DISEGNO DI LEGGE APPROVATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI
l’11 giugno 2009 (v. stampato Senato n. 1611)
il testo approvato dal Senato reca modifiche al comma 29 dell’articolo 1, in base alle quali si precisa che i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica sono compresi nell’ambito dei siti informatici ai quali è esteso l’obbligo di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti coinvolti, mediante la pubblicazione, entro quarantotto ore dalla richiesta, delle dichiarazioni o rettifiche con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono;
la formulazione del testo, come modificato dal Senato, non esclude il rischio, già evidenziato nel parere espresso dalla Commissione sul disegno di legge in prima lettura presso la Camera dei deputati, che l’obbligo di rettifica ricada, per la generalità dei siti informatici, piuttosto che sugli autori dei contenuti diffamatori, sui gestori di piattaforme che ospitano contenuti realizzati da terzi, i quali, in considerazione del volume dei contenuti ospitati dalla piattaforma, non sarebbero in grado di far fronte a tale obbligo;
occorre invece ribadire l’esigenza che l’obbligo di rettifica, di cui all’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, come modificato dal comma 29 dell’articolo 1 del disegno di legge in esame, sia riferito esclusivamente ai giornali e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione di cui all’articolo 5 della citata legge n, 47 del 1948;
Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata»
Avete presente Superpippo? Non si sa mai se è troppo stupido o troppo intelligente.
Certo, sarebbe troppo facile, immediato, scontato, perfino banale, piantare una Rosa banksiae var. Lutea accanto a un glicine (o a un Solanum, magari). Deve essere per questo che nessuno a Siderno e nella Locride ci ha pensato.
O per lo meno, ci avranno pur pensato, ma io credo abbiano poi concluso qualcosa di simile: “bah, che accostamento scontato e dozzinale, meglio i gerani rossi e rosa!”.
E poi, certo, potata come la potano, la banksiae, uno non si immagina davvero che possa competere con un glicine. In effetti, ora che ci penso, mi sorge il dubbio che i Sidernesi siano al corrente che quella pianta dai fiori giallo uovo strapazzato sia una rosa.
Forse perchè non è rosa, forse perchè non ha spine, forse perchè ha i fiori piccoli e arruffati, che non profumano di rosa, anzi, non profumano proprio. Magari pensano che è un tipo di Kerria, che ne so. E d’altra parte la prima banksie fu portata in occidente da William Kerr, che non c’entra niente con l’attrice Deborah, che pure sui giardini ci ha fatto un bel film Il giardino indiano.
Insomma, sia per come sia, niente bankisae gialle vicino a glicini blu.
Mistero superpippico supersidernese.
Niente mimose in via delle Mimose. Un altro mistero superpippico supersidernese. Ci vuole Giacobbo un'altra volta.
Ehi gente! Ho visto che su tutti i blog “verdi” impazzano le date degli eventi di primavera! Eh sì, la voglia di mettere le mani nella terra è tanta, giocherellare con le piante, zappettare, strappare le erbaccette e poi rimirare i fiorellini. Prudon le mani, dunque bisogna grattarsi.
Naturalmente SOLO su questo blog potrete trovare gli eventi più imperdibili, quelli a cui non si può mancare per nessuna ragione al mondo, dove ogni sfizio e ogni capriccio sarà esaudito. Perciò prendete carta e penna, ooops, mouse e tastiera e copiate la lista per non perdervi nessuno di questi strepitosi appuntamenti! (blink, blink, blink!!!!!!!!!!!!!!!)
Non so se farete in tempo ma per il 13, il 14 e il 15 aprile c’è la famosa Fiera di Casino, sì, la Fiera di Casino Eramo a Marzagaglia, appuntamento ormai consolidato e imperdibile per ogni appassionato di verde. Come lo stesso nome dice, la Fiera di Casino è molto allegra e movimentata, e quest’anno c’è una novità in più: i cartellini delle piante saranno tutti confusi tra loro e i partecipanti, dietro modico compenso, possono partecipare ad una riffa rimettendo a posto i cartellini. Chi ha rimesso a posto più cartellini vince un biglietto per entrare gratis l’anno successivo con dei cartellini contraffatti, in modo che la ricerca sia ancora più incasinata.
Il 27, il 28 e il 29 aprile invece la ormai sterminata kermesse milanese della Morticola. Durante la manifestazione, riservata solo ai periti agrari, verranno proiettati dei documentari specialistici. A partire da Cosa ci fa un morto in un campo di grano, passando per Il perito non si perita e finendo con Non è la rosa non è il tulipano, quest’ultimo menzionato nella sezione speciale “corti-m-orti” al Festival Di Berlino.
A maggio l’attesissimo evento della Fiera della Mandriana, in cui le signore della high society italiana indossano per l’occasione stivali con speroni (le più gentili usano la speronella), cappelli stetson e lazo per agguantare le piante vagabonde. A giudicare la migliore esibizione rodeistica sarà Gilles Clément.
diritti riservati Luca+10- Flickr
Infine l’1, il 2 e i 3 maggio ci sarà “Giardini del Distributore”, rigorosamente tenuta in giorni feriali per mantenere alto il livello del prezzo di ingresso, equivalente a quello di un pieno di benzina su una Polo del 1994.
“Giardini del Distributore” già da molti anni conduce una lotta infaticabile per l’innalzamento del prezzo dei carburanti a base di petrolio e l’introduzione di quelli a base di biogas o di alcoli fermentati dalle piante. Ovviamente il prezzo di questi carburanti “alternativi” sarà ancora più alto di quello della benzina normale, il che va a tutto vantaggio di chi paga un biglietto d’ingresso “benzina”. E poi, ricordiamoci che anche la benzina è verde, come i nostri blog.
Allora, signore e signori, ne avete per tutti i gusti e se non partecipate ad almeno uno di questi interessantissimi eventi, giuro che vengo lì a picchiarvi!
Mi raccomando che le vostre mise siano adeguate al tenore delle fiere, fatevi pure trascinare da acquisti compulsivi di piante che poi getterete o che moriranno: per un giorno ve la sarete goduta, no? E se non si gode oggi, domani chissà? Chi vuol esser lieto sia! Carpe diem, dice il poeta!
“Affinità elettiva” è un termine che si usa spesso per indicare un’amicizia o un comune sentire, ma forse pochi sanno che è un termine che deriva dalla chimica, per definire delle attrazioni “speciali” di alcuni elementi verso altri.
Il libro è noto nell’ambiente giardinicolo per essere stato un testo un testo di riferimento sul giardinaggio all’inglese. Lo è ancora, ovviamente, se si elimina la vicenda narrativa che infesta il libro come i vermi la carne marcia.
Penso di far piacere ai lettori riportando un lungo brano del volume di Michael Jacob Paesaggio e letteratura, edito da Olschki.
Il brano è molto lungo (sono sette pagine word, e spero apprezzerete il fatto che mi sia smazzata a copiarlo perchè il mio OCR è in vacanza alle Bermuda), consiglio quindi di selezionarlo e stamparlo. Non l’ho corsivato per una migliore leggibilità. E’ molto interessante e direi decisamente illuminate su alcuni “standard of taste” che hanno ormai circa tre secoli di storia.
Buona lettura!
Isola dei pioppi, dove fu sepolto Rousseau. In alcuni testi "dotti" potreste trovar scritto che erano cipressi. No, erano e sono sempre stati pioppi, anche a Worliz...chi ha orecchie per intendere...Nell’intervallo tra Rousseau e i romantici, l’autore che riflette nel modo più penetrante sui limiti del paesaggio è Goethe, che per tutta la vita si è occupato della natura e si considerava più studioso della natura che scrittore.
Con Le affinità elettive, pubblicato nel 1809, Goethe reagisce alla ‘mania dei parchi’, moda che subisce agli inizi del XIX secolo un crollo con effetti duraturi, e che è stata minata sino ai giorni nostri dal posto di rilievo occupato nel frattempo in campo estetico dall’arte del bel giardino.
La realtà del parco nelle Affinità elettive è da considerare con attenzione perché rivendicava, nell’epoca che precede la composizione del romanzo, una posizione di assoluto, rilievo tra le arti, ruolo che le venne riconosciuto, almeno per un certo tempo, da Herder e da Kant, da Sulzer e dallo stesso Goethe. All’inizio del XIX secolo la mania dei parchi, soppiantata come già ricordato dalla coltivazione dei giardini e dall’interesse per la botanica, conobbe una profonda crisi, e ciò che pochi decenni prima aveva dominato ogni conversazione non suscitava ormai altro che stupore e rifiuto.
Tutto questo ebbe conseguenze anche sulla ricezione del romanzo di Goethe: Friedrich (Maler) Müler osservò per esempio che le Affinità elettive non sono affatto un romanzo, ma
«descrizioni parchi e di laghetti, con un po’ di adulterio nel mezzo»;
e Wieland riteneva che si trattasse di un
«miscuglio di dialoghi e di lezioni sull’architettura dei giardini, sull’architettura, sull’arte decorativa, sulla pittura, sulla scultura, sulla musica, sull’arte mimica e Dio solo sa su quante altre arti, e di citazioni di altre opere, che starebbero altrettanto bene in un qualsiasi altro libro».
L’ultima osservazione è particolarmente illuminante, in quanto getta luce, a dispetto delle intenzioni di chi parla (Wieland), sulla composizione di un romanzo, che evidentemente viola in modo radicale le aspettative dei suoi lettori (miscuglio, sincretismo, orgia di citazioni). La forma particolare del romanzo di Goethe ha a che fare con la forma dell’oggetto del testo; i parchi paesaggistici del XVIII secolo rappresentano infatti a loro volta delle mescolanze sincretistiche, che richiamano alla memoria per mezzo della citazione e dell’allusione un gran numero di sotto-testi.
Lo sdegno del lettore dell’epoca – anche Wilhelm von Humboldt, Hegel e Madame de Staël si era¬no espressi in termini critici – riguarda soprattutto la particolare ampiezza, la prolissità e la perspicuità della vita esteriore (Hegel), con la presenza del paesaggio sconfinante nell’iperbolico.
Per questo motivo è consigliabile leggere le Affinità elettive nel verso opposto, vale a dire come un testo che tratta principalmente dei lavori di modifica di una tenuta e in modo particolare della costruzione di un parco.
Le Affinità elettive cominciano all’esterno, con la trasformazione della natura da parte dell’uomo. Eduard innesta nel “suo vivaio” «su giovani tronchi delle marze ricevute da poco». Il cammino conduce, tramite la descrizione del giardiniere e collegando il piacevole all’utile, l’agricoltura (alberi da frutta) e l’estetica, all’«area nuova», la sfera di Charlotte. La natura artificiale della “capanna di muschio” serve da rifugio, da intimo punto di incontro e da punto prospettico della tenuta: soltanto da qui, dall’alto, il proprietario della tenuta abbraccia «attraverso la porta e le finestre» le varie immagini del paesaggio «con un solo sguardo».
Tutto è all’insegna della novità: Eduard vede per così dire per la prima volta la “nuova opera” di Charlotte e dunque il suo stesso possesso; lungo il sentiero si siede su una panchina nuova «messa lì molto opportunamente» e nuova è per lui anche la capanna di muschio, appena terminata. Forze polari e invisibili attraversano la tenuta: da una parte il campo di attività di Eduard, rivolto all’utile, dall’altra il programma di abbellimento di Charlotte; da un lato il castello, che nel corso del romanzo si farà sempre più lontano (castello – capanna di muschio – nuova casa – cappella), dall’altro la capanna di muschio, centro provvisorio delle modifiche paesaggistiche.
L’isotopia del termine «nuovo» è a questo riguardo un segno evidente, che accompagna tutte le fasi della scoperta paesaggistica. Si parlerà in seguito del nuovo cimitero e delle «nuove vie» che portano alla capanna di muschio e fanno scoprire la bellezza del luogo; della nuova carta topografica, che fa emergere «nitidi, come appena creati, i suoi possedimenti»; delle innovazioni dei giardini artistici e delle serre; dei progetti per il rinnovamento del villaggio sino alla creazione del parco paesaggistico, a partire dalle «descrizioni e stampe dei parchi inglesi».
Soltanto il grande parco conferirà all’insieme la sua nuova forma, approntando ovunque «qualche nuovo posticino» e «panorami inaspettati», mettendo a disposizione nuovi «panorami e angoletti per riposare». La costruzione di nuovi sentieri e di nuove fabbriche scopre di continuo un «nuovo mondo». La produzione e la ricezione di nuove opere d’arte paesaggistiche di grande o di piccolo formato vanno di pari passo: si spostano gruppi d’alberi e se ne ammira la nuova collocazione, nuove varietà di alberi vengono piantate, una nuova barca viene allestita e provata, i tre stagni vengono riuniti in un solo laghetto, e così via.
Nonostante la marcata cesura del romanzo, che, per la sua natura anti-idillica (guerra) e per la modifica di spazi interni (figura dell’architetto), perde a tratti il collegamento con l’esterno, i lavori alla tenuta proseguono, subendo persino un’intensificazione. Dal «nuovo centro», la nuova ala abitata da Charlotte, Ottilie e dal bambino, «tutte le bellezze del paesaggio, opera della natura e del tempo, risaltavano distintamente e colpivano la vista» . Da qui muovono passeggiate inattese e sempre c’è qualcosa di nuovo da fare: ripulire una sorgente, sgombrare una grotta, abbattere alcuni alberi. Quando si conserva per sé «il piacere del creare e del sistemare», progettare, eseguire e gestire si assimilano al ciclo della natura.
Gli episodi più importanti dell’azione del romanzo sono condizionati dal parco che gli stessi protagonisti erigono. E già stata ricordata la funzione di incipit della capanna di muschio. «Una strana commozione nell’animo» assale Charlotte in presenza del capitano, che le descrive le “nuove sistemazioni” e che «indirizza a suo piacimento l’imbarcazione»; poco dopo, quando la barca s’incaglia, Charlotte si trova abbracciata al capitano. La passeggiata di Ottilie e di Eduard al pittoresco mulino, la scena sotto i platani con i fuochi d’artificio, che vengono accesi solo per i due amanti, l’annegamento del bambino, tutto questo avviene all’esterno. Anche il funerale di Ottilie è un ultimo “cammino” attraverso la tenuta, il cui punto centrale diventa alla fine la cappella in cui i due amanti riposeranno.
Nel corso del romanzo, d’altra parte, il fat¬to che tutti i protagonisti siano collegati con l’ambiente che li circonda, il fatto che essi vivano “en plein air” e che spostino il centro delle loro attività dall’interno verso l’esterno si rivelerà problematico. Segno più evidente di questo disagio è il parco stesso. Si rivelerà alla fine un parco inattuale; un idillio che assume tratti imponenti e che viene sentimentalmente esplorato dai proprietari della tenuta e dai loro amici. Questo mondo aperto verso l’esterno in termini fisico-territoriali esclude da un punto di vista socio-politico gli altri (la popolazione del villaggio e gli artigiani sono ammessi qui, dove tutto è modellato su misura per gli happy few [«Non mi piace avere a che fare con i borghesi e i contadini»], soltanto come comparse.
La figura del mendicante segnala il punto sino a cui può spingersi il non abbellito e rimosso mondo esterno e il disturbo della quiete amena. La relazione con il mendicante, e in genere con gli estranei, tracciata della linea di confine viene regolata per mezzo del denaro: il mendicante, prima scacciato dal maldisposto Eduard, riceve una moneta d’oro dall’amante sensibile; gli abitanti ai due capi del villaggio ricevono una piccola somma di denaro.
Per erigere il parco e per finanziare i lavori deve essere venduta una fattoria: il godimento estetico della natura implica dunque la rimozione del lavoro, anzi dei lavoratori stessi. La smorfia beffarda del mendicante getta già la sua luce ambigua sulla tenuta di Eduard: non è soltanto il ghigno della morte, bensì il volto di una classe che nel parco seminerà violenza; è la smorfia della grande rivoluzione.
La rottura della diga segna un altro “problema” del parco-idillio. Anche qui non sono semplicemente le forze ctonie della natura a vanificare la festa messa in scena da Eduard. Nel nome di una ambigua operazione “archeologica” (gli stagni «tempo addietro formavano già un lago di montagna», osserva il capitano) alla natura viene fatta violenza, non diversamente da quanto accade nell’assai criticato giardino alla francese, in misura ancora maggiore e con conseguenze più pericolose. Entra in primo piano il prezzo ecologico delle trasformazioni e con esso tutte quelle dimensioni che, in una forma di rapporto con la natura che mira puramente all’estetico, non trovano adeguata considerazione. (nota : La prassi degli architetti di giardini che con i loro improvements intervengono in misura sempre più massiccia nella natura costituisce lo sfondo del drammatico episodio della diga, e non solo in Inghilterra, ma anche in Germania: a Gotha un vecchio stagno venne ampliato e trasformato, a Rheinsberg il lago di Grienick venne modificato con tutte le raffinatezze dell’arte dei giardini e posto al centro del parco, ed anche a Steinfurt e a Garzau vennero “abbelliti” gli stagni presenti.)
Nelle Affinità elettive diventa problematica pure la modifica del cimitero (inserita in un punto significativo del romanzo, vale a dire nel capitolo-cerniera tra la prima e la seconda parte). La smania d’innovazione dilaga anche sul camposanto per mano del dilettante architetto di paesaggi: «tutte le lapidi erano state spostate dalla loro sede» per stendere «in luogo di tumuli irregolari un bel tappeto». L’anonimo e verdeggiante trifoglio prende ora posto, mentre i morti vengono tollerati, nell’ambiente estetizzato, solo per breve tempo: «Le nuove fosse sarebbero state scavate secondo un ordine stabilito a partire dal fondo, ma poi si sarebbe di nuovo livellato e seminato il terreno». Nella protesta di alcuni membri della comunità che lamentavano «venisse tolta l’indicazione del luogo dove riposavano i loro morti e che così ne restasse in qualche modo cancellata anche la memoria» e nella loro disapprovazione della nuova e pittoresca morte, resa ora graziosa, si manifesta l’opposizione di tradizione e innovazione, di vecchio e nuovo, di autentico e di estraneo. Se a ciò si aggiunge il disagio del vecchio giardiniere, che disapprova «la spesa inutile e lo spreco» determinato dall’introduzione di «nuovi alberi ornamentali e di fiori venuti allora di moda» e dall’abbandono delle piante indigene, il parco, all’inizio lodato e recepito da tutte le figure del romanzo, anche da quelle periferiche, in termini entusiastici, si trasforma in un quadro più problematico.
La visita dell’inglese dà espressione in modo paradigmatico a questi problemi. In quanto esperto e rappresentante della nazione che ha prodotto, agli inizi del XVIII secolo, la `rivoluzione dei “giardini”, l’inglese visita la tenuta, e, come si può leggere, «grazie alle sue osservazioni il parco si accrebbe e si arricchì». Il visitatore sa in anticipo «quali risultati avrebbero dato le nuove piante che stavano crescendo. Non dimenticò nessun luogo dove fosse ancora possibile mettere in risalto o aggiungere qualcosa di bello. Qui indicò una sorgente che, una volta ripulita, prometteva di diventare l’ornamento di un intero boschetto, li fece notare una grotta che, sgomberata e allargata, avrebbe potuto consentire gradevoli soste». Con questo inglese – palese allegoria di Goethe stesso, l’esperto che dalla sua posizione superiore getta uno sguardo sulla mania dei parchi (1’ “inglese” è anche il narratore della novella) – si posa per la prima volta sul lavoro nel frattempo compiuto uno sguardo estraneo. Sono proprio le sue osservazioni benevole e le sue azioni a smascherare i punti ciechi del progetto: da una parte infatti la rappresentazione figurativa delle «pittoresche vedute del parco» relativizza l’originale, lasciandoselo alle spalle.
Qui, «nell’isolamento», Charlotte e Ottilie in compagnia dei loro ospiti percorrono il mondo sfogliando la grossa cartella dell’inglese che ora accoglie e promette di riprodurre anche la copia del loro spazio vitale. L’inglese che si trova «ovunque a casa» viaggia di tenuta in tenuta, mentre il suo stesso parco e i suoi stessi giardini vengono goduti «da forestieri, curiosi, viaggiatori irrequieti» come egli stesso è.
Il legame tra proprietario (abitante e architetto del parco) ed il proprio oggetto estetico (il suo “objet du désir”) si è dunque incrinato. D’altra parte anche al proprio interno l’estetica del parco si scontra con chiari limiti: «Fece gli auguri agli abitanti per il tanto lavoro che ancora restava e li esortò a non avere fretta, ma a conservarsi anche per gli anni futuri il piacere del creare e del sistemare». Se quasi tutto è già stato rinnovato, come qui è avvenuto, l’esigenza di innovazione diventa alla fine impossibile, aporetica e rimangono soltanto piccoli “Nacharbeiten”, lavori di rifinitura, da dosare con sapienza. I nuovi punti panoramici, i punti di riposo, i sentieri, le panchine, e così via, si esauriscono anche in una tenuta così vasta; al posto del sorprendente subentra la ripetizione e la maniera.
Le Affinità elettive sono per molti aspetti un remake delle situazioni wertheriane. Rappresentano al contempo anche il remake di una tendenza che ha investito, a partire dagli anni ’60 del XVIII secolo, l’intera Germania, di un’epoca che ha visto trionfare il giardino inglese e che ha bollato per un certo tempo la moda del giardino francese come freddo fenomeno assolutistico e carcerario. Questo passaggio radicale dallo stile francese a quello inglese è un avvenimento di notevole portata storico-culturale, oggetto di innumerevoli dibattiti e teorie.
Non solo sorgono ovunque i nuovi parchi, ma fiorisce anche la letteratura dei giardini, che arriva a produrre nella sola Germania sino a cinquanta nuove pubblicazioni all’anno. La fuga di Werther nel paradisiaco giardino paesaggistico è espressione di questa moda sentimentale e lacrimevole. Goethe stesso, che ancora nel 1826 si definiva retrospettivamente il «Mosè» dell’arte del giardino paesaggistico, subì a partire dagli anni ’70 la forza di attrazione esercitata dalla moda dei parchi. Precoci visite a Wòrlitz, il primo parco inglese sul continente, la lettura della “Vita agreste” (Landleben) di Hirschfeld e lo studio delle riviste dedicate ai giardini ampliarono le conoscenze dello scrittore entusiasta, che già durante il suo primo anno a Weimar si era accinto a trasformare secondo i nuovi principi i 10.000 metri quadri del suo giardino.
Dopo il suicidio di Christel von Laßberg (con il Werther in tasca o sul cuore) – il servitore di Goethe aveva recuperato il cadavere della giovane donna – Goethe, profondamente colpito dall’evento, elabora il lutto costruendo un giardino, facendo erigere sulla sponda del fiume in memoria dell’infelice suicida una scala di roccia con un arco di roccia.
Alla von Stein scrive: «In basso stavano alcuni operai e io scoprii un posticino particolare dove il memoriale della povera Christel si ergerà ben appartato […] Ho […] scavato un bel po’ di roccia dalla quale si scorgono, nella più totale solitudine, i suoi ultimi percorsi e il luogo della sua morte». Più tardi Goethe contribuirà in misura essenziale alla trasformazione paesaggistica della valle dell’Ilm, vale a dire alla realizzazione del parco di Weimar, e continuerà a tracciare nuovi progetti di parchi.
Attorno al 1800 viene acquistato il fondo di Oberroßla e anche qui Goethe pratica per alcuni anni, sino a che le spese non diventeranno eccessive, la sua «Gartenspielerei». Già questo termine annuncia un’attitudine scettica in Goethe riguardo alla mania dei parchi, che si espliciterà nella parodia Trionfo della sensibilità, rappresentata per la prima volta – colmo dell’ironia – in occasione di una festa in giardino.
Se negli anni ’60 il cammino attraverso il parco di Wòrlitz poteva apparire al poeta olimpico come il « Vorbeischweben eines leichten Traumbildes», se qui e altrove egli vedeva rinascere i campi elisi, dopo il 1800, per citare le sue stesse parole (contenute in una lettera alla von Stein), egli si è «liberato dalla terra in senso economico ed estetico», osservazione che prefigura l’atteggiamento dell’inglese nelle Affinità elettive. Le esperienze personali di Goethe nella creazione di giardini e le osservazioni citate tratte dalle lettere e dalle opere letterarie non vanno interpretate in termini autobiografici; mostrano piuttosto l’importanza dell’autoriflessione del romanzo e quanto essa colpisca il punto centrale delle contraddizioni del romanzo e del momento storico, e specialmente delle contraddizioni del giardino inglese e della mania dei parchi che con esso sorge, contraddizioni che a loro volta consentono una profonda comprensione della situazione politica e culturale dell’epoca.
Le contraddizioni proprie della mania dei parchi avevano trovato espressione già nella Nouvelle Héloise di Rousseau, cui le Affinità elettive si riallacciano per la presenza di vari motivi che compaiono in entrambi i romanzi. Già il giardino di Julie, il suo “Elisée”, in cui Saint-Preux trascorre «deux heures auxquelles je ne préfère aucun temps de ma vie» è luogo di una critica molteplice: dapprima viene criticato lo stile signorile del giardino alla francese, che obbedisce a un rigido ordine geometrico tracciando linee diritte, e che crea tristi monumenti artificiali privi di vita. In luogo della promenade prescritta (Versailles), delle prospettive prefabbricate, del proiettarsi nella distanza, questo giardino consente, nonostante la sua limitatezza spaziale, una passeggiata nel vago, nell’aperto, nel sorprendente. Viene inoltre criticato, all’insegna della semplicità qui raggiunta, anche il parco inglese (Stowe) con le sue vedute prestabilite (e orientate verso opere d’arte), con i suoi innumerevoli oggetti pittoreschi e le sue rovine artificiali.
Lo stesso Elisio di Julie appare connotato dalla critica. La domanda, che resterà senza risposta, di Saint-Preux a Julie su quale significato possa dunque avere una natura artificiale-naturale in prossimità del bosco, cioè della natura naturale, smaschera il giardino (il bosco era un tempo il luogo degli amanti) come surrogato: surrogato proprio perché esso è stato allestito dopo la morte della madre di Julie come elaborazione del lutto di genere sentimentale-ameno; surrogato in quanto luogo della fantasticheria controllata e simbolo di un ordine matrimoniale-naturale; surrogato terapeutico infine, perché Saint-Preux deve qui imparare, sull’esempio della natura, la rinuncia. Nello smascheramento dei giardini come luoghi di proiezioni assolutistiche, sentimentali o private, il romanzo di Rousseau svela il loro carattere di apparenza di natura anche là dove viene simulata, come accade nel parco inglese, l’apertura e dove, apparentemente in tutta innocenza, si provvede a nutrire gli uccellini.
Nei decenni seguenti, il fallimento della vita nel parco si manifesterà in un esempio ancora più eclatante a Ermenonville. Il bizzarro marchese de Girardin, vittima dopo un viaggio in Italia e in Inghilterra della mania dei parchi, trasforma un terreno paludoso provvisto di giardino francese e di piantagioni di alberi da frutta in un’opera ammirata dall’Europa intera, seguendo alla lettera Rousseau.
Con l’ “Emile” di Rousseau come modello, le opere precedenti vengono democratizzate, i figli vengono educati secondo uno stile semplice e “naturale”, i villaggi che si trovano sulla tenuta devono partecipare alla riforma. Vengono abbattute mura, bonificate paludi, deviati corsi d’acqua e costruite cascate. Innumerevoli promenades attraversano l’enorme terreno, diviso in tre parti – Le petit parc- le grand parc – le Désert.
Numerose fabbriche, vale a dire opere architettoniche decorative, epigrafi, panchine, sentieri, giochi d’acqua, monumenti e isole, semantizzano l’imponente natura, creata una seconda volta. Mulini, capanne di muschio, stagni e barche, aree per i balli, edifici per le ore d’ozio, cimitero e villaggio, tutto ciò che si trova anche nelle Affinità elettive è presente in questo repertorio esemplare del nuovo linguaggio dell’arte dei giardini. Anche qui la vita stessa viene per così dire trasferita all’esterno, nelle passeggiate, nelle esplorazioni, nelle feste.
Ermenonville cresce e si trasforma al contempo in un luogo funereo. Nel parco paesaggistico la morte è un avvenimento reale, fa parte dello scenario melanconico-sublime. Due amici del marchese trovano la morte all’interno della tenuta. Due pittori, Mayer e Gandat, vi muoiono e vengono sepolti in monumenti che si riveleranno del tutto corrispondenti allo spirito del parco. Nel 1791 un giovane sconosciuto arriva ad Ermenonville per togliersi la vita. Vicino alla grotta delle ossa Girardin fa erigere per questo «nuovo Werther», come il marchese lo definisce, un “Tombeau de l’inconnu”.
La morte di Rousseau a Ermenonville, dopo solo sei settimane di felice soggiorno come ospite del marchese, rappresenta il “coronamento” della collezione di morti famosi. Il luogo della sepoltura, che viene celebrata a mezzanotte (è il 4 luglio 1778) sull’ “isola dei cigni” (più tardi “isola dei pioppi”) in una barca nera, diventerà un luogo di culto.
Il parco muore, avendo trovato il proprio centro nella tomba del famoso scrittore ginevrino (“l’isola dei morti” sarà da questo momento in poi la sua metonimia). La tenuta del marchese conoscerà una seconda e definitiva morte durante la rivoluzione. Per lungo tempo risparmiata dai disordini la tenuta subisce danni considerevoli nel 1794. Il proprietario abbandona per sempre la sua opera; dieci anni appena dopo essere stato completato, il parco di Ermenonville è una rovina. Con Ermenonville ‘defunge’ però assai più di un progetto bizzarro e utopico: l’apparenza della vita agreste felice e arcadica, l’illusione di una educazione estetica dell’uomo nell’incontro con la bellezza della natura, la speranza di sperimentare con successo un modello extraterritoriale, un idillio, di conferirgli durata e di vederlo imitato – tutto questo trova in Ermenonville una fine simbolica.
Con il progetto del parco delle Affinità elettive Goethe si riallaccia a questa tradizione, interrotta dalla morte, dai disordini sociali, dalla rivoluzione e dalla storia. In altre parole, Goethe prende di mira le implicazioni nascoste delle utopie paesaggistiche pre- e post-rivoluzionarie, il decadimento dei nuovi parchi alla moda, diventati «scenografie di rappresentazioni operistiche» (Jacobi), l’illusione della libertà propria di questi parchi e il prezzo delle illusioni di cui essi sono frutto.
Il romanzo di Goethe assume dunque, per quanto riguarda il paesaggio, grande importanza, perché in esso vengono smascherate tutte le illusioni di una prassi esistenziale estetica (mi sono permessa di sottolineare il concetto. n.d.c.).
La struttura sperimentale delle “Affinità elettive”, vale a dire l’orientarsi della vita verso seduzioni paesaggistiche, rappresenta una ‘lente’ straordinariamente precisa, in cui il culto del paesaggio viene messo sotto stretta osservazione. Il romanzo goetheano dispiega la costruzione di un paesaggio come decostruzione, demolizione di possibilità.
L’estetizzazione molteplice della vita (leggere, scrivere, disegnare, progettare, costruire), che ha il suo coronamento nelle costruzioni di architettura del paesaggio, viene smascherata nel suo carattere contraddittorio.
Le `uscite’ nella natura sono illusorie e forniscono in ultima analisi la ricerca di un’ambientazione festosa e il fondamento di proiezioni erotiche. La natura abbellita, dalla quale sono attratti i protagonisti, rappresenta il piano di proiezione e il palcoscenico, sperimentato “in situ”, di sogni e desideri, la sua bellezza è subordinata all’utilità erotica. Le affinità elettive smascherano inoltre l’intervento di abbellimento sulla natura come atto pericoloso: il confine tra trasformazione estetica e distruzione della natura è un confine fluido, difficile da tracciare. L’aspetto ecologico della modificazione della natura è collegato poi narrativamente con il punto di vista dell’autodistruzione: sarà infatti la natura modificata, che parte dalla capanna di muschio e arriva, passando per il padiglione, sino agli stagni, il luogo in cui verrà ambientata la morte del piccolo Otto.
Nella lente dell’azione narrativa si riflette il prezzo dell’idillio post-rivoluzionario che i protagonisti mettono in scena. Anche l’autarchia di una società separata, chiusa, che professa principi estetici è in sostanza illusione: la capanna di muschio, il castello, il padiglione e l’intera tenuta si rivelano infatti troppo stretti per permettere l’isolamento dal mondo esterno e rinviano pure ai costi e ai presupposti economici di un culto eccessivo del paesaggio.
In questa luce le Affinità elettive trattano essenzialmente della produzione e del consumo del paesaggio. La categoria estetica della novità, il fatto di vedersi trasportati per mezzo delle infinite modificazioni paesaggistiche «come in un altro e nuovo mondo», viene esplicitamente sottolineata. Nelle parole ironiche del capitano, che identificano la propensione alla novità come ricerca di «distrazione» e di «oggetti estranei» e nella proposta dell’inglese di differire quanto più a lungo possibile l’attività di innovazione, il romanzo rivela l’essenza del turismo estetico-pittoresco e della costruzione del paesaggio come cammino sentimentale di un soggetto che nel contatto con la natura non si sente mai appagato e che si realizza soltanto nel progetto successivo, ancora da realizzare (cfr. anche il mio vecchio post Il collezionista di fiori).
Così le Affinità elettive sono sicuramente da leggere come una critica al romanticismo (anche i romantici, proprio come i protagonisti del romanzo, non fanno che parlare di natura ritenendo di esserle molto vicini), come una critica all’assenza di limiti propria della natura fantastica dei romantici, che deve conquistare oggetti sempre nuovi e che rinvia ogni volta la soddisfazione dei desideri, come una critica all’ipersoggettivismo romantico e alla sua nostalgia di terre lontane – fattori tutti che conducono ad un pericoloso disconoscimento della natura stessa.
Nelle Affinità elettive non avviene, come in Senancour o in Chateaubriand, il `congedo’ dalla natura; tuttavia essa si allontana come forza incompresa dal soggetto, che non ha saputo conquistarla esteticamente. La lunga e pittoresca passeggiata, lettura possibile per il romanzo di Goethe, è fautrice di morte e mette fine soprattutto all’incontro estetico con la natura.
Goethe va così oltre la Nouvelle Héloise di Rousseau. Le Affinità elettive sono il superamento del romanzo di Rousseau come ripetizione, in quanto vengono ricordati motivi principali e secondari del sotto-testo del romanzo (un giardino curato da mani femminili, agricoltura e parco come elementi contrapposti, i pioppi lungo lo stagno, l’annegamento e così via); rappresentano inoltre il superamento della Nouvelle Héloise come sua negazione, perché con la morte dei due protagonisti viene troncata ogni prospettiva futura (la tenuta esemplare di Clarens si rivela nelle mani di Eduard economicamente ingestibile; l’idillio come forma di vita superata dalla storia viene smascherato – l’intero romanzo finisce nel `cimitero’, nel luogo di sepoltura del culto del paesaggio).
Le Affinità elettive sono infine il superamento di quanto le precede come trascendimento, in quanto la natura incontrollabile rientra per così dire nei propri diritti e la soggettivizzazione viene a decadere. La distanza tra io e natura si mostra anche in termini stilistici nelle descrizioni paesaggistiche: infatti, benché trattino dei soggetti che si spostano nel paesaggio, esse non celebrano più la fusione di io e natura, bensì frappongono tra questi due termini una istanza mediatrice (l’osservatore, il narratore), insomma parlano già il nuovo linguaggio della prosa postromantica, `realistica’ della seconda metà del secolo.
Attenzione visitatori di Giardinaggio Irregolare! Sappiate che questo blog è cancerogeno! Se leggete questo blog danneggiate in modo permanente la natura, l’ecosistema, la falda acquifera e probabilmente contribuite all’estinzione di una quantità imprecisata di specie animali e vegetali ogni tot secondi.
Potete anzi correre il rischio di ammalarvi voi stessi di cancro a causa delle emissioni di questo blog, perciò vi raccomandiamo caldamente di piantare almeno tre o quattro alberi intorno a voi solo per proteggervi dall’immensa quantità di radiazioni e inquinamento prodotte da Giardinaggio Irregolare.
In particolar modo piantate degli alberi di cornetti rossi, di gesti dell’ombrello, di toccatine agli zebedei, palpatine di gobba, corna assortite e ogni albero apotropaico che conosciate.
Dovete infatti sapere che questo blog inquina nel seguente, statisticamente calcolato, scientificamente esatto, assolutamente incontrovertibile, immondo modo:
Quanta CO2 produce il mio blog?
Secondo il Dr. Alexander Wissner-Gross, attivista ambientale e fisico di Harvard, un sito web produce una media di circa 0,02 g di CO2 per ogni visita. Assumendo 15.000 pagine visite al mese, questo si traduce in 3,6 kg di CO2 l’anno. Questa produzione è legata soprattutto al funzionamento dei server.
Quanta CO2 viene assorbita da un albero?
Dipende da diversi fattori, ma la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) calcola che un albero assorba ogni anno in media circa 10kg di CO2. Noi consideriamo prudentemente 5kg l’anno per ogni albero.
E’ da parecchio tempo che circola, soprattutto tra i blog “verdi” (una delle parole da mettere al bando per i prossimi decenni) questa assurda moda di piazzarsi l’iconcina “il mio blog è a impatto zero”. Per un albero piantato, il tuo blog è a impatto zero. Impatto emotivo, ideale, forse, non certo ambientale.
Blogger “verdi” di tutto il mondo, ribellatevi! Ma non capite che vi stanno infinocchiando per bene? Che questa deriva dell’impatto zero è solo una trovata a scopi pubblicitari per finanziare produzione commerciale, e quindi l’immissione sul mercato di oggetti (spesso inutili) che generano materialmente dei rifiuti solidi, direttamente e indirettamente con il trasporto e gli imballaggi?
Altro che impatto zero! Il sito da cui proviene questa iniziativa, che non cito per un senso di disgustata pietà, è uno dei tanti contenitori che raccolgono pubblicità e offerte di discount e catene commerciali.Un sito che ha come sottotitolo “volantini”. Azz, la carta è ciò che dovremmo risparmiare di più, il materiale in assoluto più ingombrante nelle discariche.
L’avranno piantato il loro albero per abbattere le loro emissioni di carbonio?
E le attività commerciali presentate e promosse, per “ripagare” l’ambiente di quanto gli hanno tolto, dovrebbero piantare querce da adesso fino al prossimo millennio su una superficie equivalente a tre volte la Luna.
Quindi per favore che stessero zitti e non inviassero mail tediose a chi cerca di lavorare gratis per una seria crescita della cultura dell’ambiente e del giardino italiano.
Quello che dispiace non è tanto questa forma di phishing, ormai diffusissima, ma l’ipocrisia soggiacente a questa iniziativa il cui effettivo valore ambientale è tutto da stabilire. E non solo, è triste vedere come molti blogger “verdi” ci cadano, per mancanza di conoscenze (allora sì che siamo in buone mani!), o solo per essere meglio indicizzati dai motori di ricerca (in questo caso gli auguro di vivere a lungo con la loro falsità, il loro rampantismo e il loro prono conformismo).
In ogni caso immagino che i “blogger verdi” -se parlano di ambiente, avranno un giardino dal quale attingere le proprie esperienze (a parte quei blog che catturano le immagini da internet e ci montano su inutili stupidaggini ben confezionate), perciò è lecito aspettarsi da tali persone che possiedano già degli alberi, e che i loro blog possano considerarsi “assolti” dal marchio d’infamia d’emissione di CO2 già in partenza.
Da ultimo vorrei aggiungere che se i server stanno accesi, non è certo per far un favore a me e a tutti i coglioni che abbiamo un blog, ma per far funzionare il mercato della pubblicità e delle vendite on-line, cioè esattamente ciò che “vende” il sito promotore dell’iniziativa.
E’ ora che qualcuno la vada a fare in culo. Io esco a fare un po’ di foto.
Qualche giorno fa ho fatto ripetizioni con la mia cuginetta che fa la quarta o la quinta elementare, e che da grande vuole diventare famosa come Hannah Montana.
Tra un karaoke e un siparietto sono riuscita a inculcarle la forma interrogativa in inglese, e -forse- a farle avere una vaga idea di come ruota la Terra.
Per esperienza e per come mi ricordo che studiavo io alla loro età, è più facile mandare a memoria che capire. La Forza Forte della Memoria è potente a quell’età, non altrettanto la forza debole dell’analisi. Sanno tutta la pappa con le parole del libro, ma “ripeti a parole tue” è la cosa più terribile che possano sentirsi chiedere.
Bene. Ripetevamo il sistema solare e mia cugina sapeva tutti e nove i pianeti in fila, senza sbagliarne uno…ma un momento…cos’ho scritto? Nove? Nove pianeti?
Chiedo scusa ma Plutone non è stato declassato già nel lontano 2006? I pianeti non sono otto? Nessuno ricorda più la “due giorni delle stelle” che fecero i giornalisti, quando l’Unione Astronomica Internazionale era andata fuori di melone perchè non sapeva cosa fare di Plutone, Caronte e Cerere (più un altro paio di cosette che circolano nel nostro Sistema)?
Accidenti, devo essere la sola a ricordare che i pianeti sono otto. Ma certo, una cosa così inutile… a chi vuoi che interessi? E poi certamente gli insegnanti non sono tenuti a saperlo, e neanche i corsi di aggiornamento possono proprio aggiornarli su tutto tutto, no?
E di questo, che vogliamo dire? Doodle di Google in occasione dell'allunaggio della Missione Apollo 11, non 13...
Ma benedettoiddio, ci hanno fatto pure il film e lo sanno anche i banchi di scuola che l’Apollo 13 fu così sfigato da non riuscire ad allunare. Il film è tratto da Lost Moon, che vuol dire “Luna perduta”, ergo, se l’hanno perduta, non ci sono arrivati.
Che clamorosa distrazione. Sarebbe successo con Manzoni? Non credo. L’italia dà ancora troppo valore alle materie umanistiche su quelle scientifiche.
Errori, dimenticanze, misconoscenze come queste ci danno la misura della vastità dell’ignoranza degli italiani in materia di scienze. Sappiamo declamare poesie sulla Luna, ci scriviamo canzoni, e preghiere, ma a stento sappiamo cos’è.
E un giorno manca la pala, un giorno manca la merda
Finire all’inferno è una gran brutta cosa, soprattutto se è per l’eternità. Wilde diceva che il clima era migliore in paradiso, mentre la compagnia era preferibile all’inferno. Ma non credo che tra sollevamento massi, corsa attorno ai vulcani eruttanti, salti nel fuoco, nuotate nella pece, e altre attività corroboranti, ci sia gran tempo da dedicare alla conversazione.
Sta di fatto che non credendo nè all’inferno, nè al paradiso (se non alla torta paradiso, alla quale volgo i miei più devoti rispetti), è un po’ difficile dire a qualcuno che vuoi mandare all’inferno: “Ma va’ all’Inferno!”.
Però però però, ci sono alcune persone che meriterebbero se non una intera eternità, almeno un paio d’annetti in qualche girone dantesco. Facciamo tre.
Al primo posto metterei gli spammatori della posta. Quelli che ti dicono attento, il tuo conto paypal è stato sospeso, oppure quelli che ti mettono come oggetto “Hi”, tutte le réclame, le pubblicità, gli sconti, le raccolte punti, amici inesistenti che ti mandano inviti ad associarti a questo o quello.
Al secondo i giovani torturatori della lingua e gli anziani masturbatori dell’Italiano (stavolta sì, con la maiuscola). Uno sconosciuto che scrive xké e ke kazzo è forse meglio di un Augias che usa il piuttosto come congiunzione e non in forma opzionale, o di un Mirabella che si crogiola in fraseggi pseudo-dottorali? Sempre nel secondo girone ci piazziamo tutte le giornalistelle che scrivono frasette tipo nella splendida cornice dei giardini di Pippa de’ Pippis e i giornalistoni che scrivono frasoni del tipo il dialogo tra gli elementi compositivi della struttura ispira la redenzione e restituisce il precipitato di un senso di solennità.
Al terzo girone ci metterei i maniaci del cellulare e degli sms, i/le fashion victim, gli stilisti, i designer, i fotografi che fotosciopppano le modelle facendole diventare di plastica, quelli che si depilano le sopracciglia ad ala di gabbiano, quelli che hanno giardinetti tutti curati e carini, con le forbicette i guantini il grembiulino a quadri i cestini in vimini le pansè sul bancale il tetto in tegole rosse e la staccionata bianca.
Nel quarto girone i venditori di enciclopedie e di riviste a fascicoli.
Poi passiamo alle bolge.
Prima bolgia: Roberto Giacobbo. Esaurita solo per lui, non c’è più spazio. Tanto, una volta uscito, farà un’intera stagione di Voyager per parlarne, magari facendosi crescere il pizzetto.
Seconda bolgia: L’inventore dei call-canter, dei customer care, e delle catene di Sant’Antonio in power point.
Terza bolgia: Scrittori di best seller, tutto esaurito.
Quarta bolgia: Professoresse impellicciate il cui alito odora di naftalina, con collana di perle verdi, feudatarie di premi culturali. Assessori alla cultura. Assessori all’Ambiente.
Quinta bolgia: Professionisti che fanno perizie false a pagamento, università on-line, master, corsi d’aggiornamento, diplomi facili per lavorare, false università, diplomifici. Dottori in allegria.
Poi passiamo alle zone, quelle più tremende.
Prima zona: avvocati dei mafiosi
Seconda zona: politici (piano tutto occupato)
Terza zona: giornalisti e pubblicisti, telegiornalisti, mezzibusti, presentatori, conduttori televisivi e radiofonici.
Blu di prussia steso ad olio. A destra è più denso, appena uscito dal tubetto, a sinistra meno saturo (più liquido)
Non so quanti di voi ricorderanno il libro da cui proviene questa frase, ma l’acido prussico non ha colore, nonostante per la nomenclatura Iupac si chiami cianuro di idrogeno, il che farebbe pensare ad una colorazione azzurra.
Il blu di Prussia non ebbe sulle prime l’enorme fortuna di cui godette in seguito, proprio perchè in molti temevano che decadendo si trasformasse in acido prussico, diventando mortale.
La storia dell’invenzione del Blu di Prussia è, come spesso accade nella storia dei colori e degli alimenti, piuttosto casuale.
Il colore azzurro era sempre stato difficile per i pittori e i tintori. Per alcune popolazioni era considerato poco importante, mentre oggi è il colore più amato nei paesi occidentali e in assoluto il meno sgradito.
La cravatta di pessimo gusto. I soldi del blu li anticipò il Papa
Fino al 1700 si tingeva e si dipingeva con il lapislazzuli (un minerale di origine estrusiva, raro e costosissimo- con cui è dipinto il fondo del Giudizio Universale della Cappella Sistina), o in alternativa con l’azzurrite, una sorta di lapislazzuli di seconda scelta, o con coloranti vegetali tipo l’indaco e il guado (Isatis tinctoria).
I dipinti e soprattutto le stoffe tinte di questi colori non avevano splendore, profondità, non tenevano ai lavaggi, e sbiadivano, soprattutto considerando che l’importazione dell’indaco (prima dall’Asia e poi dalle colonie americane), che aveva una resa migliore, era vietata.
Solo nel 1737 il divieto cadde.
Intanto a Berlino, all’inizio del secolo, era stato già “scoperto” il Blu di Prussia.
La storia è molto divertente. C’era un droghiere e venditore di colori che aveva un rosso molto bello nel suo catalogo. Lo otteneva aggiungendo del potassio a un decotto di cocciniglia (sì, stramaledette, crepate! Noi siamo animalisti!), a cui prima aveva aggiunto del solfato di ferro. Un giorno che gli era finito il potassio mandò il suo gatto a comprare del filo color ciliegia….no, questa è un’altra storia. COMUNQUE! Un giorno esaurì le sue scorte di potassio e l’andò a comprare da un chimico di sinistra fama, tale Johann Konrad Dippel, che gli vendette del carbonato di potassio già utilizzato per i suoi esperimenti, quindi adulterato.
Fu così che invece del rosso, il droghiere vide formarsi un precipitato di un magnifico e intenso colore blu. Purtroppo il droghiere non comprese il valore di questa accidentale scoperta, ma Dippel sì. Dopo un po’ di prove iniziò a commercializzare il nuovo colore col nome di Berliner Blau.
Polvere di Blu di Pussia
Nel 1724 (mancavano più di dieci anni all’abolizione del divieto di importazione dell’indaco), un chimico inglese riuscì a ripetere l’esperimento e rese pubblica la formula chimica del colore e il metodo per ottenerlo. Nel frattempo il Berliner Blau era diventato Blu di Prussia, ed ebbe via libera in tutta Europa.
Il losco e disonesto Dippel, che non aveva mai voluto rivelare la sua formula, fu rovinato e si rifugiò in Scandinavia, dove divenne cerusico del re. Lì potè dare libero sfogo alla sua inventiva e mise a punto una serie di farmaci pericolosissimi che gli valsero l’espulsione dalla Scandinavia e la deportazione in Danimarca. Salute.
Arrivando più vicino a noi, nel 1800, i tintori se ne servirono per lanciare il “Blu marino”, cioè quello che noi chiamiamo “Oltremare Francese” che sarebbe diventato un vero e proprio fenomeno sociale della moda.
Blu oltremare per l'abbigliamento sportivo moderno
A consacrarlo come colore della legge fu la Prima Guerra Mondiale, quando le divise, fino ad allora nere, divennero blu scuro. Un nero brillante, profondo, che tenesse il colore, era difficile da ottenere e molto costoso, perciò si pensò a Blu Oltremare come colore meno austero e più a buon prezzo, oltre che più gradevole. Da qui viene la moda del colore blu delle tute e delle uniformi da lavoro, postino, meccanico, falegname, grembiuli, sopravesti da lavoro, ecc. “Colletti bianchi e tute blu” è un detto che vale ancor oggi per indicare la separazione tra classe dirigente e quella lavoratrice.
Jeans tinti in Blu di Prussia
Un capitolo a parte lo meritano i jeans, che assunsero quel colore per cause accidentali (una partita di tela da velatura non conforme alle richieste, finita per diventare stoffa per le tute dei lavoratori americani). In italia divennero simbolo della contestazione studentesca (certo, non in questo colore austero, ma in colori più chiari e slavati). Ma la verità che oggi possiamo dire è che il ’68 fu un movimento borghese, ove non alto-borghese.
Insomma, dire che ci piace il blu è un po’ un non dir nulla, essere nella media. Il blu è apprezzato da tutti, nelle sue varie sfumature.Incredibilmente rustico.
Country blue, cosy, gentle and lovely
Come anche del tutto sciccoso.
Bulgari, Blu di Prussia, a volte detto Blu Ottanio
Il blu è un colore riposante, pacificatore, e questo sin dall’epoca medievale. E’ un colore onirico, dell’irraggiungibile, del sogno, del fantastico (Der Blaue Reuter, il Principe Azzurro)ma anche della tristezza malinconica rassegnata, della nostalgia romantica (to feel in blue), è il colore della notte, (Blue Velvet), nell’America Settentrionale, l’ora blu è l’orario di uscita dagli uffici. In tedesco ubriaco di dice blau. Colore del freddo, colore della tecnologia (Blue-ray), della nobiltà (sangue blu).
E qui mi fermo, perchè volevo parlare solo della curiosa scoperta del galantuomo di Dippel e del Blu di Prussia.
Ora vi metto un Blues che vi sdirenerà il cuore
It was down in Old Joe’s barroom,
On the corner by the square,
Drinks were being served as usual,
And a goodly crowd was there.
When up steped old joe McGuinny
His eyes were bloodshot red;
As he poured himself more wiskey,
This is what he said:
I went down to the St. James Infirmary
I saw my baby there,
Streched out on a cold white table,
So sweet, so cold, so fair.
So Let her go, let her go, God bless her;
Wherever she may be **see note**
She may search this wide world over
but she’ll never find a sweet man like me.
When I die, want you to dress me in straght laced shoes
A box back coat and a Stetson hat;
Put a twenty-dollar gold piece on my watch chain
So the boys know I died standin’ pat.
**verses not in original recording**
There are sixteen cold black horses,
Hitched to her rubber tired hack;
There are seven women goin’ to that graveyard,
and only six of ‘em are coming back.
Now that you’v heard my story,
pour me one more shot of booz;
And if anyone comes askin’ about me,
Tell ‘em I got, Saint James Infermery blues.
Some people exchange “She never did love me” for the line “Where ever she may be” that was in the original.
Anche Hugh Laurie ne canta una bella versione, strumentisticamente più articolata ma non così toccante
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)