Esegesi del gelso nero

Mio malgrado nutro una certa simpatia per l’ingenuità che fa decidere ad un giovane giardiniere di piantare un gelso in un giardinetto di città o in un angolo dell’aiuola, vicino alle rose e alle alle altre piante da fiore.
Nel tempo questa graziosa bestiola dal portamento elegante e flessuoso, dalle foglie grandi che gettano un’ombra accogliente durante i mesi estivi, e che in primavera si ricopre di deliziosi frutticini neri, diverrà una sorta di mostro alato, di drago da giardino, di basilisco orticolo.
Si mangerà tutto quello che ha intorno, rose, lupini, digitale, ortensie, e potrebbe tenere a distanza anche un glicine (il che è tutto dire).
Il nostro amico ha un apparato radicale che si estende ben oltre la sua chioma, delle radici fitte e fibrose, che si infilano nel pane di terra degli altri arbusti e in ogni interstizio possibile.
Non riesco a capire perchè non sia usato lui per consolidare le scarpate meridionali invece dell’orribile eucalipto. Specialmente considerando il fatto che queste scarpate sono spesso a ridosso di brevi corsi d’acqua stagionali e che il gelso si comporta come una pompa idrovora.

E poi c’è il dramma della cascola dei frutti. Un solo esemplare di gelso adulto dà una tale quantità di raccolto da far venire la diarrea al più frenetico bulimico della terra. Ci vorrebbe una famiglia numerosa come i Walton, con annessi vicini di casa, per mangiarsi l’intera produzione di un gelso solo.

Avete avuto la brillante idea di piantarne uno vicino al vialetto, o forse neanche tanto vicino? In due anni il vostro vialetto sarà diventato viola, speriamo che per allora sia tornato di moda.

Non capite perchè le rose rampicanti che gli avete piantato vicino per adornarlo da adulte, non crescono bene, nonostante concimazioni e annaffiature regolari ed abbondanti? E’ chiaro: si sta pappando tutto lui. Non so che abitudini abbia ‘Kiftsgate’, ma forse neanche lei ce la farebbe contro un gelso, neanche un glicine ce la fa del tutto.

Allora che cosa si fa? Come degli asini, si inizia a potare selvaggiamente. Ma il nostro amico dove ne tagli uno, ne butta tre, lunghi da far spavento, con il risultato che ogni anno bisogna quasi scalvarlo (scusa classica: siamo una famiglia pulita, non possiamo permettere che il marciapiedi pubblico si sporchi).

Volete un gelso? fatti vostri, non dite che non vi ho avvertiti. Ma almeno che sia trattato con rispetto, se avete una campagna, meglio in campagna, non è albero da città. E se avete un giardino grande, evitate potature selvagge, ma lasciate che cresca ad ombrello, ed a fruttificazione completa, portateci sotto una sedia di plastica per leggere (sempre che ne abbiate il tempo e che non abbiate paura che una signora lucertola vi cada sul libro).

Fiori e paesaggi in “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Walt Disney

Per una galleria ancora più completa, cliccare qui

La mia formazione televisiva è di impronta marcatamente giapponese, i vari Hanna & Barbera o i cartoni della Warner Bros mi hanno sempre lasciato tiepida e indifferente.
Tuttavia la Walt Disney, quando il patròn campava, ha scritto pagine della storia del cinema di animazione che non possono essere dimenticate.
Ora la qualità è crollata vertiginosamente e solo la collaborazione con la Pixar -recentemente interrotta- è riuscita a tirare la Disney fuori dall’empasse in cui si era cacciata, senza peraltro neanche avvicinarsi alla bellezza delle vecchie produzioni.

Alice nel Paese delle Meraviglie è uno dei miei cartoni Disney preferiti, sia per la qualità del disegno che per l’esuberanza della narrazione.
Chi ha letto i romanzi di Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio e quel che Alice vi trovò, sa quale magica fusione narrativa tra i due il cartone animato sia riuscito ad ottenere, e quanto differente esso sia dai romanzi, che non imita pappagallescamente, ma INTERPRETA.
Alice nel Paese delle Meraviglie è tra le poche trasposizioni cinematografiche che possano dirsi pari al romanzo da cui sono state tratte.

In Alice il paesaggio è molto composito e di ispirazione variabile.
Ad esempio la scena iniziale, sulla quale si potrebbe anche scrivere un trattatello, mostra un esempio di giardino paesaggistico all’inglese:
Paesaggio alice nel paese delle meraviglie disney
Ad un esame meno superficiale il paesaggio appare quasi finto, artefatto, con nulla della selvatichezza dei paesaggi di Blenheim o Stowe, ma con in compenso un carico di romanticismo decorativo e manierato tipico di un certo gusto di una borghesia ricca ma poco raffinata.
Un paesaggio che nasce dal gusto eclettico della fine dell’Ottocento, che rispecchia il decorativismo esagerato dell’epoca in cui furono scritti i romanzi (contro il quale essi si schierano), e in cui nascono anche i grandi parchi dei divertimenti nella capitali europee, come Chelsea a Londra.
Parchi dei divertimenti di che hanno la diretta paternità di Disneyland, che a questi fotogrammi si ispira.

casa del cappellaio matto
Qui siamo alla casa del Bianconiglio, un cottage rurale inglese, un’icona dell’Inghilterra rurale, che qui viene resa senza mezzi termini, con uno stile assolutamente da cartolina.

nel bel meriggio d'oro, alice
Questo è il punto che ogni appassionato di fiori segue con più attenzione. A parte alcuni svarioni (un lillà chiamato girasole, i narcisi asfodeli), è un momento importante per capire quale fosse il gusto che guidava i disegnatori Disney.
Nessun fiore, in Alice, è disegnato con le modalità stilistiche vittoriane, nessuno. La linea stilistica è propria degli anni ’50 (il film è del ’51) e dei cataloghi illustrati di vendita per corrispondenza quel periodo.
zinnie

piselli odorosi
Non mancano, come nel libro, rimandi e citazioni, in questo caso ai copricapi dei primi colonizzatori, dei Padri Pellegrini (o meglio, Madri Pellegrine). Il pisello odoroso si presta per la sua forma a questa “trasformazione”, ma l’interpretazione della vocazione storica di questa pianta è perfetta, anche se non lontana da alcuni cliché (la timidezza, l’essere una pianta “della nonna”).

La signora Iris
iris
è poi una perfetta rappresentazione di una dama vittoriana, al contrario della sorella maggiore di Alice, vestita sì da dama vittoriana, ma con delle fattezze da pin-up della pubblicità della coca cola.
sorella di alice

Andiamo poi dal Brucaliffo
brucaliffo paesaggio
Qui la decorazione del fogliame è una rivisitazione in chiave post-modernista dello stile Arts and Crafts, lo stesso paesaggio molto lussureggiante è un rimando al Naif e a suggestioni rousseauiane.
Come anche lo strano crocevia dove Alice incontra lo Stregatto Astratto.
crocevia alice

Proseguendo incontriamo un paesaggio romantico alla Wagner
Bosco di Tulgey
e citazione escheriane
labirinto

I paesaggi e i fiori in Alice si ispirano dunque a diversi stili, che diventano unitari e coesi attraverso il filtro del gusto degli anni ’50, che rende omogenee le diverse suggestioni stilistiche.
E’ un film che, forse inconsapevolmente, fa in parte rivivere -per chi vuol coglierli- quei pericolosi attacchi alla morale borghese che lanciò Carroll alla fine dell’Ottocento. Un film in cui il paesaggio più surreale e da fumetto
ostrichette curiose
è felicemente unito alla visione più celebrativa del paesaggio agreste e bucolico della campagna inglese senza incoerenza e impurità formale.
Un film che rimanda e cita, confonde e stuzzica, esattamente come il libro, ma che a differenza di questo non vuole essere una polemica al gusto e ai costumi del proprio periodo, ma che anzi, li esalta e ne trae “maniera”.

Da Alessandro-Koki: “Che sia solo egoismo?”

Oggi Alessandro mi ha inviato questa mail, mi pare un punto di vista interessante, sul quale ciascuno può darsi la sua risposta, perciò trovo giusto metterlo a disposizione di tutti:

Ultimamente penso che, in fondo, il giardinaggio sia un’attività egoistica. E il giardino, quando è voluto per se, c’ha una bella fetta di egoismo dentro, quando non è tutta la torta. Così per farlo e curarlo ti ci devi chiudere dentro e gli altri che stanno fuori ti rompono solo le scatole. M’è venuta in mente anche domenica, vedendo mio figlio giocare a pallone sul prato di amici, al che ho pensato che nel mio prato tra un po’ non si potrà giocare a pallone senza rischiare di rovinare il mio lavoro (si vede la faccia di Smeagol?).
Non mi pare edificante.
Con questo sono fortemente attratto dall’aspetto di utilità dello spazio esterno attorno alla casa, che, per chi ha la passione del giardino, è una cosa piuttosto sottovalutata.
“Utile” vs “Bello”, saranno mica due tipi diversi di bellezza? Se così fosse è necessario educarci alla bellezza dell’utile, senza costringerci a buttar dentro delle cose “belle” per renderlo “Bello”…mah!

Casualties of war

Ho un rapporto molto pragmatico con le piante. Non riesco ad affezionarmici, se non in casi davvero particolari. Non mi dispiace se muoiono, mi secca solo di dover rifare il lavoro, spender soldi, aspettare anni perchè ricrescano.
Non riesco quindi ad avere simpatia per tutte le segretarie e le dattilografe che tengono la loro piantina grassa vicino al monitor, forse convinte che assorba le radiazioni dannose. Non riesco a farmi trascinare dal dolore di coloro che dicono: “Sono disperata perchè la mia rosellina è morta” magari aggiungendo: “E’ strano: l’annaffiavo due volte al giorno”.

Le piante però sono dei valori simbolici, sociali. Penso che sia noto a molti che le strategie di marketing fanno mettere i fiori e gli ortaggi all’ingresso degli ipermercati per migliorare l’umore delle persone e per indurle all’acquisto.
Tutti gli uffici e gli enti pubblici o privati hanno piante, tutti gli ospedali hanno colonne di Pothos vecchissimi ed asfittici, quasi ogni negozio ha un Ficus, e le stesse attività commerciali, all’inaugurazione dei locali, comprano o ricevono molte piante che invariabilmente muoiono dopo pochi mesi. L’elenco è infinito.

Non so se accade anche nei vostri uffici postali, ma a Siderno ogni sportello si è dotato di una Kalanchoe. Non avrebbe potuto essere altrimenti che una Kalanchoe. Quale altra pianta si piega così facilmente ad un ambiente chiuso, a temperatura variabile, poco illuminato, con scarsissima risorsa idrica?
kalanchoe

E quale altra pianta meglio della primula si presta a questo delirio di decorativismo, al quale neanche il più folle ed eclettico dei vittoriani sarebbe arrivato?
primule e brillantini

Vittime di guerra.

La casa delle mele, di Isabel Consigliere

Segnalo questo blog, che ha l’unico difetto di richiedere la registrazione a Libero per poter lasciare un messaggio.
E’ il blog del giardino di Isabel Consigliere, che ho aggiunto anche nella barra degli indirizzi sotto la categoria “Giardinaggio”.
Isabel è la nipote di “Icons” del Forum della Compagnia del Giardinaggio.
La casa delle mele

Le mele non sono un frutto qualsiasi. Mitologia cattolica a parte, di cui sento di poter fare benissimo a meno in questo particolare caso.
Le mele sono un frutto di Natale. Il Natale è un momento speciale nei nostri sogni. nella realtà è solo e sempre un turbinio di fastidi, di spese assurde, di ammorbanti cene, di conversazioni che ti tolgono dieci anni di vita.
Ma nei sogni…il Natale ha il potere della fiaba e dell’incanto, in cui ogni cosa è possibile, il sogno si avvera, gli animali parlano, le persone si incontrano ai crocevia, discussioni sono fatte, decisioni filosofiche devono essere prese. Natale è il mondo del tè, dei biscotti, dei gatti e delle mele.

Storia dei garofani

Storia dei garofani

I garofani sono tra quelle piante, come il malvone, che dopo un periodo di grande successo, sono lentamente ma inesorabilmente passate di moda, al punto di uscire completamente dai nostri giardini. Se questo può essere solo parzialmente vero per i garofanini nani, lo è senz’altro per il garofano da fiorista, il Dianthus caryophyllus, che i vivai non vendono quasi neanche più, anche se resiste tenacemente su qualche balcone o in qualche vecchio giardino.
In Inghilterra nel tardo Ottocento si fece la fama di “worker flower”, cioè quella pianta che gli operai coltivavano di domenica, quando erano liberi dal lavoro.
Fatto sta che ormai è diventato rarissimo trovarlo, e quando lo si trova bisogna accontentarsi del colore che c’è, spesso non strepitosamente bello. Per averlo come lo vogliamo noi è necessario seminarlo: i cataloghi esteri ne offrono qualche miscuglio, ma niente da far venire le lacrime di gioia.
Non credo che si possa essere altrimenti che molto dispiaciuti di questa lenta scomparsa di cui nessuno sembra essersi accorto, perché il garofano è una pianta dagli innumerevoli pregi e qualità. La semplicità della sua coltivazione è proverbiale, ed altrettanto noto è il suo amore per i terreni poveri, sassosi e alcalini.
Poco invece si dice del suo fogliame fine e glauco, che ben si adatta a far da compagnia ai suoi fiori grandi e vistosi, che resiste bene alla siccità e che fa buon spettacolo di sé anche quando il fiore con c’è. Sulla bellezza del suo fiore è stato detto tutto: i garofani comparivano negli arazzi barocchi e nei quadri rinascimentali, e celebri pittori fiamminghi li dipingevano in grandi mazzi dal significato simbolico, con rose, aquilegie, tulipani e peonie. I nostri Pisanello, Ghirlandaio, Carpaccio, Botticelli e Bramante li dipingevano spesso sui tessuti damascati raffigurati nelle loro opere.
La tradizione religiosa li vuole simbolo del dolore della Vergine per la morte di Gesù, mentre altre lo vogliono simbolo dell’amore profano. Il suo nome botanico (Dianthus) gli fu dato da Linneo, e significherebbe “fiore di Giove”; mentre per altre versioni vorrebbe indicare la sua prodigalità nel fiorire: Dianthus può infatti essere letto “che fiorisce due volte”.
Non ci sono prove che i Greci conoscessero i garofani, ma è sicuro che fosse già usato dai Romani per scopi medicamentosi. Pare infatti che sconfiggesse i veleni e che fosse un rimedio contro la peste, inoltre i suoi fiori si mettevano nel vino per aromatizzarlo. Il suo profumo è somigliante a quello della spezia (i “chiodi di garofano”, che invece sono Eugenia caryophyllata), donde la confusione tra le due piante, ed anche la confusione sull’origine del suo nome popolare ; caryophyllus-> garyphyllus-> garofillo-> garofano; oppure da “garuful” che era il termine moresco con cui si indicava appunto l’Eugenia caryophyllata?
Ai poster l’ardua sentenza.
Altrettanta incertezza c’è sul numero delle sue specie, c’è chi dice 300, c’è chi dice solo 35.
In Inghilterra il garofano viene chiamato “gilliflower”, termine proveniente dalla grafia araba “aljeli” che indicava l’ E. caryophyllata.
Dalla stessa parola sembra derivare il termine popolare francese “oeillet”, ma pare più accreditata la versione secondo cui esso derivi da un erbario medievale che classifica una pianta simile ad un garofano come “Occulos Christi”: difatti “oeil” in francese significa “occhio”.
I garofani vengono generalmente divisi in due categorie: i Carnations e i Pinks. I primi sono i garofani da fioraio, ed a loro volta sono ulteriormente suddivisi in tre sottocategorie: i Perpetual-flower , i Border e i Malmaison. I Pinks (o pinkrose) sono invece i garofanini bassi da aiuola, sono quelli che attualmente troviamo al mercato e coltiviamo. Incroci tra le due categorie hanno prodotto garofani gli Chabaud, i Tige de Fer, i Grenadin, i Flammands e molti altri.
In Italia abbiamo gli “Scoppioni” (detti “Nizzardi”) e i “Sim” (dal nome dell’ibridatore), che non sono “scoppioni”, cioè la corolla nell’aprirsi non spaccava il calice.

Un’ultima cosa, pare che Churchill, in viaggio diplomatico a Parigi, si fermasse ad un chiosco di fiori e chiedesse “un carnassion”. All’epoca la cosa fece sbellicare dal ridere i Francesi.

Viole del pensiero, primule e ciclamini

Da la Riviera del 12 febbraio 2006
Lo so che la stagione è avanti di un pezzo, però io lo trovo ancora gustoso. Vi prometto qualcosa di nuovo nei prossimi giorni.

Viole del pensiero, primule e ciclamini

Che noia, che barba, che noia! Alle soglie della primavera, quando i vivai tornano ad offrire qualche pianta annuale da cassetta o da bordura, ricompaiono immancabili le viole del pensiero. E come in una prevedibile cena di natale, nella quale alla pasta e vongole si succede l’arrosto col purè, tra un po’ avremo le primule, mentre i ciclamini sono in vendita sin dall’autunno. Il fatto è che il sistema italiano di vendere giardinaggio funziona così: se una pianta non ha fiori non ha neanche valore commerciale. Questo è dettato dall’ignoranza e dall’acquiescenza dell’acquirente. Non ci si prende mai la briga di andare a cercare piante che non si vedono al mercato o dai vicini. E’ un modo di fare giardinaggio pressappochista e banale, e se vogliamo, anche un po’ ridicolo.
Prendiamo il caso delle viole del pensiero (Viola x wittrockiana), da qualche anno a questa parte il mercato ci propone degli ibridi dai fiori sempre più grandi, che hanno ben poco del delicato e buffo fascino delle vecchie “pansè”. Vita Sackville West, la grande giardiniera inglese, constatava come alcune avessero una “buffa faccia da gatto”. Ora quei micini sono cresciuti a forza di incroci, selezioni ed ormoni, e ci guardano in gattesco con feroci ghigni da tigre dai denti a sciabola (vedete qua sotto, come ci guardano storte?).

Viola del pensiero gigante

Non sarebbe meglio un tappeto di semplice e minuta Viola tricolor, che ogni tanto ancora si trova in pochi esemplari terrorizzati tra quella gran massa di felini urlanti?
I ciclamini, poi! Chi li riconosce più? I più piccoli sono sempre troppo grandi, con colori rudi e volgari. Perso completamente il loro colore originario, una gradazione elegantissima e raffinata tra il malva chiaro e il rosa confetto, perso il fascino del loro fogliame macchiato come certe edere. Ora sono brutti come scarafaggi color fucsia.
ciclamini giganti

Le primule (Primula veris) non sono mai state un granché. Hanno un fogliame che sembra lattuga e dei colori che le fanno sembrare finte. L’unica che abbia un’apparenza “normale” è quella di colore giallo crema, la P.veris, che è poi il colore originario (il “giallo primula”, per l’appunto). Ovviamente di primule esiste una gran quantità di specie (tutte più belle della commerciale P. vulgaris) ed un numero incredibile di varietà orticole, ma nei nostri vivai arrivano solo i comuni ibridi. Basta spulciare appena un po’ nella storia del giardinaggio per avere un’idea del vastissimo mondo delle primule e dell’intensa passione collezionistica che le accompagna. Purtroppo il nostro clima è troppo caldo ed asciutto per loro, che diversamente da quel che si crede sono piante perenni e non annuali. Tuttavia non si può trattarle diversamente perché, come le pansè (piante perenni anche queste), muoiono appena iniziano ad arrivare i primi caldi. Tra l’altro noto con orrore come le primule vengano acquistate in miscugli allucinati e disposte in ciotole in pieno sole, per “abbellire” i gradini delle scale. Il posto ideale per le primule, se si vuole sperare di vederle rispuntare l’anno successivo, è in piena terra, in una zona fresca e leggermente ombrosa. La chioma di un albero caducifoglie va benissimo, poiché lascerà passare il sole in inverno, quando le primule saranno in fiore, e le ombreggerà dalla primavera all’autunno.
Un ciliegio, magari, dato che non abbiamo parlato dell’Hana-mi.

Corso coatto

Pubblico oggi un articolo apparso su “Calabria Ora” il 3 maggio del 2007, che mi sembra appropriatissimo per questo periodo dell’anno.

Corso coatto
Alle soglie dell’estate le Amministrazioni Comunali si dedicano alla potatura delle alberature, cosa alla quale tengono tanto per dimostrare che c’è almeno un motivo per cui paghiamo le tasse. La scelta del periodo non si può spiegare se non con un deliberato intento di uccidere gli alberi, cosa che riesce sovente. Un giro per la costa ionica dimostrerà come i “giardinieri” comunali non manchino di fantasia nella scelta delle forme di topiarie, eccone un breve elenco: a cubo di Rubik, a frigorifero, a campana, a ruota, a cassa da morto, a bottiglia, a padella, a disco volante, a frittata, a ciambella, a ciambella col buco, a bastoncino del ghiacciolo senza ghiacciolo, a tridente, a forchetta, a cucchiaio, a coltello, a cono gelato, ad ananas, a cappello, a pallone da calcio, a pallone da calcio sgonfio, a pallone da rugby, a lampione, a cuscino sprimacciato se l’albero è in buone condizioni, a cuscino stropicciato se l’albero è in cattivo stato, a doppia elica del DNA, a forma di Saturno magari con qualche satellite, a lama rotante, ad alabarda spaziale. Ma le forme che certamente vi capiterà di incontrare più di sovente sono quella a cavolo ed a cavolo fritto.

Eccesso di forma

Nel suo bel volume The garden as an art, Mara Miller tenta la definizione di giardino.
A chi sostiene che il giardino non sia una forma d’arte pienamente riconoscibile, direi di dare un’occhiata al vocabolario. Termini complessi hanno definizioni più brevi. la parola “Giardino”, almeno in quelli italiani, è lunga venti righe in un dizionario d’uso. In quello che ho aperto davanti a me, adesso (un Devoto-Oli con la rilegatura strappata), nel punto in cui è aperto, solo la parola “giallo” ha più righe.
Quando una cosa richiede venti righe di dizionario per essere definita, non dev’essere la più elementare del mondo.
Porzione di terreno coltivata a piante ornamentali e da fiore e adibita a luogo di ricreazione e passeggio nelle immediate adiacenze della casa (g. privato), oppure all’interno o alla periferia di un centro abitato (g. pubblico), ecc. Importante nella descrizione il fatto che il giardino sia definito nel suo perimetro. Il Devoto-Oli dice che il termine deriva dal francone gardo : “luogo chiuso”.

Una delle prime obiezioni di Mara Miller è “piece of ground”, appezzamento di terreno. Alcuni giardini non hanno nulla a che vedere col il terreno. Ad esempio una comune terrazza di città.
Neanche la definizione del perimetro è una costante, sebbene si sappia ormai -e venga citato in tutte le salse- che il termine “paradiso” viene dal persiano pairidaeza, che significa “luogo chiuso”.
Neanche la coltivazione di piante ornamentali o da fiore è un elemento imprescindibile dei giardini. Molti giardini moderni non hanno neanche un filo d’erba (come quello di Ken Smith presentato nel mio messaggio Avant gardners? . Ed inoltre quelle che noi oggi chiamiamo “piante ornamentali” erano sconosciute quando nacquero i giardini, ed erano in coltivazione per lo più quelli che chiamiamo “ortaggi” o “verdure” o “frutti” ( i giardini erano irregimentati alla produttività).

Allora? Cosa fa di un giardino un giardino?
Secondo Mara Miller queste sono le tre caratteristiche distintive di tutti i giardini:
1)l’inclusione di almeno un elemento naturale: pietra, roccia, acqua, erba, terra, fiori, ecc. Qualcosa che sia in apparenza un giardino ma fatto di materiali artificiali è un giardino solo in senso metaforico.
2)Cosa dibattuta: l’esposizione al cielo aperto, eccezion fatta per le orangerie e per le serre. Giardini che esistono al chiuso totale sono molto rari. Secondo Mara Miller si tratta di estremi che sono solo imitazioni.
3) E qui vi voglio: i giardini hanno un “eccesso di forma”, più di quanto sia necessario per necessità logistiche. Un eccesso di forma che è un significante, e un significato, sia estetico che sensuale, che spirituale o emozionale. Eccesso non significa “più” (più decorato, più complesso), ma solo che più decisioni, più pianificazione, considerazioni, misure e forse studio, sono stati necessari. ma è proprio quest’eccesso di forma ad essere il termine invariabile se non l’elemento caratteristico dell’opera d’arte. Qualunque cosa mostri quest’eccesso di forma è un’opera d’arte (anche se ciò non significa che sia un’opera d’arte bella e di successo).

I Guerriglieri Verdi

Avevo promesso di inserire alcune considerazioni sulla questione dei Guerriglieri Verdi, Green Guerrillas, o Guerrilla Gardening.
Data la lunghezza e l’assenza di foto so già che non lo leggerà nessuno.
…pazienza.

A quanto ho potuto notare esistono due fazioni contrapposte: alcuni non li apprezzano per via dell’implicazione “violenta” del termine “guerrilla”, altri invece considerano questa forma di giardinaggio una sorta di via salvifica per affermare la volontà del popolo contro l’esaurimento delle risorse terrestri e la progressiva invivibilità dei grandi centri urbani.
Non ho mai considerato le vie di mezzo approssimative, e personalmente ritengo che entrambe le fazioni abbiano torti e regioni in egual misura.
I Guerriglieri Verdi sono nati negli anni Settanta, nelle sterminate, angoscianti, periferie delle grandi metropoli americane, dove la vita è vita solo a metà, la violenza è all’ordine del giorno. In quel periodo “il mercato del mattone” viveva una forte crisi, e molti quartieri venivano letteralmente abbandonati, diventando fatiscenti, rifugio per operazioni malavitose, prostituzione, spaccio di droga, violenze, stupri, omicidi e fatti delinquenziali di ogni sorta.
Sotto la spinta dell’ecologismo allora nascente, e per reagire all’inerzia delle istituzioni pubbliche, gruppi di attivisti si sono riuniti per restituire dignità a questi quartieri, costruendo degli orti da dare in gestione a chi fosse interessato. Nacquero anche piccoli parchi dove far giocare i bambini sotto lo sguardo dei genitori, al riparo dalle automobili a da malintenzionati.
Gli orti urbani in seguito si trasformarono in strumento di politica sociale, ma questa è un’altra storia.
L’istanza dei Green Guerrillas deriva dal fatto che le istituzioni e gli enti pubblici erano del tutto sorde alle richieste della gente. Il fatto che il nome sia in spagnolo fa quantomeno sorgere il sospetto che queste periferie fossero abitate perlopiù da ispano-americani, per i quali il governo centrale aveva poco interesse, dato che si tratta di frazioni non votanti della popolazione (Obama a parte).
I Guerriglieri verdi dell’epoca sono riusciti a tirare fuori interi quartieri da una situazione di miseria sociale, non diversamente da come il vecchio protagonista di L’uomo che piantava gli alberi ha fatto per la sua terra. Una nobile storia, che non implica necessariamente azioni furtive e illegali.

In Italia e in epoca contemporanea un guerrigliero verde “vecchio stile” è se non altro fuori posto. E’ vero che gli enti pubblici sono inefficienti, che i “giardinieri” comunali hanno appena qualche nozione di orticoltura, che le nostre periferie sono trascurate e neglette, ma alla maggior parte di questi problemi si può dare un contributo se non direttamente, in modo individuale, perlomeno con un associazionismo funzionante e regolamentare.
Non lo dico -personalmente- perchè abbia in ispitto chi agisce contro le regole, ma perchè queste forme sono più efficaci e se ben condotte, portano a dei risultati gradevoli e duraturi, e a volte anche di un certo pregio.
Purtroppo il lato più fortemente negativo di queste iniziative, è che la borghesia intellettuale paesana se ne impadronisce e le porta regolarmente all’affondamento. Come ad esempio accade nel paese dove vivo, Siderno, dove un’iniziativa simile proposta dall’ATA Club, è fallita causa il fatto che le signore impellicciate e le mogli dei medici non volessero rompersi le unghie scavando nella terra o portare un sacchetto di sabbia per 100 metri (oltre alla inconsistenza delle loro conoscenze orticole, che farebbero rabbrividire qualsiasi appassionato).
Se non si vuole trasgredire un regolamento a cui nessuno fa caso, meglio a questo punto chiedere di poter gestire singolarmente (o in piccoli gruppi) una piccola aiuola comunale e basta.

Dall’altro lato sembra esserci un piacere modaiolo, piuttosto incolore e frutto di un’epoca contemporanea in cui la trasgressione delle regole è diventata consuetudine, nel crearsi un’attività illegale ma non dannosa, nella quale sia contemplata una idea di ribellione e un pensiero bellicoso o belligerante, ma solo nel termine e non effettivo.
Spesso sono giovani intelligenti, cresciuti con i telefilm americani , dotati di coscienza ecologica, ma che non riescono a capire che le loro attività sono solo la dimostrazione di come ci sia un distacco sempre più crescente tra la società e le istituzioni, un’incomunicabilità invalicabile che prevede, di prassi, il sopruso o la questua per ottenere un proprio diritto.