Alberature stradali: il caso di Bologna

Credits

L’articolo è stato scritto da Carlo Carcangiu grazie alla cui gentile concessione viene pubblicato

E’ anche disponibile su QUESTA PAGINA

Introduzione

Alberature stradali. Da Vulgare.net
L’importanza degli alberi in città è oramai confermata non solo dall’esperienza e dalla sensibilità dei cittadini, ma anche da numerosi studi che dimostrano quanto numerosi siano i benefici apportati dalle essenze arboree in un ambito poco salutare come quello cittadino, cosa vera sotto molti aspetti.

Le alberature stradali rivestono un ruolo di grande rilevanza nel regolare il microclima urbano. Attraverso un processo chiamato “evapotraspirazione” le foglie fogliari rilasciano vapore acqueo nell’ambiente, abbassando la temperatura dell’aria anche di un grado (ad 1,5 metri dal suolo). Tale fenomeno si riscontra maggiormente per le latifoglie caducifoglie, aventi lamine fogliari più ampie e quindi più capaci di operare questo scambio di energia. Una strada alberata quindi risulterà più fresca e capace di mitigare la calura rispetto a un viale che ne è privo.
Il ruolo dell’albero non si limita solo a mitigare la temperatura, ma svolge anche funzioni di filtro. La lamina fogliare è anche in grado di trattenere gli agenti inquinanti, come le micidiali microparticelle solide prodotte dagli scarichi delle autovetture chiamate con sigle spesso incomprensibili (PM6 o PM10).

Gli alberi giocano un ruolo molto importante anche nell’attenuazione dell’inquinamento acustico, creando una sorta di membrana isolante naturale.
Oltre a questi vantaggi l’alberatura stradale, se progettata adeguatamente usando gli stessi principi di associazione di colori e tessitura del fogliame con cui si creano i giardini, può diventare uno strumento per migliorare concretamente l’estetica della città.

Bologna, Fontana del Nettuno
In Italia, il caso di Bologna è interessante. La città ha un clima semi-continentale con inverni freddi e umidi ed estati calde e torride. La media delle precipitazioni si aggira sui 700 mm annui, caratteristica comune a tutte le zone del distretto a bassa piovosità che include Cuneo, Alessandria, Piacenza e tutte le città dell’Emilia-Romagna che giacciono sulla via Emilia. In questa macro-area le piogge estive sono sporadiche e comprese fra il 10 e il 25 % del totale annuo, fattore che mette a dura prova il verde cittadino.
Diversa è la situazione delle città situate a nord del Po che beneficiano di precipitazioni estive temporalesche più abbondanti. Il clima bolognese degli ultimi anni è stato alquanto particolare poiché le precipitazioni totali sono complessivamente diminuite (500 mm/anno), quelle primaverili sono state scarse e gli inverni molto miti. Ciò ha recato stress fisiologici agli alberi, costretti ad affrontare un ambiente più ostile di quello originario. Si verificano infatti disseccamenti, bruciature fogliari e dei tronchi, carenze idriche e colpi di calore, tanto da considerare ormai una necessità cambiare i metodi di scelta delle specie da impiantare ex-novo.

Alcune essenze al contrario si sono rivelate particolarmente resistenti, come se le condizioni climatiche più dure le avessero selezionate.
In questo breve resoconto si vuole raccontare la condizione di una grande città del nord Italia, valutando la situazione attuale del verde e proponendo interventi di miglioramento.

Situazione attuale

Le alberature esistenti sono ben distribuite e tutto sommato la città presenta una buona copertura verde.
Per una semplificazione del testo, data la vastità dell’argomento, si è operata una divisione fra latifoglie e conifere. Ogni genere meriterebbe un’ illustrazione molto più approfondita, che per motivi di opportunità non è possibile qui fare, si rimanda pertanto il lettore interessato a testi scientifici e universitari.

LATIFOGLIE

Curiosa alberatura, da Vulgare.net
Le latifoglie rappresentano la maggior parte delle alberature urbane con una ampia varietà.
Il genere Tilia è presente con diverse specie o ibridi: Tilia x europea (Tiglio europeo), Tilia platyphyllos (Tiglio nostrano), Tilia cordata (Tiglio selvatico).
Tutte queste essenze sono esigenti, richiedono clima fresco e possibilmente precipitazioni estive, requisiti che non si ritrovano in città e che causano problemi fisiologici legati a siccità ed eccessivo calore.
Esiste una specie, chiamata Tilia tomentosa, originaria dell’Europa orientale (dove si trova in boschi di roverella, cerro e farnetto) che è resistente all’aridità estiva; essa viene utilizzata come specie ornamentale nell’Europa centrale, in virtù anche della bella colorazione autunnale delle foglie.
Volendo installare nuovi impianti di tigli si dovrebbe perciò fare riferimento a questa specie (e aggiungerei anche Tilia x euchlora).
Oltretutto le due specie citate non sono affette dai problemi derivanti dagli afidi (es. “melata”) che aggrediscono invece altri tigli.

Carpinus betulus
Dei generi Carpinus ed Ostrya sono presenti le specie C. betulus (Carpino bianco) ed O. carpinifolia (Carpino nero).
Mentre il primo è esigente di fertilità del suolo, il secondo è sicuramente indifferente alla natura litologica del terreno e sopporta meglio la siccità. Laddove vi siano strade o cortili in ombra quest’ultima risulterà adattissima nel creare una quinta verde rinfrescante.
In città manca Carpinus orientalis e questa potrebbe essere una specie interessante, in quanto indifferente all’aridità e al calore estivo, oltre che essere di dimensioni contenute.
Fra i frassini ritroviamo il Fraxinus excelsior (Frassino maggiore o comune), il Fraxinus angustifolia (Frassino meridionale o ossifillo), e qualche Fraxinus ornus (Orniello).
Per le nuove alberature si fa spesso riferimento alla prima specie, F. excelsior. Erroneamente.
Il frassino maggiore, nel suo habitat italiano, lo ritroviamo a quote montane o sub-montane in posizioni settentrionali e di forra, i cosiddetti aceri-frassineti (alleanza fitosociologica del Tilio-Acerion). Si capisce dunque perché essi subiscano danni nei viali alberati, soprattutto sotto forma di bruciature fogliari o stress idrici.
Il frassino meridionale è invece un campione di resistenza ed è ormai ben diffuso in parchi e alberature. La cultivar ‘Raywood’ presenta una gradevole colorazione autunnale bronzata.
L’orniello invece non ha meritato ancora la diffusione che dovrebbe avere e ciò a torto. La sua fioritura è profumata e vistosa; la colorazione autunnale del fogliame è degna di attenzione; ha dimensioni proporzionate a viali e strade ed è una specie termofila e xerofila di rapido accrescimento giovanile, quindi idonea all’ambiente urbano. Se ne auspica una sua più corposa diffusione.

Acer shirasawanum Aureum
Gli Aceri presentano una situazione intermedia. Mentre Acer pseudoplatanus (Acero di monte), Acer platanoides (Acero riccio) e Acer saccharinum soffrono l’eccessivo calore; l’ Acer campestre è invece ben diffuso e orna strade, giardini e parchi, dimostrandosi una delle scelte più indovinate per questa situazione.
Se i tecnici guardassero maggiormente alle piante di casa nostra potrebbero trovare degno di attenzione anche l’Acer monspessulanum o acero minore, estremamente resistente alle scarse precipitazioni, al caldo, lento nella crescita e con una strabiliante colorazione autunnale rossa.
Anche l’Acer tataricum subsp. ginnala resiste perfettamente e sarebbe pertanto buona scelta.
L’esotico ma ampiamente naturalizzato Acer negundo si trova ultimamente a fare i conti con la mancanza di temporali estivi e ciò gli provoca la perdita o disseccamento della maggior parte del fogliame, rendendolo particolarmente povero in questa stagione. Che sia l’occasione giusta per frenare la sua invadenza in pianura padana?
L’olmo campestre (Ulmus minor) si ritrova frequentemente nei viali alberati, spesso con esemplari ormai annosi. La specie è resistente a qualsiasi stress, le annate siccitose non gli provocano danni e nemmeno le potature più selvagge lo mettono a disagio. La grafiosi dell’olmo fortunatamente non è presente in città.

Celtis australis
Il Bagolaro o Celtis australis è forse l’albero che più stupisce per la sua tenacia. Ad oggi non presenta alcun tipo di problema e nemmeno un minatore fogliare che è stato segnalato per la prima volta in Emilia Romagna gli crea difficoltà. Se dovessimo fare una classifica di resistenza e prestazione il bagolaro sarebbe sicuramente al primo posto. Come esemplare isolato e annoso stupisce per bellezza ed equilibrio della chioma. Il tronco e la corteccia sono molto apprezzabili, i frutti sono eduli e offrono cibo alla fauna avicola cittadina. Spesso ci si lamenta delle sue radici, tanto che nella tradizione popolare è chiamato “spaccasassi”, ma se non avesse tale apparato radicale come potrebbe sopravvivere alla carenza d’acqua in estate? E’ un albero a cui dovremmo fare un monumento!

Platani
I Platani (Platanus x acerifolia) sono gli alberi da alberatura urbana più bistrattati, e non se ne comprende il potenziale. Non sono idonei per viali alberati perché essenze troppo grandi e sproporzionate per gli spazi urbani. Spesso sono attaccati dal tingide del platano che fa ingiallire e cadere le foglie o ancor peggio dal cancro colorato. Tutto ciò a causa dell’inquinamento, delle capitozzature e della mancanza di disinfezione degli strumenti usati per operare il taglio.
I platani, fra cui anche Platanus orientale, sono alberi da usare nei grandi parchi, in posizioni isolate o vicino all’acqua. Un effetto sorprendente si potrebbe ottenere in pianura padana vicino ai fossati creando filari con questo genere, distanziando gli individui singoli fino a quaranta metri, senza operare potature.

Farnia (Quercus robur)
Il genere Quercus è molto vasto e generalmente ben rappresentato nelle alberature stradali.
Tuttavia alcune specie si dimostrano particolarmente affidabili; la farnia (Quercus robur) è un albero maestoso, principale componente della vegetazione potenziale della pianura padana (Querco-carpineti planiziari). Non è adatto alle alberature stradali a causa della sua chioma molto ampia, a meno che non si usi la cultivar ‘Fastigiata’, ben più ridotta nelle dimensioni. Per apprezzare ai massimi livelli questo albero è bene piantarlo isolato nei parchi o grandi spazi. Ultimamente soffre dell’abbassamento del livello della falda freatica, tanto che spesso le sue foglie ingialliscono leggermente in estate. Sovente è anche infestata da limacce e galle.
Più adatti per la città sono gli autoctoni Quercus cerris (cerro), Quercus petraea (rovere vera), Quercus pubescens (roverella), Quercus frainetto (farnetto), oltre che l’ormai affidabile leccio (Quercus ilex).
In particolare il cerro e la rovere, con la loro chioma dritta e slanciata, si adatterebbero in maniera ottimale alle strade più ampie.
La rovere inoltre, contrariamente a quanto si può pensare, si adatta bene all’argilla padana, nonostante il suo optimum edafico sia su suoli silicatici ben drenati a reazione sub-acida. Resiste inoltre molto bene alle estati secche.
Degna di menzione è Quercus x tourneri, ibrido fra farnia e leccio, che grazie al suo portamento conico-piramidale è una opzione ottimale.

Seedpod di Aesculus
L’ippocastano (Aesculus hippocastanum) è l’essenza che soffre maggiormente i cambiamenti climatici. Abituato com’è al suo clima fresco d’origine, le montagne di Albania e Bulgaria, non dobbiamo stupirci se questo albero maestoso patisca. Inoltre il parassita Cameraria ohridella e l’agente fungino dell’antracnosi fogliare peggiorano la sua situazione fitosanitaria. Questo non vuol dire che non possa essere usato nei grandi parchi, dove lo smog è in concentrazione minore e le escursioni termiche dovute all’asfalto non gli nuocciono. Oltretutto per diminuire l’azione dei suoi parassiti, senza ricorrere ai costosi interventi di endoterapia, basterebbe raccogliere in autunno le foglie, che sono il veicolo principale della loro diffusione.
Altra categoria da menzionare è quella dei pioppi. Essi vanno a costituire la tipica vegetazione azonale che si ritrova dove vi sia la componente acqua. Sono quindi piante idro-esigenti e se ne consiglia l’utilizzo vicino ai corsi idrici o in stazioni particolarmente umide.

Populs nigra italica
E’ interessante notare come il pioppo tremolo (Populus tremula) non sia mai stato utilizzato o contemplato per le alberature nonostante sarebbe una specie molto adatta in quanto rustica, frugale, slanciata e soprattutto emotivamente coinvolgente per il tremolio caratteristico delle sue foglie pubescenti. Per di più d’autunno assume una colorazione dorata attraente.
Alcune specie hanno dimostrato un perfetto adattamento e vengono adoperate sempre più spesso per i nuovi impianti: Sophora japonica, sorprendente per la sua indifferenza alla siccità, dalla quale sembra quasi che tragga vantaggio; Koelreuteria panicolata, un albero completo per tutto quello che sa offrire; Albizia julibrissin, piacevole per le sue contenute dimensioni; Eleagnus angustifolia, per il suo bel fogliame argentato; Cercis siliquastrum, per la sua fioritura sorprendente; Prunus pissardii ‘Nigra’ per la sua tenacia; Gleditschia triacanthos, con le sue cultivar ‘Inermis’ e ‘Sunburst’; Brussonetia papyrifera, per gli insoliti amenti grigio polvere.
Merita un appunto anche la comune mimosa, Acacia dealbata, che negli ultimi tempi supera agevolmente gli inverni bolognesi e fiorisce profusamente.
Infine la Robinia (Robinia pseudoacacia) e l’Ailanto (Ailanthus altissima), alberi che spesso vengono associati al degrado o, come direbbe Gilles Clemént, al “terzo paesaggio”. Ebbene queste due essenze devono essere viste con ottica differente e cioè come alberi da sfruttare per la loro capacità di resistere ad ambienti particolarmente inquinati. Mentre per la robinia si è già lavorato per ottenerne cultivar importanti, per l’ailanto c’è ancora molta strada da fare. Ad esempio sarebbe interessante una cultivar che produca frutti sterili o particolarmente colorati.

CONIFERE

Cedrus deodara
Dei cedri si è fatto abuso nel passato, piantandoli soprattutto nei giardini privati e condominiali. Fortunatamente non è stato così per il verde urbano, dove essi vengono usati con moderazione, con esemplari isolati e a piccoli gruppi. Recentemente non vengono più presi in considerazione, perché ci si affida maggiormente alle latifoglie a foglia caduca. Senza passare da un estremo all’altro ci si può servire di questo genere con intelligenza, dove siano presenti ampi spazi e servendosi della loro adattabilità.

Pinus pinea (pino da pinoli, pino comune, pino ad ombrello)
Il Pinus pinea continua invece a sembrare un pesce fuor d’acqua; cresce col tronco incurvato, con la chioma disarmonica e solleva il manto stradale. Sembra non volersi adattare al clima padano. Subisce ingenti danni da nevicate poiché i suoi rami facilmente si spezzano.
Punus pinaster (pino marittimo)
Il Pinus pinaster invece non è presente, nonostante sarebbe forse più adatto, tollerando maggiormente il freddo e l’umidità.
Un vero fallimento è rappresentato dall’utilizzo del pino laricio (Pinus nigra subsp. laricio), che vegeta perennemente in stato comatoso, con la chioma disintegrata dalla processionaria. I tecnici continuano a tenerli in piedi soltanto perché fanno numero nell’inventario degli alberi.

La conifera che ha avuto più successo è il tasso (Taxus baccata). Di dimensioni contenute è un albero delizioso in tutte le sue parti. Può fungere da sfondo per arbusti fioriti o con fogliame colorato, può essere potato in forme topiarie, è lento nella crescita e quindi adatto a piccoli spazi.

Una specie curiosa per la sua presenza in qualche esemplare è il pino silvestre (Pinus sylvestris). In viali alberati sulle colline, spesso battute dai venti secchi provenienti dall’Appennino, sarebbe perfetto. Bello nella forma, per la corteccia color cannella, rustico e frugale, non patisce assolutamente nei terreni poveri e regge tranquillamente la siccità estiva bolognese.

Distanze fra gli alberi

Parco degli Auditors, Barcellona
Alcuni impianti hanno ormai raggiunto una densità tale che occorrerebbero interventi di diradamento.
Esiste però un regolamento del verde ridicolo che impedisce l’abbattimento degli alberi se non per motivi particolari: se recano danno a proprietà o alla viabilità e se risultano vicini alla morte. Non è contemplato l’abbattimento a scopo di diradamento per lasciare una distanza adeguata tra un individuo e l’altro, cosicché spesso incontriamo essenze di statura notevole a una distanza di 5 o 6 metri.
I nuovi impianti non tengono conto di questa lunghezza e si continuano a piantare tigli o platani a 6 o massimo 10 metri l’uno dall’altro.
Tenendo conto che in città non è concepibile ottenere la distanza massima che le specie avrebbero a sviluppo completo sarebbe comunque auspicabile un compromesso fra queste due misure, oppure l’impianto di specie aventi dimensioni minori.
Questa considerazione ovviamente non è valida per le fasce boscate ai margini di certi parchi, dove invece una fittezza maggiore è richiesta come filtro contro l’inquinamento atmosferico e acustico.

Le potature

Albero 'potato' a Piazzale Clodio, Roma
In questo ambito, è utile riportare il pensiero di Sylvia Crowe dal suo Il progetto del giardino, in moda da acquisire un concetto importante sulle alberature urbane e sul loro aspetto: «Ancora peggio dell’inutile abbattimento di alberi è la loro mutilazione con una potatura incompetente. Un ramo tagliato in un troncone o un albero decapitato dapprima avrà l’aspetto di uno scheletro e poi, se il troncone non muore e fa marcire l’albero, getterà fuori un viluppo di nuovi germogli sul punto del taglio, formando una testa sfilacciata, senza alcuna bellezza e ostacolando al massimo la vista e la luce. Ma un albero opportunamente diradato, con i rami superflui asportati con taglio netto fino al ramo principale o al tronco, può guadagnare in aspetto, salute e sicurezza».
Ecco le tre parole chiave che bisogna tenere a mente per la manutenzione degli alberi:
Aspetto, cercando di conservare il più possibile una chioma armonica e ben equilibrata, piacevole alla vista.
Salute, cercando di mantenere più alti possibili gli standard di sterilità degli strumenti utilizzati dai manutentori. Un albero sano, perdonate il luogo comune, è anche più bello.
Sicurezza, cercando di non sbilanciare la chioma verso una parte o l’altra, cosicché l’albero sarà più resistente agli agenti meteorici (vento, temporali e neve).

A Sylvia Crowe prenderebbe un colpo se vedesse come vengono trattati i nostri alberi e si chiederebbe come fanno a stare ancora in piedi. Forse la selezione naturale e lo stress hanno isolato individui forti e tenaci.
E allora dovremmo cercare di convincere i nostri tecnici che, se le specie sono opportunamente distanziate, le potature drastiche non servono e che sono necessari solo interventi saltuari di ripulitura lieve della chioma. Ciò rappresenterebbe anche un bel risparmio di denaro da dedicare ad altre opere cittadine.

Nuovi impianti

Monumento a Garibaldi, Bologna
Se fino a qualche anno fa l’impianto di microirrigazione a goccia per le nuove alberature non era previsto e ci si affidava alle conche scavate faticosamente dagli operai giardinieri, oggi la situazione è fortunatamente ben diversa.
Ogni albero ha il proprio tubo di irrigazione che viene attivato a seconda dell’andamento climatico (certe volte si inizia già a maggio), cercando di irrigare per i primi due o tre anni e poi lasciando che l’albero se la cavi da solo. Diradando i cicli di irrigazione già a partire dal secondo anno si può infatti abituare l’albero ad approfondire il proprio apparato radicale, facendo in modo che dal terzo anno sia autosufficiente. In annate particolarmente siccitose si potranno effettuare interventi di soccorso facendo affidamento ai tubi già presenti.

Ultimamente per prevenire l’insorgenza di infestanti e mantenere il terreno fresco attorno al pane di terra si stanno adottando diversi espedienti.
La ghiaia risulta inefficace perché spesso lo strato applicato è talmente esiguo che le erbe spontanee si insediano comunque.
La corteccia di pino, è efficiente in particolar modo quando è di pezzatura fine, ma ha un costo eccessivo per le tasche del comune.

Ecco che allora recentemente si stanno diffondendo delle valide stuoie di iuta, o materiale simile, di forma e dimensioni adattate alla buca quadrata per gli alberi. Di aspetto simile ad uno zerbino, si stanno dimostrando efficaci: alzando la stuoia si può notare che il terreno rimane fresco, le infestanti non crescono e l’effetto è abbastanza gradevole. In più sono economiche e la durata è garantita almeno per i primi due anni.

Altro punto importante dopo l’irrigazione è quello delle distanze d’impianto. Visto che le spazi fra le buche di nuova fattura non cambiano (dai 6 ai 10 metri), la scelta dell’essenza è di fondamentale importanza. Oltre a quelle già citate nei paragrafi precedenti se ne possono nominare altre che stanno prendendo sempre più piede.
Ad esempio il Prunus serrulata ‘Kanzan’ si sta diffondendo molto ed è apprezzabile durante tutto l’arco dell’anno, oltre ad essersi dimostrato tollerante allo smog. Se proprio vogliamo attribuirgli un difetto questo è riferito al punto di innesto che risulta particolarmente visibile quando l’albero comincia ad avere diversi anni.

Si sta facendo un largo uso anche di Prunus ‘Amanogawa’ e di Pyrus calleryana ‘Chanticleer’: infatti ben si adattano alle strade più piccole per le loro misure contenute, inoltre sono molto spettacolari quando sono fioriti.

Taxus baccata 'Fastigiata'
Le forme fastigiate (colonnari) possono venire in aiuto, dove la mancanza di spazio è la limitazione maggiore. Non è detto comunque che esse siano ottimali in ogni contesto, in quanto in certe zone risultano troppo rigide e allora la soluzione migliore è l’essenza con la dimensione e il portamento adeguato.
A volte dalle inconsapevolezze si può trarre spunto; a Bologna, per esempio, alcune strade sono state ornate con alberature di Melia azedarach, una specie non proprio indicata per i climi freddi del nord Italia. Probabilmente, complice l’isola di calore urbana, nella città hanno trovato la loro nicchia climatica ideale. Esse prosperano egregiamente, tollerando i normali interventi manutentivi del comune.
A volte ci si può anche sbilanciare e correre un rischio: nell’orto botanico sono presenti alcuni esemplari imponenti della semi-rustica Firmiana simplex, appartenente alla famiglia delle Sterculiaceae. Vista la bellezza di questi alberi perché non utilizzarli anche fuori dalle mura dell’orto per alberature e parchi?
Ci si può affidare anche a cultivar sterili per superare il problema dei frutti che imbrattano le auto: per esempio con Morus alba ‘Fruitless’ o ‘Stribbling’ rinunciamo ai frutti del gelso bianco, senza perdere le qualità di resistenza che ci interessano per un suo uso urbano.

Oppure possiamo fare ricorso al sesso di una pianta dioica (ossia che ha frutti maschili e femminili su individui separati) per bypassare certi inconvenienti: utilizzando Populus nigra var. italica di sesso maschile, orneremo una strada con una alberatura insolita e in più il problema dei piumini allergeni dei pioppi sarà ridotto.

Laddove lo spazio è davvero angusto da non poter inserire specie arboree si può far ricorso a piantagioni “non convenzionali”, inserendo nelle apposite buche alti arbusti scelti per la forma e dimensioni adeguate. La stessa Photinia x fraseri ‘Red Robin’ potrebbe essere usata a tale scopo invece di costringerla sempre negli spazi stretti di una siepe. Oltre a questa anche molti viburni (es. Viburnum lantana), le lonicere arbustive (Lonicera tartarica, Lonicera fragrantissima), i lillà (Syringa spp.), i Philadelphus, i cotoneaster (es. Cotoneaster roseus), gli evonimi decidui, i Berberis e innumerevoli altre possibilità.

Conclusioni e prospettive

Capitozzature
L’interesse verso il verde urbano sta aumentando e ciò in linea con una visione più ecologica e sostenibile delle nostre città.
Riguardo a Bologna si può dire che, per quanto concerne le alberature, la situazione è buona solo in parte.
Se da un lato la maggiore variabilità nella scelta delle essenze è palese, dall’altro vi sono ancora gravi problemi dovuti a una gestione non proprio ottimale del complesso verde e alle distanze delle nuove piantagioni.
Se i tecnici dell’ufficio competente riuscissero a comprendere che ciascun individuo vegetale va trattato come tale (e non come un oggetto da correggere e modificare costantemente con interventi superflui), la qualità del verde urbano aumenterebbe in maniera significativa. Basterebbe recarsi in campagna, o nei boschi, per capire cosa vuol dire evoluzione della forma di un individuo vegetale e di conseguenza il potenziale valore compositivo dell’albero nell’architettura urbana.
Il percorso da fare è ancora lungo. Si dovrebbe puntare alla migliore preparazione e formazione da parte delle università (scuole o corsi) per la risoluzione di tale problema.
Anche il cittadino comune, senza essere eccessivamente pedante o scrupoloso, deve intendere il significato di questo passaggio e pretendere una buona qualità del verde che lo circonda.

Albero d'alto fusto mai potato

Non ce n’è: non ce ne vuole

Sono esausta, demoralizzata, profondamente infelice e la speranza mi abbandona ogni minuto di più.
In un vecchio post, scrissi che “non manco di nulla”. Mi va bene qualsiasi tipo di giardino perchè, di qualunque tipo sia, anche quello schiera con la processione di petunie e gerani, mi dice qualcosa di chi ce l’ha. Che poi con questo qualcosa io sia d’accordo o meno, è piuttosto irrilevante.

Ma qui si va oltre.
Un episodio banale, di quelli che ogni giorno di questi tempi abbiamo sotto gli occhi: il taglio delle alberature comunali.
Platani, oleandri, tigli, lecci, ippocastani, robinie, ailanthus, melia…siamo abituati a vederli tagliare, ma il pittosforo no.
Quella è stata una coltellata alla schiena.
Il pittosforo adulto, ramificato, chissà quanti di voi non sanno neanche com’è, perchè viene utilizzato come siepe.
Nel corso di decine e decine di anni, il pittosforo raggiunge un’altezza media, anche di diversi metri, e può arrivare al terrazzino di una casa ad un piano. I rami sono morbidamente formati, come usciti dalle mani di un sapiente bonsaista. L’albero è aperto, con la chioma compatta, ed invita al disegno.
Luogo: una stradina secondaria di Siderno, dove non ti aspetti mai che passeranno a tagliare gli alberi. Proprio davanti ad una casa di quelle vecchie, che danno un volto ad un paese che ne ha disperato bisogno.

“Non manco di nulla” inizia a cedere. La mia guida nel giardinaggio è sempre stata un vecchio adagio campano “Non ce n’è: non ce ne vuole”.
Ogni città ha un suo volto. Persino quelle come Firenze o Bologna in cui i giardini sono nascosti. Un volto che può essere ammirevole o infelice. Ho sempre trovato piacere nell’osservazione di questi volti, ma oggi desidero la bellezza.
Che volto ha la mia città?

Rami in alto o vi spariamo!

Potature, capitozzature, scalve: atti di inciviltà e incompetenza?
In realtà solo mezzi di contrattazione politica

Perché, perché, perché? PERCHÉ ogni tot anni, in un periodo variabile da febbraio ad aprile, le amministrazioni comunali capitozzano le piante? Il malcostume, una volta tanto, non è solo della Calabria, ma è felicemente detenuto da tutta l’Italia. In altri paesi, come la Germania o la Svezia, il taglio di un singolo ramo deve essere giustificato ed eseguito secondo le dovute norme tecniche.
Da noi, invece, ogni due o tre anni, nel periodo che va dalla fine dei rigori invernali fino ai primi caldi estivi, le amministrazioni comunali iniziano a scalvare le alberature comunali riducendole a dei relitti focomelici. Chi ne ha di più parte presto, chi ne ha di meno, come i piccoli comuni calabresi, si decide verso aprile, quando ormai il caldo è forte e la pianta stenta a rivegetare.
Ogni tanto qualcuno si lamenta, parte con uno “gne gne gne” piuttosto improduttivo in difesa delle piante e degli alberi come “creature”, come “esseri viventi”, facendo magari un paragone con i bonsai, i piedini di giglio giapponesi, le orecchie dei Dobermann e le code dei barboncini.
Non bisogna erigere la pianta a feticcio, a simbolo di una purezza perduta, di una vitalità naturale e incontaminata. In Italia sembrano esistere due polarità opposte in tal senso: la signora che si incatena all’albero perché non venga abbattuto e il vecchietto che va in comune a protestare perché l’albero gli fa ombra sul davanzale.

Allora, signori, iniziamo a ragionare e cercare di capirci qualcosa: rispettare le piante è un fatto di civiltà, di educazione e segno di un livello superiore di coscienza civica, esattamente come lo è non lasciare le cacche dei cani sul marciapiedi o non gettare mozziconi di sigarette per strada.
Lasciamo stare l’albero inteso e il suo fascino selvaggio alla Walt Whitman (o Avatar, se preferite), parliamo dell’unica cosa che possa sinceramente interessare una pubblica amministrazione: parliamo di quanto l’albero può dare a noi, in termini di comodità, vivibilità e ritorno economico.
Cari sindaci e care sindachesse, sappiamo benissimo che dietro le potature periodiche ci sono begli appalti che sono importante merce di scambio politico (perlomeno da noi, il mercato del floroviavaismo, non meno che quello del mattone, è in buona parte controllato dalla mafia. La stessa asta dei fiori ad Aaslmer in Olanda serve a coprire il riciclaggio di danaro sporco, il traffico di armi e di “diamanti insanguinati”). Ma vi ricordiamo volentieri che i trafficucci non vanno in disaccordo con un’apparente civiltà, che tra l’altro terrebbe la cittadinanza in uno stato di quiescente sopore, più prona di fronte a eventuali “manipolazioni”.
Gli atti di inciviltà che si sono in queste settimane presentati a Reggio Calabria e nel comune di Locri, tanto per fare due nomi, sono di quel tipo scioccante che ha il potere di far ribellare la popolazione che non è ancora del tutto bovina.
Vi torna comodo? Non sarebbe più proficuo effettuare delle potature meno devastanti? Sarebbe meglio per voi, meglio per noi, e meglio per gli alberi.
Affidando i lavori di potatura in mano a degli esperti, non a dei semplici impiegati alle dipendenze del comune che non sanno distinguere un fico da una fichessa, vi garantiamo che risparmiereste perfino, anche se sappiamo che non è questo il punto, anzi, tutto l’opposto.
Vi diciamo una cosa: i vostri giochetti di amicizie e comparaggi potete farceli anche sotto il naso, ma per favore, evitateci lo squallore di alberi fatti diventare tronconi. Un caso lampante è quello di Locri, che ha ridotto il viale di tigli di via Matteotti a dei pali della luce confitti nel terreno. Sono così tristi da menarti nel cuore, da farti venire in mente cose tristissime e deprimenti, come le poesie di Quasimodo, la guerra, le Foibe.
Proprio nei giorni in cui Locri inaugura il suo Urban Center, che dovrebbe essere strumento di condivisione e apertura, il Comune di Locri ha lasciato inascoltati gli appelli e le rimostranze dei cittadini e delle associazioni ambientaliste che hanno mesi fa protestato per il nuovo progetto di riqualificazione e riassetto della Villetta antistante il municipio. Con decisione autocratica si è messo mani alla villetta tagliando e sventrando: per ora poco male, a parte un vetusto esemplare di Araucaria che forse avrebbe potuto essere recuperato.
La mia opinione l’ho già detta a suo tempo: la villetta era “overpiantata”, sovraffollata e tutt’altro che attraente. C’erano davvero molti modi per migliorarne l’aspetto, tra cui anche la rimozione di alcuni esemplari poco interessanti (come le perfide thuie) e di pini che si davano reciprocamente fastidio. Il cantiere è recinto per cui non è possibile accedervi, ma dall’esterno si vedono bene delle potature mal eseguite evidentemente da personale non qualificato. Un grosso problema è infatti la mancanza assoluta di qualsiasi nozione di base da parte del personale che annualmente pota gli alberi.
Spesso si tratta di ditte che sbandierano attestati e certificazioni di qualità, vivaisti, “esperti” del settore. Questo la dice lunga su quanto bassa sia la nostra cultura non solo per quanto riguarda le piante, ma per tutto il mondo naturale, sia esso di carne, di foglia, di pietra o d’acqua. Piuttosto che fare potature così scorrette da un punto di vista agronomico e florovivaistico, sarebbe stato più opportuno rimuovere gli esemplari (un pino in più o in meno non ci cambia la vita, ma un pino tutto storto sì).
Ma –amici miei- state a sentire, ché il bello deve ancora arrivare: in uno spazio grande come un fazzoletto, il nuovo progetto per la villetta di Locri propone un giardino all’italiana, dimostrando così che chi ha avuto cotale bizzarra idea non conosce affatto la storia del giardino e non ha la più pallida nozione di paesaggismo urbano.
Per le malattie siamo sempre pronti a rivolgerci a luminari e baroni di ospedali di Roma o Milano, mentre per queste pratiche che hanno una ricaduta permanente sul territorio, sulla nostra immagine e sulla sua spendibilità in Italia e all’estero, ci affidiamo “alla ditta la Qualunque”, purché prometta, porti, ricambi, infili.
A questa negligenza massima dobbiamo le scalve periodiche degli alberi, i progetti di riqualificazione che imbruttiscono, la totale inosservanza delle più elementari norme orticole nella cura del verde pubblico.
Per carità, signori, non vi stiamo chiedendo di farci il Viaduc des Arts come a Parigi, ma questa torreggiante negligenza è ormai diventata inaccettabile anche in un territorio come la Locride, che la Comunità Europea denomina “obiettivo1”, cioè quelle che ancora si devono equiparare alle altre. Insomma, le ripetenti, le bocciate.
Lo stesso discorso si può fare per il disastro compiuto ai danni dei Ficus (pumila, retusa, ormai chi li riconosce più: non c’è rimasta neanche una foglia) di Piazza Italia a Reggio Calabria. Il paragone con un ammalato di focomelia è fin troppo facile per la sua oscena verosimiglianza.
Perché poi piantare alberi a tutti i costi? E tutti così vicini, stretti stretti come galline in una batteria? Chiaro poi che sarà necessario potarli. La corretta distanza è di circa 10-20 metri, a seconda dell’albero, e per carità, cancelliamoci dalla testa quest’assurdo ideale anglo-francese di piazza alberata a tutti i costi! Le piazze più belle d’Italia non hanno alberi: cosa sarebbe Piazza Navona con un filare di tigli?
E Piazza del Campo a Siena con un bel platano nel mezzo? La moda del viale e della piazza alberata nasce in epoca relativamente recente, dopo il rifacimento di Parigi da parte dell’architetto Haussmann e delle località balneari come Bath in Inghilterra da parte dei due John Wood (padre e figlio) che idearono i famosi crescent e circle e da John Nash che costruì il Regent’s Park a Londra: entrambi modelli per l’attuale stile dell’arredo urbano (che più che stile, bisognerebbe chiamare “mancanza di stile”).
Ma parliamo di spazi diversi, di epoche diverse, di fenomeni artistici diversi e soprattutto di culture diverse. Qui da noi la cultura dell’albero è nel giardino privato, la piazza deve essere lasciata alla comunità per incontrarsi e discutere, confrontarsi. L’ozio è nel proprio domicilio, non nello spazio pubblico. E’ una dimensione fortemente latina della vita pubblica, in cui all’otium era riservata la campagna, al negotium la città.

E’ la cultura inglese del genere “pittoresco” , nata in epoca illuminista, che ha portato il parco nelle grandi città, e di conseguenza, nei secoli successivi, ha affollato le nostre piccole piazzette comunali di alberi e alberelli. Non c’è una vera ragione per la presenza di questi alberi, si è semplicemente seguita la moda che lo stile dell’epoca imponeva. Alla fine siamo costretti a dirlo: questi alberi, mal piantati, sovraffollati, con le radici costipate in piccole buche dei marciapiedi, sofferenti, moribondi, mal potati…ebbene, sarebbe il caso di levarli proprio. Così non li vogliamo, e le amministrazioni non hanno il diritto di propinarceli.
Se è vero che il trattamento riservato al verde comunale evidenzia in maniera molto puntuale il livello culturale di una città, le conclusioni sono facilmente deducibili anche al più cieco degli osservatori. Gli alberi stanno lì, con “le mani in alto”, in fila come briganti in attesa di essere fucilati.

Dategli allora il colpo di grazia, ma risparmiateci la vista di quest’orrore!

Dall’Istituto agrario di Cesena: 6 buone ragioni per non capitozzare un albero

1) Deficit di sostanze nutritive: la potatura corretta rimuove non più di 1/4 – 1/3 della chioma, per non interferire con la facoltà dell’apparato fogliare di produrre sostanze nutritive. La capitozzatura, invece, elimina una porzione di chioma tale da sconvolgere l’assetto generale di un albero ben sviluppato, interrompendo temporaneamente la facoltà di produrre sostanze nutritive e determinando una “crisi energetica”.

2) Shock: la chioma di un albero è paragonabile ad un ombrello parasole capace di schermare le parti dell’albero dall’azione diretta dei raggi solari. Con l’eliminazione improvvisa di questo schermo, il tessuto della corteccia è fortemente esposto alle scottature solari.

3) Insetti e malattie: i grossi mozziconi presenti in un albero capitozzato cicatrizzano con difficoltà ed in tempi lunghi. La posizione apicale di queste ferite e le loro notevoli dimensioni ostacolano il buon funzionamento del sistema naturale di difesa, pertanto i mozziconi residui sono facilmente attaccabili da insetti e parassiti.

4) Indebolimento dei rami: nel migliore dei casi, il legno nuovo è molto più debole di quello vecchio.

5) Ricrescita accelerata: lo scopo di una capitozzatura è il controllo della crescita in verticale di una pianta. Spesso però si ottiene l’effetto opposto: infatti i ricacci successivi sono nettamente più numerosi e veloci di quelli che si svilupperebbero normalmente, tanto da riportare in breve tempo l’albero alla grandezza precedente, con l’aggravante di una chioma più disordinata e meno sana.

6) Risultato estetico sgradevole: un albero capitozzato diventa come “sfigurato”. Perfino in caso di buona reazione e di crescita non potrà mai recuperare bellezza e conformazione naturale della specie di appartenenza. Pertanto il paesaggio e la comunità sono privati di un aspetto estetico di valore.

Master Plan a Cittanova

Ricevo e pubblico da parte di Arturo Tucci

Master Plan a Cittanova

In collaborazione con la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, continua l’attività programmata dal’Associazione pro-Fondazione “Carlo Ruggiero” per la valorizzazione della Villa Comunale e la riqualificazione delle aree ad essa limitrofe, si riapre anche quest’anno un tavolo di dialogo e di indagine progettuale, utile anche a dirigere e sensibilizzare città ed opinione pubblica ai temi del paesaggio in relazione allo spazio pubblico urbano.
Due i corsi programmati, con due distinti gruppi di studenti.
Il primo gruppo, facente parte di un Corso semestrale di Architettura del Paesaggio, aderisce al programma del primo anno del Corso di Laurea specialistica in Architettura. Questo corso, si configura come contributo che affianca e sostiene l’esperienza di progettazione degli spazi “esterni”. Propone un percorso didattico che offre la conoscenza disciplinare di base, soprattutto relativamente al contesto geografico mediterraneo, ed è incentrato sulla condizione contemporanea del progetto di paesaggio. Per rendere l’esperienza di questo corso il più possibile aderente alla realtà urbana dell’ambito calabrese, si è scelto di collaborare con l’Amministrazione Comunale di Cittanova e con istituzioni culturali locali, che organizzano manifestazioni ed iniziative dirette alla tutela e al potenziamento degli spazi verdi urbani. Si approfondirà e si svilupperà un’applicazione progettuale sulla riqualificazione di Piazza Calvario, importante area urbana di Cittanova adiacente alla Villa Comunale, e l’asse urbano su cui questa insiste.
Ogni studente elaborerà il progetto di un ‘MASTER PLAN’ dell’area e lo sviluppo di un piccolo volume, legato anche all’adiacente Villa Comunale, come servizio ad essa vincolato e destinato ad attività culturali.
Il secondo gruppo di lavoro, è un Laboratorio del 3° anno del Corso di Laurea in AGP(Architettura dei Giardini e Paesaggistica), e si configura come “laboratorio paesaggistico” dove si affronteranno le problematica del paesaggio in ambito prevalentemente urbano, alle varie scale di intervento, “la piazza, il giardino, il parco”; e si studieranno autori e progetti che in questo senso esprimono attitudini innovative e di riferimento nel panorama contemporaneo internazionale.
Anche qui, l’esperienza critica e analitica del corso, si confronterà con la ricerca applicata al progetto, come fase conseguente e conclusiva del percorso didattico. Si approfondiranno e si svilupperanno applicazioni progettuali ai limiti del centro storico di Cittanova, laddove la città, al suo margine si fonde con le aree fluviali che la lambiscono a valle. E qui,ogni studente elaborerà il progetto di un parco, che si estende lungo il pendio di connessione tra la città e il fiume.
Per entrambi i corsi, gli studenti guidati dalla prof.ssa Daniela Colafranceschi e dai suoi assistenti Fabio Manfredi e Alessandra Romeo, dovranno produrre elaborati grafici e un plastico, relativi allo studio del sistema del “paesaggio”, del Master Plan generale e del progetto del volume architettonico che insiste su uno degli spazi pubblici presi in esame. I progetti si esprimeranno con schizzi, disegni, schemi dei ‘sistemi’ (piazze, percorsi, vegetazione, acqua, elementi di arredo…), planimetrie, sezioni, render e prospettive.
I lavori prodotti dagli studenti, saranno oggetto di studio e di approfondimento in uno specifico workshop che si terrà nel mese di giugno in concomitanza con la seconda edizione di “Cittanova Floreale”. All’evento, organizzato di concerto con la facoltà di Architettura, sarà invitato a partecipare un paesaggista di fama internazionale.

Segnalo Vulgare.net

Ho appena conosciuto questo blog e me ne sono subito innamorata, mi sembra attento alle tendenze contemporanee senza estremizzare nella bizzarria. Davvero competente, interessante e ricco. Consigliatissimo.
Lo aggiungo al blogroll.
Vulgare.net

Il giardino di Mimmo Caino

La casa del mare di Mimmo Caino
Anche Mimmo Caino, come tutti coloro che abitano a ridosso della ferrovia, aveva un giardino. Un giardino in quella stretta fascia di terra libera che separa la casa dai binari, una sottile striscia rubata alla sabbia, coltivata con dedizione ed ordine meticoloso.
La saggia e operosa indole contadina della nostra gente non permette che neanche un metro di terra vada sprecato, e queste coltivazioni distribuite lungo tutto il tratto della nostra costa sono diventate una costante, una sorta di paesaggio aggiunto a quello naturale.
In genere vi si piantano ortaggi, fave in inverno, pomodori e melanzane in estate. Basilico, peperoncini piccanti, salvia o rosmarino: tutte cose che hanno un piede nel giardino e l’altro in cucina. Molte persone tengono anche dei fiori in questi angusti spazi, solitamente si tratta di rose, ma talvolta si incontrano grandi rampicanti, come bignonie, glicine, bouganvilee. Se poi si ha un po’ di spazio in più ci si tiene anche un piccolo albero di limoni, di fichi o di nespole.
Ad animare i giardini e i piccoli orti della ferrovia non è la necessità di risparmiare sull’acquisto di frutta e verdura, anche perché in spazi così ristretti è impossibile provvedere adeguatamente al fabbisogno di una famiglia. Si tratta di qualcosa che sta dentro di noi, in quella parte buona del cuore umano: il desiderio di fare, di non oziare, di essere operosi. Il piacere delle cose fatte con le proprie mani, di mangiare il frutto del proprio lavoro, e l’avversione per lo spreco di terra, ancorché di limitata estensione.
Mimmo Caino aveva scelto delle piante grasse per il suo giardino lungo la ferrovia: le aveva scelte con cura, nei toni delicati del grigio e del verde argentato che armonizzano così bene con il colore della sabbia, e le aveva piantate in ordine, incasellate ognuna nel proprio spazio, delimitato da pietre piatte levigate dal mare. Contro il muro aveva sistemato altre piante più grandi, ma anche delle zucchine, per non smentire la qualità “ortiva” delle coltivazioni ferroviarie. Più oltre, sulla spiaggia, delle agavi variegate.
Aloe arborescens

Mimmo Caino se n’è andato mentre faceva quello che aveva più caro: il lavoro. Cosa accadrà al suo giardino? Chi lo curerà? Chi toglierà le erbacce che inevitabilmente cresceranno tra i sassi e nella sabbia? Il lavoro di Mimmo era per tutti noi, non solo per se stesso, e l’augurio che mi faccio –e penso di poter parlare per tutta la cittadinanza- è che tutto ciò non venga dimenticato, che venga rispettato e che non vada sprecato, ma anzi, che venga valorizzato come dovrebbe.
Tiffany's

P.S. 4/2/2010. Mimmo Caino è morto, la sua Casa del Mare è stata venduta. Pare che non fosse stato un buon padre e che la sua famiglia non ne volesse preservare il ricordo.
In questo caso sarebbe toccato al Comune di Siderno acquisire la sua proprietà perchè non fosse dimenticata.
Ora la Casa del Mare è una delle tante casette sulla spiaggia, tinta di color giallo paglia, con il tavolo di plastica e l’ombrellone sul balcone.

Back to a future: Cheong Gye Cheon, Seul

Mappa del Cheon Gye Cheon
Back to a Future è un progetto presentato nel 2004 alla nona biennale di Architettura di Venezia dalla città di Seul, che si è aggiudicata così il premio speciale “Città d’Acqua” della Regione Veneto.
Il Veneto, con le sue ville sul Brenta, ne sa qualcosa di architettura d’acqua e di “waterfront” (personalmente sfiderei il mio tragicomico mal di mare per visitare tutte le ville del Brenta).
Quello che ha voluto fare la città di Seul -definita l’amministrazione più lungimirante- è stato proprio riqualificare una zona degradata e invivibile ritornando al futuro e recuperando l’antico corso d’acqua, il Cheong Gye Cheon, che divide da est ad ovest la città di Seul, e che per anni ne è stato cuore commerciale.
Seul è una città ricca di corsi d’acqua, di cui il Cheon Gye Cheon è il più grande, e nel quale più o meno versano tutti gli altri. Negli anni Cinquanta la condizione sanitaria della zona si era alquanto deteriorata, e nei ’60 il fiume fu coperto e trasformato in una strada. In seguito vi fu costruita sopra una grande arteria stradale, simile al “Loop” di Chicago (vi ricordate i Blues Brothers?).
Il quartiere divenne immediatamente accorsato e popoloso, con un mercato attivo e importante.
La gente passeggia sul corso del fiume

Seul, come e più di New York e la sua High Line, ha avuto il coraggio di realizzare un futuro che fino ad ora in molti si limitano a pensare o a concettualizzare in belle rappresentazioni grafiche o espressioni di questa o quella volontà politica/ecologista/ambientalista.
A dimostrare che passato e futuro possono andare a braccetto, compenetrarsi, divenire l’uno l’altro.
Le due sponde del fiume sono collegate da circa venti ponti, di cui alcuni restaurati per il loro valore storico

La gente ha bisogno di giardini, soprattutto nelle metropoli. Gli abitanti i Seul hanno subito riempito il Cheong Gye Cheon, passeggiandovi e prendendo il sole. Il traffico, deviato sulle due sponde, è diventato necessariamente più convulso, ma la città ne ha guadagnato in salute e anche in bellezza.

L'acqua del Cheong Gye Cheon è pompata artificialmente, cosa che ha fatto discutere gli ambientalisti. L'amministrazione ha previsto l'altezza degli argini per i prossimi duecento anni

Il progetto trascende il semplice aspetto urbanistico e diventa proposta per un futuro progetto di metropoli, reintegra il rapporto della città con i suoi luoghi storici e con la sua memoria collettiva, riavvicinando la gente al giardino. Anche qui, come per la High Line di new York, ci sarà una riqualificazione delle zone adiacenti al canale, tant’è che per la progettazione di un complesso residenziale è stata interpellata la nota architetto Zaha Hadid.

Scarica il pdf esplicativo

La High Line di New York

Paesaggio urbano
Invece di abbatterla hanno deciso di farne un viale per passeggiare. Era una vecchia ferrovia, costruita negli anni Trenta per sostituire la soprelevata che correva sopra la Decima Avenue, un viadotto pericolosissimo che fu ribattezzato “Death Avenue”.
Ha funzionato dagli anni Trenta fino agli Ottanta, portando merci, soprattutto carne di tacchino, dalla zona delle grandi pianure. In seguito allo spostamento del mercato delle carni, cadde in disuso e fu lasciata abbandonata a se stessa e in parte demolita.
Come sempre accade in casi in cui edifici e strutture vengono lasciate abbandonate, la natura rimette piede da dove era stata scacciata, e la High Line è stata invasa dalle erbacce.
Anche la storia della High Line è simile a quella dei Guerrilla gardens: un cittadino appassionato di ferrovie, Peter Obletz, muove i primi passi per una campagna in difesa della sopraelevata, finché non si costituisce un comitato spontaneo in difesa del viadotto ormai divenuto una striscia verde, il “Friends of the High Line”, diretto da Joshua David e Robert Hammond, che ha avanzato una proposta di restauro accolta dal sindaco di New York con un concorso internazionale di idee per il ripristino dell’opera dismessa (a cui ha peraltro partecipato, senza vincere, Zaha Hadid).

La presenza di erbacce è stato il catalizzatore progettuale della realizzazione della sopraelevata, di cui si è cercato di mantenere anche i binari. Il restauro è partito dal 2003 e nel 2006 c’è stata l’inaugurazione del primo tratto.
Invece di demolire una parte della storia di una città, è stato deciso di trasformarla in un parco, con una dozzina di accessi, panchine per prendere il sole canali d’acqua, erba verde, fiori,e naturalmente binari.

Panchine sulla High Line

Erba e binari

Passeggiando sulla High Line si possono vedere da sopra le auto che passano, le persone che camminano, piccole e rapide come formiche.
High Line, vista verso il basso

La High line è diventato un landmark della periferia, e uno strumento di riqualificazione urbana e sociale, con un inevitabile incremento dei prezzi degli immobili adiacenti, che dovranno necessariamente adeguare il loro status.
Si parlava di uso (non di valore d’uso, mi si permetta, che è tutt’altra cosa), di fruibilità. Ecco, questo ready made urbano, trasformato in un sinuoso percorso di cinema all’aperto, di spiagge, piscine sospese, specchi d’acqua, gallerie di cristallo, ne è una perfetta rappresentazione.
Gli americani hanno dato anche un nome a questa cosa “agritecture”.

I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens

Bollati Boringhieri ha lanciato tempo fa una collana di giardinaggio dal titolo poco fantasioso di “oltre i giardini”. I titoli sono molto promettenti e si preannuncia di diventare per le generazioni più giovani una sorta di viatico per il giardinaggio.
Ho acquistato il volume di Michela Pasquali I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens per leggerlo durante il viaggio di ritorno da Milano a Siderno.
Ha svolto il suo lavoro, ma confesso di essermi pentita di non aver preso anche un libro di fantascienza alla Hoepli di Milano.
Intanto, nel mio feticismo linguistico, devo subito premettere che nel titolo c’è un errore grammaticale. In italiano le parole straniere non fanno plurale. Perciò si sarebbe dovuto scrivere “garden” e non “gardens”.
Il libro è leggibile, ben scritto con uno stile limpido, pulito e non sovrabbondante. Anzi, a dire il vero piuttosto piatto e per nulla appassionante.
Dopo un breve ma interessante exursus storico sulla nascita del movimento dei Green Guerrilas e dei Guerrilla Gardens, il libro analizza più che altro le vicende amministrative che hanno coinvolto i giardini di Losaida e di altri sobborghi di Manhattan, e seppur senza risultare pedante, esamina dati e statistiche dell’attività edilizia che ha minacciato i giardini ricavati da i piccoli lotti abbandonati (vacant lots) .
Poco o nulla di antropologico o filosofico viene estrapolato dal complesso storico. Appena sfiorate le tematiche ecologiste che storicamente si accompagnano ai guerrilla garden, per nulla invece quelle econimiche e di gusto.
Rimangono aperte molte domande, alle quali possiamo dare solo risposte parziali attraverso un ragionamento induttivo.
Qual è lo stato attuale dei guerrila garden? Quelli di Manhattan possono essere abbastanza rappresentativi dei giardini occidentali? Le persone che in un qualche modo si occupano dei guerrila garden, se ne impossessano con l’animo di sottrarre qualcosa allo stato per un proprio vantaggio o per salvare un po’ di natura alla speculazione edilizia? In che modo la mercificazione si è infiltrata – e in questo caso quanto- all’interno dei guerrilla garden? Quanto l’amministrazione comunale utilizza i guerrilla garden come propaganda politica?
Può darsi che Michela Pasquali abbia scelto di tenere l’argomento fuori da queste questioni, ma dato che i guerrilla gardens nascono come movimento di rinnovamento politico e sociale, nonchè come offerta di una diversa prospettiva economica, tenere fuori la questione da questi argomenti di assoluta pregnanza significa lasciare l’opera fatta a metà.
Posso tentare una risposta alla domanda sulla mercificazione e imborghesimento del gusto: già la copertina mostra un vecchio tenement e in primo piano una rosa che ha tutta l’aria di essere ‘Constance Spry’. In altre pagine vediamo vasi sospesi con petuniette e giardinetti così ben tenuti che sembrano usciti da un manuale di John Brooks sui piccoli giardini. A questo punto c’è un fattore che va analizzato: è evidente che i giardini vengono tenuti non da persone che ritrovano una propria dignità sociale e umana nella coltivazione dell’orto e del verde, com’era stato all’origine dei vari movimenti guerrilla gardens, nell’intento di riqualificare una zona emarginata e malfrequentata, ma da persone che amino fare del giardinaggio e usino i vacant lots per poter praticare il loro hobby. E’ quindi parzialmente perduta la spontaneità e l’ingenuità dei giardini residuali, mantenuti da persone le cui nozioni di orticoltura sono (erano) ereditate, non acquisite per mezzo dei libri o della televisione, che escludeva quindi tutte le sollecitazioni del mercato di massa, poichè si trattava -appunto- di masse povere, fuori dalla massa borghese e dal circuito del commercio.
Un vero peccato che il libro di Michela Pasquali, che in Italia è uno dei pochi che affronta questo tema, sia rimasto così in superficie. Avrebbe potuto diventare un punto di riferimento, invece si limita ad essere un catalogo.
Peccato. Un’altra occasione sprecata nella nostra Italia giardinicola.

“Riqualificare” la villetta di Locri

Quando i politici non sanno che fare, allora “riqualificano” qualcosa. Come se andassero a cercare il Santo Graal.
In queste settimane c’è un certo dibattito sulla futura “riqualificazione” (termine torbido, inconcludente, doppiogiochista) della villetta antistante il Municipio di Locri.
Dovete sapere che il Municipio stesso è stato “riqualificato” ed ora sembra una torta glassata alla maracuja. Sempre meglio di quello di Siderno, che dopo essere stato passato sotto “riqualificazione”,sembra una torta ai frutti di bosco.
Insomma, davanti al comune c’è questa villetta, dove tutti gli studenti, da cinquant’anni a questa parte sono andati a sbaciucchiarsi dopo aver salato la scuola.
E’ una villetta molto brutta. Cionondimeno è la più bella del circondario. Questo vi dice qualcosa?
E’ sovraffollata di piante perlopiù insignificanti, come pini, pittosfori, melangoli, acacie, bossi, lantanas, oleandri. Io non ci ho mai passeggiato con grande piacere, ma almeno ci ho potuto passeggiare. I viali, infatti, sono un po’ a zigozago e per le nostre povere risorse è diventata, senza averne velleità, una sorta di “stroll garden”.
Le piante poi, furono regalate all’amministrazione dalla comunità locrese, ecco perchè sono piuttosto varie e scompagnate, overpiantate.

Villetta di Locri lato Nord
Villetta di Locri lato Nord

La Villetta di Locri ha ormai acquisito una sua dignità storica. Non ha bisogno di riqualificazione, se non l’eliminazione delle thuie, che effettivamente disturbano, e di di un paio di pini che si danno fastidio tra loro. Le altre piante possono essere espiantate e ripiantate altrove, qualora ce ne fosse bisogno.

Adesso cosa succede? Che un progettino mal scritto, di dubbia credibilità, propone la creazione di un giardino all’italiana, con siepi di bosso, parterre e vasche centrali.
Insomma, come se il fazzolettino di terra davanti al municipio fosse Vaux-le-Vicomte.

Che si può dire senza sembrare banali e queruli? Nulla se non che tanto il comune farà quel che ha deciso di fare senza che l’opinione pubblica possa fiatare. Nient’altro che dire che se si doveva dar da mangiare alla solita comunella dei mafiosi ammanicati con le istituzioni, si sarebbe potuto scegliere un posto dove gli alberi NON ci fossero.

Poi parlano male di noi. A me viene in mente che un motivo forse c’è.

Villetta di Locri, lato Sud
Villetta di Locri, lato Sud