncone non muore e fa marcire l’albero, getterà fuori un viluppo di nuovi germogli sul punto del taglio, formando una testa sfilacciata, senza alcuna bellezza e ostacolando al massimo la vista e la luce. Ma un albero opportunamente diradato, con i rami superflui asportati con taglio netto fino al ramo principale o al tronco, può guadagnare in aspetto, salute e sicurezza».
Ecco le tre parole chiave che bisogna tenere a mente per la manutenzione degli alberi:
Aspetto, cercando di conservare il più possibile una chioma armonica e ben equilibrata, piacevole alla vista.
Salute, cercando di mantenere più alti possibili gli standard di sterilità degli strumenti utilizzati dai manutentori. Un albero sano, perdonate il luogo comune, è anche più bello.
Sicurezza, cercando di non sbilanciare la chioma verso una parte o l’altra, cosicché l’albero sarà più resistente agli agenti meteorici (vento, temporali e neve).

A Sylvia Crowe prenderebbe un colpo se vedesse come vengono trattati i nostri alberi e si chiederebbe come fanno a stare ancora in piedi. Forse la selezione naturale e lo stress hanno isolato individui forti e tenaci.
E allora dovremmo cercare di convincere i nostri tecnici che, se le specie sono opportunamente distanziate, le potature drastiche non servono e che sono necessari solo interventi saltuari di ripulitura lieve della chioma. Ciò rappresenterebbe anche un bel risparmio di denaro da dedicare ad altre opere cittadine.

Nuovi impianti

Monumento a Garibaldi, Bologna
Se fino a qualche anno fa l’impianto di microirrigazione a goccia per le nuove alberature non era previsto e ci si affidava alle conche scavate faticosamente dagli operai giardinieri, oggi la situazione è fortunatamente ben diversa.
Ogni albero ha il proprio tubo di irrigazione che viene attivato a seconda dell’andamento climatico (certe volte si inizia già a maggio), cercando di irrigare per i primi due o tre anni e poi lasciando che l’albero se la cavi da solo. Diradando i cicli di irrigazione già a partire dal secondo anno si può infatti abituare l’albero ad approfondire il proprio apparato radicale, facendo in modo che dal terzo anno sia autosufficiente. In annate particolarmente siccitose si potranno effettuare interventi di soccorso facendo affidamento ai tubi già presenti.

Ultimamente per prevenire l’insorgenza di infestanti e mantenere il terreno fresco attorno al pane di terra si stanno adottando diversi espedienti.
La ghiaia risulta inefficace perché spesso lo strato applicato è talmente esiguo che le erbe spontanee si insediano comunque.
La corteccia di pino, è efficiente in particolar modo quando è di pezzatura fine, ma ha un costo eccessivo per le tasche del comune.

Ecco che allora recentemente si stanno diffondendo delle valide stuoie di iuta, o materiale simile, di forma e dimensioni adattate alla buca quadrata per gli alberi. Di aspetto simile ad uno zerbino, si stanno dimostrando efficaci: alzando la stuoia si può notare che il terreno rimane fresco, le infestanti non crescono e l’effetto è abbastanza gradevole. In più sono economiche e la durata è garantita almeno per i primi due anni.

Altro punto importante dopo l’irrigazione è quello delle distanze d’impianto. Visto che le spazi fra le buche di nuova fattura non cambiano (dai 6 ai 10 metri), la scelta dell’essenza è di fondamentale importanza. Oltre a quelle già citate nei paragrafi precedenti se ne possono nominare altre che stanno prendendo sempre più piede.
Ad esempio il Prunus serrulata ‘Kanzan’ si sta diffondendo molto ed è apprezzabile durante tutto l’arco dell’anno, oltre ad essersi dimostrato tollerante allo smog. Se proprio vogliamo attribuirgli un difetto questo è riferito al punto di innesto che risulta particolarmente visibile quando l’albero comincia ad avere diversi anni.

Si sta facendo un largo uso anche di Prunus ‘Amanogawa’ e di Pyrus calleryana ‘Chanticleer’: infatti ben si adattano alle strade più piccole per le loro misure contenute, inoltre sono molto spettacolari quando sono fioriti.

Taxus baccata 'Fastigiata'
Le forme fastigiate (colonnari) possono venire in aiuto, dove la mancanza di spazio è la limitazione maggiore. Non è detto comunque che esse siano ottimali in ogni contesto, in quanto in certe zone risultano troppo rigide e allora la soluzione migliore è l’essenza con la dimensione e il portamento adeguato.
A volte dalle inconsapevolezze si può trarre spunto; a Bologna, per esempio, alcune strade sono state ornate con alberature di Melia azedarach, una specie non proprio indicata per i climi freddi del nord Italia. Probabilmente, complice l’isola di calore urbana, nella città hanno trovato la loro nicchia climatica ideale. Esse prosperano egregiamente, tollerando i normali interventi manutentivi del comune.
A volte ci si può anche sbilanciare e correre un rischio: nell’orto botanico sono presenti alcuni esemplari imponenti della semi-rustica Firmiana simplex, appartenente alla famiglia delle Sterculiaceae. Vista la bellezza di questi alberi perché non utilizzarli anche fuori dalle mura dell’orto per alberature e parchi?
Ci si può affidare anche a cultivar sterili per superare il problema dei frutti che imbrattano le auto: per esempio con Morus alba ‘Fruitless’ o ‘Stribbling’ rinunciamo ai frutti del gelso bianco, senza perdere le qualità di resistenza che ci interessano per un suo uso urbano.

Oppure possiamo fare ricorso al sesso di una pianta dioica (ossia che ha frutti maschili e femminili su individui separati) per bypassare certi inconvenienti: utilizzando Populus nigra var. italica di sesso maschile, orneremo una strada con una alberatura insolita e in più il problema dei piumini allergeni dei pioppi sarà ridotto.

Laddove lo spazio è davvero angusto da non poter inserire specie arboree si può far ricorso a piantagioni “non convenzionali”, inserendo nelle apposite buche alti arbusti scelti per la forma e dimensioni adeguate. La stessa Photinia x fraseri ‘Red Robin’ potrebbe essere usata a tale scopo invece di costringerla sempre negli spazi stretti di una siepe. Oltre a questa anche molti viburni (es. Viburnum lantana), le lonicere arbustive (Lonicera tartarica, Lonicera fragrantissima), i lillà (Syringa spp.), i Philadelphus, i cotoneaster (es. Cotoneaster roseus), gli evonimi decidui, i Berberis e innumerevoli altre possibilità.

Conclusioni e prospettive

Capitozzature
L’interesse verso il verde urbano sta aumentando e ciò in linea con una visione più ecologica e sostenibile delle nostre città.
Riguardo a Bologna si può dire che, per quanto concerne le alberature, la situazione è buona solo in parte.
Se da un lato la maggiore variabilità nella scelta delle essenze è palese, dall’altro vi sono ancora gravi problemi dovuti a una gestione non proprio ottimale del complesso verde e alle distanze delle nuove piantagioni.
Se i tecnici dell’ufficio competente riuscissero a comprendere che ciascun individuo vegetale va trattato come tale (e non come un oggetto da correggere e modificare costantemente con interventi superflui), la qualità del verde urbano aumenterebbe in maniera significativa. Basterebbe recarsi in campagna, o nei boschi, per capire cosa vuol dire evoluzione della forma di un individuo vegetale e di conseguenza il potenziale valore compositivo dell’albero nell’architettura urbana.
Il percorso da fare è ancora lungo. Si dovrebbe puntare alla migliore preparazione e formazione da parte delle università (scuole o corsi) per la risoluzione di tale problema.
Anche il cittadino comune, senza essere eccessivamente pedante o scrupoloso, deve intendere il significato di questo passaggio e pretendere una buona qualità del verde che lo circonda.

Albero d'alto fusto mai potato

Non ce n’è: non ce ne vuole

Sono esausta, demoralizzata, profondamente infelice e la speranza mi abbandona ogni minuto di più.
In un vecchio post, scrissi che “non manco di nulla”. Mi va bene qualsiasi tipo di giardino perchè, di qualunque tipo sia, anche quello schiera con la processione di petunie e gerani, mi dice qualcosa di chi ce l’ha. Che poi con questo qualcosa io sia d’accordo o meno, è piuttosto irrilevante.

Ma qui si va oltre.
Un episodio banale, di quelli che ogni giorno di questi tempi abbiamo sotto gli occhi: il taglio delle alberature comunali.
Platani, oleandri, tigli, lecci, ippocastani, robinie, ailanthus, melia…siamo abituati a vederli tagliare, ma il pittosforo no.
Quella è stata una coltellata alla schiena.
Il pittosforo adulto, ramificato, chissà quanti di voi non sanno neanche com’è, perchè viene utilizzato come siepe.
Nel corso di decine e decine di anni, il pittosforo raggiunge un’altezza media, anche di diversi metri, e può arrivare al terrazzino di una casa ad un piano. I rami sono morbidamente formati, come usciti dalle mani di un sapiente bonsaista. L’albero è aperto, con la chioma compatta, ed invita al disegno.
Luogo: una stradina secondaria di Siderno, dove non ti aspetti mai che passeranno a tagliare gli alberi. Proprio davanti ad una casa di quelle vecchie, che danno un volto ad un paese che ne ha disperato bisogno.

“Non manco di nulla” inizia a cedere. La mia guida nel giardinaggio è sempre stata un vecchio adagio campano “Non ce n’è: non ce ne vuole”.
Ogni città ha un suo volto. Persino quelle come Firenze o Bologna in cui i giardini sono nascosti. Un volto che può essere ammirevole o infelice. Ho sempre trovato piacere nell’osservazione di questi volti, ma oggi desidero la bellezza.
Che volto ha la mia città?

“Miracolo” di primavera

David Attenborough
Arriva la primavera, scade astronomicamente l’equinozio (com’è avvenuto ieri) e i giornali e le riviste specialistiche iniziano a titolare articoli lacrimosi con frasi del tipo “Miracolo di primavera”, “Bulbi, il miracolo si ripete”, “Anche quest’anno il miracolo della Natura”.
Basta, basta, basta!
I bulbi fioriscono in primavera (non tutti, a dire il vero), i bagni si fanno in estate, in autunno cadono le foglie. Vogliamo aggiungere qualche altra sciocchezza alla consueta montagna di stupidità da cui siamo investiti ogni anno a marzo?
I bulbi sono bellissimi, è chiaro, è divertente parlarne: tulipani dai delicati colori, allegri narcisi, profumati giacinti. Per non parlare dei colori: bianchi e rosa che si mischiano, delicati aranci, magici albicocca, suadenti sinfonie di azzurri.
Ma non c’è niente di miracoloso nella loro fioritura: si ripete ogni anno quando sopraggiungono le condizioni adatte perché avvenga (riscaldamento dell’aria, innalzamento delle minime, riduzione della piovosità). Si potrebbe dire che sono “programmati” a fiorire in queste condizioni, tanto è vero, che –a differenza di altre specie- i bulbi si possono forzare per la produzione di fiori da taglio per la tavola di Natale, e addirittura alcuni, come le fresie, si forzano in una fascia ampia di mesi, o si seminano in tutte le stagioni per ottenere tutto l’anno fiori per il l’essenza aromatica per le aziende profumiere.
Non sopporto più la lagrimosità, la commozione, il senso del poetico che per forza deve accompagnare ogni foglia verde, ogni timida ragnatela imperlata di rugiada, ogni gemma che spunta fuori da un rametto.
Qual è l’errore? Idealizzare la natura invece di tentare di conoscerla in profondità. Spunta la gemma, buca il croco la neve fresca, fiorisce il tulipano, torna la rondine al tetto…ma oltre non si vuol proprio andare. Le domande che dovremmo porci sono: perché avvengono questi fenomeni, cosa li accompagna, cosa significano per la nostra esistenza sulla terra, cosa può produrre un mutamento su di essi, e cosa il loro mutamento può produrre nella nostra vita.
Si preferisce rimanere in superficie, ammirando un campo fiorito, senza pensare a cosa lo abbia prodotto. Da ciò nasce una diffusa miopia che ci porta a dare per scontati certi “miracoli” e ad alterare le condizioni in cui nascono, producendone un lento ed inesorabile esaurimento.
Non solo le riviste di genere indulgono nel patetico carduccianesimo quando si tratta di fiori e piante, ma soprattutto i magazine generici, le trasmissioni contenitore che si occupano della natura, come Linea verde (che, a dire il vero, ha più l’aspetto di un La prova del cuoco girato in esterni) o peggio Geo&Geo che avrebbe la pretesa di un approccio scientifico, per non parlare di una trasmissione che non si può definire se non criminale come quella condotta da Roberto Giacobbo, Voyager, che più che un viaggio ai confini del sapere, è un viaggio alla scoperta della stupidità dell’uomo (e anche della donna).

Sono lontani –ahinoi- i tempi del grande, grandissimo, David Attenborough i cui documentari La vita segreta delle piante e Il pianeta vivente sono stati trasmessi negli anni Ottanta da un programma come Quark che ha letteralmente “costruito” la cultura scientifica italiana di massa e che all’epoca era estraneo da moralismi e storicismi e da una visione partigiana (italiana) della cultura, mentre oggi si è ridotto a mercificate celebrazioni delle “patrie glorie”.

Giardini per la pioggia e il vento

...piove sui nostri volti silvani...

Perchè noi occidentali non abbiamo maturato un giardino per gli eventi atmosferici? Perchè non facciamo giardini per la pioggia o per il vento?
I Giapponesi fanno qualcosa del genere, ma che io sappia non esistono giardini creati con il preciso scopo di “suonare” quando piove o tira vento.
Perchè siamo così poco attenti a queste cose? Eppure le precipitazioni e gli eventi atmosferici fanno parte del giardino non meno di quanto non ne facciano parte le piante e la terra. Siamo così terrorizzati da non avere le “piante a fioritura tardiva” che ci coprano la mezza stagione, da avere dimenticato che un giardino non è fatto solo di fiori? Siamo così schiavi delle ciotole fiorite da aver dimenticato di cosa è fatto ciò che piantiamo?
E’ pur vero che esiste un millenario conflitto tra il fiore e il giardino. Borchardt dice che il giardino aspira all’immortalità, mentre il fiore è perituro (poi mi dicono che sono strana quando collego morte e giardini. Il giardino è morte ripetuta ogni giorno).

Non meno di quanto desideri un cavallo, un giardino segreto e un giardino per i cani, desidero un giardino per la pioggia e per il vento.

Per fare un tavolo ci vuole il legno…

Dice la canzoncina: “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero”.
Bene, anche per fare un giardino ci vuole un albero, e che non sia un albero qualunque.
Il giardiniere, quello di un certo livello, quello che si distingue dalla massa, si riconosce subito da che alberi usa.
Perché poi l’albero? Ma è semplice, perché l’albero è molto grande, occupa più spazio,il suo posizionamento corretto implica una pianificazione attenta e consapevole, una scelta adeguata dell’esemplare, (che non sia né troppo grande né troppo minuto), il suo sviluppo elegante chiarisce che siamo di fronte ad un giardiniere-osservatore costante, che conosce i metodi di potatura corretti, che lascia mano libera alla natura senza sfociare nell’anarchia, che sa amministrare la wilderness con sapienza e abilità, che ci pensa sopra due volte prima di potare o meno la farnia ;P .

Un giardiniere così è uno che non solo conosce le piante da fiore, che sono piccole creature “traslocabili” rispetto ad un albero, ma tratta le piante da giardino più difficili, più imprevedibili, più faticose da imbrigliare con i tagli, più complesse da salvaguardare dagli agenti atmosferici, dai parassiti, dalle avversità in genere e -non ultime- da leggi comunali poco opportune e spesse volte scritte da burocrati dell’epoca paleozotica.

Un giardiniere raffinato scarterà per prime le Thuja e i cipressi, aborrirà il cipresso di Lawson, e se non abita in zone veramente rigide, in linea generale non sceglierà mai una conifera, piuttosto un albero da frutto.
Al Sud un bellissimo albero che è facile vedere nei giardini, arrivatoci di certo non per merito dei proprietari, è la Radermachera sinica,

Je suis, je suis, je suis...

un albero di una raffinatezza inenarrabile, con grandi fiori bianchi che compaiono in età adulta. Per la sua lentezza nel crescere e la sua delicatezza, la Radermachera è diventata tipica pianta da interni, regalata con la coccarda rossa in occasione di compleanni e feste familiari. Poi, dopo anni, ci si accorge che sta benissimo anche fuori e la si pianta in un angoletto, “tanto morirà il prossimo inverno”. Invece no, e la grazia soavissima della Radermachera si trova spesso faccia a faccia con anonimi condomini e orribili villette bifamiliari in cemento armato. Tale è la lieve bellezza dell’albero, che persino gli scempi caseggiati contemporanei ne risultano alleggeriti.

Un albero molto di moda dove gli inverni sono rigidi è l’acero, con le sue sfavillanti colorazioni autunnali.

Acer shirasawanum 'Aureum', tratto da un sito che sicuramente s'incazza se sa che gli ho fregato la foto

Ho sempre avuto un grande affetto per gli aceri, per il loro essere alberi che rimandano ad un immaginario ipernutrito da cliché televisivi di una vita “country”, comoda, ricca di tutte le gioie della famiglia e del relax della campagna, una vita traboccante di sciroppo d’acero e di frittelline dolci, torta di mele e crumble di prugne. Ma l’ormai pedissequo favore collectible riservato a quest’albero me lo rende meno familiare, meno attraente e sempre meno desiderabile. Tanto più che non posso permettermelo, perché qui fa troppo caldo. Come disse la volpe: l’uva è acerba.
He loves pancakes!

Altrettanto amato dell’acero, ma molto meno diffuso e collezionato, è il Liquidambar (altro gioiello prezioso negato a chi vive al caldo).

Gloria d'autunno

Un albero che andrebbe invece cancellato dai giardini è il Prunus serrulata ‘Amanogawa’, che quando è fiorito sembra una sorta di opera concettuale postdadaista. E’ molto diffuso da noi, dove i Prunus non da frutto sono quasi sconosciuti, quindi figuriamoci altrove.

Altolà, chivalà, parola d'ordine!

Un albero di cui diremo senz’altro che il suo proprietario ha un gusto non comune è lo Styrax japonicus, sempre più diffuso ed apprezzato tra chi vuole distinguersi. Trovargli una buona collocazione non è affatto facile, perché è un albero che ama un’ombra umida e un terreno piuttosto acido. Non è molto grande e non vuole vento freddo sul dorso, ma ha una disposizione naturalmente elegante dei rami e un portamento aperto, oltre che una fioritura bianca spettacolare. E’ una creatura da bordo acquatico, o da boschetto umido, insomma, un albero che chiede un certo tipo di ambientazione che 1) uno si ritrova naturalmente a casa sua, per pura combinazione 2) o che per ricostruirla occorrono mezzi e tempo che possiede solo chi ha un largo patrimonio da alienare in beni superflui come il giardino.

Buttatevi per terra e chiedete pietà

La soglia, dal simbolo alla società

Questa relazione nasce da un incontro con il circolo di giardinaggio “Il Mignolo Verde” di Cesena, la cui presidente, Gabriella Assirelli, mi ha chiesto di poter tenere una lezione su un tema libero.
Non so esattamente cosa mi abbia indotta a scegliere quest’argomento, semplicemente mi è entrato in testa.
Visto che i giardini, per definizione, sono luoghi chiusi e che quindi una soglia è sempre necessaria, pensavo di trovare una vasta documentazione in proposito. Andando ad approfondire mi sono invece resa conto che lo studio su una qualità così importante di tutti i giardini è completamente assente dalla letteratura specializzata, in Italia e all’estero.
Quanto illustrato in questa relazione è pertanto frutto delle mie deduzioni e del mio personale modo di vedere l’argomento e il giardinaggio in generale.

Pur non essendo incline al misticismo e all’esoterismo in giardino, il tema della soglia reca con sé un valore profondamente simbolico (che –attenzione- non vuol dire “esoterico”, “misticheggiante”). Il giardino stesso è una struttura simbolica, in cui l’Uomo, in quanto razza intelligente e pensante, deposita la propria concezione del suo rapporto con la natura, o meglio, utilizzando un vocabolario filosofico, la sua concezione del rapporto tra la natura naturans, cioè la natura libera, incontaminata dalle mani umane, e la natura naturata, cioè la natura più o meno manipolata dall’uomo. In buona sostanza stiamo parlando del rapporto millenario e che spesso ricorre nelle discussioni attorno al giardinaggio, tra natura ed artificio.
Il simbolismo contenuto in questo tema, verrà tuttavia analizzato e discusso non già da un punto di vista psicologico, il che sarebbe del tutto improduttivo e piuttosto noioso, ma strettamente scientifico, quindi storico, estetico, architettonico.

Il giardino è –abbiamo detto- uno spazio chiuso. Il suo stesso nome, come sappiamo, deriva dal franco “gard” che vuol dire “orto, spazio chiuso, delimitato” (in gotico garda, “chiusura”). I Greci tradussero in “paradeisos” la parola persiana “pairidaeza” che voleva non già indicare il Paradiso, ma il giardino privato del principe.
Uno spazio chiuso necessita dunque di un’entrata, ed è su questo concetto, analizzato dal punto di vista storico e sociologico, che ci soffermeremo.
La soglia ha dunque un valore simbolico, di passaggio, da un mondo ad un altro, nel caso dei “paradisi” persiani o delle oasi egizie, o ancora degli orti monastici, dal mondo della natura, selvaggio e inospitale, al mondo del giardino, accogliente, riparato, ordinato, ricco se non addirittura lussureggiante.

Una barriera, un recinto, una perimetrazione, servono non solo a separare ciò che sta dentro da ciò che sta fuori, ma anche viceversa, allontanare ciò che sta fuori da ciò che è dentro.
Ciò che valeva anticamente per gli ambienti fisici (ad esempio per il giardino egizio, dividere il l’oasi umida dal caldo arido del deserto), vale ancor di più e con implicazioni diverse al giorno d’oggi. Attraverso un recinto si segnala agli altri qual è il limite del proprio territorio, nel quale non si può entrare se non previa autorizzazione. E’ una marcatura, molto simile a quella che compiono gli animali della savana e i felini di casa. Far entrare qualcuno nel proprio giardino, ed ancora di più, accoglierlo in casa propria, significa includerlo nel gruppo delle persone ammesse alla frequentazione domestica, familiare, cioè di quel gruppo di persone che condivide con noi i nostri principi, le nostre abitudini di vita, i nostri gusti. Il mancato riconoscimento di questi simboli o di queste abitudini rituali (ad esempio non calpestare il prato, non gettare le cicche nei vasi, non permettere ai cani di calpestare le aiuole), definisce una persona come un “outsider” cioè un violatore, una persona non ammessa alla condivisione dello spazio.
La soglia, in quanto luogo dall’appartenenza non perfettamente definita, diventa un “meeting point”, un punto di incontro, un luogo dove far sostare gli estranei, scoraggiare gli outsider, di passaggio per gli iniziati.
Non per nulla, ci avrete fatto caso, la parte più interessante delle conversazioni, le confidenze più audaci, delle romantiche dichiarazioni sentimentali, avvengono sulle soglie delle case, sui pianerottoli, davanti alla porta dell’ascensore, in quanto le regole che determinano inclusione ed esclusione da un gruppo sono meno rigide.

Piccolo giardinetto di città
La transizione può essere più o meno rapida, come un inciampo in un giardino nel centro cittadino (o come in una moon gate cinese), o graduale, come un avvicinarsi lento e costante attraverso un lungo viale d’entrata e una larga cancellata, come nelle ville barocche francesi.
Prima di ogni cosa bisogna distinguere il concetto di soglia da quello di confine. Il confine può essere solo attraversato, la soglia invece è un punto che non serve solo a dividere due spazi, ma anche a collegarli, e quindi in cui è dato non solo passare, ma sostare.
Da un punto di vista tecnico-architettonico, la soglia può essere un punto di continuità con l’ambiente successivo, di metamorfosi, o di rottura. La soglia porta dunque con sé la simbologia del rinnovamento, della morte e della rinascita. E’ becchino e levatrice insieme. E’ immagine di un eterno presente, in cui passato e futuro si annullano. Sulla soglia è dato sostare un istante, ma in questo istante si riassumono tutti gli istanti possibili. La soglia quindi è un luogo-non-luogo (attenzione a non confonderla con i “non luoghi” di Marc Augè), una “no Man’s land”, “terra di nessuno” o meglio “a-topos”, per usare una terminologia specialistica. Spazio e tempo si costituiscono così monadologicamente in una unità precisa, in un punto nel tempo (Zeit-Punkt). Nel momento in cui attraversiamo una soglia, siamo abitatori dello spazio-tempo, luogo privilegiato della filosofia. Possiamo volgerci indiscriminatamente al passato o al futuro, tornando indietro o andando avanti, muovendoci alla ricerca di un oggetto filosofico da sempre velato, cioè la verità.

Giano Bifronte raffigurato su una moneta
La soglia in latino era denominata “ianua”, dal nome della divinità Giano, il più antico dei maggiori dei italici e romani, una divinità tra le più venerate a quel tempo, anche se forse meno noto ai moderni. Giano era considerato il “dio degli dei”, era invocato prima degli altri in ogni rito o sacrificio, e il suo sacerdote il più importante. Era il dio di ogni inizio, delle partenze e dei ritorni, a lui erano consacrati tutti i passaggi, i crocicchi e gli archi con due o più porte. Le porte del suo tempio erano aperte in tempo di guerra (per aspettare il ritorno dei combattenti) e chiuse in tempo di pace. In onore a Giano venne dato il suo nome al mese che apriva l’anno civile, gennaio.

Non solo i Romani, ma anche altri popoli avevano delle divinità delle soglie, o meglio dei “guardiani delle entrate” , questo a testimoniare l’alto valore simbolico della soglia. Ad esempio le sfingi in Egitto, o dragoni e varie altre creature nell’Est.
Pensiamo alla coppia di sfingi che “sorvegliano” l’incrocio tra l’asse centrale di Villa d’Este e il viale delle Cento Fontane.

Le due sfingi all’incrocio del viale centrale con quello delle Cento Fontane o Cento Cannelle. Lungo il viale, opera di Pirro Logorio, si vedono bene i bassorilievi con scene tratte dalle 'Metamorfosi' di Ovidio

Una coppia di sfingi si trova anche all’ingresso di Villa Torrigiani a Firenze e a quello di Villa il Pavone presso Siena. Se ne trovano due anche all’accesso del vialone di passeggio del parco delle Cascine a Firenze.
I portali delle grandi cattedrali cattoliche gotiche ne sono l’espressione più rappresentativa nel mondo occidentale.
Molte di queste creature hanno una doppia natura, come sfingi, centauri, grifoni (metà leoni, metà aquile) o satiri, unicorni, per sottolineare il passaggio dal mondo naturale (animale) a quello umano. In epoca moderna le statue sono state spesso sostituite con elementi vegetali, come bossi topiati in sagome animali, oppure alberi grandi o particolari (come gli agrumi a Versailles, che erano coltivati in vaso e richiedevano di svernare al chiuso e che pertanto si prestavano particolarmente alla coltivazione in vasi decorativi).
Topiaria: uccelli al giardino di Hidcote Manor, di Lawrence Johnston. Parterre nel giardino delle Fucsie, in primavera è stipato di Scilla sibirica

La variante più comune del punto di soglia è un semplice arco di congiunzione tra due spazi distinti. L’arco può anche essere isolato e non accompagnato da un muro divisorio, come accade per gli archi di trionfo, e proprio in questi casi la sua funzione simbolica è molto accentuata. Molto spesso agli archi si accompagnano i guardiani della soglia in forma di statue o di alberi, in vaso o meno, o di sempreverdi topiati.

La variante più elaborata della soglia è il labirinto. Il labirinto non è una creazione esclusivamente occidentale, ma si ritrova in tutte le culture del mondo, dalle tavolette di Babilonia, ai muri di Pompei, ai circoli spiraliformi dei Celti (i cui disegni ornamentali ispirarono una sorta di variazione giardinesca del labirinto: il knot garden di epoca Tudor).
In alcune culture il labirinto è considerato un sistema per allontanare e sviare gli spiriti maligni, in altre come un viaggio iniziatici.

Sarah nel labirinto, nel film 'Labyrinth' di Jim Henson
Esistono due tipi di labirinto: quello che gli inglesi chiamano “maze” e i tedeschi “irrgarten”, che è pieno di false aperture e vicoli ciechi, e il labirinto vero e proprio, che ha una sola strada tortuosa.
Il labirinto più famoso della storia è quello di Cnosso a Creta, in cui Teseo uccise il Minotauro e si salvò con il filo di Arianna. Attualmente tra i più famosi c’è il labirinto di Hampton Court, datato 1690, in cui peraltro si perdono i protagonisti di “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome.
Il labirinto medievale spesso si modifica e diventa circolare, secondo il modello dell’Isola di Citera dell’Hypnerotomachia Poliphyli, il volume presumibilmente scritto da un tal Francesco Colonna (non si sa se un frate domenicano o il Principe romano, signore di Palestrina), che influenzò enormemente il gusto dell’epoca.

Villa Lante
Il labirinto diventa l’isola al centro di un lago, anche piccolo, e le curve del labirinto si stilizzano e si geometrizzano sempre di più, fino a diventare dei semplici viali d’accesso, come ad esempio nel giardino di Boboli o a Bagnaia.

Fontana di Oceano a Boboli, Firenze

I labirinti furono poi soppiantati nel Settecento dai Parnasi, che erano dei rilievi, naturali o artificiali, da cui cogliere una vista d’insieme, come per raccogliere in un solo sguardo tutto il mondo, tutti gli oggetti di conoscenza.

Ponte giapponese (Portland, Oregon)
In un tipo particolare di soglia, il ponte, la caratteristica del passaggio e della transizione sono più evidenziate. Il ponte, per la sua natura spaziale di strumento di attraversamento e transizione, è ancor di più “no Man’s land”, “terra di nessuno”, è un luogo in cui solitamente si transita velocemente (anche per paura dell’altezza) come per timore di rimanere intrappolati in un mondo senza tempo. Sul ponte infatti il tempo sembra sospendersi e annullarsi, probabilmente per il fatto che è una struttura sospesa anche nello spazio. Non è un caso che nei racconti popolari di fate è più frequente che avvengano eventi insoliti e misteriosi su ponti.

Khashan (Iran), Amerian House, epoca recente, 19esimo secolo
Ciò accade anche per il Talar persiano, un arco con un estradosso particolarmente profondo, una sorta di architettura intermedia tra un semplice arco e un portico, in buona sostanza un’entrata coperta, una soglia dilatata. Nella tradizione islamica, infatti, il “talar” è il punto in cui l’anima si muove tra l’edificio il giardino, e in cui il giardino rappresenta lo spirito, e l’edificio il corpo. Non per nulla il “talar” è usato anche come monumento funerario.

Moon Gate
Simile al talar è un tipo particolare di apertura, il moon gate cinese. Si tratta di una finestra circolare in un muro, attraverso cui è possibile osservare un altro giardino, e a volte anche entravi.

Moon gate in un giardino paesaggistico inglese
La moda cinese che furoreggiava nel Settecento, portò delle piccole moon gate anche nei muri dei grandi parchi signorili, dove attualmente rimangono. Se ne trova ancor oggi l’eredità nei giardini di campagna.

Andiamo avanti nel nostro excursus storico e giungiamo al Medioevo. Il giardino medievale signorile, simile a quello descritto da Boccaccio nell’introduzione alla terza giornata del Decamerone, era solitamente diviso in molte sezioni regolari, a loro volta divise in quattro quadranti da due viali ortogonali, di chiara discendenza indostana (il sistema si chiamava chahar bagh). Molto spesso c’erano muri che separavano le diverse zone del giardino, anche per garantire una certa intimità ai suoi frequentatori, che spesso si appartavano tra i cespugli o si riunivano in allegre e disinibite combriccole.

Miniatura contenuta nel manuale di astronomia 'De Sphaera' attribuito a Gregorio e Lorenzo Dati. Il giardino diventa luogo appartato per il piacere terreno
Ecco che già, in ambiente borghese, “la soglia” perde la sua connotazione mistica e diventa invece un sistema di regolazione sociale. Il sistema compartimentale medievale e rinascimentale, influenzò molto fortemente il giardino “a stanze” della fine dell’Ottocento, come ad esempio quello di Sissinghurst Castle.

Litografia di un volume di Repton, 1816
Una struttura che non è esattamente una soglia, in quanto non può essere attraversata se non scavalcandola, è la balaustra, che funge sia da divisione tra due luoghi destinati a scopi diversi, sia da collegamento ottico tra gli stessi.
A partire dal periodo in cui si cominciarono ad usare luoghi di culto specifici per la liturgia cristiana, la struttura delle chiese, fino all’anno Mille, si mantenne sul modello del tempio ebraico: dopo la porta di ingresso c’era un atrio chiamato “atrium”; una parete o una balaustra segnava la fine dell’atrio e apriva l’accesso alla navata centrale chiamata battisterio, oltre la quale, dopo un’altra balaustra od una ringhiera, iniziava l’area dell’altare, chiamata presbiterio.
Atrio della chiesa conventuale di Maria Laach. Il 'paradiso' era l’ingresso coperto che aveva il medesimo scopo del cortile colonnato e che in più offriva diritto d’asilo
Nell’atrio, che era poi un cortile colonnato, si raccoglievano i catecumeni che lì attendevano di essere battezzati. Da notare che quest’atrio veniva chiamato “paradiso” e dava diritto d’asilo.
Ancora oggi nelle grandi chiese o nelle vecchie chiesette l’altare è separato dal corpo centrale della navata da una balaustra.
La balaustra prende il suo nome e la sua forma dal “balaustio”, la capsula dei frutti del melograno, in quanto simbolo di fertilità, rinascita e abbondanza.
La simbologia del melograno è piuttosto complessa e risale al culto di Dioniso, dal cui sangue si dice che nascesse il melograno (in realtà si dice la stessa cosa di altri fiori con altri dei, ad esempio dell’Adonis o dell’anemone con il sangue di Adone, e delle violette con quello di Attis). Dioniso condivide in effetti con queste divinità un’origine antichissima, asiatica, e rappresenta la morte e la rinascita della vegetazione. Dal mito di Dioniso e di Adone sono stati ricavati alcuni dei riti cristiani che celebriamo ancora oggi, come quello dell’eucarestia. Ricordiamo che le divinità della vegetazione, che –come Dioniso o Proserpina- secondo i miti passavano sotto terra una parte dell’anno, erano solitamente considerate non solo divinità della vegetazione, ma anche dei morti, della nascita e della resurrezione.

La Cascata dell'Universo nel Giardino della Speculazione Cosmica in Scozia. La dimensione temporale è qui molto accentuata: ad un gradino corrispondono ere geologiche. Da notare che l'inizio della scala è immerso in uno specchio d'acqua scura, poichè i primi tre minuti del Cosmo (finchè non si formò l'atomo di idrogeno) non sono noti all'uomo
Un altro tipo di soglia simile al ponte è la scala, che però anziché condurre da un luogo all’altro in orizzontale, lo fa in verticale. La scala è un luogo che come il ponte, viene percorso rapidamente, anche se meno rispetto a quest’ultimo, anzi non è raro fermarvisi, soprattutto ai pianerottoli, per osservare il panorama o per riprendere fiato se la si fa in salita, o per chiacchierare.

Panoramica di villa Garzoni, foto su cortesia di Lidia Monti
Un giardino che racchiude in sé molti di questi elementi è quello di Villa Garzoni a Collodi, in provincia di Lucca. In molti l’hanno visitato e trovato poco interessante e maltenuto, mal restaurato e con un biglietto d’ingresso costoso.
L’edificio risale al 1300, mentre il giardino prese corpo in diversi periodi nei secoli successivi. La parte che tutti conosciamo è quella più importante, costituita da terrazze digradanti sul fianco di un colle, costruite da Ottaviano Diodati per Romano Garzoni nel 1700.
Due statue sorvegliano l’ingresso: una è Pan, simbolo vitalistico della forza generatrice della natura, dall’altra Venere, che, oltre ad essere dea dell’amore sensuale era anche protettrice dei giardini, soprattutto nella sua qualità di Venus Julia.
Ai lati del sentiero che sale ci sono invece Apollo e Dafne, che rimandano alla trasformazione, e sul primo terrazzamento della rampa per salire sulla collina ci sono le statue delle quattro stagioni, che significano invece immutabilità e cambiamento, ciclo vitale ripetuto.
C’è un labirinto topiato, anche se non è più evidentemente nelle sue condizioni originarie. C’è un ponte in pietra che sovrasta il labirinto, per cui è possibile osservare chiunque cerchi di attraversarlo. Ci sono anche dei sorprendenti giochi d’acqua che bagnano ospiti e visitatori.
Sulla balaustra c’è una serie di figure di scimmie, che ricordano come l’arte dell’uomo sia uno scimmiottare l’opera divina. Ma il contrasto più evidente si trova nella divisione tra luci e ombre create dalla distinzione tra le terrazze e i boschi sul fianco del colle. Creare una divisione tra luce ed ombra era un intento dichiaratamente espresso dal Diodati. La scala ad esempio, è luminosa e gloriosa, ma immediatamente dopo si stagliano fitte delle macchie di allori e oleandri, creando l’impressione di un groviglio minaccioso. Non è un caso che proprio nel punto in cui il bosco inizia la scala sia fiancheggiata dalle statue di due satiri, a rappresentare l’ “hybris”, figure intermedie, mescolanza tra mondo della natura e quello dell’uomo, che vogliono in buona sostanza simboleggiare il contatto, il confronto, il rapporto sempre variabile, stratificato e complesso, tra la natura selvaggia e indomita e il giardino coltivato.

Un altro tipo di soglia dilatata, simile al ponte, è il tunnel, che a differenza del primo, invece di essere sospeso, passa sotto terra.

Désert de Retz apparteneva a François de Monville. Fu fatto costruire a partire dal 1774 in una boscaglia selvaggia vicino a Marly, il luogo si chiamava Rètz, ma non si sa bene perché, è passato alla storia con il nome di Désert de Retz. De Monville era un componente di spicco della Massoneria, ed è del tutto plausibile che abbia voluto inserire nelle architetture riuniste del suo giardino, degli elementi simbolici, come l’entrata a forma di grotta al giardino, che doveva essere vissuto come un percorso iniziatici riservato agli affiliati o alle persone con cui si avevano interessi intellettuali e politici affini. L’apertura era sorvegliata da figure di satiri che reggevano delle torce, come anche nel giardino di Villa Garzoni, la piramide rimandava alla simbologia egizia, dei cui rituali la massoneria aveva fatto letteralmente man bassa
Il tunnel e le grotte sotterranee sono state usate sin dall’antichità come luoghi magici, in cui compiere riti propiziatori o iniziatici. I misteri Eleusini o Mitrei, connessi con la rappresentazione simbolica del ciclo stagionale e quindi della morte e della resurrezione, si svolgevano infatti in antri naturali.
Il Parco di Pratolino è ricchissimo di grotte e antri dove si svolgevano riti filosofici e misterici. Le grotte e i tunnel furono poi ripresi in epoca illuminista per rappresentare un viaggio iniziatico dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza.
Un tunnel “moderno” molto famoso è quello di Twickenham, il giardino di Alexander Pope, che tanta parte ebbe nella definizione dei canoni di gusto del giardino paesaggistico inglese . Oltre al tunnel sotterraneo, Pope dispose un tempio decorato con conchiglie (sul tipo delle “rocailles”) e un obelisco dedicato alla memoria della madre, posto vicino ad un cipresso (simbolo di morte nell’antichità).
Il giardino paesaggistico inglese, per la sua matrice intellettuale e illuminista, si prestava particolarmente all’inserimento di elementi simbolici come rovine, obelischi, statue, edifici e costruzioni varie.
La moda del “ruinismo egizio” prese velocemente piede dopo la missione napoleonica in Egitto, i ritrovamenti di tombe faraoniche e la traduzione della Stele di Rosetta da parte di Champollion.

Il potere simbolico di certe architetture viene così meno, diventando merce di scambio sociale, di inclusione o esclusione dalla cerchia di persone dotate di “gusto” (nel 1700 quando si voleva veramente insultare una persona, si diceva che era “priva di gusto”) quindi di inclusione o esclusione dalle élite sociali.

Un altro tunnel, o meglio, corridoio sotterraneo è quello a Wörlitz, il più importante conseguimento estetico del giardino inglese paesaggistico in terra tedesca. Come altri in periodo settecentesco, il giardino, voluto dal principe Franz von Anhalt-Dessau, è di chiara ispirazione massonica (un altro giardino massonico è quello del Marchese di Montesquiou a Mauperthuis). Il corridoio conduce ad una grotta, come anche a Twickenham, in cui ci sono varie iscrizioni e urne funerarie. Ricordiamoci che i cimiteri sono nati nel periodo in cui il ruinismo e la moda del giardino paesaggistico erano al loro acme.
Il giardino di Wörlitz è ricco di passaggi e corridoi, molti dei quali sotterranei. Alcuni conducono all’aria aperta, in luoghi che devono ispirare pia reverenza e solenne isolamento, secondo il modello di Enea, allora in voga, altri più cupi e mistici. Ad esempio esiste una sorta di cella, le cui pareti sono fatte di nuda roccia (la viva roccia non lisciata per i massoni significava la natura naturans, l’elemento grezzo), ombreggiata da alberi, in cui si aprono due porte. Una si apre sulla destra e può essere paragonata al sentiero che prendono coloro che mancano di cultura, mentre sulla sinistra si apre un sentiero inziatico riservato agli adepti e agli acculturati (cioè, possiamo dire per gli “outsider” e per gli “insider”, coloro che si vogliono tenere a distanza e coloro che si vogliono tenere vicini). L’atmosfera del percorso riservato agli adepti è quasi magica e sospesa, un sinuoso snodarsi tra luci intense e ombre fitte (la luce della cultura, dell’Illuminismo, l’oscurità dell’ignoranza). Vi sono tempietti e sacrari. Il tempio di Eolo, ad esempio, è una grotta dalle cui finestre si possono vedere in distanza campi, prati e boschetti, oltre agli argini del fiume Elba, su cui sorge anche un Pantheon. Quando l’Elba esce dagli argini, si riempiono alcune vallecole e raggiunge i piedi della statua di Nettuno, che sembra così uscire dalle acque del mare. Il progetto iniziale prevedeva anche delle arpe eoliche, cioè degli strumenti a corda, che mossi dal vento, producevano una melodia. Tuttavia, probabilmente per ragioni economiche, non furono mai installate.
Worlitz appare quindi un viaggio misterico alla scoperta della conoscenza, vissuto attraverso la complessa stratificazione del simbolismo massone, influenzato dalla ritualità e dal misticismo egizio (a Worlitz sono presenti statue di Osiride, Iside, Oro e Anubi) .
A proposito di cimiteri, nel giardino di Worliz il principe Franz volle costruire per la figlia morta, una “copia” dell’isola dei pioppi di Ermenonville in cui era sepolto Rousseau (che sono sempre stati pioppi, anche ad Ermenonville, mai cipressi).

In epoca più recente, nel periodo Romantico, si riscoprivano in Inghilterra il primitivismo, il giardino Tudor e medievalismo, quest’ultimo attraverso l’attività di William Morris e dell’Arts & Crafts e del movimento Preraffaelita.
Il giardino claustrale, tipicamente conformato ad hortus conclusus, era solitamente separato dagli altri spazi (pomarium, viridarium) tramite muri e porte. Il giardino a “stanze” è costruito su quel modello, ma le divisioni e le soglie sono più che altro costruite con due scopi: il primo è prettamente orticolo. Avere molti muri rivolti a sud permetteva di coltivare piante un po’ più delicate, inoltre il muro o la siepe scura sono lo sfondo ideale per il bordo erbaceo misto che è l’elemento centrale attorno cui ruotano le altre componenti del giardino. Il secondo è che archi, porte, cancelli, in questo tipo di giardini sono punti di vista privilegiati creati su misura dello spettatore-visitatore nei confronti di una proscenio-giardino. Lo spettatore-visitatore attende in questi punti di poter salire anch’egli sulla scena, e di diventare parte della rappresentazione teatrale. E’ da questi punti che si gode del miglior artifizio prospettico, ed allontanandosi da tali punti, la vista spesso peggiora sensibilmente, come già accadeva, su scala ancor più grande, nelle fastose ville barocche francesi, conformate come veri e propri scenari teatrali all’aperto.

Passiamo ai tempi moderni, in cui nessuno di noi ha le possibilità dei grandi principi illuminati e possiede un piccolo giardino di poche centinaia di metri quadri.

Cancelletto con clematis di un cottage garden inglese
Analizziamo un tipo di giardino particolare, il giardino di facciata, il front garden americano ed inglese, cioè la parte più immediatamente visibile al visitatore dello spazio che circonda l’edificio.
Qui da noi il giardino di facciata non è sentito il maniera particolare, mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti e la Gran Bretagna è praticamente un must, interi libri sono scritti su questo argomento, ed altri si continuano a scrivere.
In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, a differenza dei paesi mediterranei e continentali, il giardino vero e proprio si trova sul retro (il famoso “back yard”), mentre sul davanti c’è più spesso una sottile striscia di terra delimitata da una cancellata oppure lasciata libera. E’ proprio a questa striscia di terra che viene attribuito il compito di accogliere il visitatore, stupire il passante, anticipare il giardino sul retro, definire lo stile di vita e le aspirazioni di una famiglia.
Del “front garden” degli Stati Uniti abbiamo un’idea abbastanza precisa attraverso film e telefilm: è in buona sostanza un semplice prato con o senza staccionata e privacy minima. E’ soprattutto sulle villette a schiera dei paesi di provincia, dove tutte le case e tutti i front garden sono uguali, che dobbiamo riflettere. Uniformarsi al gusto e alla prassi comune è l’espressione della volontà di non voler essere esclusi o additati come degli “outsider”, di voler essere considerati come persone che seguono la morale comune, che non hanno idee strampalate nella testa, che non praticano –insomma- nessun tipo di pensiero fantasioso, e men che mai eterodosso o eversivo. Si desidera essere anonimi, invisibili, assolutamente calati nelle regole sociali comuni, medie. Quello che da noi diremmo “piccolo-borghesi”.
Dall’altra parte, il front garden ricco e variegato (quello di cui parla la vasta letteratura a cui abbiamo accennato), esplicita la volontà di escludersi dal vasto gruppo della massa generica e indistinta della piccola e media borghesia, e di inserirsi nel gruppo delle persone che accudiscono alla natura, che desiderano dare di se stesse l’idea di persone che amano la fantasia, l’arte, l’eclettismo, l’estroversione (come per ogni giardino, a volte riuscendoci, altre volte no).
Quando il front garden diventa specchio fedele e maniacale dello psicologismo personale, luogo ove si consuma il quotidiano feticismo del sé, allora dietro è facile indovinarvi la presenza di un uomo-custodia (definizione di Walter Benjamin) prototipo del borghese che vive nel suo intérieur , un ambiente felpato ricco delle sue tracce, in cui la casa e il giardino diventano monumento all’individuo, inteso come singolo essere della specie, non come unicità dell’umanità.

A questo punto ci avviciniamo alla nostra conclusione, che riguarda il tema della soglia osservato da un punto di vista sociologico.
Le scelte estetiche sono compiute più che altro per esclusione e presa di distanza da ciò che non si riconosce come bello/valido/accettabile/opportuno rispetto alla propria individualità e al proprio gruppo sociale. Una presa di distanza che sia percepibile da tutti, sia da coloro che sono compresi entro il proprio gruppo sociale (da cui si vuol “distinguersi”), ma soprattutto dagli esponenti del gruppo sociale al quale si vorrebbe appartenere, di modo che essi possano classificarci come “consanguinei, affini”.

Le preferenze, insomma, diventano espressione pratica di una differenza necessaria.
La differenza tra gli stili di vita è certamente una delle barriere più solide nella vita sociale. L’omogamia lo conferma.
Il gusto si configura dunque come un’attitudine ad appropriarsi, simbolicamente o materialmente, di beni o pratiche socialmente classificanti. Alcune pratiche, dice Pierre Bourdieu nel suo La distinzione. Critica sociale del gusto, permettono di esplicitare compiutamente le differenze sociali in modo tanto perfetto, complesso e raffinato, dei più sofisticati mezzi espressivi delle arti legittime.
Il gusto dunque cos’è in ultima analisi? Un sistema di classificazione sociale, attraverso il quale noi classifichiamo gli altri e noi stessi, anticipando la classificazione altrui.
Kant sosteneva che il giudizio era uno strumento conoscitivo, ma secondo Bourdieu non c’è più nulla di così distante dalla conoscenza di questo gioco sociale che diventa un’euristica di movimenti, azioni e pensieri, una seconda pelle oscura cucitaci addosso.

Bibliografia essenziale:
ASSOCIAZIONE CENTRO GUIDE TURISMO Il parco di Pratolino, Cadmo
PIERRE BOURDIEU La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino
MARIA TERESA COSTA Il carattere distruttivo. Walter Benjamin e il pensiero della soglia, Quodlibet
GUIDO GIUBBINI, Worlitz, in “Rosanova” n°10, ottobre 2007
MARIE LUISE GOTHEIN Storia dell’Arte dei giardini, Olschki
GORDON HAYWARD The Welcoming garden, Gibbs Smith Publishers
PENELOPE HOBHOUSE In search of paradise, Frances Lincoln – Plants in garden history, Pavillion
NICOLA ED EMANUELA KETZULESCO Giardini misterici, Silva editore
PAOLA MARESCA Giardini, mode e architetture insoliteGiardini simbolici e piante magicheGiardini incantati,boschi sacri e architetture magiche , Pontecorboli
CHRISTOPHER MCINTOSH Gardens of the Gods. Myth, magic and meaning
ALESSANDRA PAGLIANO La scena svelata.Architettura, prospettiva e spazio scenico, Libreria Internazionale Cortina di Padova
RHS Piccoli Giardini, Idealibri
MARY RILEY SMITH The Front garden, Houghton Mifflin
DON VANDERVORT Curb Appeal, Sunset Books
MATTEO E VIRGILIO VERCELLONI L’invenzione del giardino occidentale, Jaca Book
VIRGILIO VERCELLONI Atlante storico dell’idea di giardino europeo, Jaca Book
HAZEL WHITE Paths and Walkways, Garden Design Books
FRED WHITSEY The garden at Hidcote, Frances Lincoln
MARIELLA ZOPPI Storia del giardino europeo, Laterza

Due rose, un destino

Rose inglesi, David Austin, edizioni Logos
...nel XXIII secolo...
Due rose, un destino...

Artwork di Grazia Zitara

Il giardino di Mimmo Caino

La casa del mare di Mimmo Caino
Anche Mimmo Caino, come tutti coloro che abitano a ridosso della ferrovia, aveva un giardino. Un giardino in quella stretta fascia di terra libera che separa la casa dai binari, una sottile striscia rubata alla sabbia, coltivata con dedizione ed ordine meticoloso.
La saggia e operosa indole contadina della nostra gente non permette che neanche un metro di terra vada sprecato, e queste coltivazioni distribuite lungo tutto il tratto della nostra costa sono diventate una costante, una sorta di paesaggio aggiunto a quello naturale.
In genere vi si piantano ortaggi, fave in inverno, pomodori e melanzane in estate. Basilico, peperoncini piccanti, salvia o rosmarino: tutte cose che hanno un piede nel giardino e l’altro in cucina. Molte persone tengono anche dei fiori in questi angusti spazi, solitamente si tratta di rose, ma talvolta si incontrano grandi rampicanti, come bignonie, glicine, bouganvilee. Se poi si ha un po’ di spazio in più ci si tiene anche un piccolo albero di limoni, di fichi o di nespole.
Ad animare i giardini e i piccoli orti della ferrovia non è la necessità di risparmiare sull’acquisto di frutta e verdura, anche perché in spazi così ristretti è impossibile provvedere adeguatamente al fabbisogno di una famiglia. Si tratta di qualcosa che sta dentro di noi, in quella parte buona del cuore umano: il desiderio di fare, di non oziare, di essere operosi. Il piacere delle cose fatte con le proprie mani, di mangiare il frutto del proprio lavoro, e l’avversione per lo spreco di terra, ancorché di limitata estensione.
Mimmo Caino aveva scelto delle piante grasse per il suo giardino lungo la ferrovia: le aveva scelte con cura, nei toni delicati del grigio e del verde argentato che armonizzano così bene con il colore della sabbia, e le aveva piantate in ordine, incasellate ognuna nel proprio spazio, delimitato da pietre piatte levigate dal mare. Contro il muro aveva sistemato altre piante più grandi, ma anche delle zucchine, per non smentire la qualità “ortiva” delle coltivazioni ferroviarie. Più oltre, sulla spiaggia, delle agavi variegate.
Aloe arborescens

Mimmo Caino se n’è andato mentre faceva quello che aveva più caro: il lavoro. Cosa accadrà al suo giardino? Chi lo curerà? Chi toglierà le erbacce che inevitabilmente cresceranno tra i sassi e nella sabbia? Il lavoro di Mimmo era per tutti noi, non solo per se stesso, e l’augurio che mi faccio –e penso di poter parlare per tutta la cittadinanza- è che tutto ciò non venga dimenticato, che venga rispettato e che non vada sprecato, ma anzi, che venga valorizzato come dovrebbe.
Tiffany's

P.S. 4/2/2010. Mimmo Caino è morto, la sua Casa del Mare è stata venduta. Pare che non fosse stato un buon padre e che la sua famiglia non ne volesse preservare il ricordo.
In questo caso sarebbe toccato al Comune di Siderno acquisire la sua proprietà perchè non fosse dimenticata.
Ora la Casa del Mare è una delle tante casette sulla spiaggia, tinta di color giallo paglia, con il tavolo di plastica e l’ombrellone sul balcone.

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